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E' sorto un populismo diverso

Io amo il mio Paese, amo mia moglie, amo il mio cane”. La semplice canzone strimpellata nella sigla di una popolare serie televisiva, con un motivetto appiccicoso come la colla, potrebbe diventare tra due mesi l'inno non ufficiale dell'Ucraina, dove la campagna elettorale per le presidenziali si sta sviluppando nella più sorprendente e inedita sceneggiatura politica del 2019.

Nelle previsioni dei politologi il 31 marzo avrebbe dovuto mettere alla prova la capacità del presidente uscente Petro Poroshenko di resistere all'assalto dei nazionalisti più agguerriti e dell'inaffondabile ex premier Yulia Timoshenko, pasionaria già del primo Maidan del 2004, nella solita dicotomia “radicale-moderato”, “contro Mosca-senza Mosca” (l'opzione “con Mosca” dopo l'annessione della Crimea e la guerra nel Donbass non è presente nel dibattito politico ucraino), “guerra-diplomazia” e “ucraino-russo”. Ma in cima ai sondaggi svetta sicuro un personaggio nuovo e spettacolare, in tutti i sensi: Vladimir Zelensky (o Volodimir Zelensky in ucraino), il più famoso comico del Paese, celebre soprattutto per la sua interpretazione del presidente nella serie “Il servo del popolo”: a fine febbraio ha conquistato il 27-29% dei consensi, mentre Poroshenko e Timoshenko ondeggiano intorno al 15-18% (1). E soprattutto, batte tutti i candidati nelle simulazioni sul quasi inevitabile ballottaggio del 21 aprile (2), superando quasi del doppio l'attuale presidente.

Un terremoto politico di cui per ora fuori dall'Ucraina si sono accorti in pochissimi, liquidato spesso con paragoni ovvi quanto fuorvianti: il “Grillo ucraino” o il “Trump di Kiev”, per quanto sarebbe forse più calzante il parallelo con la vertiginosa scalata di Silvio Berlusconi nel 1994. Una campagna elettorale partita quasi come uno scherzo, nella notte di Capodanno, quando il canale televisivo 1+1 a mezzanotte al posto del tradizionale messaggio del presidente ha mostrato Zelensky che annunciava la sua candidatura (3). Molti l'hanno preso per un trucco pubblicitario per la terza stagione del “Il servo del popolo”, dove il comico interpreta appunto il presidente dell'Ucraina, e la campagna elettorale tuttora si svolge senza soluzione di continuità rispetto all'attività di Zelensky nello spettacolo. Sui social come Youtube, Facebook e Instagram il Zelensky politico e il Zelensky showman convivono in un mondo surreale, dove i filmati dalle varie tappe della tournee si susseguono con le immagini del candidato che incontra l'inviato della Casa Bianca Kurt Volker (4), i fotogrammi della serie fanno da cartelloni elettorali e le foto dell'incontro con l'emissario del Fondo monetario internazionale suscitano involontaria ilarità per la somiglianza con l'analogo momento della fiction (nella quale il presidente rompe clamorosamente con il Fmi diventando protagonista del memorabile numero rap “Andate a ...”).

Bollato prevedibilmente come il “candidato-clown”, il comico però sta anche tirando fuori un programma scritto da economisti ed esperti riformisti (5) e propone misure serie come la liberalizzazione dell'economia, l'amministrazione digitale, garanzie per gli investimenti esteri e lotta alla corruzione. Un'altra novità totale è la soluzione del conflitto con la Russia. Zelensky è in linea con tutti gli altri candidati: la Crimea è ucraina e il Cremlino la deve restituire con pagamento dei danni, il Donbass è altrettanto ucraino, la prospettiva del Paese restano l'ingresso nell'Unione Europea e nella Nato (vale la pena sottolineare di nuovo che il “tema russo” nella politica ucraina dopo il Maidan e il successivo conflitto armato con Mosca è assente). Ma a differenza di Poroshenko, diventato suo malgrado presidente di guerra, e di Timoshenko, che predica la via “militar-diplomatica” e una “alternativa agli accordi di Minsk” (6), Zelensky vuole trattare con Putin, senza alcun entusiasmo, “ma dobbiamo parlarci, per fermare il fuoco e poter sviluppare il nostro Paese” (7).

