Venezia e il lamento ipocrita sulle Grandi Navi

Ormai siamo alla psicosi collettiva. Sabato 26 giugno un signore, uno scrittore di romanzi d'impegno civile, stava leggendo seduto in un dehors sulla Riva dei sette martiri a Venezia quando vede una 'grande nave', la Carnival Sunshine (102mila tonnellate), avvicinarsi troppo alla riva. Senza alzarsi dal tavolo del bar scatta delle foto con il cellulare e riprende un video. A breve giro di posta elettronica, l’assessore all’Ambiente della città lagunare fa un lancio d'agenzia.

«Attorno alle 11 di oggi la Carnival Sunshine, delle Carnival Cruise Lines, una della grandi navi da crociera che quotidianamente in questa stagione partono o arrivano a Venezia, secondo le testimonianze che ci sono giunte, è passata a non più di una ventina di metri da Riva dei Sette Martiri». La notizia fa il giro dei siti giornalistici italiani, guadagnando addirittura la prima pagina dell’Huffington Post. Nessuno verifica la notizia, nessuno si domanda se sia vera. I titolisti, in particolare, danno il peggio di loro stessi. La Riva dei sette martiri diventa San Marco, e i venti metri misurati a spanne dallo scrittore veneziano diventano "pochi metri." Ovviamente, l'evento secondo i titolisti avrebbe scatenato il "panico". Nel giro di qualche ora si fa sentire anche il ministro per le Politiche ambientali, il "giovane turco" Andrea Orlando, che chiede l’immediata applicazione del decreto Passera-Clini che consentirebbe di bloccare fin da subito la circolazione di queste navi in laguna. Solo due giorni prima a Roma il Governo, la Giunta Comunale e l’Autorità portuale avevano deciso di sospenderne l’applicazione in vista di ulteriori studi per trovare "soluzioni alternative". Intanto La Nuova Venezia, del Gruppo Espresso La Repubblica, e brevemente anche il sito di La Repubblica, rivelano un retroscena da teoria del complotto: sulla Riva dei sette martiri era ormeggiato lo yacht del CEO della Carnival Sunshine, Micky Arison, a cui la nave avrebbe fatto l'inchino. L'idea viene a un consigliere comunale che ha visto un tweet di Arison che si beava del passaggio della nave. A nulla valgono le rassicurazioni della compagnia di navigazione che la nave è rimasta a 72 metri dalla riva, come provano i tracciati del router e i sistemi satellitari di controllo della Capitaneria (tra l'altro, a 40  metri si sarebbe già arenata, a leggere le mappe); che al comando c'era un pilota della Capitaneria; e che la nave era saldamente al traino di due rimorchiatori. Bisogna aspettare il britannico Telegraph per sentirsi dire l'ovvio: l’incidente ha un solo testimone; nessun altro si è accorto di nulla; l’armatore e la Capitaneria negano sulla base dei loro rilievi strumentali; più che di un incidente si tratta di una "alleged incident", ossia di un supposto incidente, un evento tutto da verificare. Leggi: fino a prova contraria non è mai avvenuto. Intanto con un duro comunicato la Codacons fa sapere che avrebbe chiesto alla Procura il sequestro della nave. Non è successo niente - sequestriamo la nave. È psicosi collettiva. A dar voce a quello che pensano tutti è un tweet di Bruno Vespa. "Immaginate che cosa accadrebbe nel mondo se avvenisse un incidente a due passi da San Marco?" A Venezia da tempo non si parla d’altro.

 

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La domanda che si pone Vespa non è peregrina. Il transito delle Grandi Navi nel bacino di San Marco potrebbe avere le ore contate, anche grazie a questo incidente mai avvenuto. Ma non è questo il punto che mi preme sottolineare. Piuttosto mi chiedo, da dove trae origine questa psicosi che tramuta oscuri presagi in fatti realmente avvenuti? Da dove nasce questa ossessione dei veneziani per il pericolo costituito dalle Grandi Navi? È solo il buon senso a muoverli al lamento, o c’è qualcosa di più profondo, come la natura non lineare di questo episodio parrebbe suggerire?

Scagliandosi contro le Grandi Navi, i veneziani si stanno inconsciamente gratificando di un capro espiatorio. Ma c’è da aspettarsi solo una catarsi di leve entità da questo sacrificio rituale. Quando questa rutilante gigantomachia avrà termine si canterà vittoria, ma ci si accorgerà anche che il problema di Venezia non erano le Grandi Navi, ma i veneziani. E' la loro incapacità di pianificare per tempo il futuro della città che sta portando uno dei patrimoni dell'umanità al collasso. Nel prendersela con uno degli effetti dei loro errori amministrativi, come se fosse la causa di tutti i loro mali, i veneziani nascondono a se stessi e al mondo la verità. Stanno distruggendo ciò che amano e non sanno come smettere.

