Dopo il virus avremo più Stato?

Ormai tutti (o quasi) sono a favore dell'intervento pubblico nel combattere il corona virus. Come acquisto di titoli del Tesoro da parte della Banca Centrale, e come spesa statale in deficit. Ma anche come salvataggio delle imprese e come distribuzione di un reddito a chi ne ha necessità. Quel che è molto meno dibattuto è se questo intervento sarà o meno temporaneo. 

 

Proviamo a dibattere del meno dibattuto dibattito:

— Se, finita la crisi da corona virus, le politiche monetarie e fiscali ultra espansive saranno mantenute, oppure se resteranno. 

— Se, finita la crisi da corona virus, tutte le imprese saranno salvate, se tutti i cittadini con difficoltà avranno modo di ricevere un reddito, oppure se saranno salvate solo le imprese in grado di “camminare con le proprie gambe”, e se i cittadini saranno incentivati a cercare lavoro.

Una premessa. Il futuro non può essere previsto (nel migliore dei casi si possono prevedere le tendenze, ma non la tempistica), mentre si conosce il passato (spesso solo come narrazione). Rivolgiamoci (in mancanza di alternative) a quest'ultimo per avere dei lumi sul futuro.

 

Le politiche economiche ultra espansive

La storia mostra che, una volta che l'intervento pubblico si sia materializzato, specie se avviene in seguito a un evento grave come una guerra, rientra, ma dopo molto tempo. E questo avviene, perché si formano delle forze (politiche, economiche, sociali) che trattengono l'intervento pubblico sul maggior livello raggiunto.

In parole pompose, si ha l'isteresi della spesa pubblica. Esempi? Nessuno oggi immagina di tornare alla suddivisione – ante riforma della scuola media unica, fra avviamento professionale e continuazione degli studi, quando l'ottanta per cento degli italiani aveva poco più della licenza elementare. La spesa pubblica per l'istruzione universale non può così tornare ai tempi che furono. Può essere ridotta, ma non eliminata. Lo stesso vale per le pensioni, e, visto quanto sta accadendo, ma era vero anche prima, solo che il nodo era in parte eluso, per la sanità. Si tenga, infine, conto che con la demografia negativa – e quindi con gli anziani che sono una quota numerosa e crescente degli elettori, la spesa per le pensioni e per la sanità non potrà che aumentare in termini assoluti. In termini relativi, invece, potrà non aumentare solo se l'economia riparte.Sulla ripartenza dell'economia vedi poi.

La spesa per istruzione, pensioni, e sanità sono, ormai da molti decenni, le spese maggiori dello stato, divenuto intanto "stato sociale". Il quale ultimo ha preso le prime mosse significative circa un secolo fa ai tempi della Prima guerra, per poi dilagare dopo la Seconda. Lo stato sociale, che oggi attrae oltre i due terzi della spesa pubblica, è quasi tutto finanziato dalle imposte, che una volta – fino alla Prima guerra, erano con la spesa volta al solo funzionamento dello stato come macchina – ossia, amministrazione, ordine pubblico, e difesa, assai modeste.

Tornando alla cronaca e al futuro, abbiamo, per far fronte al corona virus, una grande, e di molto maggiore di quella della crisi precedente del 2008-2009, espansione della spesa pubblica. Si ha, ma questa volta in misura di molto maggiore, in aggiunta alla maggiore spesa, una caduta delle entrate fiscali, anche essa frutto della crisi.

Si hanno così, come effetto delle maggiori spese e delle minori entrate, dei maggiori deficit che saranno molto elevati. I quali ultimi non saranno finanziati con l'emissione di moneta, ma con l'emissione di obbligazioni. Crescerà così il debito pubblico di tutti i Paesi. Il passo successivo è il debito che cresce intanto che le economie – come misurate dal PIL, si contraggono. Il rapporto fra il debito (il numeratore) e il PIL (il denominatore) non può che aumentare. La stima che oggi è universalmente condivisa vede avvicinarsi questo rapporto a dei livelli che non si sono mai avuti nei tempi di pace.

