Il dibattito su Federalismo e Meridione

Giorni fa un Consiglio dei Ministri, che doveva discutere dell'autonomia regionale, si è concluso con un nulla di fatto. Era in discussione la bozza di intesa dello Stato con la Lombardia, il Veneto e l'Emilia Romagna - la riforma bandiera della Lega. Appena dopo la Campania ha fatto una richiesta formale per avere anch'essa l'autonomia. Insomma, le cose si stanno complicando. Invitati a un dibattito su queste vicende molto delicate abbiamo velocemente raccolto i nostri lavori sul Meridione – i primi due paragrafi (1), (2).

1- L'irrisolta questione Meridionale

Centocinquanta anni fa le sonnacchiose economie locali del luogo geografico a forma di stivale furono unite con la nascita di un solo stato. In cento cinquanta anni lo sviluppo è stato notevole. Il reddito per abitante si è moltiplicato ben oltre le dieci volte. Intorno agli anni Sessanta del secolo scorso sembrava che l’economia stesse decollando. Poi, dagli anni Settanta, la crescita si è bloccata. Dopo anni di crescita modesta e con l’aspettativa che sarà ancora modesta ha preso corpo l’idea che, mentre prima si poteva dividere una torta che cresceva, adesso si deve dividere una torta che avrà la stessa dimensione. Secondo molti la divisione della torta avviene in maniera iniqua. E avviene a danno della parte settentrionale dello Stivale. Da qui l’idea che la forma dell’unità politica del paese vada ridiscussa. Essa andrebbe regionalizzata, ossia le sue numerose parti dovrebbero gestire autonomamente le risorse che producono.

Qual era il reddito per abitante della parte settentrionale e meridionale dello Stivale al momento della nascita dell’Italia come stato? Le stime – difficili da farsi per la modestia delle statistiche disponibili – variano da un minimo di «all’incirca lo stesso» fino a un massimo di un quarto in meno per la parte meridionale. Comunque sia, oggi il reddito per abitante della parte meridionale è circa la metà. Questo divario si è formato dal 1880 al 1950. Dal secondo dopoguerra si è alternativamente chiuso e riaperto, quindi è rimasto intorno poco sopra la metà. Come mai il divario è intorno alla metà? Il tasso di occupazione in Meridione è inferiore (è pari al 64% di quello del Nord) e anche la produttività è inferiore (è pari al’82% di quella nel Nord). La combinazione (64% X 82%) di una minor occupazione (la popolazione in età da lavoro occupata è inferiore) e di una minor produttività (il prodotto per occupato è inferiore) spiega il divario.

In astratto, le caratteristiche economiche di un’area arretrata come quella del Meridione sono: 1) un reddito per abitante basso; 2) una concentrazione della ricchezza elevata; 3) uno spreco di spesa pubblica; 4) un’evasione elevata. E le ragioni di queste quattro caratteristiche sono: 1) l’economia non fiorisce in assenza di «certezza del diritto»; 2) si hanno dei gruppi organizzati che si appropriano di una quota abnorme del reddito; 3) la spesa pubblica è inefficiente perché ha anche lo scopo di mantenere il consenso, oltre l’erogazione dei servizi dovuti; 4) l’evasione è elevata perché l’economia emersa è una parte molto modesta di quella effettiva.

Queste caratteristiche sono riscontrabili nelle statistiche di tre regioni: la Campania, la Calabria e la Sicilia. Non decollando l’economia, resta l’uso di risorse pubbliche. Le risorse pubbliche sono investite anche per occupare persone. Le quali persone votano coloro che si occupano di trovare le risorse pubbliche. Essendo la Campania e la Sicilia molto popolose, eleggono un gran numero di deputati e senatori. Nessuno in Italia può di conseguenza vincere le elezioni senza il loro voto. Il loro potere di interdizione è all’origine della distorsione nell’uso delle risorse pubbliche.

Abbiamo alla fine un equilibrio economico povero in alcune regioni e un equilibrio politico costoso per quelli da cui si attingono le risorse.

Gli abitanti di queste regioni vivono però molto peggio di come altrimenti vivrebbero se rompessero il circolo vizioso dei poteri arcaici. Uno potrebbe subito pensare alla «ribellione». Perché la ribellione non si manifesta se non sporadicamente? Un ragionamento che combina la «logica dell’azione sociale» con l’idea che esista una scelta fra «voce» e «defezione» potrebbe aiutare a chiarire la ragione della sua assenza.

Il rischio per l’individuo ribelle e per quei pochi che coinvolge è alto, rispetto a quanto essi possono concretamente ottenere. Quelli che si ribellano al «pizzo», che possiamo elegantemente pensare come il costo per l’erogazione di servizi di protezione, rischiano molto. L’incertezza del risultato è elevata, mentre si ha una quasi certezza che arrivi la ritorsione. Chi si ribella ha – per definizione – un’alta propensione al rischio. Un risultato favorevole altamente incerto contrapposto a un costo certo è, infatti, la scelta del ribelle.

La ribellione è scelta se si è affetti da «altruismo totale». Il ribelle dovrebbe, infatti, scommettere che gli altri vivranno meglio. Laddove per «altri» si intendono non solo i concittadini viventi, ma anche quelli che nasceranno. L’individualità del ribelle è giocoforza risucchiata dalla vita altrui. Il progetto di una possibile miglior esistenza altrui dovrebbe dare ai ribelli una soddisfazione tale da compensare il rischio che corrono. In alternativa alla ribellione, uno emigra. Il risultato è incerto, non si sa come andrà a finire, ma il costo, elevato se tutto va male, è comunque inferiore a quello della ritorsione.