Mi preme sottolineare che se mi attardo a sviscerare la logica che muove al lamento i veneziani non lo faccio per stigmatizzare la loro perversità, ma perché ritengo che in questo momento Venezia sia diventata l’emblema stesso del problema italiano. Discutendo dell'uno potremmo forse imparare qualcosa dell'altro. Ultimamente gli italiani non fanno che lamentarsi, e nessuno si lamenta meglio dei veneziani.

1. Lasciatemi dire fin da subito in modo semplice e inequivoco che ritengo la presenza di queste navi in bacino un grave errore di immagine, se non proprio di sostanza, e sono quindi d'accordo con chi applicherebbe subito il decreto Passera-Clini. Non è questo il problema che ci interessa qui. Il problema è capire cosa susciti nei veneziani il furore panico all'apparire di questi enormi natanti.

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L’immagine attuale di Venezia.

Chi scrive ha avuto la fortuna di vedere Venezia per la prima volta a tre anni dal ponte di un transatlantico. Non ricordo nulla di specifico di quell'evento, ma ne ho una immagine ben precisa che mi viene dalle volte successive. Dal ponte di un piroscafo novecentesco come la Leonardo da Vinci, la Raffaello, o la Michelangelo, Venezia appariva già piccina e indifesa. Non oso neppure immaginare come appaia oggi dai ponti di passeggiata di navi due volte più alte. La città non fu infatti pensata per essere vista dall'alto. Simile in tutto a un teatro, la città lagunare fu concepita per il piacere e il conforto a chi occupa un piano nobile o il ponte di comando di una nave cerimoniale come il Bucintoro. Più in basso c'è la veduta in gondola, splendida, ma più in alto c'è solo la vertigine di chi guarda la città in modo sbagliato.

Dal basso la vertigine dell'altezza si tramuta nel panico di chi si sente sovrastato. Anche un bambino percepisce che quelle navi, così enormi, sono fuori luogo a Venezia perché fuori scala. Volerle tenere lontano dal teatro lagunare è solo una questione di buon gusto in chi è abituato a godere del carattere amabilmente sontuoso di questa città. Ma da qui all'odio viscerale che si è impossessato dei veneziani ce ne passa. Come spiegare questo fenomeno di psicosi collettiva?

2. Se la parlata veneziana è dolce, i veneziani non lo sono affatto. E' da secoli che coltivano il loro risentimento contro gli stranieri. L'apertura delle rotte atlantiche verso le Indie e le Americhe insieme alla Controriforma cattolica demoliscono i fasti della Serenissima. Poveri a capo di una regione povera i veneziani d'ogni lignaggio impararono presto a rimboccar le coperte ai ricchi stranieri in visita in città, una delle mete necessarie al Grand Tour dei nobili di tutta Europa. Bastano un paio di commedie del Goldoni per capire la dinamica del servitor infido e dei rischi che si corrono a prestare loro fede. Ancor oggi Venezia vive di "ospitalità", ma lo fa digrignando i denti e si capisce benissimo il perché. Con il passare dei secoli, il Grand Tour si è trasformato in un’orda barbarica famelica e senza volto. Si sono rotti gli argini e con la globalizzazione che è seguita la caduta del Muro di Berlino Venezia si è vista letteralmente invasa da turisti provenienti da ogni angolo della terra. Occorre ricordare che l'unicità della forma urbana della città è data proprio dall'aver voluto fuggire i barbari invasori, e che la sua identità più recente è stata forgiata sotto l'occupazione austro-ungarica. Oggi Venezia da città sotto assedio perenne si è trasformata in città sotto occupazione, solo che l'occupante non ha più un'identità precisa, ma è una Babele polimorfa, incessante e smisurata. Non occorre essere particolarmente introspettivi per capire che vivere in una simile città è essere soggetti a continue intemperanze e vessazioni. Provate a prendere un vaporetto in pieno agosto e capirete che anche un santo potrebbe perdere la pazienza in questa città. Figuriamoci i protagonisti delle "baruffe chiozotte".

