La Banca d'Italia ha appena pubblicato le previsioni economiche (1). Le riassumiamo, per poi passare a delle considerazioni economiche e politiche. La conclusione in campo macroeconomico è che “le cose stanno ancora in qualche modo in piedi”, mentre continuano a non essere affrontati i problemi di fondo. Questi sono quelli di un Paese in cui i pochi che lavorano sono quasi tutti occupati in imprese a bassa produttività. Insomma, si continua a pensare ad una politica economica guidata dalla domanda, nella fattispecie dalla redistribuzione del reddito, mentre non si pensa a come si potrebbe produrre meglio la ricchezza da distribuire.

A Westmister hanno votato il piano del Primo Ministro per l'accordo con l'Unione Europea in 634. I contrari sono stati ben 432. I favorevoli sono stati solo 202 - un terzo dei deputati. Fra i contrari i voti dei conservatori sono stati 118 su un totale di 317 – circa meno della metà. Una sconfitta di questa dimensione ha un solo precedente, quello del 1924. I laburisti chiederanno subito di votare la sfiducia al governo per andare alle elezioni. I conservatori “dissenzienti” però non vogliono le elezioni anticipate. Insomma, la Camera dei Comuni respinge l'accordo, ma non sappiamo che cosa potrebbe nascere come alternativa. 

Il Parlamento inglese vota sull'accordo tra Regno Unito e Unione europea. Il governo di Theresa May potrebbe andare incontro a una sconfitta storica e - da quel momento - si potrebbe aprire un capitolo sconosciuto. Nell'attesa dell'esito del voto, riproponiamo quanto avevamo scritto a suo tempo. A risentirci dopo il voto.

Le ondate migratorie non sono dibattute con il dovuto distacco. Di seguito proviamo a farlo. L'argomentazione è così articolata: 1 – la crescita economica e demografica degli ultimi tempi ha alimentato l'ondata migratoria; 2 - l'impatto della multi-etnicità incomincia a farsi sentire oltre che nel giorno-per-giorno anche nelle dinamiche politiche; 3 - l'ondata migratoria dall'Africa non è affrontabile in chiave solo “umanitaria”.

Nella polemica corrente si etichetta come “keynesiano” chi vuole usare il bilancio dello stato per spingere la crescita e redistribuire il reddito. Sempre nella polemica corrente si etichetta come “neoliberista” chi, al contrario, vuole tenere separato l'ambito economico da quello politico. Le politiche keynesiane sono state portate avanti nel periodo 1945-1975, quelle neoliberiste da allora. Abbiamo avuto due modalità - durate entrambe una trentina di anni - per gestire l'economia e politica. Queste due modalità hanno una comune origine politica – il timore sorto negli anni Venti e Trenta che la sovversione, ossia l'insorgere dei movimenti comunisti e nazionalisti, potesse abbattere l'Ordine liberale - e un'idea opposta di soluzione: l'intervento pubblico contrapposto alla neutralità dello stato.