Di cosa parliamo quando parliamo di fact-checking?

Negli ultimi tempi, e in particolare con l’avvio della campagna elettorale, sembra che anche l’Italia abbia scoperto il fact-checking. I principali quotidiani e le principali reti televisive nazionali hanno cominciato a dedicare spazio alla verifica delle dichiarazioni dei politici.

Sono sorti progetti come quello di pagella politica o il ‘veritometro’ del blog Polis, che si propongono come baluardi contro le bugie dei politici. Infine, l’associazione Ahref ha non solo organizzato un convegno sul tema del fact-checking, ma ha anche lanciato la sua prima piattaforma italiana per la verifica collettiva dei fatti.

A prima vista, sembra logico dare il benvenuto a questa ventata di novità. C’è solo da rallegrarsi per la nascita di un sistema di controllo diffuso sulla veridicità delle affermazioni dei politici. Quanto più una società è trasparente, tanto più è democratica. Ma siamo sicuri che sia il fact-checking ciò di cui abbiamo bisogno per migliorare la democrazia nel nostro paese? 

1. Per capire cosa effettivamente sia il fact-checking bisogna inserirlo nel suo habitat naturale. Il fact-checking nasce all’interno dei giornali come una funzione editoriale di controllo circa la verità e attendibilità degli articoli. Questo significa che il fact-checker tradizionalmente inteso è colui che deve controllare il materiale originale a cui l’autore ha attinto. Il fact-checker deve inoltre chiedere conferma alle fonti di quello che hanno detto al giornalista per controllare che le dichiarazioni siano state riportate nel modo più veritiero possibile. In linea teorica il fact-cheker è anche incaricato di trovare nuove fonti e nuovi documenti per essere definitivamente sicuro che la tesi dell’autore sia quella corretta. Il fact-checking è dunque un’operazione interna alle redazioni dei prodotti informativi, una sorta di autocritica circa i fatti e i modi in cui questi stessi vengono interpretati e spiegati negli articoli. La sua funzione è quella di assicurare ai lettori informazioni corrette, complete e coerenti.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato e quella del fact-checking è diventata un’attività indipendente dalle redazioni. Ovviamente, questo cambiamento è dovuto in gran parte alle nuove tecnologie e alla diffusione di internet, che ha reso più accessibile la verifica delle fonti. Questa nuova dimensione del controllo è il cosiddetto fact-checking collaborativo on-line, per cui squadre di bloggers, giornalisti e, in alcuni casi, ricercatori universitari, controllano la veridicità delle dichiarazioni che vengono avanzate nel dibattito pubblico. Negli Stati Uniti sono nate numerose piattaforme di fact-checkers, come quelle di politifact.com o truthgoggles. La vera esplosione del fenomeno, però, si è verificata con l’ultima elezione presidenziale in cui il fact-checking è diventato addirittura uno strumento di competizione elettorale, come dimostra l’uso politico del fact-checking fatto dal team elettorale di Barack Obama.

Tutto questo interesse nei confronti di un nuovo strumento per migliorare la qualità dell’informazione e del dibattito pubblico è sicuramente positivo. Solo con abili cani da guardia una democrazia può funzionare realmente. Ci sono, però, due questioni, una squisitamente italiana e l’altra di ordine teorico, che qui mi interessa mettere in luce per guardare al fact-checking con occhi sgombri di ingenuità.

