Verso le europee – il grigiore al posto dei duci

Nella Grecia classica sorge l'idea che esiste un sistema (la retorica) in grado di rendere persuasive le argomentazioni (la logica), idea che matura con il sospetto (dei sofisti) che la verità coincida con l'affermazione più convincente. Nel mondo d'oggi, con il diffondersi della convinzione che le teorie scientifiche siano poco più che delle opinioni mascherate, alcuni pensano che una teoria possa valere anche se non è vera, purché sia utile, ossia se avrà dei seguaci. Una teoria vera anche se è utile, è sempre difficile da dimostrare, e perciò avrà scarso seguito. Una teoria anche falsa, invece, se è facile da dimostrare e se è utile, si diffonderà facilmente. Ed eccoci all'Europa e all'Euro. Come si usa in finanza ("put your money where your mouth is") va dichiarato il proprio portafoglio: chi scrive è a favore dell'Europa dell'Euro, e pure nel segno dell'austerità (sic).

 

Una premessa

Di seguito parleremo di economia con incursioni nella politica. Si ha chi addebita il gran malessere che attraversa l'Europa alla moneta comune. Si ha chi chiede un nuovo accordo europeo sui limiti di spesa pubblica in deficit, e chi pensa che si debba addirittura uscire dall'euro. La minaccia di uscire dall'euro – detto per inciso - non è però una posizione negoziale solida. Infatti, la “minaccia” di uscire dall'euro inietta sfiducia nei mercati, che devono comprare il debito del “minacciante”, mentre rende sospettosi gli altri paesi che devono concedere gli aiuti, i “minacciati”. Ossia, alimenta la debolezza negoziale di chi minaccia, mentre alimenta la fragilità del sistema, con il sistema che - di conseguenza - cerca di cautelarsi.

Affrontiamo per prima cosa la scelta fatta in Europa dopo la Seconda Guerra, quando fu presa la decisione di avere un sistema politico affetto da “grigiore” (§1). Poi passiamo alla scelta fatta in Italia negli anni Novanta, quando fu presa la duplice decisione di avere il bilancio pubblico in avanzo prima del pagamento degli interessi e di entrare nell'euro (§2). Quanto fin qui detto serve per delineare lo sfondo dell'oggi. Sfondo che richiede che si discuta il punto di vista dominante, quello di Berlino e dei suoi alleati più stretti. Sosterremo che la visione tedesca non è del tutto convincente sul piano scientifico, mentre lo è di più sul piano dell'opportunità politica (§3). Seguono delle considerazioni sull'Italia (§4). Infine, una postilla sul “bene comune” (§5).

 

 §1 – Il grigiore al posto dei duci

La Seconda Guerra termina in un bagno di sangue (molte decine di milioni di morti) e drammatici trasferimenti di popolazione da un Paese all'altro (ben oltre una decina di milioni di persone). Alcuni – essenzialmente tre politici cattolici, Adenauer, Shumann, e De Gasperi, tutti e tre avanti negli anni e di lingua tedesca - arrivano alla conclusione che all'origine della tragedia ci fosse il sistema politico a fondamento carismatico.

I sistemi politici possono essere – secondo la classificazione di Max Weber – di tre tipi: quello in cui la legittimità è nella tradizione, come nelle Monarchie, quello in cui la legittimità è nella logica fredda delle Leggi applicate dalla Burocrazia, come nei sistemi liberali, e, infine, quello la cui legittimità è nella simbiosi fra Popolo e Carisma. In questo ultimo caso, si ha una spinta di “senso”, perché si ha una identificazione fra il Popolo – ridotto a entità magmatica – e il Leader – che, ispirato, lo conduce verso i suoi più alti destini.