Sul come affrontare il nodo dei debiti pubblici che stanno esplodendo si dibatte. In estrema sintesi, la conclusione del dibattito sul controllo dei maggiori debiti non verte – per la ricordata difficoltà politica di attuare queste manovre, sul taglio della spesa e/o sull'aumento delle entrate, ma su altre combinazion. Soprattutto sulla “repressione finanziaria” combinata o mneo con il ritorno di una gran crescita. C'è un precedente. Dopo la Seconda guerra i grandi debiti pubblici - il frutto della guerra medesima, furono messi sotto controllo dalla combinazione di una gran crescita e della repressione finanziaria. La repressione finanziaria obbligava le banche a detenere quote di debito pubblico con dei tassi compressi, inferiori al tasso di inflazione, mentre era congelata la mobilità dei capitali, così da ottenere che il risparmio diventasse prigioniero nel Paese d'origine con rendimenti reali nulli. La grande crescita dell'economia allora si aveva grazie all’urbanizzazione e alla crescita dell'istruzione di massa.

La repressione finanziaria insieme alla gran crescita, non sono obiettivi facilmente ottenibili nel mondo d'oggi. In particolare, sulla gran crescita si veda la digressione alla fine del nota.

 

Imprese e famiglie nel dopo crisi

Supponiamo che l'intervento pubblico abbia successo nel lenire gli effetti negativi della crisi da corona virus, ossia che riesca a “tenere in vita” le imprese in difficoltà e ad aiutare le famiglie “mal messe”. Se così fosse, allora non sarà difficile immaginare il passo successivo: finita la crisi, quasi tutte le imprese saranno tenute in vita e quasi tutte le famiglie aiutate

Il normale andamento delle imprese, con una quota che fallisce mentre altre nascono e le sostituiscono, sarebbe bloccato. Si avrebbero molte aziende “zombie” tenute in vita dall'intervento pubblico diretto e dai tassi di interesse bassi. Lo stesso andamento dovrebbe valere per le famiglie in difficoltà. Il reddito di cittadinanza potrebbe non solo mantenersi, ma ampliare il proprio campo di intervento, se l'occupazione, come è probabile in assenza di intervento pubblivo,  riprendesse la crescita a favore di chi è qualificato.

Anche su questo nodo si ha un gran dibattito. Dibattito che in Italia verte, oltre alle polemiche ormai storiche sui salvataggi come quello ricorrente di Alitalia, sul "nanismo" delle imprese e sulla diffusione del precariato. In Italia il fenomeno della frammentazione delle imprese, del lavoro in nero, e delle partite IVA è più diffuso che negli altri Paesi avanzati.

Riferimenti per la politica economica:

https://www.economist.com/briefing/2020/04/23/the-pandemic-will-leave-the-rich-world-deep-in-debt-and-force-some-hard-choices

https://www.economist.com/briefing/2020/03/26/rich-countries-try-radical-economic-policies-to-counter-covid-19

Riferimenti per le imprese e le famiglie:

https://ehsthelongrun.net/2020/04/21/demand-slumps-and-wages-history-says-prepare-to-bargain/

https://st.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-03-22/terza-societa-amaro-lascito-crisi-140848.shtml

 

Digressione sulla crescita

Vi sono degli economisti che pensano che la convinzione condivisa dai più che l’economia “va bene” solo quando cresce “molto” sia sbagliata. Poiché non vedono l’orrore della bassa crescita sono chiamati “slowthers”. Ecco la loro argomentazione.

Tra il 1950 e il 2000 il PIL pro capite degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso annuo superiore al tre per cento. Dal 2000, lo stesso tasso è sceso al due per cento. In Europa la crescita - misurata allo stesso modo e negli stessi periodi - è stata prima maggiore e poi minore. Questo fenomeno della crescita lenta è da qualche tempo etichettato con l’espressione di "stagnazione secolare".

