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Elezioni 2018: cadono i perni

La prima parte (di Giorgio Arfaras) traccia un quadro dei risultati, e termina chiedendosi che cosa possa dare intelligenza di un tale sommovimento. La seconda parte (di Anna Zafesova) cerca di dar conto del richiamato sommovimento.

- Il quadro

Evento unico nell'Europa degli ultimi anni, due delle maggiori forze “anti-sistema” hanno ottenuto circa la metà dei voti. Le due summenzionate forze – la Lega e M5S - sono in due schieramenti opposti, ma hanno in comune alcuni punti programmatici. Questi punti sono ciò che consente di definirle “anti-sistema”.

Eccoli: 1) l'abolizione del “jobs act”, e 2) della “legge Fornero”, 3) l'imporre dei dazi all'importazione, 4) l'indire un referendum sulla permanenza nell'euro, e, infine, 5) un deficit pubblico superiore agli accordi di Maastricht. I primi due punti e il quinto sono decisioni che si possono prendere a livello nazionale, ma queste resusciterebbero il quasi sopito spread, il quarto potrebbe essere anche aggirato, perché in punto di legge non sono previsti dei referendum su queste materie. Il terzo è decisione dell'Unione Europea. Dunque siamo nel mondo dove queste scelte possono alimentare una crisi finanziaria.

Nonostante l'incertezza che avvolge l'uscita da un'elezione che non esprime una maggioranza, una crisi finanziaria, che emerge solitamente quando si formano dei giudizi condivisi, non si palesa proprio perché manca un punto di vista predominante. E le promesse mirabolanti fatte da alcuni prima del voto non si sono materializzate come “premio per il rischio”. La flessione maggiore che si è avuta il giorno dopo le elezioni è quella dell'azione di Mediaset, come riflesso del giudizio sulle fortune di Silvio Berlusconi. Per ora, calma quasi piatta.

Nell'Italia del Nord la Lega ha ottenuto un numero notevole di seggi, in quella del Sud i M5S hanno conquistato quasi tutti i seggi. Abbiamo così un ritorno dei dilemmi del 1994. L'Italia del Nord leghista, il Centro post comunista, con il Sud in mano a post fascisti e a quanto restava della DC dopo “mani pulite”. Dunque il rischio della rottura dell'Unità nazionale. Forza Italia, unendo le forze del Nord e del Sud in un unico schieramento da lei guidato, impedì - fosse “merito” oppure “eterogenesi dei fini” non sappiamo - lo sbriciolamento dello Stato Unitario. Dopo quasi un quarto di secolo siamo tornati allo stesso punto, con la differenza che Forza Italia è più piccola della Lega ed è la metà dei M5S. Meglio, siamo quasi allo stesso punto, perché la Sinistra non prevale più in Emilia-Romagna, in Umbria, e nelle Marche. Abbiamo così dopo cento cinquanta anni un Nord – composto dal Regno di Sardegna senza la Sardegna e dal Lombardo Veneto, un Centro – composto dal Granducato di Toscana in versione ridotta, e, infine, un Sud - oggigiorno con una propaggine nel fu Stato della Chiesa, con il ritorno del Regno delle Due Sicilie.

elezioni 2018 tris

Qualche mese fa proprio nel Lombardo Veneto – la parte ricca del Bel Paese - la Lega organizzò un referendum che doveva legittimare la volontà di trattenere le imposte generate in loco. Parte di queste imposte, soprattutto lombarde, andavano e vanno a Roma, che le rigira principalmente nel Regno delle Due Sicilie – la parte povera del Bel Paese. La Lega – domanda retorica - potrà mai accettare un cospicuo trasferimento fiscale volto a finanziare – fra le altre cose - “il reddito di cittadinanza” dei M5S, reddito che si materializzerebbe soprattutto in Meridione? Si tenga conto che la Lega vuole tagliare le imposte con la "flat tax". Le due forze “anti-sistema” sono, a ben guardare, due mondi in esplicito conflitto nel campo della redistribuzione fiscale del reddito.

Se escludiamo un accordo M5S e Lega, un accordo che avrebbe una maggioranza ma a nostro giudizio solo formale, dobbiamo pensare ad altre vie d'uscita, escludendo per ora le elezioni anticipate. Non essendoci per ora un'altra maggioranza, si deve pensare ad una soluzione (se c'è) frutto del combinarsi delle diverse forze.