Putin si è rifiutato finora di negoziare direttamente con Kiev, sostenendo di non essere parte di un conflitto che la diplomazia russa continua a presentare come una guerra civile, ma si tratta comunque di una proposta che nel clima politico ucraino degli ultimi cinque anni suonava impossibile, pena l'immediata accusa di essere al soldo del Cremlino (anche i due “big” Poroshenko e Timoshenko si rimproverano a vicenda di legami con Mosca). Zelensky si propone come il presidente della pace e non della guerra, e anche grazie alla sua posizione meno rigida sull'uso del russo (parla un ucraino più che approssimativo) è il candidato più popolare nell'Est e nel Sud del Paese, a prevalenza russofona.

Per quanto riguarda i contenuti politici e i contatti diplomatici, per ora non ha commesso gaffe maggiori. Mediaticamente, non sbaglia un colpo. La campagna elettorale è costruita con lo stesso ritmo e precisione della serie, la grafica dei manifesti e del sito è leggera e moderna, il linguaggio spiritoso, gli slogan mischiano inglese e ucraino e sono pronti a diventare tag nei social, principale motore promozionale: non stupisce che Zelensky sia anche il candidato di gran lunga preferito dai giovani. E' quella nuova generazione di ucraini per i quali una identità separata dalla Russia non è più un problema da risolvere, ma qualcosa di acquisito, dove la distinzione non passa dalla scelta linguistica ma da quella valoriale, e il patriottismo più che avere manifestazioni belliche predilige la pacata formula della sigla del “Servo del popolo”, che equipara l'amore per il proprio Paese a quello per la moglie e il cane. Resta comunque l'incognita della loro partecipazione: come nel Regno Unito al referendum di Brexit e alle elezioni presidenziali americane del 2016, sono l'elettorato meno “populista”, ma anche il più propenso a disertare i seggi.

L'attacco di critiche e fake news sferrato contro il comico dimostra come i principali concorrenti l'abbiano preso sul serio. E gli analisti e i diplomatici occidentali hanno per ora più domande che risposte: come farà un comico senza alcuna esperienza politica a governare i 45 milioni di abitanti del Paese più esteso d'Europa, al centro di una crisi internazionale, con territori annessi o contesi dalla Russia, 24 militari ucraini sequestrati a Mosca e un'economia disastrata, tra l'altro, anche dalle sanzioni reciproche con il vicino? Wasghinton è schierata con Poroshenko, e lo stesso Volker due settimane prima di incontrare Zelensky si è esplicitamente schierato con il presidente in carica (8), sostenendo che il Cremlino avrebbe fatto di tutto per impedirne la rielezione per cercare un accordo con il suo successore, sposando in altre parole la tesi propagandistica che vede in qualunque oppositore un agente russo. Le cancellerie europee sono preoccupate dall'incognita rappresentata da Zelensky rispetto a dossier come il transito del gas russo, la minaccia militare dall'Est e lo stallo degli accordi di Minsk. L'attenzione dei media russi alimenta nei radicali – un bacino elettorale stimato intorno al 25% - il sospetto che l'attore russofono sia “al soldo di Mosca”. Molti analisti locali sospettano un intrigo oligarchico – gli show e i film di Zelensky escono sul canale 1+1 del potente magnate Igor Kolomoysky - che metterebbe comunque l'attore in una situazione “win-win”: anche se non diventasse presidente, mieterebbe il top degli ascolti per la sua serie, e si guadagnerebbe comunque una buona posizione di candidato alternativo.

Il vero programma elettorale del 41enne attore e regista di Krivyj Rih, figlio di professori russofoni di origine ebraica, è infatti la sua popolarissima serie televisiva “Il servo del popolo”, “Sluga naroda”, la storia di un comune insegnante di storia di un liceo di Kiev (9, 10) che si ritrova presidente per caso: un capolavoro esilarante, recitato da un cast di caratteristi bravissimi, che alterna in un ritmo incalzante momenti di comicità classica a sferzante satira politica, seguendo molto da vicino la cronaca e deridendo una serie di personaggi riconoscibilissimi, dagli ultranazionalisti in camicie ricamate con motivi etnici che insistono a parlare solo in ucraino agli oligarchi spregiudicati che si giocano i porti e le fabbriche dell'Ucraina al Monopoli. Farcita di battute e citazioni, dai classici al “Giovane papa” e “Guerre stellari”, non scade mai in una comicità volgare né in una denuncia fastidiosamente retorica. Girata in russo – ma alcuni personaggi parlano ucraino, in quel mix linguistico tipico dell'Ucraina che confonde chiunque provi ad analizzare il conflitto Kiev-Mosca con strumenti etnici – la serie ha fatto il record degli ascolti, è stata acquistata da Netflix (11) e ha rotto la barriera tra politica e realtà: Vladimir Zelensky verrà votato per quello che fa e dice il suo personaggio del presidente onesto, Vassily Goloborodko, che però a sua volta è animato dalle stesse battaglie che l'attore porta avanti dal palco da vent'anni. Il personaggio e l'autore-interprete si sovrappongono e si confondono totalmente, e guardando i suoi spettacoli, sketch, lungometraggi e concerti si capisce che questa candidatura non è un'improvvisazione, ma un progetto maturato per anni.