Dopo la Seconda Guerra l'idea prevalsa era quella di un sistema sopra-nazionale, di un governo della Legge, e dunque del governo della Burocrazia, che, per definizione, emana “grigiore”. Insomma, l'idea della “de-nazionalizzazione” delle masse con i sistemi politici avvolti in ragnatele giuridiche – come l'Alta Corte che è il decisore di legittimità di ultima istanza - era il cuore della nuova Europa. Con questa scelta non si tornava però al sistema liberale ante Prima Guerra, quello dello Stato Minimo (Amministrazione, Difesa, Giustizia), ma al sistema di Stato Sociale (Stato Minimo + Sanità, Istruzione, Pensioni). Questo è avvenuto per ragioni culturali come la combinazione del solidarismo cattolico con il peso della socialdemocrazia, e per ragioni politiche, perché delle forme di “stato sociale” erano già emerse con i Totalitarismi e non potevano essere rigettate.

Prima tesi utilizzabile per la polemica politica. L'Europa è volutamente “grigia” e burocratica. Sarà un caso, ma quelli che la vorrebbero oggi diversa sono i leader carismatici di partiti o movimenti a sfondo nazionalistico.

 

§2 – La grande scelta italiana negli anni Novanta

Dagli anni Sessanta e fino agli anni Ottanta, in Italia, si poteva ampliare lo “Stato Sociale”, anche in assenza di un gettito che coprisse le maggiori spese. Poi non più, perché il debito, soprattutto da quando l'inflazione non poté più essere usata per lenire il peso del debito, stava crescendo troppo. A quel punto, il debito pubblico doveva andare sotto controllo, ciò che che è avvenuto nei primi anni Novanta. Da allora, il debito pubblico italiano è cresciuto solo per il pagamento degli interessi, quando questo è stata maggiore del surplus primario. Quindi bisogna tornare agli anni Settanta e Ottanta per capire che cosa sta ancora accadendo.

All'origine del debito e dell'inflazione degli anni Settanta e Ottanta: a) la spesa pubblica maggiore delle entrate produce un deficit, che può essere finanziato da una combinazione di emissione di obbligazioni e di moneta; b) soprattutto negli Settanta, le obbligazioni, se non sottoscritte dai privati, erano acquistate dalla Banca d'Italia; c) in questo modo, cresceva la moneta che entrava nel sistema, ciò che, alla lunga, produceva inflazione; d) l'inflazione non era anticipata perché si aveva un mercato finanziario primitivo e quindi i rendimenti reali del debito pubblico erano negativi, ossia il rendimento delle obbligazioni emesse dal Tesoro era inferiore al tasso d'inflazione; e) poiché le entrate dello stato crescevano in proporzione alla crescita del reddito nazionale nominale, lo stato aveva delle entrate fiscali crescenti (seppur inferiori alla crescita delle spese), mentre pagava il debito pubblico (le cedole e i titoli in scadenza) in moneta corrente, il cui valore era inferiore a quello in essere quando le obbligazioni erano state sottoscritte; f) in questo modo il debito pubblico pesava relativamente poco sul bilancio dello Stato e perciò la spesa appariva meno onerosa. Dagli inizi degli anni Ottanta, questo meccanismo di un debito pubblico con un costo occultato è bloccato dalla decisione - detta del “divorzio” - fra la Banca Centrale e il Tesoro, ossia la Banca d'Italia non poteva più comprare il debito non optato dai privati. Venendo meno la domanda della Banca d'Italia, il debito, per essere sottoscritto dai solo privati, doveva offrire un maggior rendimento, che cominciò a diventare maggiore del tasso di inflazione. In questo modo, il debito pubblico aveva un costo finanziario e politico esplicito, e dunque non poteva più essere la variabile che “accontentava tutti”, vale a dire sia i fruitori della spesa, sia chi frenava sul versante del pagamento delle imposte.

