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La tragedia di Kemerovo e le vere “spie” del funzionamento della Russia di Putin

Il rogo nel centro commerciale siberiano che il 25 marzo ha fatto  64  vittime,  di  cui  41  bambini, è probabilmente tra i fatti più rilevanti successi in Russia dopo le elezioni, molto più che non la “guerra di spie” con il Regno Unito.

Era una domenica, la prima delle vacanze di primavera nelle scuole, e il centro per ragazzi al quarto piano del mall commerciale “Ciliegio d'inverno”, a Kemerovo, in Siberia, era pieno di scolaresche e famiglie, venute a godersi il cinema 3D, il parco giochi, la piscina e la pista di pattinaggio. Non si è ancora capito dove è scoppiato l'incendio, che in pochi secondi si è propagato alla gommapiuma della sala gioco e ai rivestimenti in materiale sintetico delle pareti delle sale del cinema. L'allarme antincendio era stato bloccato, e gli spruzzatori non sono entrati in azione, e pare che le uscite di sicurezza fossero serrate per non fare entrare i ragazzi sprovvisti di biglietto. I vigili del fuoco non avevano le attrezzature adatte per entrare nell'edificio, o mettere in salvo quelli che saltavano dalle finestre. I ragazzini telefonavano ai genitori urlando di essere stati chiusi dentro il cinema, di venirli a salvare, e poi richiamavano per dire addio. L'incendio è stato domato dopo 12 ore, lasciando tra le macerie del mall 64 morti, tra cui 41 bambini.

Una tragedia terribile, e un esempio di quello che è oggi il sistema russo. Innanzitutto quello economico e amministrativo: il centro commerciale, simbolo di quel nuovo benessere e di un modello di vita “occidentale”, meta del ceto medio, con i bambini attrezzati con i cellulari che postavano i loro messaggi di addio sui social network. Negli ultimi anni sovietici Kemerovo fu uno dei focolai degli scioperi dei minatori, una regione fondata sul carbone, una città-fabbrica grigia e inquinata con un altissimo tasso di malattie, dove sarebbe stato impensabile immaginare un paradiso del consumismo come il “Ciliegio d'inverno”. Il mall, riconvertito da una fabbrica di dolciumi, ha una proprietà incerta: pare che sia intestato a un prestanome, e il proprietario reale abiti ormai in Australia. L'edificio non ha passato le verifiche della Protezione civile (alla quale rispondono anche i vigili del fuoco). Il sistema antincendio, a quanto pare, è stato montato da un tecnico non qualificato, e comunque veniva spesso staccato perché l'allarme scattava troppo spesso, e i commercianti si lamentavano che la sirena spaventava i clienti. Anche la domenica fatale venne subito disattivato da uno dei membri della security del mall, ora arrestato. Di conseguenza, i spruzzatori e la ventilazione non si sono attivati, e le uscite di sicurezza non sono state sbloccate.

Un groviglio di circostanze fatali, tipiche di un contesto di modernizzazione accelerata, comuni a molti Paesi: disordine, assenza di controlli, burocrazia e corruzione (è evidente che qualcuno i permessi per rendere agibile il mall li ha emessi). Il Servizio antincendio statale della Russia conta 220 mila dipendenti, e non è un segreto per nessuno che si tratti di uno dei settori della burocrazia che più si alimenta di tangenti in cambio del rilascio di permessi e autorizzazioni in violazione di una miriade di regolamenti volutamente contraddittori e confusi. La classifica internazionale di morti tra le fiamme colloca la Russia al livello dei Paesi africani: 7 vittime per ogni 100 mila abitanti (in Italia 0,19). Nelle fiamme muoiono ogni anno circa 10 mila russi, il record mondiale: nel 2015 sono stati 9.405 (in Italia, con un terzo della popolazione, 219, negli Usa, con il doppio della popolazione, 3.280). Anche il tasso della mortalità per stessa quantità di incendi è altissimo: 65 vittime ogni 1000 roghi (peggio c'è solo la Bielorussia, con 78,8), rispetto all'1,7 degli Usa e al 0,9 dell'Italia. Sono numeri da Terzo mondo, frutto di un'arretratezza tecnologica e soprattutto culturale, delle case di legno e dell'alcolismo, di sistemi elettrici antidiluviani e dell'indifferenza quasi spavalda verso la sicurezza propria e altrui.