  • Il Centro Destra si avvicina al numero di deputati e senatori necessario per formare una maggioranza. Perciò, se ottengono l'appoggio di altre forze, possono farcela, un po' come il PD che ha governato nel 2013 – 2018 con un premio di maggioranza frutto di un numero più che risicato di voti in più alla Camera, e con l'appoggio di forze minori al Senato. Difficile però che il Centro Destra trovi i voti parlamentari del PD, una volta che Forza Italia non domini lo schieramento di Centro Destra. Ossia, il famigerato “inciucio” è impossibile.
  • Il M5S potrebbe allearsi con Liberi ed Uguali e con PD, se privato di Matteo Renzi. Il populismo penta stellato con innesti di sinistra “nostalgica” (LEU), e di “neo populisti” (il PD ex-Renzi). Difficile che questo avvenga, perché sarebbe il suicidio del PD, che da partito di sistema si trasforma nel suo opposto per di più in veste di “junior partner”.

Dunque non si vede una soluzione, così come si vede che è saltato un perno del sistema – Forza Italia che per governare deve essere almeno il doppio della Lega ed il quadruplo di Fratelli d'Italia. L'altro perno – l'altro perno sistemico - che è saltato è un PD che non ottiene almeno un 30% di voti.

Approfondimenti:

Sul conflitto fiscale Nord-Sud: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4776-quale-federalismo.html

Sulle ultime promesse elettorali: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4867-promesse-metria-elettorale.html

Sui sistemi distributivi delle idee politiche: prima i militanti, poi le televisioni, e infine la rete: http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/1674-la-politica-e-i-costi-azzerati-della-distribuzione-delle-idee.html.

Sulla rete e sulle sue implicazioni: http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/4865-la-ribellione-delle-masse-virtuali.html.

Sulla sensibilità delle azioni Mediaset alle fortune di Forza Italia: http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/3559-l-universo-mediaset.html.

Sull'ascesa di Renzi: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/asset-allocation/3749-da-letta-a-renzi.html

 

2 - La fine di un'epoca 

A questo proposito può rivelarsi estremamente interessante analizzare il voto in comparazione con quello del 2013 – con i risultati alla Camera (1), (2). Il primo dato impressionante è la ripartizione dei voti: il 20-22% delle schede ha cambiato casa, rompendo clamorosamente l'idea del voto di appartenenza degli italiani, il sistema dell'ultimo ventennio, dove le elezioni si giocavano tra due grandi schieramenti con un margine ridotto, quando non risicatissimo, di swinging votes al centro. Stavolta, si è trattato di una migrazione da un continente all'altro, in un panorama completamente rivoluzionato nel quale gli schemi tradizionali sono di difficile applicazione.

Applicando un conto puramente aritmetico, il PD non sembra aver perso nemmeno tantissimo: 22% (inclusa la lista della Bonino, ma nel 2013 i radicali non avevano ottenuto un risultato separato, e quindi il voto radicale era stato risucchiato dal PD, e dall'uno per cento di Fare per fermare il declino, che è finito nel 40% renziano al referendum) contro 25%. Il vero grande sconfitto delle elezioni sarebbe semmai Berlusconi, che passa dal 22% al 14%.

Sulla carta, il PD registra 3 punti in meno, che sono esattamente i 3 punti conquistati da Liberi e Uguali. Che a loro volta sono equivalenti al 3% preso nel 2013 da SEL. In altre parole, l'elettorato della “vera sinistra” si aggira intorno al 6%, e in questa tornata elettorale è stato assorbito da LEU e dai 5 stelle, che hanno beneficiato inoltre del 2% di Ingroia nel 2013. Abbiamo un totale di 8 punti (3 ex di SEL, 3 provenienti dalla scissione del PD e 2 di Ingroia) che coprono quasi il risultato di LEU (+3, visto che è un partito nuovo) e 5S (+7).

Questa la rappresentazione sulla carta. Ma non si è trattato di una partita di giro, bensì di un movimento molto più complicato. Anche perché dalle simulazioni dei flussi elettorali manca un partito, in quanto già defunto: Scelta Civica di Mario Monti, che insieme all'UDC (1%, finito stavolta nel centrodestra) e a Fini prese il 10%. Un numero da tenere a mente. Rispetto alle politiche del 2013, alle europee del 2014 e al referendum costituzionale del 2016 il PD ha perso molti più voti, probabilmente nella regione del 15%, di cui una parte finiti nell'assenteismo e il resto in altri partiti.

elezioni 2018

La simulazione di cui sopra è fatta invece sulle europee del 2014, dove il PD prese il 40%. Attenzione, il 40% non era un elettorato “di sinistra”: era il combinato del PD e di Scelta Civica (35% stando al voto del 2013, più probabilmente pezzettini di sinistra e di berlusconiani, che alle europee rispetto alle politiche dell'anno prima aveva perso ben 6 punti). Possiamo ipotizzare che più o meno la stessa maggioranza ha agito al referendum del 4 dicembre 2016. In altre parole, il PD di Matteo Renzi non è il PD di cinque anni prima. Di quel partito è rimasta meno della metà, il 10-12% dei voti su scala nazionale. L'emorragia di voti – verso 5S, ma anche in misura cospicua verso il centrodestra, essenzialmente verso la Lega, in totale contraddizione con la feroce polarizzazione politica del ventennio berlusconiano – è stata ripianata dagli orfani di Scelta Civica.

