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Pompeo e lo spettro dell’escalation

L’arrivo al Dipartimento di Stato di Mike Pompeo, un personaggio politico cresciuto nelle incubatrici di West Point e del Tea Party repubblicano al Congresso, avversario costante e spregiudicato dell’Iran, non promette nulla di buono per i già deteriorati rapporti tra l’America di Trump e l’Unione Europea.

 

Sotto l’incerta, per non dire patetica gestione del Segretario di Stato uscente Rex Tillerson, la diplomazia americana nel Medio Oriente ha perso influenza e credibilità, favorendo la formazione di una alleanza saudita-isrealiana-sunnita con una strategia anti-Iran che non può non preoccupare gli alleati europei per la completa mancanza di sbocchi negoziali. In poche parole, mentre il presidente Trump si accinge a smantellare l’accordo nucleare con l’Iran (noto come JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action), gli alleati europei sono trascinati nella escalation da un vero e proprio ultimatum americano.

Quel che gli Stati Uniti chiedono, o meglio impongono agli europei è di condividere il corso di azione americano che accomuna lo sviluppo di missili balistici iraniani e la politica regionale di Teheran all’esecuzione dello JCPOA. Per quanto gli europei condannino il programma missilistico iraniano, la linea di condotta europea non può che difendere la legittimità dell’accordo nucleare per assicurare che venga rispettato. Vi sono in realtà altre ragioni per cui gli europei si sforzano disperatamente di salvaguardare la stabilità di una situazione regionale sul filo del rasoio. Una di esse è certamente il profitto economico che deriva dall’accesso alle fonti petrolifere iraniane, che gli Stati Uniti ostacolano con i residui di pesanti sanzioni. Quel che si prefiggono i Paesi europei firmatari dell’accordo nucleare (Francia, Inghilterra e Germania, con l’appoggio esterno di Italia e Svezia) è essenzialmente una forma di “engagement” con l’Iran e, specificamente, con quel settore politico conservatore capeggiato dallo Ayatollah Khamenei che non si oppone ad un regolamento regionale. Un’altra motivazione del dialogo europeo-iraniano è la disponibilità iraniana ad accettare profughi da zone sconvolte da conflitti come l’Afghanistan, controllando in tal modo il flusso migratorio e la radicalizzazione che da tempo assillano i maggiori Paesi europei.

L’arrivo di un duro come Mike Pompeo, scelto da Trump per la sua affidabilità nel contesto di “America First”, non può che suscitare forti apprensioni in quanto sostituisce minacce ultimative all’improvvisazione, alla mancanza di chiarezza strategica e all’incoerenza politica dell’Amministrazione Trump. Un conto è il tirare avanti - o come dicono qui “winging” – tra una moltitudine di contraddizioni e poca concretezza, fatta salva la determinazione di vendere armi ai potentati arabi. Altra cosa è esacerbare i conflitti in fieri nel Medio Oriente coltivando i regimi autocrati del Golfo. Nel suo ruolo di capo della CIA, Pompeo ha avviato rapporti ancor più stretti con quei regimi promettendo loro una politica pro-attiva anziché reattiva nei confronti dell’Iran. In questo quadro, vi è un altro aspetto pericoloso, quello relativo alle conseguenze che tale corso di azione potrebbe avere in Iran, fornendo uno stimolo ai cosiddetti “hardliners” che hanno mal digerito l’accordo nucleare negoziato dall’Amministrazione Obama.

Il pericolo maggiore con cui il neo Segretario di Stato dovrà misurarsi non è la possibilità, decisamente remota, che l’Iran riprenda l’opera di realizzazione di un’arma nucleare, ma che la regione del Golfo dia vita ad una proliferazione nucleare che certamente non è nell’interesse degli Stati Uniti. Il sovrano de facto dell’Arabia Saudita, il principe Mohammad bin Salman, ha detto chiaro e tondo che il suo Paese produrrà un’arma nucleare in contrapposizione ad un’arma nucleare dell’Iran. Gli osservatori più equilibrati a Washington non nascondono le loro inquietudini per la prospettiva che Trump elargisca i rudimenti della tecnologia nucleare all’alleato saudita. Trump è favorevole alla vendita di centrali nucleari all’Arabia Saudita, ma un importante nucleo di membri del Congresso si oppone fermamente. Come è noto, il Congresso è chiamato ad approvare ogni accordo di trasferimento di tecnologia nucleare ad altri Paesi. Non solo, ma molti senatori e congressmen manifestano crescente opposizione ad un qualsiasi ruolo americano nella campagna militare saudita contro gli Houthis nello Yemen, che sta causando un gran numero di vittime civili.

