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I muri di Trump

Il 27 novembre si tiene a Milano al Palazzo della Triennale il convegno: “I muri di Trump e l'era post globale - come le diseguaglianze ridisegnano il mondo”. Di seguito trovate il mio intervento, che prima espone i numeri sulle diseguaglianze: 1) a livello mondiale, 2) fra Paesi emersi ed emergenti, 3) all'interno dei Paesi emersi. Si espongono poi delle considerazioni di natura generale.

 

Prima parte - Statistica

Si osservi la crescita del reddito dei più poveri e dei più ricchi nel periodo antecedente l'ultima crisi. Spostandosi verso destra si hanno via via le variazioni del reddito reale delle classi di reddito più elevate. Come si vede, è cresciuto il reddito dei meno ricchi, quello dei mediamente ricchi non è cresciuto, mentre è cresciuto quello dei ricchissimi. Il reddito che è cresciuto di più è perciò quello asiatico, quello che non è cresciuto è quello del ceto medio dei Paesi più ricchi, mentre è cresciuto moltissimo il reddito dei ricchissimi dei Paesi emersi ed emergenti.

 

Nodopolitico1

 

Disaggregando e rielaborando il grafico – quello appena esposto è la linea blu - si ottiene – linea grigia - un andamento diverso. Togliendo la Cina, la crescita del reddito è stata meno forte per i redditi medi, mentre la flessione del reddito dei Paesi più ricchi non c'è addirittura stata, se escludiamo gli ex-Paesi socialisti.

 

Milanovic2

 

In ogni modo, i Paesi Emergenti hanno avuto una crescita decisamente maggiore, ma il livello del loro reddito medio è ancora – e di molto – inferiore. Il grafico mostra la distanza dal reddito degli Stati Uniti dei Paesi asiatici. La linea di partenza è quella dello sviluppo di ciascuno.

 

Crisi cinese1

 

I ricchissimi – come livello - sono ricchi allo stesso modo negli Stati Uniti e nei Paesi emergenti, mentre i poveri dei Paesi emersi stanno – come livello - molto meglio. La linea rossa orizzontale a trattini è il reddito del 5% più povero degli Stati Uniti. Come si vede, il 25% dei russi, il 50% dei brasiliani, il 75% dei cinesi, e il 90% degli indiani è più povero del 5% dei poveri statunitensi, mentre il 5% dei ricchi russi e brasiliani è ricco come gli statunitensi più ricchi.

 

DELLEMIGRARE 2

 

La globalizzazione ha perciò ridotto le distanze ma non le ha annullate. Come mai il reddito del ceto medio occidentale non è cresciuto? Il grafico mostra come i salari negli Stati Uniti abbiano smesso di crescere da ben prima che la globalizzazione si palesasse. Precisamente dalla metà degli anni Settanta. Perciò sono in opera da decenni fenomeni ben più complessi della globalizzazione che hanno frenato la crescita dei salari (riprendiamo il punto più avanti).

 

Nodopolitico2

 

Nel frattempo è cresciuto il numero di migranti che sono venuti a vivere nei Paesi emersi. Si noti nel quarto grafico che tutti i Paesi hanno assorbito negli ultimi venticinque anni un gran numero di emigranti.

 

Nodopolitico3

 

I quali evidentemente emigrano per qualche ragione. Il 5% della popolazione più povera in Italia – si veda la linea gialla – vive come il 5% della popolazione più povera degli Stati Uniti, la linea rossa tratteggiata orizzontale Gli albanesi – si veda la linea verde – che vivono peggio dei poveri italiani sono ben oltre il loro quinto ventile, che è come dire che un terzo della popolazione albanese vive come il 5% degli italiani più poveri. Fatti gli stessi conti con la Costa d'Avorio- si veda la linea marrone - circa il 80% della sua popolazione vive peggio del 5% degli Italiani più poveri. Infine, mentre i tedeschi poveri – si veda la linea verde – vivono meglio degli italiani poveri, i tedeschi e gli italiani hanno circa lo stesso reddito man mano che diventano più ricchi.

Insomma, l'”arbitraggio” fra Costa d'Avorio e Italia, e poi fra Italia è Germania è economicamente razionale per un abitante della Costa d'Avorio. Anche se resterà sempre povero, vivrà meglio. Se anche diventasse molto ricco nel proprio Paese d'origine – linea marrone verso il fondo a destra – avrebbe comunque un reddito in linea con quello del 25% degli italiani più poveri. Conclusione, con queste differenze di reddito fra Paesi (= i poveri italiani hanno lo stesso reddito dei ricchi della Costa d'Avorio), sarà difficile che gli sbarchi si fermino.