Si tratta di una frontiera totalmente inedita dello storytelling, forse inevitabile in un mondo dove i politici diventano sempre più personaggi: appare perfino logico invertire il procedimento e far diventare il personaggio un politico, e scrivere la campagna elettorale come una sceneggiatura invece che romanzare la realtà. In un mondo dove ormai la propria collocazione culturale, sociale e politica viene definita dalle serie che si guardano, Netflix potrebbe diventare una risorsa elettorale più importante del telegiornale, e non è un caso che i concorrenti di Zelensky hanno cercato di bloccare le sue trasmissioni umoristiche come campagna elettorale, in un ricorso già respinto dalla Corte Suprema. La prospettiva è affascinante quanto inquietante, e il rischio che il fenomeno del “candidato-clown” venga incasellato immediatamente come la manifestazione suprema del populismo è ovvio.

Di seguito proviamo ad analizzare le componenti della campagna elettorale, e del personaggio proposto, e di delinearne i tratti comuni e le differenze con i populisti europei, intendendo per “populismo” una corrente politica che nelle sue varie manifestazioni nazionali conserva temi e retoriche comuni, più che un metodo di comunicazione e presentazione. 

  1. L'onestà. Ovviamente è il leit motiv del plot di “un uomo comune al potere”, e alcune scene – come quando Goloborodko-Zelensky sogna di mitragliare i deputati o impalare i ministri - possono apparire disturbanti a uno spettatore europeo. Ma in questo caso il messaggio anti-kasta è rivolto a uno dei Paesi più corrotti al mondo (12), con una oligarchia molto presente nella politica (lo stesso Poroshenko è un tycoon di massimo calibro) e uno strascico di scandali che accompagna i principali candidati (un consigliere del presidente è accusato di aver contrabbandato componenti militari dalla Russia durante la guerra nel Donbass, (13)). La lotta alla corruzione è una delle condizioni poste a Kiev da Bruxelles e dal Fmi, e le tangenti sono uno degli ostacoli principali agli investimenti esteri di cui l'Ucraina, con la sua povertà diffusa e l'industria obsoleta, ha un estremo bisogno. Tra parentesi, lo stesso Zelensky viene accusato di essere una marionetta dell'oligarca Kolomoysky, che peraltro è vittima delle sue feroci parodie.
  2. L'uomo comune al potere. Un altro motivo comune a quasi tutti i populisti noti, ma declinato in toni opposti a quelli del Movimento 5 stelle o di Trump: il presidente inventato e i suoi amici sono intelligenti, istruiti e moderni, è l'élite al governo a venire dipinta come incompetente, stupida e provinciale, mentre il popolo viene raffigurato con affettuosa compassione, accompagnata da una sferzante satira nei confronti degli esilaranti idealtypen dell'”uomo comune”, ignorante, credulone, indolente, furbo, vittimista e pronto a prostrarsi di fronte a qualunque potente, a partire dall'amministratore del condominio. Il mito dell'”intellighenzia” è sopravvissuto all'Urss, e il “Servo del popolo” non è un messaggio contro le élite, semmai è la rivendicazione di un'élite intellettuale a occupare il posto che le spetta, e al popolo a migliorare per essere all'altezza dell'ideale europeo.
  3. La paura e la divisione. Uno strumento tipico dei populisti, dalla coalizione giallo-verde a Marine Le Pen, assente però nel caso ucraino. Lo spettatore-elettore non viene affogato in una narrativa che vuole rendere la sua percezione del mondo più spaventosa di quello che è. La realtà dipinta dalla serie assomiglia molto alla vita di tutti i giorni degli spettatori, ma nonostante i continui fallimenti del presidente onesto viene colorata di ottimismo e speranza, in un certo senso anche sdrammatizzata. La retorica della paranoia, dell'intolleranza e del nemico alle porte è totalmente assente (nonostante in un Paese in guerra l'espediente della minaccia russa sarebbe stato fin troppo facile), come anche la divisione nazionale nell'Est e nell'Ovest, a favore di un messaggio di unità nazionale, ma non in toni nazionalisti.
  4. La nostalgia per il passato. Ancora un elemento classico del populismo occidentale che manca nella narrativa ucraina. La nostalgia per la perduta grandezza sovietica, perno anche del messaggio putiniano, è assente (per ovvi motivi di un passato da dimenticare, se non fosse che la Ostalgia si è manifestata anche politicamente perfino in Paesi ex socialisti entrati ormai in Europa), sostituita da una domanda di futuro e di messaggi positivi: lo slogan elettorale di Zelensky è “Il Paese del sogno”, e i connotati di questo sogno sono quelli dell'Europa.