Eppure si ha chi sostiene che una crescita divenuta lenta è appropriata per una società ricca e sviluppata industrialmente. La crescita lenta - secondo questo punto di vista - non ha origine, come molti pensano, nelle disuguaglianze in aumento, ma si spiega a partire dalle scelte personali. Ossia, il rallentamento ha origine nella libertà dell’individuo.

Man mano che i Paesi sono diventati ricchi i cittadini hanno scelto di trascorrere meno tempo al lavoro e di avere famiglie più piccole. Ciò che è reso possibile grazie ai salari più alti e alle pillole contraccettive. La crescita del PIL rallenta al diminuire della crescita della forza lavoro. Forza lavoro che ha una forza propulsiva sempre minore minore man mano che sono raggiunti dei livelli maggiori di istruzione.

Pesa nel rallentamento la dinamica dei consumi il passaggio dalla spesa che si concentrava sui in beni materiali ai servizi - dalla lavatrice che ormai hanno tutti, ai viaggi che molti cercano di poter fare. Il settore dei servizi è ad alta intensità di manodopera, e quindi mostra, non potendosi usare le macchine più di tanto, dei tassi di crescita della produttività più bassi rispetto al settore della manifattura.

In conclusione, una crescita più lenta della forza lavoro - per numero e qualità - e il passaggio ai servizi spiegano quasi tutto il rallentamento della crescita che si è registrato prima della crisi indotta dal corona virus.

Nel caso italiano abbiamo avuto un rallentamento maggiore della media, ma qui bisogna di nuovo andare alla ricerca delle cause specifiche. Essenzialmente - e al solito. il “nanismo” delle imprese e le differenze nello sviluppo delle regioni. I limiti dell’economia italiana emergono con forza con l’arrivo del virus.

Per approfondire il rallentamento della crescita ante virus:

Dietrich Vollrath: “Fully Grown: Why a Stagnant Economy Is a Sign of Success! Chicago. U.P., 2020.

Sul "nanismo" italiano ante virus:

In Italia, su sessanta milioni di abitanti solo 23 milioni lavorano. I disoccupati non sono poi molti – 3 milioni, mentre molti sono gli inattivi sia in età di lavoro – 13 milioni, sia in età non di lavoro – 20 milioni. Quelli che lavorano sono quasi tutti occupati nelle imprese con al massimo dieci dipendenti. Le imprese italiane di piccola dimensione hanno una produttività inferiore a quelle delle imprese tedesche e francesi della stessa classe, mentre quelle di dimensione maggiore hanno una produttività eguale o maggiore. Dunque il punto non è l'”italianità incapace di fare industria” e/o “l”euro che ci ha rovinati”. I salari possono salire stabilmente – e quindi aiutare il finanziamento sia della spesa pubblica attraverso le imposte sia di quella pensionistica - solo se aumenta la scala delle imprese e quindi il valore aggiunto generato dalle stesse.

Sulle differenze regionali ante virus:

Qual era il reddito per abitante della parte settentrionale e meridionale dello Stivale al momento della nascita dell’Italia come stato? Le stime – difficili da farsi per la modestia delle statistiche disponibili – variano da un minimo di "all’incirca lo stesso" fino a un massimo di un quarto in meno per la parte meridionale. Come che sia, oggi il reddito per abitante della parte meridionale è circa la metà. Questo divario si è formato dal 1880 al 1950. Dal secondo dopoguerra si è alternativamente chiuso e riaperto, ma è rimasto intorno poco sopra la metà. Come mai il divario è intorno alla metà? Il tasso di occupazione in Meridione è inferiore (è pari al 64% di quello del Nord) e anche la produttività è inferiore (è pari al’82% di quella nel Nord). La combinazione (= 64% X 82%) di una minor occupazione (la popolazione in età da lavoro occupata è inferiore) e di una minor produttività (il prodotto per occupato è inferiore) spiega il divario (64% X 82% = 52%).

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