Se le cause della tragedia sono comuni a molti Paesi, la reazione che ha suscitato è invece più caratteristica dell'attuale sistema politico e mediatico della Russia. Innanzitutto, i media statali, soprattutto la televisione – principale fonte di informazioni per la maggioranza dei russi – hanno ignorato la notizia, o l'hanno riportata succintamente e con l'enfasi più sull'efficienza della risposta delle autorità che sulle drammatiche circostanze dell'accaduto. Una strage di bambini esattamente una settimana dopo la trionfale rielezione di Vladimir Putin al quarto mandato presidenziale probabilmente era apparsa troppo fuori luogo, e i tg hanno dedicato molto più spazio alla guerra diplomatica con l'Occidente. Solo quando sui media indipendenti e sui social hanno cominciato a fioccare appelli a proclamare il lutto, e alcune regioni russe hanno indetto il lutto senza aspettare Mosca, il governo centrale ha reagito. Il 27 marzo Vladimir Putin è volato a Kemerovo, dove ha incontrato le autorità locali e visitato l'obitorio, ma ha ignorato la piazza centrale, dove era in corso da ore un comizio spontaneo dei parenti delle vittime e dei cittadini indignati. Anche il Governatore Aman Tuleev, il leader storico della regione che guida da quasi 20 anni, ha ignorato sia il luogo della strage che la piazza: si è rifiutato di visitare il primo per “non intralciare i lavori di soccorso con il mio corteo”, e la seconda perché “organizzato da certe forze” e da “disturbatori”. Una “provocazione”, anche per il capo dello staff presidenziale Serghey Kirienko, mentre il Vicegovernatore di Kemerovo, Chernov, ha accusato Igor Vostrikov, un imprenditore che nel rogo ha perso tre figli piccoli, la moglie e la giovane sorella, di “farsi le PR sulla tragedia”.

I giornali filogovernativi hanno cercato di minimizzare il comizio spontaneo, scrivendo che era composto da ubriaconi, seguaci di Alexey Navalny e cittadini venuti a cavalcare la tragedia per i loro bisogni: “Cosa vogliono, il Maidan, vogliono finire come l'Ucraina? Che circo”, dice un funzionario del comune alla Komsomolskaya Pravda. Il governatore Tuleev – un ex comunista che governa la regione mineraria come feudo personale, e che ha perso nel rogo una nipote di 11 anni – durante l'incontro con Putin ha esordito con un “le chiedo scusa personalmente per quello che è successo”, come a dire che l'emergenza sul territorio che dirige può provocare un fastidio per il capo del Cremlino. Nei talk show propagandistici questa idea viene resa in maniera ancora più esplicita dalla senatrice Elena Mizulina, una delle autrici della legge anti-gay: “È un colpo alle spalle al nostro presidente, proprio mentre lui fa prodigi sulla scena internazionale, mentre difende la Russia, vorrei esprimergli le mie condoglianze”.

Reazioni che hanno fatto infuriare molti parenti delle vittime, che intanto in piazza, circondati dai reparti antisommossa, chiedevano alle autorità la verità sull'accaduto. Un altro aspetto sintomatico di un contesto mediatico basato sulla propaganda è stata la sfiducia diffusa dell'opinione pubblica nei confronti di tutte le informazioni fornite dalle autorità. Kemerovo si è riempita di voci su furgoni-frigorifero che portavano via i corpi, sulle celle del macello piene di cadaveri, sui social giravano registrazioni di anonimi funzionari della Protezione civile che parlavano di 300 vittime (una di queste si è rivelata un fake creato da un pranker ucraino, che la Russia ha dichiarato subito ricercato internazionale), e la polizia che chiedeva ai parenti venuti a identificare i resti di firmare un documento che li obbligava alla segretezza non ha fatto che alimentare il panico. Igor Vostrikov ha organizzato in piazza una delegazione che ha visitato l'obitorio e il macello, ed è tornata affermando di non aver trovato altri corpi, notizia accolta da molti con scetticismo. I burocrati locali nello stesso tempo hanno imposto controlli su tutte le famiglie delle vittime, per evitare che qualcuno millantasse morti in famiglia per riscuotere i 5 milioni di compensazione (un milione dal governo di Mosca, uno dalla regione e tre dagli imprenditori locali).

