Argentina/ Turchia/ Grecia/ Venezuela

Accade nelle polemiche pop che le vicende italiane siano messe a confronto con quelle dei summenzionati Paesi. Lettera Economica non vuole negare l'impatto di questo confronto come “comunicazione negativa efficace”, ma vuole negarne il valore fattuale. Nella polemica pop l'analogia con l'Argentina è legata al dubbio che l'Italia possa perdere sovranità per le richieste finanziarie estere. L'analogia con la Turchia è legata al dubbio che, tornando la Lira, questa si possa comportare come l'omologa (lira turca). L'analogia con la Grecia è legata al dubbio che il Paese possa essere sia impoverito sia commissariato. L'analogia con il Venezuela è volta a mostrare la punizione che il Bel Paese potrebbe, in fondo, meritare.

 1 - L'Argentina era ricca, ma non moderna

L'Argentina oggi ha un reddito di molto inferiore a quello dei Paesi avanzati, e non ha più un reddito di molto maggiore a quello degli altri Paesi del Sud-America. Una spiegazione del suo declino – espressa in forma lapidaria – potrebbe essere questa: “l'Argentina era ricca, ma non era moderna”. E per tre ragioni: A) aveva un'economia trainata dalle esportazioni di materie prime agricole, quindi un'economia che andava bene nelle fasi alte della domanda mondiale, ma che poteva trovarsi in difficoltà fossero mai sorti degli intoppi – come poi è accaduto negli anni Trenta, ma anche dopo - nel commercio internazionale; B) era un Paese di migranti poveri con una progenie numerosa, e quindi non poteva avere una propensione al risparmio elevata. La conseguenza era la dipendenza dall'estero per i capitali che sarebbero serviti allo sviluppo; C) non aveva una struttura istituzionale capace di facilitare il cambiamento, ciò che sarebbe potuto avvenire inglobando le forze nuove. Le élite argentine centrate sui poteri tradizionali impedivano l'inclusione di quelle nuove.

Un esempio intrigante. Sia Chicago sia Buenos Aires a cavallo del XIX° con il XX° secolo - erano degli esportatori di carne e grano, ed avevano un reddito pro capite simile. Chicago aveva però un livello di istruzione maggiore. Alla lunga Chicago – probabilmente per effetto di un “capitale umano” di maggior livello - è poi diventata molto più ricca di Buenos Aires. La convinzione che un'economia possa funzionare con una forza lavoro che sappia solo “leggere, scrivere, e far di conto” era radicata in Argentina, che, a cavallo delle Seconda guerra, era ai primi posti nel mondo come diffusione dell'istruzione primaria, ma cadeva parecchio nelle classifiche quando si passava a quella secondaria. L'economia centrata su una forza lavoro a bassa istruzione funziona se si esportano carne e grano e si importano le tecnologie con le quali si raggiungono i mercati mondiali, come la rete ferroviaria e i frigoriferi, ma non è sufficiente se si vuole costruire un'economia moderna. Se l'economia moderna non funziona, il reddito pro capite è inferiore a quello che si potrebbe avere. L'élite argentina è diventata meno ricca di quanto avrebbe potuto, ma è rimasta ricca a sufficienza per non voler promuovere la modernità con tutti i rischi connessi.

2 - La Turchia non si è molto modernizzata

La Turchia - come nazione - nasce dal disfacimento dell'Impero ottomano. Un impero crollato poco alla volta nel corso di quattro secoli e non in poco tempo tempo, come accaduto all'Austro-ungarico, al Russo, al Germanico, con la Prima guerra. La Turchia nazionale nasce appena dopo la guerra “liberandosi” delle etnie cristiane, quella armena e quella greca, che erano le protagoniste dei commerci e dell'industria. Con Kemal Ataturk la modernizzazione segue il modello statalista di matrice sovietica, a sua volta ispirato all'economia di guerra tedesca. La rivoluzione turca piaceva ai sovietici non solo per l'affinità nel modo di condurre l'economia, ma anche perché vi vedevano la possibile nascita di una “borghesia nazionale”, che avrebbe potuto ispirare quelle degli altri Paesi emergenti. Le borghesie nazionali avrebbero potuto essere le protagoniste della liberazione dal “capitalismo imperialistico” e quindi contribuire al rafforzamento indiretto dell'Unione Sovietica. Come che sia stato nella vicinanza con il sentire sovietico della Turchia divenuta repubblica, l'antecedente Impero ottomano non era certo un esempio di modernità. Non solo, la sua arretratezza si è poi mantenuta. La proprietà della terra ancora nel XIX° secolo non era privata, ma dello stato, o meglio dell'autocrazia, che ne disponeva a proprio piacimento l'uso. Un importante contro potere a quello del sovrano non poteva pertanto sorgere, come, invece, era accaduto – e da secoli - nell'Europa occidentale.