Fino agli anni ottanta inclusi, Venezia era una città senza eguali, ma uguale a tutte le atre. Venezia era una moderna città italiana, la cui vita urbana era uguale a quella di tutte le altre, traffico a parte. Poi, a poco a poco, e in virtù anche del "potere che frena" messo in atto dall'immobilismo delle giunte Cacciari, la modernità ha ceduto il passo ad un conservatorismo sempre più reazionario, al delirio collettivo del "com'era, dov'era" applicato a ogni cosa.

La Venezia del "com'era, dov'era" (il motto della ricostruzione del campanile di San Marco crollato su se stesso per incuria nel 1900) è già un primo segno della malattia del discorso che si manifesta oggi con le Grandi Navi. Fino a poco tempo fa era latente e comune a tutte le città d'arte che per sopravvivere si sono dedicate con sempre maggior intensità all'industria turistica. In fondo, se i turisti vengono è proprio perché queste città offrono, nella celebre frase di Henry James, un "passato visitabile", l'illusione di esser tornati indietro nel tempo. Mantenere tutto com’era fa parte del core business di una città d'arte.

Il discorso da latente è divenuto virulento quando si è passato un cero segno. Potremmo scomodare statistiche e definire con precisione il momento in cui questo è avvenuto. Basterebbe incrociare di dati del flusso turistico con i dati della residenzilità. Ma i dati quantitativi non servono. Basta l'impressione netta che a un certo punto i veneziani hanno avuto la percezione chiara di esser stati di nuovo invasi dallo straniero. Nasce quindi il "veneziano doc", un discorso di resistenza psicologica all'invasore. Ed ecco quindi la funzione discorsiva assegnata dal lamento veneziano alle Grandi Navi: danno finalmente un volto all'invasore polimorfo, incessante e smisurato. Anche un bambino ci arriva guardando queste navi muoversi in bacino: gli invasori "foresti" vengono dal mare violando con lo sguardo dall'alto lo scorrere dell’intimità cittadina.

Ed ecco quindi il problema. Quello ch’è una dato tangibile, incontrovertibile, ossia la non-commensurabilità di scala tra Venezia e le Grandi Navi, diventa motivo ideologico, allegoria dell'incessante e incontenibile invasione che ogni giorno dileggia il "veneziano doc". Il problema è però che questi invasori sono anche storicamente e altrettanto tangibilmente il modo che i veneziani hanno escogitato per mettere il desinare sul desco. In altre parole, ci troviamo di fronte ad un discorso narrativo di conforto che vuole dar la colpa di tutti i mali del mondo all'Altro invasore e che sceglie per sé il ruolo di vittima passiva anche quando è evidente che non è così. Che cosa nasconde infatti il lamento delle Grandi Navi? Che la colpa di tutti i mali non è nel conservatorismo reazionario che ha ridotto Venezia ad un souk turistico di terz'ordine, ma del destino cinico e baro che ha fatto calare dal nulla l'invasore con navi sempre più grandi. Che poi si sia lavorato per decenni per accogliere queste navi costruendo nuove banchine, terminal e architetture normative nessuno vuole vederlo. È lo struzzo il nuovo simbolo di Venezia, non il Leone alato di San Marco. Tanto che se anche le Grandi Navi dovessero essere bandite subito, a ritornare non sarebbe la normalità. A meno che per normalità non si intenda lo sfruttamento senza remore di un flusso turistico fuori misura e incontenibile già al netto dei croceristi. Il problema infatti non sono le Grandi Navi. Il loro arrivo è la conseguenza e non la causa del problema. La causa è il non aver deciso per tempo quale forma dare al futuro della città. Il problema è chi ha governato e fatto opposizione a Venezia nei decenni passati. Il problema sono i veneziani.

3. Lo ripeto. Le Grandi Navi sono platealmente fuori luogo a Venezia ed è semplice buon senso dire che non dovrebbero transitare per il bacino di San Marco. E questo anche a costo di dover pagare un prezzo per la salvaguardia di una città che il passato ci ha solo passato in consegna per le generazioni future. Ma da qui al discorso xenofobo e revanscista del "veneziano doc", che si crede "padrone" a "casa sua" ce ne corre. Venezia è al momento una condotta forzata per portafogli da svuotare. Il tessuto urbanistico è slabbrato, tutto è a misura di sfruttamento turistico, dal parco licenze alle strategie di comunicazione. Venezia non è più una città e non è neanche quel parco a tema che molti paventavano. È il nudo emblema di che cosa sia diventata l’Italia contemporanea a causa del non voler mai prendere una decisione che prospetti un cambiamento in cui il bene pubblico imponga a tutti di rinunciare a qualche rendita di posizione. 