 

DELLEMIGRARE 1

 

Immaginiamo un mondo dove per ogni Paese si abbia di nuovo una disposizione per ventili che vede il reddito crescere, laddove ogni ventile che si muove da sinistra a destra registra un reddito maggiore. Immaginiamo che tutti i Paesi abbiano lo stesso reddito in ogni ventile. La posizione economica (lo scostamento) di ciascun individuo rispetto a tutti gli altri dipenderà dalla classe di reddito in cui uno si trova nel proprio Paese (chiamiamo questa la disposizione per classe).

Immaginiamo ora che i Paesi non abbiano lo stesso reddito. Si avrà chi è ricco in un Paese come la Costa d'Avorio, ma che diventa povero rispetto al resto del mondo, ciò che avviene per il peso che hanno i paesi ricchi nell'alzare il reddito medio mondiale. Ossia, dove accade persino che anche i poveri dei Paesi ricchi siano più ricchi dei ricchi dei Paesi poveri. In questo caso, la posizione economica (lo scostamento) di ciascun individuo rispetto a tutti gli altri che vivono sul pianeta non dipenderà solo dalla classe di reddito in cui uno si trova nel proprio Paese, ma anche dal Paese dove nasce (chiamiamo questa la disposizione per ubicazione).

Quanto pesa la classe, e quanto l'ubicazione? Nascere in un paese ricco offre un vantaggio rispetto al nascere in un Paese povero per quasi tutti – ossia per diciannove dei venti ventili. Solo nell'ultimo ventile a destra, come mostrano i grafici, c'è eguaglianza fra i ricchissimi - fra cui i russi, i brasiliani, i cinesi, gli argentini, ecc. Insomma le diseguaglianze si sono ridotte ma restano ancora molto forti a livello internazionale.

Passiamo alle diseguaglianze in Occidente.

Si prenda la quota dei profitti – i redditi da capitale - nella ripartizione del reddito di più Paesi in un arco temporale molto lungo. I profitti son quelli netti – quelli cui sono sottratti gli ammortamenti, perché questi ultimi rimpiazzano il capitale in uso. Si vede che la quota dei profitti è crescente. Non fosse che i profitti d'impresa sono stabili, mentre crescono i profitti immobiliari – questi ultimi sono i redditi che riceve chi affitta e i redditi che non spende chi abita nella casa di proprietà. I profitti immobiliari sono molto diffusi. Ergo, la diseguaglianza è meno marcata di quanto possa emergere dai conti di Piketty.

 

Piketty

 

Quest'ultimo nei propri lavori ricorda un aspetto meno noto, ma importante: il ruolo dell'eredità. Per la Francia si hanno serie statistiche molto lunghe e attendibili. Per gli altri Paesi europei i numeri sono simili. Si calcola quanta parte di ogni generazione riceva un flusso ereditario che sia equivalente al reddito di tutta una vita del 50% meno remunerato della popolazione. Per esempio, se l'eredità fosse di 750 mila euro, essa equivarrebbe a cinquanta anni di lavoro del 50% meno remunerato, il cui reddito è intorno ai 15 mila euro l'anno. Come si vede, si ha, grazie alla ricchezza cumulata negli ultimi decenni da un numero crescente di famiglie, un numero sempre maggiore di persone che eredita l'equivalente di cinquanta anni di lavoro di chi nasce senza ereditare nulla e non riesce a emergere come livello del proprio reddito.

 

diseguaglianze 2

 

Seconda parte: considerazioni di natura generale

1 - L'eguaglianza cresce sia con la miseria sia con la ricchezza

Quando una società è al livello di sussistenza, è difficile che sorgano delle forti diseguaglianze, perché una parte della popolazione morirebbe letteralmente di fame. Morendo di fame una parte della popolazione, si avrebbero meno guerrieri, e quindi il paese sarebbe facilmente conquistabile. In questo caso si dice (elegantemente) che, quando il reddito medio è eguale a quello di sussistenza, l'indice di Gini non può che essere vicino a zero. La sopravvivenza “politica” si ha dividendo in misura eguale il poco reddito a disposizione. La diseguaglianza sorge perciò quando si va oltre il reddito di sussistenza. In questo caso, una parte della popolazione sopravvive, mentre una parte vive molto meglio. Questo ragionamento sembra strambo, ma si osservi la distribuzione del reddito nel passato.

Ai tempi di Roma, il reddito - misurato sempre con l'indice di Gini - era intorno a 50 alla fondazione dell'Impero, mentre era arrivato a 10 intorno al settimo secolo dopo Cristo. La ragione di questa crescita dell'eguaglianza è la miseria in cui era caduto l'Occidente dopo il crollo dell'Impero.