3 – I tratti finanziari dell'Argentina e della Turchia

Oggi il debito pubblico argentino è detenuto dall'estero per il quaranta per cento e per il settanta per cento è segnato in un moneta estera. Oggi il debito pubblico turco è detenuto dall'estero per il quaranta per cento e sempre per il quaranta per cento è segnato in una moneta estera. Entrambi i Paesi devono tener conto del giudizio degli investitori esteri, che possono non rinnovare il debito, a meno che non siano imposte ai debitori delle condizioni rigide volte a farli tornare solventi. In Argentina è stato soprattutto il governo a indebitarsi in dollari. In Turchia le imprese. Mette conto notare a proposito del risanamento che tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito è più difficile che tagliare quella privata. La spesa pubblica muove, infatti, il consenso politico, e dunque la sua riduzione può essere frenata a differenza di quella privata, che è diretta da funzionari eletti dagli azionisti e non dalla cittadinanza. In entrambi i Paesi la crescita - resa possibile con i capitali che sono giunti dall'estero - ha generato un deficit della bilancia commerciale - deficit che richiede altri crediti per continuare ad essere finanziato. Da un certo punto in poi – per effetto di una crescita del debito estero senza una crescita adeguata dei mezzi per onorarlo - è emerso il gran rischio per i creditori esteri. E l'offerta internazionale di credito per i entrambi i Paesi si è prosciugata.

4 - La difficile modernizzazione della Grecia

La Grecia classica aveva inventato il pensiero “dimostrativo” - il Logos - che, da oltre due millenni e con successo alterno, sta cercando di sostituire quello “rivelato” - il Mythos. La Grecia ha un gran passato, ma è una terra povera ubicata nella parte meridionale della Penisola balcanica, con una vicenda politica - relativamente a quella dei propri vicini – in fondo fortunata. Dalla nascita della Grecia moderna - agli esordi del XIX secolo, che la ha staccata dagli ottomani e quindi dal destino balcanico con un secolo di anticipo, all'esodo dei greci dell'Anatolia - agli inizi del XX secolo, che ha rinvigorito con le forze nuove dei profughi, alla guerra civile - alla metà del XX secolo, che ha consentito alla Grecia di evitare il destino comunista degli altri Paesi balcanici, fino all'ingresso, dopo la dittatura dei colonnelli, nell'Unione Europea e nell'Euro.

Ed eccoci alla crisi. La Grecia aveva registrato un notevole tasso di crescita fin dal suo ingresso prima nell'Unione e poi nell'Euro-zona, tanto che il livello del suo PIL pro capite reale era diventato di tutto rispetto. Dietro il brillante andamento si nascondevano delle gravi arretratezze, che emergeranno durante la crisi. Con la crisi il PIL pro capite reale greco è notevolmente caduto, ma è comunque rimasto sopra il livello raggiunto ai tempi dell'ingresso nell'Euro-zona e al livello dell'ingresso nell'Euro. Il tasso di crescita greco, trainato dal deficit pubblico, era finanziato dall'estero, soprattutto dalle banche francesi e tedesche. L'assunto dell'industria finanziaria era che, una volta che l'Euro fosse diventato a) la moneta unica e b) che non fosse stato possibile uscirne, sarebbe venuto meno c) il rischio di ridenominazione – ossia la possibile conversione del debito da Euro a Dracme. Dunque d) l'insolvenza – ossia l'incapacità di pagare i debiti in una valuta non controllata dalla propria banca centrale, che avrebbe potuto portare alla ridenominazione - era esclusa. Escluso questo rischio, ecco che il debito greco poteva essere comprato. e) Il rischio ridenominazione era assente, ma si aveva egualmente il rischio tasso. Ossia, se il bilancio pubblico ellenico si fosse deteriorato, ecco che si sarebbe formato un tasso di interesse maggiore per coprire il rischio crescente. f) Il meccanismo del deterioramento è questo: se i tassi salgono e il debito in partenza è cospicuo, il debito costerà sempre di più. Per portarlo sotto controllo si dovranno tagliare le altre voci della spesa, e/o alzare le entrate, che sono delle azioni molto difficili da intraprendere in presenza di elezioni a suffragio universale. Il casus belli della crisi – rivelatosi dopo le elezioni de 2009 - è stato il deficit pubblico, che era di gran lunga peggiore delle aspettative - ben cinque volte maggiore di quello degli accordi di Maastricht e ben tre volte maggiore delle stime che si avevano all'epoca. La causa belli della crisi erano però le caratteristiche dell'intervento pubblico sul fronte delle spese e delle entrate, che avrebbero reso molto difficile ogni tentativo di risanamento, e quindi, alla fine, vincolato la solvibilità del debitore. 

