Ricerche e Progetti

La ribellione delle masse virtuali

Sono ormai numerosi quelli che rifiutano i vaccini, che deridono l'opinione degli specialisti, che semplificano oltre misura le interpretazioni del mondo, e via andando. Di seguito tentiamo una prima ricerca sulla genesi di questi fenomeni (1).

1 – Teorie vere, teorie utili

Da un certo momento in poi – circa dalla metà degli anni Sessanta – comincia a diffondersi l'idea che non si possa avere una conoscenza oggettiva, ma che si possano avere solo dei punti di vista. Fino ad allora il paradigma (sociologico) nelle università era quello di Max Weber e Vilfredo Pareto, per i quali la società è composta da individui che appartengono a diversi gruppi a loro volta legati da istituzioni e tradizioni. I modelli alternativi, ma poco diffusi nei circoli scientifici, erano quello della società organicista di Ferdinand Tonnies, e quello delle classi in perenne lotta di Karl Marx.

Il Mondo però non era e non è (fortunatamente?) solo accademico. Si avevano e si hanno degli intellettuali meno rigorosi (naturalmente secondo i criteri degli accademici), che hanno avuto ed hanno un largo seguito. Si hanno gli intellettuali detti organici, che piegano le vicende umane ad un disegno che porta al loro partito. Con la nascita dell'università “di massa” sia gli intellettuali “popolari” sia gli intellettuali “organici” da che erano solo nel sistema mediatico e politico sono entrati nel corpo insegnante, proprio mentre prevaleva lo scetticismo intorno alla conoscenza oggettiva.

Da qualche decennio – in seguito al diffondersi della convinzione che le teorie scientifiche siano opinioni mascherate - alcuni pensano che una teoria possa valere anche se non è vera, purché sia “utile”, ossia se avrà dei seguaci. Una teoria è utile, secondo Pareto, se risponde ad una domanda. Come vedremo in seguito (§3), una teoria vera anche se è utile, è sempre difficile da dimostrare, e quindi avrà scarso seguito. Una teoria anche falsa, invece, se è facile da dimostrare e se è utile, si diffonderà abbastanza facilmente.

una teoria è ...

utile

inutile

vera

sarà accolta, ma ...

non sarà seguita

falsa

sarà accolta

non sarà seguita

 

2 – Della tirannia delle opinioni

Secondo Alexis de Tocqueville in una società in cui “l'eguaglianza è una passione generale e dominante” tutte le opinioni finiscono per essere considerate valide, tutti i punti di vista finiscono per essere degni di essere difesi. Si ha così la “tirannia delle opinioni”, laddove, alla fine, dominano quelle condivise dalla maggioranza. Nel linguaggio d'oggi si ha il così detto “pensiero unico”. Pensiero peraltro pubblicamente condiviso anche da chi non lo condivide in privato, perché in questo modo il potenziale dissenziente lucra un “quieto vivere”. Più precisamente, può convenire per esprimere un punto di vista non ortodosso lo scrivere in modo allusivo (1). Grazie a questo meccanismo - il conformismo che appiana le differenze di talento perché non lo richiede - possono ascendere verso le posizioni apicali anche quelli che con Blaise Pascal potremmo elegantemente definire come “demi-habiles”.

Per tornare alle università, negli ultimi decenni gli studi che richiedono meno impegno si sono largamente diffusi, quindi insegnati ed appresi con un basso livello scientifico. Questi studi meno impegnativi sono anche quelli che hanno le minori difese scientifiche intrinseche – le difese intrinseche massime sono quelle delle scienze così dette “esatte”. Una volta che si abbia un qualche sapere, peraltro ottenibile con un impegno relativo, accade che, mancando il vincolo del rigore scientifico, il giudizio diventi alla fine di natura morale.

Per esempio, la storia d'Italia è compressa nel conflitto degli “onesti” contro i “disonesti”, dove gli onesti sono gli “ultimi che saranno i primi” - quindi il “popolo”, mentre i disonesti sono i “signori” - quelli che, a differenza dei cammelli, “forse non passeranno per la cruna di un ago”. Se non si vuole passare per provinciali, si può sempre portare l'esempio della Gran Bretagna, dove da secoli si ha una contrapposizione simile a quella del Bel Paese, quella della “country” contro la “court”.

3 – La semplicità piace

Secondo Tocqueville  - prima si citava De la Démocratie en Amérique, ora L'Ancien Régime et la Révolution -  la chiave del successo di Jean-Jacques Rousseau è stata la capacità di aver racchiuso l'oggetto della battaglia politica nella contrapposizione fra Ragione e Tradizione. Laddove Tradizione era Ingiustizia e Diseguaglianza, mentre Ragione era Giustizia e Eguaglianza. Oggi la Tradizione è diventata Liberismo e quindi Ingiustizia, mentre Ragione è il Popolo che porta Giustizia. 

