La Biennale Democrazia di Torino - I

Ecco il titolo dell'incontro (1): “Il crollo dell’Unione sovietica e la stagione ultra-liberista degli anni Ottanta e Novanta hanno prodotto un economicismo esasperato – It’s the economy, stupid! – e il divorzio tra finanza ed economia, concorrendo all’odierna crisi delle democrazie occidentali. Qual è il ruolo dei poteri finanziari nel convulso panorama geopolitico attuale? Di fronte ai problemi dell’economia mondiale, il capitalismo deve cambiare pelle? E come?”. Ed ecco la traccia del mio intervento.

1 - Possiamo suddividere gli ultimi decenni in tre sotto-periodi. Laddove si vede che è successo di tutto e di più (2), (3), (4), (5).

  • Nel periodo 1978 - 1991 si ha “La grande trasformazione”. Si afferma il cosiddetto liberismo in Occidente, si riforma la Cina e più in generale l'Asia, così come l'Est Europeo e la Russia, nonché l'America Latina. Il Mondo dello “Stato Sociale” a Occidente, del Socialismo a Oriente, e, in generale, quello del sottosviluppo, comincia a sfaldarsi, poco nel primo caso, molto nel secondo.
  • Nel periodo 1991 - 2008 si ha, dopo la grande trasformazione, “L'era dell'ottimismo”. E con l'ottimismo si diffonde l'idea della “fine della storia” - l'idea che, ormai prevalendo nel mondo l'economia di mercato insieme alla democrazia rappresentativa, la storia non avrebbe più presentato delle novità e quindi sarebbe “finita”. I maligni potrebbero far notare che mentre la storia smentiva la filosofia della storia di matrice marxista, si affermava una filosofia della storia di matrice neo-liberale. Insomma, gli umani non riescono a rinunciare alle “teleologie”. Si diffondeva anche l'idea della “fine della storia dell'economia” - l'idea che il ciclo era ormai sotto controllo e quindi che ormai si sarebbe potuta avere una crescita costante. Insieme a queste due visioni - nel campo della filosofia politica e di quella economica erano le opinioni rispettivamente di Fukuyama e Greenspan - si diffondeva – ma qui nel campo strettamente politico - il cosiddetto “liberalismo compassionevole” di Clinton e Blair. Questa variante del liberalismo era però già egemone nell'Europa continentale dove continua a prevalere “l'Economia Sociale di Mercato”. Può essere interessante cogliere lo spirito dei primi anni Novanta evitando di leggere gli eventi di allora con il "senno di poi". Ciò che puo anche essere fatto raccontando le proprie esperienze. Per non appensantire il testo, trovate il racconto come §6.  
  • Nel periodo dal 2008 ad oggi si ha, invece, “La grande ansia”. L'economia reale e quella finanziaria si distaccano. La crisi finanziaria - attesa in Oriente, ma che scoppia in Occidente - è – nonostante accada che si creda il contrario - la meno difficile da gestire. Infatti, in un modo o nell'altro, è stata messa sotto controllo. Con il tempo si è scoperto che l'economia reale ha dei problemi di fondo legati alla domanda di lavoro e all'invecchiamento della popolazione. Nodi che non sono gestibili con un intervento del Tesoro e della Banca Centrale, come avvenuto nel caso della crisi finanziaria. I problemi dell'economia reale sono emersi prima della crisi finananziaria, la quale ultima ha solo esacerbato, ma non determinato il trend, che si manifesta - in tutti i Paesi avanzati - come domanda di lavoro molto qualificato (ingegneri) e poco qualificato (badanti), e come contrazione della domanda di lavoro di media qualificazione (ragionieri).
  • Insomma, "il futuro non è più quello di una volta". L'insicurezza e la delusione hanno spinto molti ad abbracciare in campo politico delle soluzioni irrealistiche, che è come dire che non credendo più nel paradiso, piuttosto si abbraccia l'inferno. Facendo così si evita la fatica e la sofferenza della liberazione (il purgatorio).

2 - Fatta la premessa, entriamo nel merito. Il cosiddetto liberismo si è affermato ben prima che l'Unione Sovietica crollasse. Con la Thatcher e Reagan circa un decennio prima. Prima di rientrare nel percorso centrale del dibattito del convegno è utile sfatare un mito, quello che afferma che i grandi economisti si occupino solo di economia (6), (7).

