Strette ed espansioni fiscali - prima parte

Gli economisti detti “mainstream” hanno creduto che le strette fiscali - come quelle attuate da Monti – possano essere espansive, perché, riportando la fiducia sulla tenuta del sistema, incentivano gli investimenti e i consumi. Gli stessi economisti mainstream oggi credono che le espansioni fiscali – come quella del nuovo governo italiano - possano essere – all'opposto delle intenzioni - restrittive, perchè, alimentando la crescita degli oneri da interesse, frenano l'economia. Naturalmente gli economisti detti “fuori dal coro” o “sovranisti” pensano l'opposto. Messo in questi termini il dibattito sulla politica fiscale non è per niente esaustivo, perché sembra che tutto dipenda dall'approccio macroeconomico, con quest'ultimo privo di contaminazioni di altra natura – come quelle storiche e politiche. Di questo però dibatteremo nella seconda parte, che è in preparazione.

1 – La questione nei termini generali

La spesa pubblica in deficit funziona sotto certe condizioni. L'espansione dell'economia attraverso un maggior deficit pubblico senza che si abbia un aumento del debito pubblico è possibile. Ciò avviene se il deficit alimenta la domanda aggregata per una somma maggiore della spesa iniziale in deficit - ossia, se il moltiplicatore della spesa è significativo - e a condizione che il costo del debito sia inferiore al tasso di crescita dell'economia.

Quindi va stabilito: 1 - se esiste una sottoutilizzazione delle risorse - e questo sembra il caso del Bel Paese, altrimenti il maggior deficit genererebbe inflazione; 2 - se il tasso di crescita italiano possa essere trainato e di quanto dal bilancio pubblico in maggior deficit; 3 - se si può assumere che si avrà un costo del debito inferiore alla crescita dell'economia.

2 – Dell'accettare le premesse altrui

Sul primo punto si ha concordanza di vedute fra gli economisti detti mainstream e quelli fuori dal coro per cui dibattiamo i punti 2 e 3. Si hanno due modi di dibattere. Contrapporre la propria tesi a quella altrui, oppure accettare le premesse di quella opposta, ma portarla a una conclusione contraddittoria. Qui accettiamo la tesi degli economisti fuori dal coro sul livelllo dei moltiplicatori per portarla alle conseguenze contraddittorie (1), ma in passato abbiamo seguito il primo (2).

Anche ammettendo che i moltiplicatori della manovra del nuovo governo – che in grandissima parte scaturirebbero dalla maggior spesa per consumi alimentati dalle pensioni e dal reddito di cittadinanza – siano maggiori di 1 – ossia, che 1 euro di maggior deficit faccia crescere il PIL per più di 1 euro – avremmo una spinta sufficiente per portare la crescita del PIL abbastanza sopra quella del debito pubblico?

Per non complicare troppo i conti imagininiamo un'economia priva di inflazione e un debito pubblico entrambi pari a 100 euro, ossia s'immagini un rapporto debito/PIL del 100 per cento. Se un deficit pubblico del due per cento - tutto finanziato con l'emissione di obbligazioni - fa crescere - grazie a un moltiplicatore pari a 1,5 - l'economia del 3 per cento e quindi il debito del 2 per cento, avremmo un rapporto debito/PIL inferiore al 100 per cento (=102/103), a condizione che il debito di 102 non costi più di prima. Se teniamo conto del maggior costo del debito al margine - il debito è cresciuto del due per cento assouto proprio come il deficit, me nello stesso tempo lo riduciamo per effetto del suplus primario che supponiamo sia positivo, ecco che i conti mostrati sono accettabili come prima approssimazione.

La manovra del nuovo governo italiano espande il deficit dell'uno per cento circa rispetto a quello che si sarebbe comunque avuto a politiche fiscali invariate. Poniamo che il moltiplicatore della nuova spesa in deficit sia pari a 1,5 - un numero molto elevato, ma funzionale alla discussione in corso, quella che accetta le premesse del punto di vista altrui. Avremmo in questo caso una maggior crescita reale del PIL del 1,5 per cento oltre la crescita reale che avremmo avuto senza nuove manovre, crescita che è stimata pari all'uno per cento, quindi una crescita reale complessiva del 2,5 per cento. Aggiungendo l'inflazione – stimata intorno al 1,5 per cento – si arriva ad un 4 per cento di crescita nominale del PIL. Abbiamo così una crescita elevata per effetto dei moltiplicatori generosi. Crescita che è maggiore - ma non di molto - al costo del debito. Come si vede dal grafico l'onere del debito - cumulato negli anni e con scadenza media di sette anni - è fra il 3 e il 4 per cento del PIL. 

Altrimenti detto, il debito diminuisce marginalmente in proporzione al PIL. Essendo il nostro debito “tanto” - intorno al 130 per cento del PIL - non si riuscirebbe a mettere sotto controllo la vulnerabilità che emergerebbe con l'aumento eventuale degli oneri da interesse. Quest'ultimo è l'argomento principe degli economisti mainstream e lo affrontiamo subito.

3 – Complicazioni legate al rialzo del costo del debito

Finora abbiamo assunto che il costo del debito resti invariato. Quelllo del Bel Paese però è salito negli ultimi mesi dell'uno e mezzo per cento – di 150 punti base - nella media delle scadenze. Ed ecco che si ha la vulnerabilità legata alle banche (3). Se sale il costo del debito, ossia se scendono i prezzi delle obbligazioni, si ha una perdita nel conto titoli delle banche che, per mantenere invariata la leva fra mezzi propri e attivo, o aumentano il capitale o contraggono il credito. Poniamo che non riescano ad aumentare in toto il capitale, e che contraggano in parte il credito alle imprese ed alle famiglie. Si stima che un siffatto andamento – un maggior onere del debito pubblico nell'ordine dei 150 punti base con gli effetti che si riverberano sui bilanci delle banche, delle famiglie, e delle imprese - contragga la crescita dell'economia di uno e mezzo per cento. In altre parole, 100 punti base di rialzo del costo del debito contraggono 100 punti base di PIL, ossia dell'uno per cento.

A questo punto la crescita nominale precedente del 4 per cento diventa pari al 2,5 per cento - il 4 per cento di prima meno la minor crescita dovuta ai maggiori tassi sul debito dell'uno e mezzo per cento. Questo tasso di crescita è inferiore al costo di partenza del debito, che, peraltro, al margine, ha incominciato a salire.

4 - Conclusione

Torniamo a quanto detto all'inizio. I famigerati economisti mainstream che credono che le espansioni fiscali – come quella del nuovo governo - possano essere – all'opposto delle intenzioni di chi e promiove - restrittive, perchè alimentano la crescita degli oneri da interesse, sembra che abbiano ragione.

5 - Link e grafici

1 - https://www.lavoce.info/archives/55700/la-manovra-italiana-un-caso-di-espansione-fiscale-restrittiva/ 

2 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/asset-allocation/5008-flash-il-nadef-def-finalmente-%E2%80%A6.html

3 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/5019-sullo-spread-nientemeno.html

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