La correzione dei conti dagli anni Novanta: a) se il bilancio dello stato è in avanzo (le entrate sono maggiori delle spese) ecco che si ha un surplus (detto “primario”). Se questo surplus è pari al pagamento degli interessi, non è più necessario emettere altre obbligazioni per pagare gli interessi. E dunque si ha il pareggio di bilancio. b) in questo modo, non si emettono più obbligazioni, e il debito pubblico è invariato. Man mano che l'economia cresce, sempre che si mantenga un “surplus primario” adeguato, il debito pubblico finisce per pesare sempre meno sul bilancio dello stato e dunque sul conflitto politico legato alla combinazione delle entrate e delle spese. c) un rapporto debito / PIL decrescente riduce il rischio che un rialzo dei rendimenti possa creare una crisi.

Gli effetti della dinamica salariale: a) se i salari crescono più del prodotto per addetto, ecco che o i prezzi debbono salire, rendendo le merci più costose e quindi meno competitive rispetto a quelle prodotte con i salari che crescono come la produttività o meno della produttività. b) I salari in linea o sotto la produttività aumentano il margine di profitto lordo, e dunque la possibilità di ridurre i prezzi, oppure aumentare la qualità a parità di prezzo, e in ogni modo consentono di accrescere l'autofinanziamento d'impresa.

Ad un certo punto – verso la metà degli anni Novanta - è presa la decisione di entrare nell'euro, con ciò intendendo che il debito pubblico sarebbe dovuto andare sotto controllo, e il meccanismo dell'aggiustamento dei conti ( e del consenso) attraverso le svalutazioni reso impossibile. Questa è stata la “grande decisione” presa negli anni Novanta. In breve.

I salari crescevano più della produttività. Ad un certo punto le merci italiane diventavano meno competitive, e dunque o si fermava la crescita salariale, o si investiva in tecnologie superiori, che avrebbero “protetto” la crescita del costo del lavoro. La svalutazione della lira diventava la più semplice delle soluzioni, perché le merci italiane tornavano temporaneamente appetibili, mentre non si toccava la dinamica salariale, ossia si lasciavano intatte le “relazioni industriali”. Questo percorso non richiedeva – almeno nel breve termine – che la tecnologia salisse di livello - una cosa peraltro regolarmente non avvenuta, neppure nel periodo più lungo.

L'Italia ha visto dimezzare, grazie all'euro, il costo del debito. Nel 1996, quando è iniziata la convergenza nell'euro, il rendimento del BTP era intorno al 9%. Anni dopo – nel 2010 - è arrivato al 4%. Oggi è intorno al 3%. Era la grande occasione – pur senza crescita - per assorbire il debito che si era formato negli anni Settanta e Ottanta, ai tempi della costruzione – che possiamo definire accelerata - dello Stato Sociale, ma così - purtroppo - non è andata. L'euro però ha funzionato, nel senso che ha portato alla convergenza dei rendimenti delle obbligazioni e dell'inflazione, con i Paesi che ne potevano trarre il maggior vantaggio erano quelli “mal messi”, fra cui il nostro.

Seconda tesi utilizzabile per la polemica politica. Se si torna all'inizio del capitolo, e lo si rilegge avendo in mente quanto è - da alcuni - dichiarato negli ultimi tempi – la Sovranità è la libertà di usare nel proprio interesse la leva fiscale e monetaria – si ha una riedizione di quanto accaduto negli anni Settanta: un debito pubblico con il costo politico occultato. Secondo costoro il ritorno della Lira aiuterebbe la crescita e quindi l'occupazione anche in presenza di salari in ascesa. Rileggendo il capitolo, si vede l'altra riedizione degli anni Settanta e Ottanta, quando i salari salivano sopra la produttività, e perciò si svalutava, con la tecnologia che restava immutata.

 

§ 3- Il punto di vista di Berlino

Un'area economica è “ottimale” se, avendo la stessa moneta: 1) ha un mercato dei prodotti comune; 2) ha un mercato dei capitali comune; 3) ha un mercato del lavoro comune; 4) ha un bilancio fiscale comune. L'euro area soddisfa i requisiti 1) e 2). Non soddisfa, in tutto o in parte, i requisiti 3) e 4).

