Una politica di redistribuzione con una qualche attenzione ecologica può essere un'opzione per “rimettere in carreggiata” - verrebbe da aggiungere più sotto il profilo del consenso che dell'economia - il Bel Paese. Ciò che non produrrebbe danni a condizione che si presti soprattutto molta attenzione alle modalità di sviluppo tradizionali, come lo spingere le imprese ad essere più competitive perché acquistano dimensione, e perché si fanno le infrastrutture. Insomma, il governo Conte-II potrebbe fare meglio anche grazie alla pressione del cosiddetto “partito del PIL” che negli ultimi tempi sembra che stia sorgendo. Intanto però si parla soprattutto e pomposamente di un "Green New Deal". In passato il compito di attuare le politiche energetiche era affidato ai grandi enti pubblici, poi è stato il mercato a guidare le scelte, anche se la maggior parte degli investimenti è stata spinta dagli incentivi. E' difficile pensare che si possa andare avanti nel modo tradizionale per l’impatto che i costi degli incentivi hanno sui prezzi finali dell’energia. Se il Green New Deal fosse una distribuzione di incentivi, ecco che verrebbe a mancare la volontà degli imprenditori nella ricerca di innovazioni in campo energetico. Alla lunga gli incentivi creano una dipendenza dalla politica e dalla discrezionalità delle amministrazioni pubbliche. La ragione che un tempo giustificò l'intervento pubblico – la modesta convenienza delle rinnovabili - è ormai venuta meno. Potrebbe intanto essere utile ripubblicare un articolo scritto dieci anni fa sull'ossessione ecologica, dal titolo "Il complotto degli illuminati". Lo scopo è quello usare l'ironia per combattere il "pensiero unico" eco-sensibile. Sull'argomento torneremo al più presto.

L'attacco portato con i droni – sembra yemeniti - alla produzione petrolifera saudita ha spinto all'insù il prezzo del petrolio. Un rimbalzo di notevole entità – subito un 20 per cento, un balzo poi planato verso il 10 per cento. Un balzo simile a quello registrato nel 1990, quando partì la prima guerra con l'Iraq, quella di Bush padre. Questo rimbalzo è partito da un livello di 60 dollari al barile, quindi da meno della metà del prezzo che si aveva appena qualche anno fa. Per queste ragioni il rimbalzo potrebbe – in termini economici - non essere molto grave. Di seguito trovate così non un'analisi economica, ma un ragionamento sulle tensioni fra l'Arabia, l'Iran, e gli Stati Uniti.

Nella sostanza non è cambiato nulla o quasi nell'ultimo mese - come peraltro nulla o quasi è cambiato, se non teniamo conto delle oscillazioni, negli ultimi tempi. I mercati finanziari hanno sul lato del reddito fisso dei tassi e dei rendimenti ai minimi storici, che sono all'origine del “fattore di sconto” ultra-basso. I mercati finanziari hanno sul lato del reddito variabile una previsione di utili a breve termine stabili o in leggera flessione, con quelli a medio termine in rialzo - ma le stime degli analisti sono sempre al rialzo (1). Abbiamo così un equilibrio ma non di immediata evidenza: gli utili non sono vivaci, ma sono scontati con un tasso d'interesse pressoché nullo e quindi il loro “valore attuale” è maggiore di quello che si avrebbe se i tassi a breve e i rendimenti a lunga - la “curva dei rendimenti”, fossero normali - ossia vicini alla media storica.

La differenza tra il rendimento del titolo decennale e il titolo biennale è considerato un importante indicatore della possibilità per le economie di sperimentare un periodo di recessione. Questo avverrebbe quando la curva dei rendimenti inverte in quanto la differenza tra i rendimenti a lungo termine e i rendimenti a breve termine diventa negativa. La Federal Reserve Bank of St. Louis illustra graficamente quanto avvenuto nel passato evidenziando quando questo fenomeno si è verificato e la capacità di anticipare un successivo potenziale evento recessivo.

Un'uscita della Gran Bretagna dall'Unione insieme ad un governo italiano a trazione Lega sorto dopo delle elezioni anticipate avrebbero creato dei disequilibri rilevanti nell'Unione Europea. Ecco l'uscita “populista”. Questa combinazione sembra scongiurata con la nascita di un nuovo governo in Italia. Resta aperta l'altra uscita, quella “di Sinistra radicale”. Una radicalizzazione della Sinistra britannica già in corso e una nuova maggioranza che in Italia che spinga nella direzione di una redistribuzione dei redditi senza badare alla crescita.