  • Keynes è visto come il padrino dell'attivismo economico, ma va ricordato che è anche colui che ha evitato il disastro – quest'ultimo avrebbe potuto essere frutto della grande crisi prima politica con l'insorgere dei totalitarismi dagli anni Venti, e poi economica con la grande depressione dagli anni Trenta. Il keynesismo ha contribuito al mantenimento dell'Ordine liberale in una nuova veste, quella sviluppatosi dopo la guerra nella forma dello Stato Sociale. Keynes rientra nel filone della critica di Burke alla Rivoluzione francese, critica che insiste nell'affermare che, per quanto attraente possa essere una rivoluzione, questa, alla fine, porta al disastro. E dunque che la rivoluzione va governata evitando che prendano il sopravvento i rivoluzionari. La sfida consiste quindi nel navigare evitando la regressione conservatrice e il rovesciamento rivoluzionario.
  • Nel progetto keynesiano, che è di natura interventista, si nasconde una china scivolosa, che è il cuore della critica neoliberista al keynesismo. Critica che consiste nell'affermare che, una volta che si manifesti l'intervento politico nell'economia, prima o poi si scivola nel socialismo (laddove per socialismo nell'elaborazione degli economisti austriaci, che sono i padri del neo-liberismo, non si intende solo l'Unione Sovietica, ma anche il nazi-fascismo). I neoliberisti vogliono il “laissez-faire globale”, che si estrinseca nei mercati auto-regolamentati, negli Stati ristretti, nella riduzione dell'umana complessità all'Homo economicus. Così, almeno, si dice. Perché mai si dovrebbe condividere questo progetto, in apparenza estremo? Una risposta “conservatrice” asserisce che il neoliberismo è una restaurazione del potere di classe dopo l'intervallo fin troppo egualitario del Welfare State. Si ha però una risposta più sottile. Torniamo alle origini del movimento neoliberista, quindi negli anni Venti e Trenta. Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises non hanno mai affermato che la crescita economica giustifichi tutto. Non hanno nemmeno pensato alla “restaurazione di classe”. Hayek, infatti, non credeva nell'uso di aggregati come il PIL - ciò di cui abbiamo bisogno per dire che ci sia o meno crescita. La scuola neoliberista crede, infatti, che l'economia non possa essere catturata con i numeri, perché la sua totalità sfugge alla nostra comprensione. Se si potesse comprendere, si potrebbe pianificare, e, se si potesse pianificare, allora si potrebbe perseguire la giustizia sociale, così come il suo opposto, che è la “restaurazione di classe”.
  • E dunque che cosa potrebbe portare alla condivisione dell'approccio neoliberista? Il neoliberismo più che una dottrina economica è una dottrina di ordinamento – ossia della creazione delle istituzioni che facciano funzionare un sistema centrato sui mercati, a loro volta centrati sulla libertà individuale. L'idea all'origine era che il mercato non sarebbe potuto sopravvivere con le sue sole forze alla pressione degli eventi di coloro – i seguaci dei vari totalitarismi - che cercano di fare della terra un posto “giusto” o per la propria razza (i nazisti) o per i proletari (i comunisti). Per difendere il mercato – e quindi la libertà dell'individuo – ci si rivolge allo stato che però non interviene attivamente nella regolazione dell'economia, come nel caso di Keynes, ma che la regola e non solo a livello nazionale.
  • L'apogeo delle idee neoliberiste si ha così negli anni Novanta con un'economia mondiale regolata da strumenti legali transnazionali, che impediscono alle dinamiche interne degli stati di alterare il comportamento dei mercati. L'Idea di spostare il controllo politico dal livello nazionale a quello internazionale nasce – questa è un'ipotesi affascinante – nella mente degli economisti austriaci – si potrebbe dire “non per caso” - in seguito alla caduta dell'impero degli Asburgo. Venuta meno la garanzia sovra-nazionale e sovra-etnica che garantiva l'Impero, come si sarebbe potuta preservare la libertà degli individui dal dilagare del nazionalismo delle diverse etnie?
  • Oggi invece di un mondo irenico votato agli scambi e organizzato in regimi di democrazia delegata – il sogno della “fine della storia e dell'economia” della fine degli anni Ottanta – ne abbiamo uno - fuori dall'Occidente - dove dominano le autocrazie, con l'altro – interno all'Occidente – dove emergono i populismi. Osserviamo gli aspetti economici di questi due mondi. Nel primo domina il “capitalismo dei compari”, nel secondo la rendita immobiliare e la concentrazione dei settori in poche imprese. Come si vede, e al contrario del luogo comune sul prevalere del liberismo, siamo ben lontani da un regime liberale in politica e concorrenziale in economia.