 Mentre è facile mostrare e convincere l'uditorio con una teoria che è utile e che è (superficialmente) evidente, all'opposto, è ben più complesso mostrare e convincere l'uditorio con una teoria che sia vera. Un esempio di dimostrazione difficile da far passare sono le teorie che sostengono che il sotto-sviluppo è il frutto di meccanismi interni di non inclusività, mentre le spiegazioni popolari sono centrate sullo sfruttamento degli indigeni da parte degli avidi conquistatori. Per esempio, il Risorgimento che diventa il tentativo del Regno di Sardegna di appropriarsi delle riserve auree del Regno delle Due Sicilie.

Più precisamente, una teoria falsa avrà seguito, perché basta che sia confermata da alcuni fatti e non dall'analisi di un numero significativo di fatti. Bastano, infatti, per convincere solo alcuni fatti, soprattutto quelli subito evidenti. Per esempio, con pochi esempi ad effetto – la sporcizia, le violenze, eccetera, si può mostrare come la fusione di autoctoni ed eteroctoni non può esserci e dunque che è razionale dichiararne l'impossibilità.

4 – Le masse virtuali

Una volta il così detto “uomo della strada” riconosceva la competenza di chi ne sapeva di più – che lo facesse per convinzione per timore dei signori e/o di Dio non lo sappiamo. Oggi, invece, il così detto “uomo social” dice la sua su ogni argomento senza alcun timore reverenziale. L'uomo social non solo dice la sua su tutto, ma si rinchiude in una fortezza con i suoi simili, aiutato in questo dagli algoritmi, che sono progettati proprio per mettere insieme chi esprime una sensibilità e degli interessi omogenei. Da qui l'uomo social che si aggrega con chi ha interessi politici simili, oppure con chi condivide l'amore per i gattini, e via elencando.

Perché mai l'uomo social si aggrega? Elia Canetti in “Massa e potere” fornisce una chiave: "tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati." La massa, sempre secondo Canetti, è l'unica situazione in cui viene meno il timore di essere toccati da qual cosa di estraneo. La massa quindi capovolge il timore originario, perché i molti corpi si avvicinano e si serrano per formarne uno unico. Nel caso delle masse social, i corpi sono virtuali ed interagiscono attraverso i profili. La massa dei social network - grazie alla tecnologia - si dispiega su numeri enormi, che poi si disgregano rapidamente: i commenti in rete durano, infatti, o poche ore oppure, nel caso di vicende gravi come gli attentati, un paio di giorni.

José Ortega y Gasset negli anni Trenta denunciava il dilagare dell'individuo-massa. Sosteneva che massa è tutto ciò che non valuta se stesso, che si sente “come tutto il mondo”. Tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a proprio agio nel riconoscersi identico agli altri. Ortega notava infine come l'uomo-massa, che si sente eguale agli altri, non accetta nulla al di sopra di sé stesso: “La ribellione delle masse”, appunto.

L'individuo massa di ieri come l'individuo social di oggi non cerca di perfezionarsi. Quello di oggi vive nell'immediatezza della rete, e il suo è un effluvio di emozioni e sentimenti che esprime con un click.

5 – Postilla

Il motore della storia da tempo è lo sviluppo graduale dell'eguaglianza delle condizioni – concetto espresso sempre da Tocqueville. Nasce con l'eguaglianza delle condizioni l'”uomo democratico”. Quest'ultimo negli anni Trenta era vestito da '”uomo della strada”, mentre oggi è diventato ”uomo social”. L'eguaglianza delle condizioni non va vista in termini materiali, come se fosse l'eguaglianza del reddito e/o del patrimonio. L'eguaglianza delle condizioni è qualche cosa in più, che spinge alla ricerca del benessere individuale, perché disancora l'Io dalla Comunità. Meglio, si ha prima l'individuo che si disancora dalla comunità e poi l'individuo che affoga nella massa.

 

Note

1 - I primi tre paragrafi si rifanno a Raymond Boudon, Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, Rubettino, da pagina 69. Il quarto paragrafo si rifa alla parte conclusiva di un saggio di Lorenzo Castellani su Canetti e Ortega Y Gasset pubblicato su List.

2 – Alexandre Kojève, Il silenzio della tirannide - L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura, Adelphi, da pagina 71.

3 – Daron Acemoglu e James Robinson, Why Nations Fail: the Origin of Power, Prosperity and Poverty, Crown Business; Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino.

4 – Alain Finkelkraut, Noi i moderni, Lindau.

5 – E' un caso il dilagare della cultura "terapeutica"? Si ha l'individuo che si sente impotente e insicuro e così più umano. Ma così il mondo è centrato solo sul suo Io. Frank Furedi, Il nuovo conformismo – Troppa psicologia nella vita quotidiana, Feltrinelli.

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