Prendiamo gli Stati Uniti relativamente al punto 3). Se non c'è lavoro nell'area occidentale, la gente va in quella orientale. Relativamente al punto 4), se l'area occidentale è mal messa, ecco che il bilancio federale, che incassa imposte da entrambe le aree, ma, nell'esempio, ne incassa di più dalla parte orientale, trasferisce i fondi verso l'area occidentale. Attenzione, i bilanci statali statunitensi non possono andare in deficit nel campo delle spese correnti, se non per spese definite come quelle per infrastrutture, e quindi possono emettere solo dei “project bonds”, perché solo quello federale ha questa facoltà. Gli stati non possono così andare in deficit, perché altrimenti sarebbero tentati dal farlo, contando che, alla fine, il loro debito statale sarà salvato da quello federale.

La prima differenza dell'euro area con gli Stati Uniti è che, se il Portogallo va male e l'Olanda va bene, è difficile che i lusitani si trasferiscano in massa – per problemi di lingua e di abitudini - nei Paesi Bassi. La seconda differenza è che i bilanci statali dei Paesi dell'euro-area possono andare in deficit, sebbene entro i vincoli (più o meno disattesi) di Maastricht (il famigerato deficit del 3% del PIL, e l'altrettanto famigerato tetto del debito del 60% sul PIL). Non esiste, infatti, nell'euro-area un governo centrale che copra – raccogliendo le imposte da tutti e in caso di crisi di più da alcuni - i deficit degli stati membri.

La Germania (con i Paesi detti “virtuosi”) non garantisce il debito degli altri Paesi. E dunque, quando i Paesi si indebitano troppo, senza dar mostra di poter ripagare il debito cumulato, ecco che l'euro-area conta che i mercati finanziari li “puniscano”, ossia che chiedano un “premio per il rischio”. L'euro-area funziona se i mercati finanziari puniscono le “cicale”, premiando chi è “formica”, ma questo non è avvenuto sempre. Per anni la Grecia ha, infatti, pagato sul proprio debito pubblico un rendimento di poco superiore a quello tedesco.

Perciò nella costruzione dell'euro-area si ha un mercato comune dei prodotti, dei capitali, ma si ha un modesto mercato del lavoro omogeneo, e non si ha – forse un giorno, quando tutti gli Stati dell'euro area avranno il bilancio in pareggio con esenzioni definite per l'emissione di obbligazioni come avviene negli Stati Uniti - un sistema di trasferimenti federale di tipo “automatico”. Possiamo perciò immaginare l'euro-area come un'area economica parzialmente ottimale.

Quel che comunemente è chiamato il “punto di vista di Berlino” si articola in tre proposizioni:

  1. a) La politica economica – la politica monetaria e quella fiscale nel mondo anglosassone e nipponico - spinge la crescita. Ciò che avviene modulando i tassi praticati dalla Banca Centrale in modo che si spinga in giù il costo del denaro e con la Banca Centrale che compra il debito pubblico, se questo è necessario. La politica monetaria è quindi tendenzialmente lasca, e quella fiscale è tendenzialmente in deficit. Perché mai quella fiscale è tendenzialmente in deficit? Con una domanda aggiuntiva - in deficit - di origine pubblica che copre il vuoto prodotto dalla domanda latitante di origine privata, ecco che si ha una spinta che è coperta dall'offerta. Le imprese per far fronte alla maggior domanda devono aumentare l'occupazione.

Se le cose stessero così (e se fossero state così anche in passato), ossia se le cose fossero così semplici e persuasive, perché mai si ha chi – soprattutto nell'euro area - non le vuole perseguire (e non le ha volute perseguire in passato)? Le obiezioni sono due.

