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Gli anni terribili delle banche italiane

Il Working Paper 16/175 del Fondo Monetario Internazionale (FMI) affronta il tema della redditività e dello stato di salute dei bilanci delle banche italiane. Attraverso un approccio cosiddetto “bottom-up”, ovvero partendo dai bilanci delle banche, lo studio afferma che le quindici banche analizzate sono complessivamente redditizie ma con significative divergenze all’interno del campione. Il ritorno a livelli maggiori di salute economica e patrimoniale richiede pulizia di bilancio, riduzione dei costi e maggiore efficienza, soprattutto per le banche di minori dimensioni.

Il quadro delineato illustra approfonditamente le difficoltà incontrate nel triennio 2012-2014 dal sistema bancario italiano nel fronteggiare il peggioramento della qualità del credito a causa delle caduta del cosiddetto “lending rate”, ovvero del tasso sugli impieghi applicati alla clientela. Se fino al 2011 la differenza tra il tasso sugli impieghi effettivo e quello misurato dal FMI (breakeven lending rate) è stato positivo, permettendo di accantonare risorse a difesa delle potenziali perdite su crediti, nel terribile triennio 2012-2014 il rapporto si è drasticamente invertito.

Questo fenomeno, equivalente ad una caduta improvvisa e profonda del fatturato di una società industriale, ha impedito alle banche di accantonare sufficienti risorse in concomitanza di una forte espansione dei crediti insolventi. Lo studio del FMI segnala, peraltro, come tra il 2006 e il 2011, ovvero nel periodo di margine positivo del “lending rate”, le banche italiane abbiano accantonato più di quanto avrebbero dovuto sulla base della simulazione. Ciò significa, senza entrare nella tecnicalità, che la rischiosità attesa del portafoglio crediti avrebbe permesso, paradossalmente, accantonamenti minori di quanto realmente effettuato, almeno a livello di sistema più che di singole banche.

Questi risultati permettono di aggiungere che l’elemento che ha trovato completamente impreparate le banche italiane, in particolare le minori, è stata la compressione dei ricavi più che la rischiosità degli impieghi. Nei casi più patologici alcune banche sono arrivate ad invertire i ruoli, finanziando se stesse tramite la clientela. Lo stesso fenomeno ha fatto emergere, ingenuamente più che inaspettatamente, l’inadeguatezza della struttura di costi e l’inefficienza dei processi produttivi. Ancora una volta i luoghi di maggior debolezza, in quanto fortemente dipendenti dal flusso di ricavi derivanti dal “lending rate” e molto deboli nella generazione di altre fonti di ricavo, sono state le realtà di dimensione minore.

La stasi dell’attività creditizia è stata una conseguenza ulteriore causata dalla presenza di un margine negativo sulla attività di intermediazione classica, raccolta e impieghi, senza che fossero presenti altri rami industriali che potessero compensare il vuoto reddituale. Se la vecchia metafora utilizzata un tempo era “il cavallo non beve”, per indicare che l’economia non chiedeva credito alle banche, in questo caso è mancata non tanto l’acqua, ovvero la raccolta da clientela, ma si è chiuso completamente il pozzo (nei casi patologici il pozzo si è bevuto il cavallo).

L’analisi del FMI copre il decennio 2006-2015 e segnala nell’ultimo anno il ritorno ad un differenziale positivo tra tasso sugli impieghi effettivo e tasso d’equilibrio. Ipotizzando la prosecuzione nel 2016 dell’andamento positivo del differenziale, gli anni a venire saranno dedicati a rimettere insieme i cocci lasciati da questo auspicabilmente anomalo fenomeno e dalle patologie che ha fatto emergere

Crisi banche italiane FMI

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