Questo però avveniva nelle società preindustriali. Con l'arrivo dell'economia industriale le cose cambiano. Qui si ha il modello di Kuznetz. Si ha una prima fase in cui le diseguaglianze crescono. Si ha lo spostamento dall'agricoltura (bassa produttività) alle fabbriche (alta produttività). Si alza la forbice fra i redditi dei settori tradizionali e di quelli moderni. Nella fase successiva, la produttività in agricoltura sale e quindi anche i redditi, e salgono i salari. La diseguaglianza si riduce. Quindi abbiamo una riduzione della diseguaglianza nella ricchezza crescente, a differenza di quanto accaduto all'Impero Romano. Se misuriamo – sempre con l'indice di Gini - sull'asse verticale la diseguaglianza, e su quello orizzontale il reddito - pro capite e in moneta costante – nel corso del tempo, si ha una curva ad “U rovesciata”: alla crescita iniziale della diseguaglianza si ha una decrescita nella fase successiva. Le cose sono andate in questo modo nei Paesi ricchi fino a circa gli anni Settanta. Da allora la diseguaglianza è cresciuta.

2 - Perché l'eguaglianza si riduce da qualche decennio

Come mai la diseguaglianza - dal che si riduceva dalla Prima guerra mondiale fino agli anni Ottanta - ora, invece, cresce? Si hanno due scuole di pensiero.

  • Quella di Piketty sostiene che la riduzione della diseguaglianza è l'eccezione, mentre la regola è la sua crescita. L'eccezione si è avuta a causa delle due guerre mondiali che hanno impoverito i ricchi, mentre in tempo di pace i ricchi si arricchiscono, perché il rendimento del capitale è - come tendenza - maggiore della crescita dell'economia. Da qui l'idea di tassare la ricchezza.

  • Quella di Milanovic, cerca una spiegazione nell'economia reale. Un'economia di servizi disperde i redditi molto più di quella industriale – i “camerieri” e i “finanzieri” hanno, come noto, dei redditi molto diversi, intanto che il lavoro non qualificato è pagato molto meno e/o si sposta verso i Paesi emergenti. La conclusione è che sarà molto difficile fermare il trend della crescita della diseguaglianza. Questa porta alla “plutocrazia” e al “populismo” negli Stati Uniti, e al "populismo" in Europa. Da qui – ossia dal voler evitare questi due percorsi politici - l'idea di fare qualche cosa per fermarla.

3 - Come incoraggiare o frenare la diseguaglianza?

La crescita della diseguaglianza può essere frenata in due modi. Promuovendo in un primo tempo la diseguaglianza, oppure non promuovendola.

  • Il primo modo sostiene che la diseguaglianza vada incoraggiata - liberalizzando il mercato dei prodotti e del lavoro e riducendo le imposte d'impresa - perché così si premia chi rischia. Grazie alle innovazioni, frutto del rischio, dopo qualche tempo, si ha più lavoro. La diseguaglianza resta alta – all'inizio cresce - ma i redditi bassi – alla lunga - crescono. Si ha un maggior gettito fiscale (anche con aliquote inferiori). Un gettito che può essere usato a favore delle “sacche di povertà”. In questo modo, la diseguaglianza, pur restando alta, si riduce. Il nome pop di questo approccio è “spill-over effect”.

  • Il secondo modo sostiene che la diseguaglianza si possa ridurre fin da subito trasferendo una parte del reddito da chi ne ha molto a chi ne ha poco, senza che questo disincentivi l'iniziativa individuale. Il trasferimento fiscale è già in funzione. Si ha il reddito di mercato – quello senza trasferimenti e senza imposte. Si ha il reddito lordo – quello che include i trasferimenti ed i servizi dello “Stato Sociale”. Si ha, infine, quello netto, eguale al reddito lordo, ma dopo le imposte. Gli indici di Gini sono per ciascun tipologia di reddito negli Stati Uniti: 50, 45, 40. Si ha quindi una redistribuzione del reddito. In Germania gli indici di Gini per ciascuna tipologia di reddito sono diversi: 50, 35, 30. Si ha quindi una forte redistribuzione del reddito. La Germania distribuisce un reddito dei fattori (o reddito di mercato) come quello statunitense, ma redistribuisce di più. Se il reddito di mercato in Germania (un paese “socialdemocratico”) è eguale a quello degli Stati Uniti ("il" paese dell'economia di mercato), allora si possono avere i vantaggi del mercato (che si assume premi la “produttività marginale” dei fattori) e dello Stato (che si assume che rende meno forti le disparità, con ciò promuovendo l'eguaglianza delle opportunità). Questa è la conclusione – possiamo definirla “irenica” - del secondo punto di vista.

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