Renzi e Keynes

La nuova linea del governo è spiegata dal ministro Padoan in questo modo:

 

 

 

 

 

1 – esiste, come accordo a Bruxelles, uno spazio di rilancio fiscale per chi abbia fatto le riforme strutturali. Tradotto: si può avere un deficit maggiore, avendo noi fatto la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro. 2 - Il deficit maggiore sarà il frutto di minori imposte permanenti non del tutto compensate dai tagli delle spese. Se fosse così, la riduzione del debito pubblico in rapporto al PIL sarà più lenta di quella si sarebbe avuta raggiungendo il pareggio di bilancio nel 2018. 3 - A meno che la crescita non si riveli di molto maggiore di quella che avremmo avuto raggiungendo il pareggio di bilancio.

Il rischio potrebbe allora essere quello di avere una politica espansiva in fase di ripresa, con la necessità di doverla poi correggere in una restrittiva se le cose andassero male in futuro, ossia se la gran crescita non si palesasse, con il debito pubblico che nel frattempo è diventato più grosso. In caso di correzione del bilancio dovuto ad una modesta crescita, le imposte dovrebbero venir rialzate e quindi non sarebbero più permanenti. Ma tralasciamo questo importante punto.

La scommessa implicita nel ragionamento di Padoan è la crescita maggiore che si avrebbe con un bilancio dello stato più flessibile – una scommessa che possiamo per amore di etichetta definire “keynesiana”. Chiediamo così lumi a due economisti “keynesiani” (De Long e Summers, Fiscal Policy in a Depressed Economy, marzo 2012).

Secondo loro, l'espansione dell'economia (purché sia depressa, ossia con una sotto occupazione degli impianti e della manodopera, condizione presente in Italia) attraverso un maggior deficit pubblico senza per questo avere un aumento del debito pubblico (in percentuale del PIL) è possibile. Ciò avviene se il deficit pubblico alimenta la domanda aggregata per una somma maggiore della spesa iniziale in deficit (ossia, se il moltiplicatore della spesa è significativo), a condizione che il costo del debito pubblico sia inferiore al tasso di crescita dell'economia. In Italia il costo del debito è pari - sulla media delle scadenze delle obbligazioni dai tre mesi ai trenta anni – a meno del 4%. Poniamo che il costo del debito resti invariato a fronte della ripresa della spesa pubblica in deficit. La crescita economica (reale e nominale) che riduca il peso (percentuale) del debito pubblico che si dovrebbe avere deve perciò essere intorno al 4%. La crescita economica dovrebbe perciò mostrare un tasso di inflazione (il deflatore del PIL) intorno al 2% (il valore corrente è più basso), e una crescita reale intorno al 2% (la crescita negli ultimi anni è stata più bassa).

Il 4 per cento è perciò un numero alto per l'Italia. Da qui il rischio della nuova proposta di Renzi come spiegata da Padoan.

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