La prima. La spesa pubblica spinge nella direzione della crescita, se, a fronte di una spesa di 100 euro cui non corrispondono imposte per 100 euro, l'economia cresce per più di 100 euro, poniamo 150 euro, ossia se il moltiplicatore del reddito è maggiore di 1 (150/100=1,5). La spesa aggiuntiva di 100 è finanziata attraverso l'emissione di obbligazioni, per cui il debito pubblico è aumentato di 100. Questo però non è un problema, perché l'economia è cresciuta di 150 euro e il debito pubblico di 100, e dunque al margine il rapporto debito PIL è sceso (100/150=0,75). Se però così non fosse, ossia se il moltiplicatore della spesa pubblica fosse di 1, oppure inferiore, la spesa pubblica in deficit spiazzerebbe il settore privato e spingerebbe verso l'aumento del debito in rapporto al PIL. Questo – il moltiplicatore inferiore a uno – è proprio il caso del Reddito di cittadinanza e di Quota 100.

La seconda. Ammettiamo che il moltiplicatore della spesa sia maggiore di uno, ossia ammettiamo che esso sia “virtuoso”. Siamo propri sicuri che, una volta che la spesa pubblica sia stata espansa con successo in funzione anti ciclica, essa poi rientri? Oppure pensiamo che la spesa pubblica per sua natura – essa è, alla fine, “catturata” dai gruppi organizzati - crescerà in modo perpetuo?

  1. b) Se si immagina che un giorno il debito pubblico sarà di gran lunga maggiore di quello di oggi, si immagina anche che le imposte volte a ripagarlo saranno maggiori. Allora oggi si ridurranno i consumi, perché si scontano fin da subito le maggiori imposte di domani. Ossia, maggiore (minore) il debito atteso minori (maggiori) saranno i consumi. Il punto di vista di Berlino afferma che il debito pubblico sotto controllo aiuta la crescita dei consumi.
  1. c) La liberalizzazione del mercato dei prodotti (meno corporazioni) e del lavoro (più contratti decentrati) stimola la crescita e dunque l’occupazione. Perciò il punto di vista di Berlino afferma che queste riforme vadano fatte. 

Una politica di austerità spinge verso le riforme, perché non si ha una crescita “facile”, e quindi i mercati dei prodotti e del lavoro debbono essere riformati. Fa parte del senso comune l'affermare che lo sviluppo economico sia tanto maggiore quanto minori sono i vincoli sia nel mercato dei prodotti sia in quello del lavoro. Se non vi sono vincoli, allora le innovazioni si diffondono più facilmente, perché si hanno meno ostacoli nella diffusione dei prodotti, che, a loro volta, possono materializzarsi solo se la forza lavoro si sposta - senza troppe frizioni - dai vecchi ai nuovi settori.

Terza tesi utilizzabile per la polemica politica. Delle tre articolazioni del “punto di vista di Berlino”, la prima è dubbia, perché il moltiplicatore potrebbe (ma non è frequente) essere maggiore di uno, la seconda è “cervellotica”, perché è difficile pensare che l'elettorato faccia i conti sul valore attuale delle imposte, mentre la terza è sostenibile. Insomma, non si ha un punto di vista capace di inibire i dubbi a proposito della ricetta tedesca. Perciò il punto di vista di Berlino, se accolto, va accolto sulla base di considerazioni legate alle riforme, perché senza austerità le riforme sono rimandate.

 

§ 4 – Dall'Europa all'Italia

Torniamo all'Italia. E dibattiamo di politica partitica.

La Lega è esplosa, infatti dalle elezioni dello scorso anno agli ultimi sondaggi ha duplicato i voti. La Lega dovrebbe cominciare a congelare l'estremismo che la ha spinta. In quanto primo partito in pectore dovrà dopo le elezioni cercare consensi al Centro. Passiamo al primo partito sulla base delle elezioni dello scorso anno, il M5S. Possiamo sostenere che quella del M5S è una “tecnologia del consenso”, laddove si analizzano senza ideologia i temi che interessano l'elettorato e si agisce.

