Stati Uniti e Iran

Dopo molte mosse ostili da parte iraniana (quasi tutte compiute da terzi) si è avuta la risposta statunitense. Le mosse ostili iraniane erano gli attacchi condotti contro gli insediamenti militari e diplomatici statunitensi, gli attacchi alle postazioni petrolifere saudite, e alla navigazione nello stretto di Ormuz. La risposta degli Stati Uniti - ad alto valore simbolico ma anche pratico - è stata l’uccisione del numero tre (c’è chi dice due) del regime iraniano.

Il generale Suleimani era il capo delle milizie armate e il coordinatore dell’intervento militare all’estero. Dirigeva i corpi speciali dal nome evocativo di Gerusalemme (Kuds). Quindi un leader sia politico sia militare con alle spalle un Paese importante, la cui uccisione dovrebbe pesare ben più di quella organizzata a suo tempo di Bin Laden e di al-Baghdadi.

Per ora si ha: 1) il voto del parlamento iracheno che chiede il ritiro della forza militare statunitense; 2) la minaccia statunitense di colpire 52 bersagli iraniani nel caso di una rappresaglia; 3) la decisione iraniana di riprendere la ricerca nucleare non solo a scopi civili, abbandonata nel 2015..

Siamo sulla linea di partenza di una grave crisi? Prima proviamo a delineare degli scenari di crisi, e poi ci chiediamo come mai gli Stati Uniti e l’Iran siano così in conflitto.

 

1 - Scenari di guerra

Ora ci si aspetta una reazione di parte iraniana. La previsione non è quella di una guerra classica, detta “simmetrica”, perché l’Iran è sì una potenza militare se messa a confronto con molti Paesi, ma modesta in confronto alla iper-potenza statunitense. La previsione è quindi di una guerra “asimmetrica”, quella fatta di rappresaglie e attentati.

Potranno gli iraniani organizzare una risposta che bilanci - sul piano simbolico e pratico - l’uccisione di un loro leader, una figura ufficiale e molto popolare?

— Teheran ha come opzioni la guerra tradizionale, perché quella nucleare non possono condurla, o una guerra di rappresaglia di tipo terroristico.

— La prima opzione pare molto poco agibile sul piano militare. Gli Stati Uniti hanno un arsenale tradizionale - soprattutto navale e areo - in grado di colpire e distruggere l’Iran.

— Gli iraniani potrebbero allora decidere di colpire un altro paese, alleato degli Stati Uniti. Il candidato “naturale” è Israele, che però ha la Bomba, e non esiterebbe a usarla in caso di pericolo di distruzione.

— Dunque, l'Iran deve ponderare la risposta per non essere distrutto. Resta la guerra asimmetrica - quindi di natura terroristica. La chiusura del traffico marittimo nello stretto di Ormuz potrebbe essere una mossa iraniana, così come l’attentare agli impianti petroliferi e/o di stoccaggio dei sauditi.

— Queste opzioni - Ormuz e Arabia - dell’Iran spingerebbero lo stesso gli Stati Uniti a colpirli.

-- Nel frattempo si avrebbe una crisi militare e politica, ma anche economico e finanziaria - seppur non protratta - a causa della probabile esplosione del prezzo del petrolio.

https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2020/01/03/iran-vows-vengeance-after-america-kills-qassem-suleimani

https://www.ft.com/content/4d0e4e78-2df1-11ea-a126-99756bd8f45e

https://www.ft.com/content/78e513b4-2fcd-11ea-9703-eea0cae3f0de

Sembra quindi che l’Iran abbia “le spalle contro il muro”. Se le cose stanno così, allora gli Stati Uniti possono ragionevolmente sperare in una soluzione diplomatica. La quale però richiederebbe una diverso atteggiamento del Presidente verso gli alleati e verso le strutture del suo stesso stato, come spiega qui la ex consigliera di questioni iraniane di Bush e Obama.

https://www.foreignaffairs.com/articles/iran/2020-01-04/how-avoid-another-war-middle-east

 

2 - Le ragioni dello scontro fra gli Stati Uniti e l’Iran

— In essenza impedire l’ascesa di un egemone regionale. Durante la guerra fredda, ciò si traduceva nell’impedire l’estensione della sfera d’influenza sovietica oltre a Siria, Iraq, Egitto. Oggi, nel mantenere un equilibrio fra gli attori dotati di maggior peso: Israele, Arabia Saudita, Turchia e Iran.