Il supporto americano alla strategia del principe Mohammad trova invece Pompeo schierato con la politica anti-iraniana di Trump e con la decisione di sostenere la guerra che l’Arabia Saudita conduce nello Yemen. Le forniture di materiale bellico – da bombe ad aerei, compresi rifornimenti in volo – certamente continueranno, aggravando un disastro umanitario causato anche dall’embargo saudita sui rifornimenti di viveri alla popolazione yemenita. Qualche dubbio sussiste che Mike Pompeo, un ex ufficiale non digiuno in fatto di strategia militare, possa valutare le conseguenze di associare ancor più strettamente gli Stati Uniti alla santa alleanza dei sunniti capitanati dal principe saudita. Ma gli antecedenti politici di Pompeo parlano chiaro e non autorizzano previsioni di una de-escalation, tanto più necessaria a motivo della crisi regionale che mette di fronte il Qatar all’Arabia Saudita e ai suoi alleati nel Golfo. Pompeo si è fatto notare già dai tempi della sua presenza al Congresso per le sue vedute anti-islamiche e per aver sostenuto che il ricorso ad azioni militari contro l’Iran sia preferibile a negoziati. Tra l’altro, ha detto che “al massimo, duemila incursioni di bombardamento sono sufficienti a distruggere la capacità nucleare dell’Iran”. Ed ha aggiunto: “Questo non è un compito insormontabile per le forze della coalizione”. Ed ancora, al momento di assumere la guida della CIA, Pompeo aveva dichiarato in un tweet di impegnarsi a “cancellare un accordo disastroso con lo stato che è il maggiore istigatore di terrorismo al mondo”.

Se la retorica anti-islamica di Mike Pompeo preoccupa, ancor più inquietante al Congresso è la nomea di falco che lo accompagna, al punto che vari senatori, ed in modo speciale il Senatore Rand Paul, un repubblicano del Kentucky, hanno già fatto sapere che voteranno contro la sua nomina a Segretario di Stato. In una congiuntura in cui la conflittualità tribale del Golfo dovrebbe suggerire all’esecutivo di Washington un’azione diplomatica per sanare il dissidio, o quanto meno ridurre le ostilità tra il Qatar e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’uscita di scena del Segretario di Stato Tillerson, l’unica voce che auspicava tale azione, non può che accrescere i timori che accompagnano una strategia bellicosa del binomio Trump-Pompeo.

Gli alleati europei appaiono paralizzati dall’imminenza di una grave svolta nella polveriera mediorientale, ma al momento non hanno alternativa ad un’azione diplomatica sul Presidente Trump affinché non chiuda la partecipazione degli Stati Uniti allo JCPOA. A Washington, il Senatore Bob Corker, capo della Commissione senatoriale per le Relazioni Estere, non ha dubbi: l’intesa nucleare con l’Iran non verrà prorogata. Il trionfo della “hard line”, favorito dalla scomparsa di Tillerson e da quella ormai preventivata del Consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster, preannuncia il ripristino delle sanzioni contro l’Iran e pone gli alleati in una situazione molto più difficile che in passato.

Noam Chomsky, un liberal che da una vita è una spina nel fianco della potenza americana, ha espresso l’opinione che gli alleati europei non abbandoneranno l’Iran e manterranno ambigui rapporti con il suo governo ma, al tempo stesso, cercheranno con ogni mezzo di evitare una rottura con l’Amministrazione Trump. Secondo Chomsky, è scontato che l’Iran non accetterà le modifiche che Washington intende imporre per modificare lo JCPOA (“fix it” è l’ipocrita definizione di tali modifiche). Di fatto, l’accordo prevede che i rapporti economici dell’Iran con l’esterno (leggi Europa) non siano compromessi, ma la politica aggressiva di Trump e del suo ossequente Segretario di stato Pompeo incide pesantemente sui propositi europei di mantenere e possibilmente accrescere la presenza economica in Iran. Ciò non esclude peraltro che i firmatari europei dello JCPOA tengano in vita una qualche versione dell’intesa dopo il ritiro degli Stati Uniti. Per contro, se Teheran dovesse a sua volta ritirarsi dall’accordo, ciò avrebbe la fatale conseguenza di accelerare una strategia punitiva contro l’Iran, sulla falsariga dell’impiego della forza militare che il primo ministro israeliano Netanyahu da sempre invoca. Ancora una volta, l’Europa sarebbe testimone impotente di uno scontro bellico nel Medio Oriente. Un’ultima considerazione che si impone in termini di conseguenze globali dell’abbandono dello JCPOA è che si tratterebbe di una chiara violazione di un impegno internazionale degli Stati Uniti a fronte del rispetto Iraniano dei termini dell’accordo, riconosciuto non soltanto dagli osservatori mondiali, prima fra tutti la AIEA, ma da personalità politiche americane, tra cui lo stesso Segretario alla Difesa Jim Mattis. Il capo del Pentagono ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero mantenere in vita lo JCPOA a meno che l’Iran non lo violi e che il mantenimento dell’accordo risulti contrario all’interesse nazionale degli Stati Uniti. La Corea del Nord, che stando agli ultimi sviluppi potrebbe intavolare un dialogo strategico con l’Amministrazione Trump, non avrebbe alcun incentivo a trattare con un governo che rinnega gli impegni assunti, come quello con l’Iran.

La logica strategica, oltre che il calcolo di interessi politici a lungo termine, dettano il rispetto dell’intesa nucleare raggiunta dall’Amministrazione Obama. Ma Trump ha una ossessiva costante nella sua azione di governo, quella di smantellare tutte le leggi interne e gli accordi internazionali sottoscritti da Obama. L’arrivo di Mike Pompeo porterà acqua al suo mulino e probabili devastazioni nel Medio Oriente, dal Libano all’Iran.

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