Analizzando il discorso incongruo e compensatorio delle Grandi Navi, vera e propria fantasia collettiva, si inciampa nello stato attuale del lamento nazionale. I dati mostrano chiaramente che l'Italia non cresce da quasi dieci anni e per motivi del tutto endogeni. La definizione stessa che gli italiani danno della crisi corrisponde all'arrivo in bacino delle Grandi Navi. "Qui abbiamo raggiunto l'apice della civiltà con lo Satuto dei lavoratori e non appena le turbolenze internazionali cesseranno tutto ritornerà normale. Fuori le Grandi Navi da Venezia, che Marchionne se ne torni a casa sua."

Ma dal 1970, anno dell’estensione dello Statuto, ad oggi è cambiato tutto, inclusa la natura stessa del lavoro e quindi la condizione del lavoratore. Per conservare l'obiettivo che si era raggiunto con lo Statuto occorreva rivederlo e aggiornarlo al mutare del contesto nazionale e internazionale. Invece lo si è conservato "com’era, dov’era", con l'unico risultato di usare il "potere che frena" come un aratro per tracciare un solco fra gli "italiani doc" e gli altri. Solo che gli altri non sono gli stranieri invasori, ma chi è lasciato del tutto esposto all’internazionalizzazione dei dei mercati del lavoro. L'Altro siamo noi.

Quella che dunque pare coma una soluzione di massima soddisfazione narrativa, l’allontanamento delle Grandi Navi e di Marchionne, non riporterà al paradiso perduto, ma porterà a un ulteriore avvitamento della crisi. Perché il problema non viene dall’esterno. Il problema è non voler governare la modernità confidando che le bellezze del passato ci cullino nel sogno di non dover cambiare mai. Il problema siamo noi.

* Per un riassunto delle fonti cliccate qui.

Commenti (14)

Commenti

+1 #14 Umberto Palma 2013-08-06 13:43
Gentile Antony, come ha correttamente supposto non credo che i problemi di Venezia siano quelli da lei citati. Quando tutti inorridivano per il "Gabiotto" e si stracciavano le vesti per il "Bimbo con la rana", ero profondamente preoccupato che non si parlasse delle due spade di Damocle che pendono sul destino della città: l'avventata gestione del porto commerciale ("Grandi navi") e i rifiuti tossici in laguna ("Caso Alles").
Condivido con lei che queste sono tattiche per distogliere l'attenzione dagli scopi strategici, tuttavia considerata l'indolenza molto diffusa tra i nostri concittadini (e intendo come lei a livello nazionale!) varrebbe la pena di stimolare correttamente questa "voglia di fare e farsi sentire". L'idea di essere propositivo voleva spingere lei e il Centro Einaudi a essere di guida per decisioni future, senza disprezzare chi ha una visione dei problemi meno ampia perché in democrazia il voto di un cretino e quello di un genio hanno lo stesso valore.
0 #13 Anthony 2013-08-05 22:36
Umberto Palma. Non appena ritorno vedrò di soddisfare la Sua curiosità. Non so se riuscirò a soddisfare le Sue aspettative con quanto dirò. La critica non è sempre e solo costruttiva. Spesso la critica serve solo a porre meglio la domanda. Lei crede che bloccando il traffico delle Grandi Navi in Bacino risolva i problemi di Venezia? Non credo Lei lo pensi. Sarà un po' come rimuovere il 'Gabbiotto'. Sparito quell'orrore sono per caso anche spariti gli altrettanto orridi banchetti degli ambulanti? No, anzi. Tutta la polemica sul 'gabiotto' ha farro diventare quei banchetti invisibili. Sono la 'normalità'. Così le Grandi Navi. Verranno dirottate altrove a partire da ottobre e la loro scomparsa farà diventare 'normale' tutto il resto. Che normale non è.
0 #12 Umberto Palma 2013-08-05 08:19
Condivido molti argomenti, anche l'assenza di una valida guida politica di questo Paese prima e di Venezia poi. Tuttavia mi sento di sottolineare che critiche alle azioni delle persone diminuiscono la partecipazione delle persone che possono anche sbagliare nei tempi e nei modi, ma sono un indispensabile metodo democratico per dare indicazioni sulla destinazione dei beni comuni. Ha ragione nel dire che Venezia si sia svenduta in passato direi fin dai tempi della consegna della città a Napoleone da parte dell'oligarchic o potere dell'infingarda Nobiltà. Tuttavia, visto che scrive sotto l'elgida del nome fantastico di Luigi Einaudi, faccia delle proposte oltre a muovere critiche. Questo Paese e questa Città non si sono fatti mancare tuttologi, commentatori, presunti tecnici e persino filosofi (indovini chi!) insomma grandi parlatori spocchiosi che non hanno realizzato niente, anzi a Venezia hanno realizzato un bellissimo ponte con costi e metodi folli.
0 #11 Lucio Angelini 2013-07-31 21:38
http://salviamovenezia.wordpress.com/2013/07/04/il-gondoliere-cinese-un-noir-ambientalista/
0 #10 Anthony 2013-07-31 11:24
Lucio Angelini. Mettimaola così, vediamo se possiamo intenderci, perché in fondo siamo d'accordo. A lamentarsi delle grandi navi sono sia chi ha a cuore la città e la vede mercificata e avvilita, sia chi la mercifica e l'avvilisce ogni santo giorno dell'anno. Non voglio far distinzioni tra lamenti, quelli buoni e quelli cattivi, e quindi ho usato la metafora dell'inconscio collettivo. Per quel che mi riguarda dichiarerei domani il paesaggio lagunare bene comune. Mi pare uno dei modi per dare sostanza giuridica all'idea del bene comune che più hanno senso e valore universale. Il paesaggio non è né proprietà dello stato né tantomeno proprietà privata. E? un qualcosa che appartiene a tutti, viventi e non viventi (la tradizione, il futuro ancora da edificare). Ma questa categoria giuridica è di difficilissima applicazione, specie in una città ormai votata, come dici tu, al profitto più bieco.
0 #9 Lucio Angelini 2013-07-31 09:05
La vera ipocrisia è quella di chi antepone i profitti immediati di pochi alla tutela della laguna, bene comune. Al di là di questo singolo incidente, resta perfettamente valido il discorso sull'effetto dislocamento provocato dalle grandi navi e successivo risucchio, letale per le malte di coesione tra le pietre delle rive e degli edifici e per la dispersione fuori laguna dei sedimi dei fondali. Non c'è NESSUNA PSICOSI COLLETTIVA, ma solo scarsa consapevolezza dei pericoli che la laguna corre.
0 #8 Anthony 2013-07-31 06:42
Quanto al commento sulla «massa di idioti» che scenderebbe da questi «mostri marini» credo che vada a suffragio della mia tesi.
+1 #7 Anthony 2013-07-31 06:19
Ormai parre acclarato che il cosiddetto "incidente" non sia mai avvenuto, lo sostiena anche il Corriere del Veneto, da cui cito:

“C’è l’Ais—l’Automat ic identification system, che evidenzia la posizione delle navi in tempo reale — della Capitaneria di porto di Venezia, che registra 106 metri dal bordo della poppa della Carnival Sunshine alla riva, poco dopo il pontile Actv dei Giardini. E c’è quello della nave, che all’altezza dell’Arsenale, di metri ne segna 110,5. La polemica dovrebbe essere chiusa, non c’è stato alcun inchino sabato mattina della nave da crociera all’amministrat ore della Carnival corporation Micky Arison (ormeggiato con il suo yacht Sirona III in Riva dei Sette Martiri).”

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2013/30-luglio-2013/carnival-assolta-gps-ma-rivolta-continua-2222401079671.shtml
+1 #6 ashoka 2013-07-30 22:41
Caro signor Marasco, invece di indulgere nelle sue divagazioni psicologiche cerchi di leggere le mappe o venga a verificare con uno scandaglio .: a 40 metri dalla riva dei 7 martiri la mega nave non si arenerebbe per nulla ma continuerebe il suo abbrivio fino a sventrare le case degli ultimi veneziani che vi abitano o la chiesa del Vivaldi poco più avanti..
Concordo invece con lei sul fatto che la lotta contro i mostri galeggianti abbia acquistato un valore simbolico che va anche aldilà del caso specifico di Venezia. La lotta contro una falsa e distruttiva idea di modernità incarnata da queste pseudo-navi simili a ipertrofici tumori galeggianti pullulanti masse d'Idioti.
0 #5 Lucio Angelini 2013-07-30 20:49
P.S. Vorrei suggerire la lettura di un sogno/incubo di un altro scrittore veneziano, Renato Pestriniero. Qui:
http://salviamovenezia.wordpress.com/2013/07/29/un-sogno-dello-scrittore-renato-pestriniero/

(lo spazio per le repliche è minimo, non posso copia-incollare )

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