Un altro aspetto della tragedia è stata la rapidità della reazione della società civile, con appelli a donare il sangue, raccolte fondi, organizzazione dell'assistenza ai parenti. Come già accaduto in altre sciagure, I cittadini russi di fronte all'inefficienza delle autorità mostrano un notevole senso di solidarietà e di organizzazione. Con una sfumatura politica inevitabile: il famoso ortopedico Andrey Volna ha restituito a Tuleev il premio che aveva ricevuto dal governatorato, esigendo le dimissioni dell'intramontabile governatore. “Se avessimo le elezioni avremmo potuto punirlo, ma non ne abbiamo più”, ha detto, e anche al comizio in piazza molti parenti hanno parlato delle elezioni presidenziali appena trascorse, “abbiamo votato per tutto questo”, era il leit motiv, insieme alla corruzione. La direttrice del mall, subito arrestata, intanto ha fornito un'altra pista classica della propaganda degli ultimi anni: il rogo sarebbe stato appiccato intenzionalmente da “un gruppo di ragazzi dall'aspetto non russo”, e molti parenti hanno accusato il governo di voler occultare la matrice terrorista dell'incendio.

Una strage evitabile, frutto di una burocrazia corrotta e di un sistema inefficiente, accompagnata dal tentativo mediatico di occultare o sminuire l'accaduto. L'indifferenza o il disprezzo verso le vittime, manifestato dal governo locale e centrale. La reazione spaventata e ostile delle autorità di fronte alla rabbia della piazza, interpretata  come prodotto della manipolazione di forze ostili. La sfiducia totale dei cittadini nei confronti delle autorità, della loro capacità di dire la verità e di aiutarli. L'impunità dei responsabili della gestione politica e amministrativa del disastro: il Cremlino ha fatto sapere di non voler cacciare il Governatore, anche se Tuleev si è dimesso di sua sponte, una settimana dopo, conservando il titolo e la retribuzione di “governatore del popolo” che si era autoattribuito quasi vent'anni fa.

Questi ingredienti in passato hanno già fatto scoppiare crisi di portata nazionale e internazionali, come la “primavera araba” e il Maidan ucraino. Il sistema di potere russo, che ha appena dimostrato in occasione della rielezione di Putin di essere una macchina coesa ed efficiente nel garantire il risultato desiderato dal Cremlino, si è mostrato invece fragile e incapace di fronte a una tragedia che frantumava la realtà virtuale della propaganda. All'inizio del suo lungo regno Vladimir Putin attraversò già una prova simile: l'affondamento, nell'agosto del 2000, del sottomarino Kursk, con a bordo 118 marinai. Anche in quel caso all'inizio i media statali sminuirono la situazione, e i comandanti militari tardarono a lanciare le operazioni di soccorso, con il neopresidente che intanto si godeva una vacanza a Sochi. Ma in quell'occasione, seppure con ritardo, Putin si presentò all'assemblea delle vedove, ne affrontò la rabbia, e ordinò il recupero del relitto, in un'operazione senza precedenti, perché aveva promesso alle donne di ridare loro i mariti, almeno da morti. Non licenziò i responsabili – da allora è una regola, il Cremlino non concede mai all'opinione pubblica le teste dei colpevoli, una manifestazione del patto di solidarietà con la nomenclatura e un avvertimento al popolo di non dimenticare le gerarchie – ma mostrò ai russi che avevano un potere disposto a pensare a loro. È la violazione di questo patto di protezione - “Stiamo tutti bruciando, chiusi a chiave”, era uno dei manifesti alle manifestazioni di solidarietà a Mosca - che minaccia il regime russo, molto più di qualunque crisi diplomatica con l'Occidente. 

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