I primi giorni del 2016

Il 2016 si apre con una flessione dei mercati azionari. Il casus belli è la flessione della borsa cinese. Quest'ultima registra un'ulteriore rallentamento della crescita, combinata con la paura che, venendo meno il blocco delle vendite messo in opera quest'estate di pacchetti azionari importanti, si possa avere a breve una nuova forte ondata di vendite. Il casus belli è però cosa ben diversa dalla causa belli.

La borsa cinese conta poco, e l'economia cinese da tempo è meno vispa di quanto non dichiarino ufficialmente i cinesi medesimi. La causa belli è un'altra: l'incertezza che avvolge i mercati finanziari maggiori. Il ciclo di borsa “sano” è quello che vede scendere il rendimento delle obbligazioni (quindi il fattore di sconto), mentre salgono gli utili (quindi il reddito per gli investitori). Oggi, invece, i rendimenti non possono scendere ancora, mentre gli utili si muovono poco. Non abbiamo perciò le premesse di un mercato finanziario “sano”. Il mercato di conseguenza è come se fosse “sospeso”, per cui appena si ha notizia che qualche cosa “non va”, come la vicenda cinese, ecco che corregge alla ricerca di un livello dei prezzi che sia più “solido”.

Mentre in molti hanno cercato la causa nella flessione della borsa cinese, in pochi nella succitata flessione unita alle tensioni crescenti in Medio Oriente. Vediamo perché. Se così fosse stato, ossia se ci fosse stata una concausa mediorientale, avremmo assistito ad un'ascesa del prezzo del petrolio, che, invece, non si è palesata. Una tensione come quella in corso, che potrebbe persino portare ad uno scontro militare fra l'Arabia Saudita e l'Iran, è solitamente immaginata come un qualcosa che potrebbe scaricarsi con violenza sul prezzo del petrolio, come distruzione – potenziale prima e attuale poi – dell'offerta. Invece, il prezzo del petrolio non si è mosso.

Intanto va detto che si ha ancora una maggiore offerta rispetto alla domanda, con le riserve di petrolio che sono cospicue. Inoltre, il costo di estrazione del petrolio va dai 25 dollari per barile nella Penisola Arabica, ai 75 nelle Zone Artiche. Col prezzo corrente gli Arabi della Penisola possono estrarre senza perdere, mentre gli altri non sono in grado. I Sauditi (insieme agli Emirati), possono così portare avanti la politica della sovra offerta che abbatte i prezzi e mette in difficoltà i concorrenti economici (il petrolio estratto negli Stati Uniti frantumando le rocce), e politici (gli Iraniani ed anche i Russi). Il punto diventa allora la probabilità di uno scontro militare fra i Sauditi e gli Iraniani. Lo scontro militare è però improbabile. I Sauditi dipendono per la loro protezione militare e politica dagli Stati Uniti, e gli Iraniani stanno cercando di accreditarsi con l'Occidente dopo quasi quarant'anni di isolamento. A nessuno dei due conviene andare oltre un negoziato anche violento fra loro, ma entro l'equilibrio politico e militare esistente.

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