In altre parole, il PD di Matteo Renzi è oggi, come giustamente dicono molti dei suoi critici da sinistra, un partito non più di sinistra tradizionale. E' una forza centrista di stampo liberale, molto più dell'SPD tedesco, del PS francese e anche del post-New Labour di Corbyn. Quindi l'obiezione che il PD ha perso perché non è stato un partito di “vera sinistra” è nel contempo vera e falsa: vera, perché non è un partito di sinistra classico, e falsa perché è proprio grazie a questo cambiamento di pelle che ha perso, relativamente a quello che gli è successo, solo 3 punti.

Quindi, la rottamazione della sinistra è infine avvenuta, dopo venti anni che si parlava di un'operazione Blair da ripetere anche in Italia. Il senso di questa operazione era quello di prendere atto della scomparsa del capitalismo “tradizionale”, del cambiamento della struttura produttiva verso un sistema postindustriale, e della riformattazione della sinistra in un partito che non si rivolge più agli sfruttati ma al ceto medio, e che invece di sfidare il capitalismo punta a dargli un'impronta sociale, con una valorizzazione particolare dei diritti civili dei nuovi indifesi – immigrati, disabili, omosessuali – senza più una connotazione di classe. Un progetto rivolto a una classe media europea, non violenta, laica, tollerante, globale, che interpreta il problema delle diseguaglianze non come un gioco a somma zero, ma come una questione di benessere comune.

Proprio questa operazione aveva portato al PD di Renzi lo strabiliante 40% delle europee e del referendum, un risultato che la sinistra “classica” della storia italiana non poteva in alcun modo ambire. Perché allora il successo dell'operazione non ha retto? La risposta è da cercare nei flussi elettorali del vero vincitore di queste elezioni, e del suo vero sconfitto: la Lega e Forza Italia (ex PdL). Da notare, tra parentesi, che il risultato elettorale delle due estreme di destra e sinistra, Fratelli d'Italia e LEU, è straordinariamente omogeneo su quasi tutto il territorio nazionale, con modestissime punte in alcune zone geografiche particolari (Lazio per i primi e Torino per i secondi), quasi che le estreme fossero relegate in nicchie non allargabili. La vera partita si è giocata tra Lega e PD, e ovviamente 5S. Che ha assorbito la vera “vera sinistra”, quella che nel termine include in primo luogo l'uguaglianza/egualitarismo, la redistribuzione, la protezione dei deboli in forma assistenziale e non con creazione di opportunità, l'anticapitalismo, la spesa pubblica, lo statalismo (alcuni di questi dossier riempiono anche i vuoti lasciati al Sud dalla DC (3)).

Il risultato della Lega è strabiliante, frutto di un'operazione politica di “rottamazione” riuscita: non solo è passata dal 4% al 17% (anche se nel 2013 era al minimo pagando il prezzo degli scandali del cerchio magico di Bossi), ma è uscita dal ghetto del Nord, diventando un partito nazionale.

elezioni 2018 quater

La prima vittima di questa operazione è stata Forza Italia, depredata dalla Lega. La seconda fonte di voti sono stati gli assenteisti del 2013 e i giovani al primo voto, l'elettorato dal quale in precedenza aveva pescato il movimento 5 stelle (un dato in comune con tutti i “populisti” europei e con l'elettorato di Trump). Che tra l'altro ha visto una cospicua fuga dei suoi voti verso la Lega: considerando che al Nord fino a queste elezioni i pentastellati erano praticamente inesistenti, tranne che in Veneto, possiamo ipotizzare che si sia trattato soprattutto del voto del Sud, e in questo caso l'afflusso di voti ai 5S è stato molto più cospicuo di quello quantificato sopra dalle sinistre e dall'elettorato giustizialista di Ingroia. Ma il fatto più eclatante è un altro: il 9% degli elettori della Lega – più o meno l'1,6% del voto nazionale, una cifra non irrisoria nel computo elettorale – nel 2013 aveva votato PD e Scelta Civica, cioè due partiti per i quali l'Europa e l'antirazzismo erano due capisaldi non discutibili. E il problema della relazione con gli stranieri è il trademark della Lega: da una ricerca molto interessante (4) risulta che l'elettore leghista in media non è preoccupato dell'andamento dell'economia (non più di altri partiti), né dal lavoro o dalla sua mancanza, il tema che lo inquieta di più (con un distacco davvero marcato) è l'immigrazione (aggiungiamo che l'altro partito preoccupato dall'argomento è il 5S, ma in misura assai minore del lavoro e del reddito basso). Nota a margine: il secondo dossier che preoccupa i leghisti sono le tasse eccessive, l'argomento che logicamente interessa meno di tutti ai grillini. Ma la Lega “costola della sinistra”, come la definì D'Alema nel 1996, si è espansa alle regioni tradizionalmente rosse, dove aveva fatto la sua non tanto timida comparsa già anni fa (5), seppellendo la tradizionale definizione delle sinistre e delle destre.