Si tenga presente che poco meno della metà dell'elettorato che va a votare ha più di sessanta anni. Questo peso dell'età avanzata spiega l'emergere di alcuni temi desueti, come la campagna nostalgica per la Nutella e per i gettoni telefonici (Salvini), o come il ricordare l'importanza avuta dall'URSS nelle conquiste sociali dell'Europa occidentale (Zingaretti).

I grandi temi che interessano la maggioranza degli elettori sono, alla fine, tre: assistenza alle fasce deboli, Stato Sociale, immigrazione. Il terzo tema nella versione della chiusura delle frontiere è monopolio della Lega, il secondo è un tema condiviso, come si vede dalla riforma delle pensioni, il primo è monopolio dei M5S, con il reddito di cittadinanza. I grandi temi che interessano l'elettorato e gli effetti della loro attuazione sono comunque vicende distinte.

Il M5S intercetta il voto della sinistra soprattutto radicale. Zingaretti per riprendere l'elettorato di sinistra radicale insegue con poche varianti i temi dei M5S, mentre critica la Lega usando l'antifascismo. Salvini, infine, non può che agitare la “flat tax” per intercettare il voto berlusconiano.

Non si può perciò escludere che dopo le elezioni europee - in presenza di una ulteriore caduta dei consensi del M5S e di una ulteriore ascesa della Lega a danno sia dell'alleato di governo sia della coalizione di Centro-destra, si possa andare – prima della manovra finanziaria? - verso le elezioni politiche anticipate. Elezioni che sarebbero chieste dalla Lega come suggello della propria ascesa. Né si può escludere che l'esito elettorale possa alimentare una spinta verso una doppia aggregazione – verso un nuovo “bipolarismo”: un Centro-destra a trazione Lega ed un Centro-sinistra a tradizione M5S. Ossia un neo-bipolarismo che vede i protagonisti del bi-polarismo della Seconda Repubblica – il PD e FI - “risucchiati” dalle forze populiste ormai emerse ai loro lati.

Laddove, nel caso del nuovo Centro-destra, potremmo avere in campo economico una maggiore attenzione alle necessità produttive a scapito di quelle distributive, entro una cornice in qualche misura “sovranista”. Laddove, nel caso del nuovo Centro-sinistra, il PD andrebbe alla ricerca della “costola di sinistra” presente in un M5S, ormai indebolito, per trovare un accordo che lo rimetta in gioco. Difficile che in questo caso possa emergere in campo economico una maggior attenzione alle necessità produttive a scapito di quelle distributive.

Continuando con l'Italia ma dibattendo di “grande politica”.

E' innegabile che l’euro sia una costruzione economica e finanziaria imperfetta. Lo si sapeva fin dall'inizio, ma la volontà di andare avanti sul piano politico è prevalsa. La discesa dei rendimenti sul debito pubblico, ottenuta grazie all'euro, è obiettivamente una grazia, mentre, secondo alcuni, l'ingresso nell'euro è stato una disgrazia per l'economia reale. Da qui l'idea “pilatesca” di restare nell'Euro con l'opzione di usare il bilancio dello stato per rilanciare la crescita. Rilanciare la crescita attraverso un maggior deficit di bilancio negoziato con gli altri Paesi anche restando nell'euro potrebbe essere la scusa per evitare di incidere sulla struttura delle entrate e delle uscite dello stato e una scusa a lasciare intatti i mercati dei prodotti e del lavoro.

Quarta tesi utilizzabile per la polemica politica. Secondo alcuni senza la Lira e senza un deficit pubblico adeguato si ha il malandamento del Bel Paese. Si può sospettare che questa sia una scusa per lasciare le cose come sono, ma facendo così si può passare per rivoluzionari.

 

§ 5 -Postilla sulla genericità degli slogan

Chi scrive non crede che possa esistere un punto di vista come il “bene comune”, quale si manifesta con slogan come “prima gli italiani”, o come “siamo europei”.

