L'Egitto dei Fratelli Musulmani - I parte

Mentre la primavera araba prosegue con le sue guerre (Siria), le incognite sulla stabilità (Libia) e l’affermarsi di un Islam politico (Tunisia), in Egitto i Fratelli Musulmani si sentono tanto sicuri da poter già avviare un piano post-rivoluzione. Un piano sociale ed economico soprattutto.

Dopo aver ottenuto la maggioranza in parlamento ed essersi aggiudicati la presidenza della repubblica, nella persona di Muhammed Morsi, il movimento politico di matrice islamica si è reso conto di una cosa. Adesso gli tocca governare. Tuttavia, come per tutte le realtà da sempre vissute all’opposizione, se non nella clandestinità, entrare nelle stanze istituzionali si sta dimostrando più complesso del previsto. Il potere, se visto dalla strada, sembra facile da gestire. I Fratelli musulmani però dalle strade del Cairo vogliono andarsene. Ma per restare nei palazzi che un tempo erano di Mubarak bisogna cambiare passo.

I problemi, nella fattispecie, sono di tre tipi. Politico interno, diplomatico, ma soprattutto socio-economico. Per i primi due, Morsi sta facendo il funambolo tra l’opinione pubblica nazionale e la comunità internazionale. Questa lo osserva come una new entry in un club esclusivo, i cui membri anziani non nascondono perplessità e sospetti. Così l’Egitto corre il rischio quotidiano di sbagliare e di compromettere le buone amicizie che Mubarak si era costruito e che oggi Morsi sembra non voler rovinare. Dal canto suo, l’elettorato egiziano si attende dal presidente che si comporti da Fratello musulmano, vale a dire da rivoluzionario coraggioso capace di rompere con il passato senza tanti ripensamenti.

Morsi, o meglio la Fratellanza musulmana tutta, è però realista. E pensa che voltare pagina senza ricordarsi quel che è stato scritto prima sia pericoloso. Così da una parte la diplomazia egiziana sorride a tutti – persino ai nemici storici del Cairo, come gli iraniani – dall’altra va avanti con la stesura della nuova Costituzione, senza però dire chiaramente di che natura sarà la Carta. Nel frattempo, cerca di mettere mano alla riforma economica del Paese.

Tempo fa, era circolata la notizia che i Fratelli musulmani avessero interpellato l’economista peruviano Hernando de Soto. Per quale motivo il movimento egiziano starebbe bussando alla porta di uno degli intellettuali più anticonformisti intorno alla questione del capitalismo? Nella faccenda c’è qualcosa di più di una semplice consulenza offerta da de Soto e dal suo Institute for Liberty e Democracy in appoggio a un regime completamente privo di esperienza di governo.

Da parte dei Fratelli musulmani si percepisce la volontà di fare davvero qualcosa di nuovo. Sono ottimisti. Ritengono che al di là delle innumerevoli difficoltà post rivoluzionarie che l’Egitto sta attraversando il loro sia un governo stabile, la posizione di potere sia consolidata e che, di conseguenza, possano avviare la fase due. Questa consisterebbe nella rimodulazione dei loro assetti economici e nella loro integrazione nei circuiti della produttività nazionale.

La storia del movimento è connotata dalla costruzione di un Stato parallelo a quello canonico. I Fratelli musulmani, fin dalle origini – negli anni Venti – si sono affermati come realtà filantropica, confessionalmente schierata e impegnata a colmare i vuoti sociali ed economici delle autorità del Cairo. Scuole, ospedali, società di assistenza di ogni tipo. I Fratelli musulmani hanno creato un esempio che, successivamente, nel mondo arabo è stato ripreso da Hamas, Hezbollah e pure dalle tante charity di origine saudita oggi attive in tutto l’Islam. Molte di loro compaiono nella lista nera dei finanziatori del jihad. Dal mutuo soccorso si è passati al proselitismo, che è poi degenerato nel fanatismo.

Lo Stato nello Stato della Fratellanza nasceva per sopperire alla inefficienza, alla corruzione e alla sclerotizzazione burocratica dei regimi che si sono succeduti al Cairo in tutto il Novecento. Oggi però i Fratelli musulmani si sono resi conto della incoerenza raggiunta. Il loro Welfare, tanto efficiente e parallelo, non può sussistere visto che sono al governo. Se così fosse, sarebbe un conflitto di interessi, nonché una controproducente concorrenza a se stessi. Le loro scuole non possono più essere concorrenti di quelle pubbliche. Le loro cliniche private è escluso che si dimostrino all’avanguardia rispetto agli ospedali statali. Scuole, istituti privati, medici e insegnanti adesso fanno tutti parte di un unico blocco.

Morsi e Fratelli hanno intuito la necessità di legalizzare la propria economia, che fino all’altro ieri era parallela al sistema produttivo formale dell’Egitto. Un sistema che ha sempre vissuto di turismo, proventi del canale di Suez e idrocarburi, sebbene oggi quest’ultima voce sia in forte calo. Un sistema che con Mubarak è stato preso sotto il diretto controllo delle lobby cairote della borghesia laica, dei cristiani copti, ma soprattutto delle Forze armate. I Fratelli sono chiamati ad aggiungere le proprie attività a queste. Secondo i primi calcoli approssimativi, si tratta di un volume di affari che supera i 347 miliardi di dollari.

Ora un progetto del genere può essere ambizioso quanto si vuole, ma non sarebbe necessario chiamare de Soto. Basterebbe, si fa per dire, avviare un piano di conversione. Dal Welfare dei Fratelli si passerebbe a quello egiziano, una volta scremato dei retaggi di Mubarak, della corruzione e dell’inefficienza endemica. Un piano faraonico, per il quale non basta la consulenza di un economista quale de Soto. Se non fosse che a) questi è il teorico del concetto di economia informale, di cui i Fratelli musulmani sono in un modo o nell’altro l’espressione concreta; b) la conversione che si vuole fare al Cairo dev’essere tale per cui si possa anche tornare indietro.

L’instabilità generata dalla primavera araba sta suggerendo ai Fratelli musulmani che il potere può sfuggire loro di mano da un momento all’altro. Quindi, se la situazione dovesse mutare, sarebbe necessario mettere in salvo i gioielli di famiglia che Morsi ha deciso di portare al palazzo presidenziale. È un po’ come un matrimonio con separazione dei beni. Nel malaugurato caso di divorzio, è meglio che i patrimoni restino separati.

De Soto, in questa unione, dovrebbe svolgere il ruolo di notaio che censisce meticolosamente ogni suppellettile che la Fratellanza sta portando in dote allo Stato egiziano. Il problema è però duplice. Il welfare parallelo musulmano è talmente articolato che i suoi stessi titolari non sono in grado di definirlo. L’economia egiziana, viziata da decenni di corruzione e inefficienza, è altrettanto all’oscuro delle proprie capacità. «Farò dell’Egitto un Paese ricco», ha comunque detto l’economista prima di cominciare davvero il lavoro.

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