Riassumendo, in queste elezioni abbiamo visto un fenomeno di portata geologica: lo sfaldamento del centro moderato, quello intorno al quale si giocavano le elezioni, quello che permetteva gli “inciuci” e le “grandi coalizioni”, quello che garantiva la stabilità del Paese. Flussi enormi di voti si sono spostati dai partiti di sistema – PD, Forza Italia (ex Pdl), Scelta Civica – ai partiti antisistema. Il ceto medio non si sente più la base e il cuore del Paese, una crisi che corrisponde al malessere che ha generato Trump e ingrossato le fila degli estremisti fino a quel momento marginali in Francia, in Gran Bretagna e in altri Paesi europei. Il PD, che con 20 anni di ritardo rispetto al blairismo ha conquistato la posizione del partito del ceto medio, l'ha fatto esattamente nel momento in cui questo si è sfaldato. Perché questo è avvenuto sarebbe materia di un ragionamento (storico, sociologico, mediatico) a parte.

Quella cui abbiamo assistito non è solo una crisi politica che faticherà a produrre un governo, e non è risolvibile con nuove elezioni (che comunque nessuno vorrà, i perdenti per non perdere di più, i vincitori per non rischiare il bottino appena raccolto). E' la sparizione del sistema, che in un certo senso rende anche obsoleto il termine “antisistema”. Per nessuno era un segreto che nel bipolarismo sia il PCI-DS-PD, sia la DC-FI erano due iceberg che sotto una punta di politica istituzionale, razionale e realistica nascondevano “pance” che, analizzate con rigore, erano molto più estremiste dei leader che li rappresentavano. La sinistra ha dato voce a operai, braccianti e partigiani, la destra a braccianti, impiegati e madri di famiglia, che interrogati da un sondaggista di oggi avrebbero espresso opinioni molto più “populiste” - nel senso di sgrammaticate, estremiste e discutibili – di quelle ufficiali dei rispettivi partiti. Entrambi gli schieramenti hanno dovuto scendere a patti, e mediare con componenti estreme al loro interno (la sinistra rivoluzionaria e il clientelismo al Sud), imbrigliandoli e riconducendo le masse che guidavano a un equilibrio che si risolveva nell'ambito delle istituzioni democratiche, svolgendo il ruolo proprio dell'élite.

Questa epoca è finita. Le masse ora vogliono parlare da sole, chiedono di non avere più mediatori. Il tripolarismo – o forse anche di più, perché quel che resta di Forza Italia e la nuova Lega per ora non sono un fronte necessariamente omogeneo, per non parlare dell'ex sinistra – rende impossibile qualunque governo eletto in un sistema proporzionale. Il dilemma destra-sinistra, giocato e risolto nell'ambito di un sistema concordato da tutti, è stato sostituito dal dilemma reale-desiderato, dalla divisione tra chi vede opportunità e chi sente solo frustrazione, tra chi è andato troppo avanti sulla strada della globalizzazione e della società liquida, e chi non sente di poter salire sul suo treno. E' lo stesso muro che divide gli elettori di Trump e di Hillary, i Brexit e i Remain, gli elettori del Front National e di Macron, di fronte al quale il ragionamento in termini di destra o sinistra classica riesce solo a deformare un quadro già complesso.

cittacampagna

 

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_del_2013
  2. http://elezioni.interno.gov.it/camera/scrutini/20180304/scrutiniCI
  3. http://www.lastampa.it/2018/03/05/cultura/opinioni/editoriali/il-risultato-che-spaventa-leuropa-yfJGjvuumf1PQgVm0cLArL/pagina.html
  4. http://www.t-mag.it/2018/03/05/elezioni-2018-cosi-la-sociologia-del-voto/
  5. Avanti Po. La Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse, Paolo Stefanini, Il Saggiatore, 2010

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