— Proteggere i giacimenti di petrolio della provincia orientale saudita a maggioranza sciita. Non perché gli USA ne siano dipendenti. Da Riad arriva, infatti, solo il 10% delle importazioni petrolifere, ma perché l’instabilità del maggior forziere d’oro nero – il più grande giacimento al mondo è in Arabia - invierebbe scosse telluriche in tutto il pianeta.

— Garantire la sicurezza agli alleati sauditi e israeliani. La loro precarietà li ha resi dipendenti dall’ombrello statunitense.

— Mantenere il potere sui mari – la famigerata talassocrazia degli Anglosassoni, ieri dei britannici oggi degli statunitensi. Un potere che passa attraverso il controllo degli stretti, da cui transita l’ottanta per cento delle merci scambiate nel mondo. Nel Vicino Oriente ve ne sono ben tre: Suez (Egitto), Bab al-Mandab (Yemen), e Hormuz (che potrebbe essere messo sotto scacco dall'Iran, e da cui passa una parte cospicua del commercio di petrolio).

Questi quattro punti servono per comprendere la politica nel Vicino Oriente degli Stati Uniti. Va aggiunto che gli Stati Uniti rivaleggerebbero con l’Iran anche se la Repubblica Islamica non esistesse. La grammatica imperiale – studiata per primo da Tucidide - impone alla superpotenza di impedire l’ascesa di un egemone regionale che detti la propria agenda in un consistente spicchio di globo.

In una regione con Paesi con tre stati e per il resto di proprietà private di clan regnanti – i Paesi petroliferi del Golfo sono proprietà private, Turchia e Israele sono stati – l’Iran - che non è governato da clan ma è uno stato - è convinto - che poi ci riesca è altra storia - di possedere la profondità demografica, culturale, storica, istituzionale, per plasmare i destini dei territori già nell’orbita degli imperi persiani. Imperi riesumatisi in un regime islamico.

Una risposta al quesito sul perché impedire l’scesa di un egemone regionale, ossia sul perché gli Stati Uniti preferiscano i sauditi (un Paese musulmano centrato sui clan) agli iraniani (un'antica civiltà divenuta musulmana) potrebbe essere questa.

Un Paese petrolifero – dove è facile centralizzare i proventi della materia prima e quindi usarli a scopi di potenza - può essere conservatore o rivoluzionario, ossia può usare come non usare i proventi dell'energia fossile per restare come è, oppure per espandersi politicamente all'interno (attuando una rivoluzione), oppure all'esterno (esportando una rivoluzione). L’argomentazione estesa di quanto appena asserito si trova in Jeff D. Cogan, Petro-Agression, When Oil cause war, Cambridge University Pres, 2013.

Da questo punto punto di vista l’Arabia è un Paese conservatore, in quanto appunto conserva il tenore di vita delle migliaia di principi che lo governano, distribuendo parte dei ricchi proventi al resto della popolazione, mentre l'Iran ha ambizioni rivoluzionarie sia all'interno sia, ed è qui che si creano le frizioni, soprattutto all'esterno.

https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/asset-allocation/5116-tentativi-di-petro-logia.html

https://www.linkiesta.it/it/article/2020/01/04/iran-usa-suleimani-ucciso-cosa-succede-petrolio/44947/

Commenti (1)

Commenti  

0 #1 marino de Medici 2020-01-09 22:42
'L'Arabia Saudita sfugge all'argomentazi one del Prof. Cogan
e questo spiega perche' gli Stati Uniti
restano strettamente legati ad un
regime conservatore e repressivo
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