  5. Il protagonismo del leader. Di nuovo le parti si ribaltano: il personaggio di Zelensky non è un duce, negozia con le lobby, viene messo sotto schiaffo dal parlamento, sbeffeggiato dai media e tradito dai propri elettori. La sua proposta agli elettori (nella realtà) di proporre (ma non di eleggere) candidati alle cariche chiave sui social è sicuramente populismo mediatico, ma non è una replica della piattaforma Rousseau, semmai il tentativo un po' teatrale di contrastare il nepotismo, o di apparire “interattivo”. Al contrario della Russia, l'Ucraina non ha una tradizione di forte presidenzialismo, e le paure di un eccessivo accentramento di potere sono rivolte piuttosto a Poroshenko, che si candida con lo slogan di stampo putiniano “I candidati sono tanti, il presidente è uno”. Il messaggio dell'”uomo forte” non è molto popolare in Ucraina, dove la tradizione politica privilegia il policentrismo, e una testata come Foreign Policy mette in guardia contro lo stereotipo di un “failed State” misero e primitivo, sostenendo che “la democrazia ucraina prospera” e il parlamento da un lato e numerose manifestazioni della società civile dall'altro hanno prodotto nei cinque anni trascorsi dal Maidan un cambiamento riformista e un dibattito vivace (14).
  6. Un candidato non politico. Il parallelo più ovvio è con Beppe Grillo, anche se Zelensky scherza sulla sua affinità di uomo dello spettacolo con Donald Trump. Come lui, viene da una satira molto politica e critica (declinata però con un talento più camaleontico che fa pensare, se proprio bisogna cercare analogie italiane, a Crozza), e come Berlusconi rappresenta un modello di successo anche imprenditoriale: il suo teatro, Kvartal 95, è cresciuto dal cabaret studentesco nel più quotato e prolifico produttore di film, serie, concerti e show televisivi dell'Ucraina. Le considerazioni – e le preoccupazioni su questo “conflitto d'interessi” aprono un capitolo nuovo nel dibattito globale sul ruolo dei media, la politica-spettacolo e la commistione dei ruoli e degli strumenti. Ma vale sempre la stessa regola che si è già manifestata altrove: i candidati “dilettanti” appaiono in sistemi troppo autoreferenziali e chiusi. Il fatto che i big della politica ucraina non raccolgono nemmeno un quinto dei consensi - oltre ai tre contendenti principali solo altri due candidati (il nazionalista Gritsenko e l'esponente di quel che resta dell'ex Partito delle regioni Boyko) oscillano sul 7-10 %) e l'enorme dispersione del voto dimostrano un pericoloso disincanto dell'elettore, nonostante la sterminata scelta di 44 nomi nella scheda. La contrapposizione di Poroshenko-Timoshenko, due personaggi con un'anzianità ventennale ai vertici della politica di Kiev, con il corollario anche quello ventennale di reciproche accuse di corruzione e asservimento a Mosca, appare all'elettore ucraino attuale quanto a quello italiano può sembrare il confronto tra Fassina e D'Alema su cosa è la “vera sinistra”. E' il prezzo che ha pagato anche Hillary Clinton, conseguenza di un cambiamento generazionale, e della spietata legge dello spettacolo: il pubblico si stufa delle solite facce (il ragionamento non vale per il Brexit, il cui principale promotore populista è uscito di scena il giorno dopo, lasciando a districare la matassa una classe politica composta in buona parte dai sostenitori del Remain).

Utilizzando strumenti mediatici e promozionali di stampo populista, Vladimir Zelensky potrebbe però essere accomunato non tanto ai populisti occidentali come Grillo, Salvini e Trump, o ai nazional-conservatori dell'Est Europa come Orban e Kaszynsky, quanto a un rottamatore come Matteo Renzi, o il leader dell'opposizione russa Alexey Navalny, tra l'altro entrambi più o meno suoi coetanei. Il caso di Navalny è un altro esempio di trasformazione mediatica del politico nel personaggio: avendo esordito come dissidente “classico”, è diventato però una star grazie alla costruzione di un mini-impero mediatico su Internet, di fatto un'alternativa ai telegiornali governativi. La sua popolarità di conduttore dei suoi programmi è inscindibile da quella di politico, e l'attenzione con la quale i suoi fan seguono sui social anche la sua vita privata, i suoi vezzi, i modi e le mode, è il risultato della costruzione di un influencer che richiede al politico non più rappresentazione ma identificazione. Con tutte le differenze di contesto, Zelensky e Navalny hanno diversi temi comuni: la denuncia della corruzione, la liberalizzazione e la modernizzazione con un modello europeo, la richiesta di un avvicendamento generazionale e meritocratico dell'élite, la tutela sociale della popolazione, la domanda di un potere più responsabile, trasparente e dialogante, la retorica del futuro da contrapporre a un passato da archiviare.