Ecco le ragioni della genericità dello slogan “prima gli italiani”. Semmai esistesse un punto di vista oggettivo intorno “al bene comune”, alcuni lo rigetterebbero, per esempio come nel caso delle pensioni italiane. Chi ha una pensione maggiore dei contributi versati - la pensione di “anzianità” - difficilmente accetta di vedersela ridurre perché “è equo”. Si ha perciò un'opposizione politica. L'argomento di chi non accetta la riforma è che quel tipo di pensione negli anni passati funzionava in un altro mondo, quello in cui la maggioranza lavorava come dipendente nelle grandi organizzazioni tutta la vita – una vita che comunque era più breve - mentre la crescita della popolazione diluiva il peso delle pensioni sulle generazioni future. Poiché la pensione maggiore dei versamenti è giustificabile su base storica, ecco che diventa un “diritto acquisito”. Se però si aspetta che il tempo passi, tutte le pensioni diventano eguali ai versamenti – oggi tutte le nuove pensioni sono “contributive”, e ciò avviene perché il sistema è stato riformato a partire dagli anni Novanta. Perciò le pensioni diventano eque man mano che chi ancora riceve una pensione di anzianità “passa a miglior vita”. A quel punto l'opposizione politica – è macabro dirlo - scompare. Quindi in questo caso “il bene comune” si manifesta solo nel lungo periodo, nella fattispecie in decenni.

Ecco le ragioni della genericità dello slogan “siamo europei”. Proviamo ad elencare in sei punti che esprimono il punto di vista divergente della Francia e della Germania. Come si vede, si possono riconoscere molte delle tesi che sono sostenute anche in Italia. In Italia convivono punti di vista francesi e tedeschi. 1) Francia: le regole sono soggette al processo politico e possono essere rinegoziate. Germania: le regole “sono regole”, se si sa che sono negoziabili nessuno le rispetterà fin dall’inizio. 2) Francia: dal punto precedente emerge che le crisi vanno gestite con flessibilità. Germania: se si immagina che la flessibilità possa palesarsi, ecco che le regole non saranno rispettate. 3) Francia: limitare la libertà di movimento dei governi, per esempio indebitarsi, è antidemocratico. Germania: forse è antidemocratico non indebitarsi rispetto alle generazioni in vita, ma è certamente antidemocratico indebitarsi quando il costo sarà scaricato sulle generazioni future che oggi non votano e quindi non sono rappresentate. 4) Francia: la politica monetaria non può avere come obiettivo la stabilità dei prezzi, perché deve tener conto della crescita. Germania: non è compito della politica monetaria stimolare la crescita, il compito è quello di garantire un quadro di certezze, come l’assenza di inflazione. 5) Francia: se un paese è in deficit con l’estero e l’altro è in surplus, il secondo deve espandere la domanda per importare le merci del primo per ottenere un pareggio. Germania: il deficit dipende da una carenza di competitività. Il sistema diventa più efficiente se non si aiutano i meno competitivi a sopravvivere. 6) Francia: equilibri multipli sono possibili, ma non tutti sono accettabili. Un rendimento ingiustificatamente elevato di un’obbligazione del Tesoro, se lasciato sedimentare “perché il mercato lo vuole”, può inibire la crescita di un paese, che si trova, alla fine, costretto a pagare molto il proprio debito a danno, per esempio, degli investimenti pubblici. Germania: a guardare troppo il presente – nel caso, un elevato e ingiustificato rendimento richiesto per sottoscrivere il debito pubblico – si perde di vista il futuro. Il futuro deve emergere come “coscienza” dei mercati, come una responsabilità, non come il frutto degli interventi delle autorità.

Quinta tesi utilizzabile per la polemica politica. E' razionale seguire l'idea che esiste un sistema (la retorica) in grado di rendere persuasive le argomentazioni (la logica), un'idea che matura con il sospetto (dei sofisti) che la verità coincida con l'affermazione più convincente. E' certamente razionale seguire questa idea se si è degli “spin doctors”, è certamente meno razionale credervi.

 

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