In Grecia, alla fine, è stata scelta la strada dell'Euro e delle riforme – come il referendum sull'adesione all'austerità che si era espresso contro quest'ultima, poi smentito dal Governo. Immaginiamo - per comprendere la ratio della decisione - la Grecia in un mondo non Euro e non Unione Europea. I trasferimenti dei capitali non ci sarebbero stati. La ragione sarebbe stata la Dracma, una moneta debole che nessuno avrebbe voluto, se non in cambio di interessi proibitivi. Non arrivando del denaro da fuori, la spesa pubblica in deficit – in deficit perché in Grecia non si raccoglievano le imposte nella misura necessaria per coprire una spessa crescente - sarebbe stata finanziata soprattutto con l'emissione di moneta. La quale, se offerta in eccesso, avrebbe alimentato l'inflazione. Con i dazi elevati che si sarebbero avuti e una moneta debole le importazioni sarebbero state frenate, ciò che avrebbe protetto i settori non competitivi, così riducendo l'efficienza del sistema. Le esportazioni greche di beni in un'economia arretrata sarebbero rimaste poco importanti, salvo quelle dei servizi turistici. Insomma, la Grecia sarebbe stata (e continuato ad essere) un Paese povero, non solo con un equilibrio economico precario, ma anche privo di spinte per migliorare la propria competitività. Con l'Euro che diventa il demiurgo delle riforme è forse possibile tentare la modernizzazione della Grecia.

5 – Venezuela: il crollo di un petrostato

Il declino del Venezuela è iniziati decenni fa. “By 1970 Venezuela had become the richest country in Latin America and one of the twenty richest countries in the world, with a per capita GDP higher than Spain, Greece, and Israel, and only 13 percent lower than that of the United Kingdom”. Poi, nei decenni successivi, il tonfo, accelerato dall'arrivo dello chavismo e dalla forte caduta del prezzo del petrolio. “Lower oil revenue meant cuts in public spending, scaled-down social programs, currency devaluation, runaway inflation, a banking crisis, and mounting unemployment and hardship for the poor”. La caduta del prezzo del petrolio del 2015 è un fenomeno assai noto, e quindi parleremo dell'industria petrolifera venezuelana. Il governo di Chavez “expropriated foreign-owned oil ventures without compensation and gave them to political appointees who lacked the technical expertise to run them. It nationalized utilities and the main telecommunications operator, leaving Venezuela with chronic water and electricity shortages. It seized steel companies, causing production to fall from 480,000 metric tons per month before nationalization, in 2008, to effectively nothing today. Similar results followed the seizure of aluminum companies, mining firms, hotels, and airlines”.

“Nearly all oil-producing liberal democracies, such as Norway, the United Kingdom, and the United States, were democracies before they became oil producers. Autocracies that have found oil, such as Angola, Brunei, Iran, and Russia, have been unable to make the leap to liberal democracy. For four decades, Venezuela seemed to have miraculously beat these odds—it democratized and liberalized in 1958, decades after finding oil. But the roots of Venezuelan liberal democracy turned out to be shallow. Two decades of bad economics decimated the popularity of the traditional political parties, and a charismatic demagogue, riding the wave of an oil boom, stepped into the breach. Under these unusual conditions, he was able to sweep away the whole structure of democratic checks and balances in just a few years”.

“When the decade long oil price boom ended in 2014, Venezuela lost not just the oil revenue on which Chávez’s popularity and international influence had depended but also access to foreign credit markets. This left the country with a massive debt overhang: the loans taken out during the oil boom still had to be serviced, although from a much-reduced income stream. Venezuela ended up with politics that are typical of autocracies that discover oil: a predatory, extractive oligarchy that ignores regular people as long they stay quiet and that violently suppresses them when they protest”.

Il ragionamento sulla Grecia e poi quello sull'Argentina e la Turchia affrontate insieme è stata pubblicato in versione estesa qui, dove trovate anche i link che approfondiscono i molti temi trattati:

http://www.limesonline.com/crisi-grecia-euro-fine-salvataggio-trojka/

http://www.limesonline.com/perche-i-mercati-emergenti-non-emergono-mai/

La parte su Venezuela è ripresa da Foreign Affairs:

https://www.foreignaffairs.com/articles/south-america/2018-10-15/venezuelas-suicide?cid=int-now&pgtype=hpg&region=br1

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