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La risposta asimmetrica della Cina alla guerra dei dazi di Trump

«La promessa di maggiore apertura è una barzelletta», «Le sanzioni equivalgono a un'estorsione»: questo scambio di battute a distanza tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Ministero del Commercio cinese restituisce un'istantanea del deterioramento in cui stanno sprofondando le relazioni commerciali tra Washington e Pechino

Da quando lunedì 18 giugno il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l'individuazione di beni cinesi per il valore di 200 miliardi di dollari cui applicare tariffe del 10% - a soli tre giorni di distanza da un precedente annuncio di tariffe al 25% su merci cinesi per il valore di 50 miliardi - la prospettiva di un vero e proprio conflitto commerciale tra Cina e Stati Uniti è diventata ancora più concreta, sia nel caso in cui Trump finisca per applicarle davvero, sia se queste misure si riveleranno un'ulteriore tattica adottata da Trump per poi sedersi a negoziare da una posizione di forza. La possibilità appare più concreta perché - al di là degli effetti negativi che si sono già propagati sui mercati -, la Cina è costretta a reagire da dinamiche interne e, come vedremo, ha a sua disposizione diverse misure non ortodosse.

Molti osservatori di affari cinesi come Bill Bishop - il responsabile della pregiata newsletter Sinocism - sottolineano che anche se le importazioni cinesi di beni Usa non arrivano a quota 250 miliardi, Pechino può adottare rappresaglie contro le aziende americane che producono in territorio cinese. Queste misure colpirebbero l'occupazione domestica, ma tra l'ondata di nazionalismo alimentata dal governo di Xi Jinping e un terziario sempre più efficiente, in una guerra commerciale con gli Stati Uniti Pechino potrebbe dimostrare una capacità di contrattacco e di resistenza superiore a quella che molti economisti e legislatori americani sospettano. La risposta cinese, in primo luogo, potrebbe articolarsi attraverso sanzioni amministrative, ritardi nelle produzioni, frequenti e fastidiose ispezioni negli stabilimenti di società americane e in quelli dei loro fornitori, e in una massiccia propaganda per boicottare l'acquisto di prodotti americani che si è già mostrata efficace in altre occasioni, contro altri bersagli.

Nell'intervenire con tali misure "asimmetriche", il governo cinese può godere dell'appoggio delle aziende private: in una recente intervista insolitamente candida resa all'indomani della riforma costituzionale che permette a Xi Jinping di mantenere il ruolo di leader anche oltre il limite dei due mandati previsto in precedenza, il CEO del gigante tech Sogou Wang Xiaochuan ha dichiarato senza mezzi termini che «stiamo entrando in una nuova era nella quale (noi imprenditori e il Partito comunista cinese, NDR) saremo fusi insieme. Probabilmente ci verrà richiesto di stabilire una commissione del Partito all'interno delle nostre società. Le società private potranno agire in concerto con lo Stato, ma se è nella loro natura di andare per la loro strada, probabilmente scopriranno che la situazione potrebbe diventare molto più complicata che in passato».

In realtà, la Cina ha iniziato ad adottare misure asimmetriche già alcuni anni prima della consacrazione di Xi Jinping al vertice del Partito e del governo, e tali misure sono state impiegate tanto in controversie economiche che per ragioni politiche. Anno 2010: la consueta tensione tra Giappone e Cina si riaccende a causa di uno scontro per il controllo delle isole Diaoyu/Senkaku, un pugno di scogli disabitati al largo del Mar Cinese Orientale che entrambe le nazioni reclamano come propri e che, dopo un'esplorazione congiunta, si sono dimostrati ricche di risorse naturali. La Cina, che è il principale produttore di terre rare - minerali fondamentali per la produzione di numerosi prodotti tecnologici - blocca le esportazioni di questi prodotti verso il Giappone, causando notevoli problemi a Tokyo e scatenando una controversia davanti al WTO che si concluderà nel 2014, con la vittoria del Giappone. Va ricordato che quando nel 2012 le tensioni tra i due paesi si sono nuovamente acuite per le stesse ragioni, la risposta di Pechino si è articolata attraverso una serie di boicottaggi di prodotti giapponesi attribuita a "gruppi di cittadini" e non riconducibile direttamente al governo, anche se la longa manus del Partito era fin troppo facile da individuare. 2016: la Corea del Sud vota a favore del THAAD, un sistema missilistico in collaborazione con gli americani che Pechino percepisce come una minaccia alla propria sicurezza. Al di là del blocco di una voce importante per il bilancio di Seul come i gruppi di turisti cinesi in visita e dello stop alle importazioni di vari prodotti sudcoreani, forse la misura più interessante da ricordare è quella che condusse su tutto il territorio cinese alla chiusura di oltre novanta centri commerciali Lotte Mart - azionariato sudcoreano, ovviamente -, che secondo le spiegazioni ufficiali non avevano rispettato una normativa antincendio. Misure come questa sono di attuabilità estremamente semplice in una nazione autoritaria come la Cina, e allo stesso tempo non portano direttamente le impronte digitali del governo e del Partito, elemento che in una controversia davanti al WTO può dimostrarsi decisivo.

In questo scenario, le possibilità asimmetriche nella disponibilità del Partito comunista cinese per colpire gli Stati Uniti di Donald Trump sono parecchie, e tutte abbastanza affilate: secondo un recentissimo studio del CNAS (Center for a New American Security), think-tank di Washington forse accusato di eccessive simpatie obamiane, ma non certo di scarsa obiettività, Pechino potrebbe reagire colpendo ancora di più gli Stati e i settori maggiormente rappresentativi dell'elettorato trumpiano e, più in generale, le compagnie private americane, che - nonostante una vulgata pervasiva - non godono certo della stessa saldatura con lo Stato di quelle cinesi.

Nei suoi discorsi, il presidente e segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping ha più volte menzionato «un nuovo tipo di sistema internazionale» e «un nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze», tutte formule che si riferiscono chiaramente anche a un cambio di paradigma nei commerci internazionali. Queste frasi tratteggiano si discostano dalla vecchia "Strategia dei 24 Caratteri" dell'era di Deng Xiaoping, («Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando»): oggi l'era di Xi si riassume nella cosiddetta "Dichiarazione dei 36 Caratteri", ossia «Per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo mantenere la via cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo far avanzare lo spirito cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo consolidare il potere cinese».

Insomma, ora che il guanto è stato lanciato, Trump non sembra consapevole di trovarsi di fronte a un avversario motivato e ricco di possibilità di ritorsione proprio a causa del continuo interscambio tra le sue aziende private e i suoi apparati statali. Con buona pace di chi, seppure per pochissimo, ha sperato che nell'era del trumpismo sarebbe stata la Cina a salvaguardare gli scambi globali.

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