E' proprio quest'ultimo punto a distinguere i “populisti” post sovietici da quelli occidentali, ai quali possono rassomigliare apparentemente nel resto (se non si tiene conto della fondamentale diversità del contesto). Non a caso Le Pen, Salvini e il primo Trump (e il promotore di Brexit Nigel Farage) si associano semmai a un “passatista” conservatore come Vladimir Putin, l'antipopulista per definizione, costruttore di un sistema paternalista dove il popolo è ridotto a masse plaudenti. Il discorso dell'inadeguatezza dell'eufemismo “populista” per definire l'ideologia della corrente politica che sta sconvolgendo le democrazie liberali occidentali necessità ovviamente di altre sedi, e non sappiamo ancora con quale definizione finirà nei libri di storia. L'analisi della forma “populista” della politica invece fa pensare a una tendenza globale di lungo corso, che difficilmente verrà superata come una malattia infantile per tornare al sistema di gerarchie precedenti. Il livello di istruzione e consapevolezza più elevato dell'elettorato e i nuovi strumenti mediatici rendono impraticabile il modello democratico novecentesco, per quanto oggi appaia come un paradiso perduto. L'onnipresenza dei media, la reazione in tempo reale, la molteplicità degli attori e la fluidità delle opinioni non aboliscono ovviamente le manipolazioni politiche ma ne cambiano profondamente la natura. Sarà un mondo di carriere fulminee, sia in ascesa che in discesa, di comunicazione semplificata e in buona parte non verbale, della trasformazione delle personalità in personaggi in una fusione totale tra pubblico e privato, e di una prospettiva di giornata (nelle serie le sceneggiature spesso si scrivono durante le riprese della puntata precedente). Lo storytelling, termine ormai abusato, è la nuova parola d'ordine. I populisti hanno alimentato la paura che dietro alla facciata democratica governassero i “poteri forti” e i “tecnici”. Viene il sospetto che il vero potere potrebbe passare però nelle stanze degli sceneggiatori, che decideranno se proporre al pubblico la narrativa positiva del “servo del popolo” Vassily Goloborodko o quella di Frank Underwood di “The House of Cards”.

1 - https://tsn.ua/politika/zelenskiy-odnoosibno-ocholiv-reyting-simpatiy-a-timoshenko-voyuye-z-poroshenkom-1304454.htm

2 - https://www.unian.ua/elections/10462497-zelenskiy-u-drugomu-turi-viboriv-peremagaye-vsih-inshih-kandidativ-opituvannya.html

3 - https://www.facebook.com/kvartal95/videos/580915338998438/

4 - https://24-my.info/zelensky-met-with-the-special-envoy-of-the-us-state-department-in-ukraine/

5 - https://www.ft.com/content/d3d319c6-338c-11e9-bd3a-8b2a211d90d5

6 - https://www.gazeta.ru/politics/2019/02/21_a_12199285.shtml

7 - https://www.nbcnews.com/news/world/comedian-volodymyr-zelensky-leads-polls-ukraine-s-presidential-race-n973811

8 - https://www.msn.com/en-xl/europe/top-stories/moscow-wants-ukraines-leader-removed-from-power-us-diplomat/ar-BBTFwd3?fbclid=IwAR1o1Zs_Y6s8d011qOvhNZpJlApw_eNrMSXBUA0dc77v-O9fkTLp7AoNpQk

9 - https://foreignpolicy.com/2016/12/13/how-a-fictional-president-is-helping-ukrainians-rethink-their-absurd-politics/

10 - https://www.ilfoglio.it/cultura/2016/12/18/news/sere-tv-ucraina-servo-del-popolo-111185/

11 - https://www.cinemaescapist.com/2017/06/ukraines-servant-people-hidden-gem-political-comedy/ 

12 - https://www.transparency.org/country/UKR

13 - https://www.reuters.com/article/us-ukraine-election-corruption-idUSKCN1QF2J

14 - https://foreignpolicy.com/2019/02/10/you-only-wish-you-had-ukraines-democracy/

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