Gli insoddisfatti, in un mondo dove prevalgono i poteri arcaici, alla fine si biforcano: gli eroi da una parte (gli affetti da «altruismo totale») e gli emigranti dall’altra (gli affetti da «egoismo realistico»). Man mano che passa il tempo si cumulano gli emigranti e quindi diminuisce la quota di insoddisfatti nella popolazione. Restano i ribelli, che ogni tanto compaiono. Il grosso della popolazione accetta l’ordine delle cose esistente.

2 – Quando il Meridione “serviva”

Oggi si ridiscute il centralismo che sposta molte risorse delle regioni più ricche verso il Meridione. Nel dopoguerra, invece, questo non accadeva. Proponiamo una spiegazione.

Il Meridione ha mutato spesso volto. Meglio, ha avuto diversi volti che sono mutati. Un volto era quello di essere un mercato maggiore per le esportazioni delle imprese del Nord. Un altro era quello di fornire manodopera ai tempi della industrializzazione accelerata del Nord. Questi due primi volti del Secondo Dopoguerra hanno da tempo esaurito la propulsione. Il Nord esporta in massima misura fuori dai confini nazionali, e la manodopera non qualificata proveniente da altre aree non è più richiesta. Altro volto era bilanciare il pericolo social-comunista ai tempi della Guerra Fredda. Il Meridione votò, infatti, prima per la Monarchia e poi per le forze moderate. La Guerra Fredda non c'è più e il pericolo social-comunista non si vede dove oggi possa albergare. Volto finale – quest'ultimo esauritosi per effetto della guerra persa e quindi estintosi con la rinuncia ad essere la “più piccola delle grandi potenze” - era la funzione militare. Il Meridione popoloso serviva per fornire l'esercito di soldati, e per proiettarsi verso il mare nostrum.

Queste erano le ragioni dell'interesse per così dire “materiale” del Nord a perseguire una politica di “alleanza” con il Meridione. Queste ragioni materiali non ci sono più. Il Nord potrebbe rinunciare in maniera definitiva all'ambizione di essere la più piccola delle grandi potenze – una politica perseguita dall'Unità alla Seconda Guerra - e diventare come il Belgio, l'Olanda, l'Austria. Trasmutarsi, in breve, in un Paese dove la politica è dissolta nell'economia e dove il Paese è junior partner del Sacro Romano Impero.

Come possiamo quantificare le numerose importanti funzioni svolte nel Secondo Dopoguerra dal Meridione: quanto vale l'aver arginato i social-comunisti? Quanto vale l'aver alimentato il grande esodo dalla campagna alla città? L'unica quantificazione di cui disponiamo – pure di valore limitato - è relativa al debito pubblico. Esso si è formato in Meridione, laddove le spese dello stato sono state maggiori delle entrate che traevano origine localmente. Il bilancio pubblico – inteso come surplus primario - nel Nord-Ovest è stato in avanzo, nel Nord-Est è stato prima in deficit e poi in avanzo, nel Centro quasi sempre in pareggio. Nel Meridione si aveva un disavanzo spaventoso che negli ultimi anni va riducendosi pur restando molto elevato.

3 – I numeri della questione meridionale secondo lo SVIMEZ

La polemica da parte “settentrionale” è condotta soprattutto sul cosiddetto residuo fiscale, ossia su quanto una regione versa in imposte allo stato centrale e quanto riceve "indietro". Nel caso delle regioni del Centro-Nord (in realtà quasi solo quelle del Nord) il residuo fiscale (in surplus) ammonta a circa 80 miliardi di euro, ossia il Centro-Nord "lascia" a Roma 80 miliardi. Nel caso delle regioni del Meridione il residuo fiscale (in deficit) ammonta a circa 20 miliardi di euro, ossia il Meridione "prende" da Roma 20 miliardi.

Secondo lo SVIMEZ (3) il calcolo non è completo, perchè tiene conto dei versamenti in conto interessi che traggono origine dal debito pubblico, interessi che lo stato versa agli abitanti e alle persone giuridiche delle diverse regioni. In questo caso, poiché le regioni più ricche detengono una quota maggiore di debito pubblico, e quindi incassano un volume maggiore di interessi, si ha una sorta di bilanciamento. Il Centro-Nord vede ridursi il surplus "verso Roma" di 80 miliardi, perchè riceve del denaro in forma di interessi. Il Meridione vede ampliarsi il deficit di 20 miliardi, perchè riceve altro denaro in forma di interessi, partendo da una condizione di deficit "verso Roma".

La differenza finale allora non è più +80 contro -20, ma +28 contro -37. Fatta questa correzione, non che le cose cambino. Si può, infatti, argomentare che il federalismo spinge alla responsabilità di spesa – come quantità e qualità - delle istituzioni locali, indipendentemente dai residui fiscali calcolati cum o ex flusso di interessi..

4 - Link e approfondimenti

1 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4776-quale-federalismo.html

2 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5043-la-grande-crisi-di-dieci-anni-fa-%E2%80%93-terza-puntata.html

3 - https://www.svimez.info/images/note_ricerca/2018_12_24_federalismo_studio.pdf?fbclid=IwAR3EU6ByfJ92EScmhWzo9-6WwVQ9kpDbUR_9EMWjW6xctuGwA_lyMmxmkIw

Per approfondire:

https://www.centroeinaudi.it/cerca.html?gsquery=meridione

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