2. Il primo problema ha a che fare con l’improvvisa applicazione del fact-checking al discorso dei politici da parte del giornalismo italiano. Siamo poco abituati, infatti, al fact-cheking come autocritica e revisione di ciò che i giornali raccontano. Basti pensare al singolare caso del 9 gennaio scorso, quando tutti i principali quotidiani italiani hanno riportato la notizia che l’Unione Europea aveva bocciato l’Imu, la nuova imposta sugli immobili. A leggere con attenzione il rapporto informativo “Occupazione e sviluppi sociali in Europa 2012”  a cui quei giornali si riferivano, si poteva evincere immediatamente che i ricercatori della Commissione avevano semplicemente segnalato alcuni dubbi sulla mancata progressività della nuova tassa e sul suo impatto negativo sulle diseguaglianze già esistenti. Insomma, nessuna bocciatura e nessun ammonimento. Se, però, il livello di controllo delle informazioni è così ridotto, come questo banale esempio ci ricorda, come possono i giornali italiani essere credibili nel farsi promotori della verifica delle dichiarazioni degli attori politici? Se la credibilità è una relazione virtuosa basata sulla competenza dimostrata nel corso del tempo, quanta fiducia è giustificabile accordare ai giornalisti italiani? Visto che la relazione è basata sulla fiducia, è necessario avere delle prove della competenza di chi quelle informazioni gestisce. Non intendo certo con questo dire che bisogna diffidare da qualsiasi cosa venga scritta sui giornali. Ma perché il fact-checking sia efficace, la fonte del controllo deve essere credibile e per essere tale deve a sua volta provare di essere competente, ovvero di riportare i fatti sempre (o quasi sempre) nel modo più corretto possibile. Insomma, non c’è fact-checking senza credibilità.

3. La seconda questione non è di natura pratica, ma teorica e ha a che fare con l’ospitalità della politica nei confronti della menzogna. Il diffondersi del fenomeno del fact-checking, infatti, rappresenta un punto di vista privilegiato da cui osservare il complesso e controverso rapporto tra verità e politica. Hanna Arendt, per esempio, descrive il regno della politica come il luogo in cui la segretezza e l’inganno deliberato hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. In questo contesto il bugiardo è, in realtà, un uomo di azione, ossia un attore politico capace di muoversi con efficacia nello spazio pubblico per aprire la porte al nuovo. Per Arendt, infatti, agire significa introdurre qualcosa di inatteso nel mondo politico. La politica è il regno del contingente, di come le cose potrebbero essere a differenza di come stanno, della trasformazione libera e creativa del futuro. In questo contesto la mendacità non è una disfunzione del discorso politico, ma uno dei modi attraverso cui si propugna una “visione” politica del futuro.

Date queste premesse, è un’azione politica quell’azione che negando l’esistente apre la strada al cambiamento. In questo senso, per Arendt la capacità di mentire è spesso parte indistinguibile dell’immaginazione del nuovo che è la premessa stessa all’agire politico. Questo, però, non significa che il mondo politico ideale per Arendt sia un mondo di bugie o che la categoria di verità non appartenga alla sfera politica. Tanto è vero che in un mondo in cui tutti fossero bugiardi sarebbe proprio chi dice la verità a proporre una nuova visione del mondo e, quindi, ad agire politicamente.

Il punto piuttosto è che non tutte le menzogne sono uguali.

Arendt distingue tra menzogne tradizionali, che riguardano segreti e la necessità di operare con riservatezza in determinate situazioni, e menzogne moderne, che invece sono utilizzate per negare i fatti che sono sotto gli occhi di tutti. Queste ultime, fornendo un resoconto fittizio dei fatti, creano un mondo immaginario in cui, per esempio, l’economia è fiorente quando invece i conti dello stato non tornano, o in cui la vittoria in guerra viene dichiarata imminente quando, in realtà, gli elementi fattuali dicono il contrario.

Seguendo Arendt potremmo dire che il fact-checking non deve essere inteso come una crociata indiscriminata contro ogni forma di mendacità in politica. Tale pratica, al contrario, deve essere un’arma contro la menzogna sistematica, ovvero il tentativo di sostituire un vero e proprio mondo fittizio a quello reale, di negare ciò che è altrimenti evidente e inconfutabile. Non si tratta di misurare e verificare la sincerità degli attori politici. Il fact-checking funziona quando punta a svelare la ricostruzione fittizia della realtà e non a invocare sincerità in ogni momento del discorso politico. E questo perché la menzogna ha un suo ruolo in politica. Un ruolo che fortunatamente nessun fact-checking potrà mai cancellare.

 

 

 

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