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La lunga (lenta) strada della Brexit

Esattamente un anno fa avevamo pubblicato una nota su Brexit. Un aggiornamento dopo nemmeno troppo poco tempo non ne muta la sostanza

Il referendum del 2016 era stato chiamato da Cameron, perché una parte dell'elettorato era pro-UE, una parte anti-UE, ed una terza oscillante. Vincendo il referendum, pensava Cameron, la parte oscillante si sarebbe schierata con quella pro-EU, e la partita politica dell'uscita dalla UE, una sentimento che si era diffuso ormai da tempo, sarebbe stata chiusa. Così non è andata, ed ha vinto il Brexit.

Perché mai nell'animo inglese (gli scozzesi si sono pronunciati per il Remain) alberga questo scetticismo verso l'Unione Europea? Bisogna tornare indietro fino alla seconda Guerra. Gli europei continentali hanno dovuto rinunciare alla sovranità per colpa della Seconda Guerra, perché era stata persa, seppur in modo diverso, da tutti, mentre i britannici l'avevano,  sebbene bombardati ma mai occupati, vinta. Perciò i tre grandi Paesi del Continente, insieme ai tre piccoli (Benelux), giunsero alla conclusione che si dovesse rinunciare in tutto o in parte alla sovranità. I Britannici entrano tardi nella Comunità con i Conservatori di Heath nei primi anni Settanta, giudicando l'associazione proficua solo in senso economico. La scelta dell'adesione solo economica è proseguita con la Thatcher. La Gran Bretagna aveva e sogna di avere ancora (naturalmente per chi crede nella Brexit) un ruolo imperiale, seppur diverso da quello passato. La Gran Bretagna si trasfigura nel Paese oggigiorno dominante, anch'esso anglosassone, e crede di poterlo forgiare. Proprio come la Grecia, che conquistata militarmente da Roma, alla fine la dominò culturalmente, così potrebbe essere per l'ormai piccola la Gran Bretagna verso il gigante statunitense. Un'opzione dubbia anche perché gli Stati Uniti – con una popolazione ispanica ed asiatica in costante aumento - sono sempre meno anglosassoni.

Poco o nulla essendo cambiato nell'ultimo anno sulla vicenda di Brexit nei termini di un'analisi “culturale” come quella appena proposta, cerchiamo che cosa è stato detto di interessante negli ultimi tempi nel campo del Remain.

Da un lato si ha la critica politica che mette il dito sulla piaga dei limiti dei referendum

Come si legge dall’Economist “A hard Brexit means leaving the single market (where goods and services are traded on an equal basis, whatever their origin within the EU) and customs union (where members have common tariffs and restrictions on trade with outside parties). A soft Brexit would mean staying in one or both. This would be a betrayal of the British people (although Scotland and Northern Ireland voted Remain), democracy and all the rest of it. The referendum only asked voters whether they wanted to leave the EU, not how it should be done. But politicians seem to have a remarkable psychic link with voters, believing they can divine a whole host of intentions from the answer to a binary question. So the public “decided” to leave the single market and the customs union, even though those options weren’t on the ballot paper”.

Dall’altro lato si ha la denuncia di come le agende politiche simili dei maggiori partiti e lo scetticismo verso le élite abbia contribuito ad alimentare la spinta a uscire dall'Unione Europea. Come si legge da Foreign AffairsYears before the referendum, Cameron’s team made a series of mistakes that doomed its cause, as did the official Remain campaign later on. The most serious involved immigration. Before the 2010 election, Cameron promised to bring annual net immigration to the United Kingdom down from more than 200,000 people to “tens of thousands.” The EU’s principle of free movement, however, made this promise impossible to keep. By suggesting that control over EU migration was attainable, Cameron had created expectations he could not meet. By February 2016, his attempt to renegotiate immigration with the EU had turned into a political disaster. Although he won the ability to restrict access to some benefits for EU migrants for the first four years after they arrived in the United Kingdom, the deal fell far short of Euroskeptics’ demands. The Labour Party was also tearing itself apart over the EU. The referendum came just when Labour’s pro-EU establishment was on the back foot. In 2015, the party had elected a leader from the far left, Jeremy Corbyn, who had voted to leave the European Economic Community (a forerunner to the EU) in a 1975 referendum and had opposed various EU treaties as a member of Parliament. The Brexit vote reflected more than boiling Euroskepticism, however. It was also the result of a growing distaste for politicians, experts, and the United Kingdom’s economic system. In the years before the vote, the country witnessed a sustained decline in trust in politicians. The perception spread that politics offered no answers. Both Labour and the Conservatives had bought into the same ideas: neoliberal economic thinking and a socially liberal cultural agenda.

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