Trump e la retorica del superuomo

Nella ricerca del consenso tutti candidati delle presidenziali americane hanno puntato su gruppi specifici di elettori. La retorica da superman di Trump ha guadagnato voti soprattutto tra gli uomini. Il problema di Trump è con le donne, i liberali progressisti e chi è più machista e patriottico di lui.

Sfogliando un giornale o una rivista americana a metà anni Cinquanta non era improbabile imbattersi in vignette e piccole strisce che reclamizzavano palestre e bodybuilding. La storia andava spesso così: in una spiaggia, un ragazzo in costume, dal fisico mingherlino e fuori forma, aveva un confronto con un altro molto muscoloso. Il palestrato gli dava un pugno e gli soffiava la fidanzata, la quale “ovviamente” sceglieva il più forte e virile dei due. Allora il nostro protagonista seguiva i corsi reclamizzati dalla striscia, diventando ancora più muscoloso. Nella scena finale, di fronte allo stesso competitore, era lui a picchiarlo. Tutte le ragazze allora volevano andare con lui.

Steven Pinker ha ricordato nel suo libro The Better Angels of Our Nature come questo tipo di pubblicità mostri quanto in profondo, nel breve volgere di sessant’anni, siano già cambiate la cultura e la psicologia americana. Ora come ora una simile pubblicità verrebbe considerata retrograda, primitiva e stupida non solo da un pubblico mite e pacifista, ma anche da molti, forse quasi tutti, i più accesi conservatori. Cosa è successo? Pinker lo spiega così: il maschio americano - e occidentale - ha imparato a stigmatizzare molte forme di violenza e di risoluzione aggressiva dei contrasti che solo qualche decennio fa erano ritenute del tutto accettabili.

Il processo è in corso, ma non si tratta di un movimento lineare, bensì pieno di ricadute all’indietro e reazioni opposte. La figura di Trump parla deliberatamente a un pubblico "di genere”. E non ci sono solo le polemiche televisive con giornaliste oggetto di battute volgari, come è accaduto con Megyn Kelly: i sondaggi mostrano che il suo è un elettorato prevalentemente maschile. Se è vero che ognuno dei candidati di queste presidenziali americane ha un problema con una categoria di elettori - Hillary con i giovani, Sanders con gli afroamericani, Cruz ne aveva con tutti coloro che non fossero parte dell’America religiosa, bianca e conservatrice - il problema di Trump (uno dei problemi di Trump) è con le donne.

Ma c'è una questione più profonda. Il discorso politico del tycoon newyorkese tocca corde primordiali della maschilità - orgoglio, forza, prepotenza, sprezzo delle regole, istinto di avventura, tribalismo, impazienza, istinto - e si configura come la negazione quasi scientifica dell'insieme dei valori che il liberalismo americano ha cercato di insegnare al maschio americano medio in questi decenni. Il vangelo progressista prescriveva infatti una certa femminilizzazione dell'uomo, attraverso virtù quali il rifiuto della forza, la competenza, la risoluzione pragmatica delle controversie, il pacifismo, l'ecologismo, la diversità. L'eroe liberal è Atticus Finch, l’avvocata antisegregazionista protagonista de Il buio oltre la siepe, uomo di tolleranza e di temperanza. Periodicamente l'anima americana sforna il suo doppio negativo, da Pete Mitchell di Top Gun a Indiana Jones. In questo Trump ha liberamente fuso cinema e retorica politica, andando oltre alla reazione nixoniana della silent majority del 1968/72 - che era il tentativo dell’America bianca e tradizionale di riscattarsi dopo lo scacco subito con il Sessantotto - e anche all'epica innocua reaganiana del “buon vicinato”.

Il messaggio di Trump è che esistono soluzioni estremamente semplici a problemi complessi: muri, grandezze politiche e personali, soluzioni individuali e sbruffone delle controversie. A sostegno cita continuamente la sua vicenda imprenditoriale. Ma qualcuno ha da obiettare a questa storia. Per Mark Salter, ex capo dello staff del repubblicano McCain, Trump è “l’anti-patriota”, come ha accusato: " Donald Trump, il petulante candidato del GOP e troll di Twitter troll, non ha mai indossato l’uniforme eccetto quando si vestiva in parata alla sua accademia militare”. Trump - dice Salter - non vuole dire che lui il Vietnam non l'ha fatto, a differenza di McCain e di Bush, perché era impegnato a bruciare i soldi di papà nella New York degli anni Ottanta e Novanta. Come si vede, il discorso, cominciato su temi di forza e muscoli, prosegue su un piano deliberatamente maschile: la guerra e i suoi veterani, l'impegno bellico come ideale medaglia al valore. E con questo eterno ritorno al livello più basso la campagna per le presidenziali 2016 segna ancora una volta tutti i suoi limiti e le sue piccolezze.

 





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