3 – Negli ultimi quaranta anni nel mondo è successo di tutto e di più, mentre gli economisti che hanno influenzato il secolo avevano in mente di trovare la soluzione dei problemi di natura politica. Abbiamo poi visto che il liberismo non sembra essersi più di tanto affermato in Occidente per la forte presenza della rendita. Passiamo ora alla finanza. Mostriamo prima - con un esempio che si riferisce all'Italia - come i mercati finanziari siano un contro potere che vincola il Principe. Mostriamo poi come la finanza si sia “staccata” dall'economia reale e come - nella soluzione della crisi del 2008 - sia stato l'intervento della Banca Centrale degli Stati Uniti a togliere “le castagne dal fuoco” (8), (9).

  • Una volta il debito pubblico italiano era detenuto dalle banche italiane. Era facilmente governabile, perché le banche erano in gran parte pubbliche. Poi è passato nelle mani delle famiglie italiane, rimanendo facilmente governabile, perché - in cambio di rendimenti molto elevati - queste lo sottoscrivevano. Si aveva così un meccanismo di consenso molto semplice. La politica governava il debito prima attraverso le “sue” banche, poi attraverso gli alti rendimenti. In questo modo non si poteva formare un giudizio di merito - pubblicamente condiviso - sul debito dell’Italia. Nel primo caso gli investitori erano “catturati”, nel secondo “sedotti”. In breve, il Principe non faceva fatica a ricevere il consenso degli elettori - risparmiatori, tanto più che il debito crescente si sarebbe scaricato sui “non nati” che, in attesa della cicogna, non votano. Oltre venti anni fa è arrivato il momento del mercato, in doppia direzione: gli italiani possono investire all’estero e l’estero può investire in Italia. Si possono finalmente formare giudizi di merito: qual è il premio per il rischio – il maggior rendimento richiesto – per detenere il debito italiano rispetto a quello tedesco? Il Principe deve ora convincere che il debito è sottoscrivibile. Cambia la natura del rapporto: il Principe prima non faceva fatica a collocare il debito e non doveva persuadere nessuno sulla sua tenuta; al contrario, adesso s’affanna e deve dunque varare politiche economiche coerenti nel tempo.
  • Tutti osservano l'accumularsi di disequilibri finanziari – per esempio l'eccesso di attività cinesi nel reddito fisso statunitense – come il portato dell'economia reale – i surplus commerciali cinesi che diventano stock finanziari detenuti negli Stati Uniti. Altrimenti detto, si pensa che l'economia sia, alla fine, un “gemellaggio” di flussi reali e finanziari. Dove, in sostanza, i primi spiegano i secondi. Invece, mentre i flussi commerciali si distribuiscono seguendo gli andamenti dell'economia reale, i flussi finanziari hanno un'altra logica, perché si concentrano in pochi centri che governano da un secolo la finanza – New York, Londra, Zurigo.
  • Se gli investimenti internazionali sono poi concentrati in un'area – all'epoca della crisi del 2008 - 2009 in Europa – e sono in una valuta diversa da quella d'origine delle banche domestiche – all'epoca in dollari – ecco che o la banca centrale che controlla la valuta – la Federal Reserve – la fornisce - in caso di crisi e senza limiti - agli operatori esteri, oppure il sistema “salta”. Una parte cospicua degli attivi bancari europei era in attività segnate in dollari. Attività diventate illiquide per effetto della crisi dei mutui sub-prime. Altrimenti detto, senza l'intervento della Banca Centrale degli Stati Uniti, che forniva i dollari alle banche europee, il sistema sarebbe saltato. Per tornare all'idea sbagliata che i flussi reali e finanziari siano "gemellati", si osservi la crisi del 2008. La Germania - il Paese dell'Euro-area col maggior avanzo nell'interscambio reale - aveva un surplus commerciale cospicuo con gli Stati Uniti - circa 5 miliardi di dollari al mese. Dal che si deduce che l'Euro-area incrementava ogni mese il proprio stock di dollari. Uno stock però del tutto insufficiente per bilanciare il fabbisogno di dollari del sistema finanziario europeo. Le banche dell'Euro-area - quindi escludendo quelle britanniche e svizzere - avevano raccolto all'epoca ben mille miliardi di dollari solo dai fondi monetari statunitensi.

4 - Allo stato si hanno quattro opzioni di politica economica: quelle keynesiane suddivise in tre tipi, e quella austriaca. La prima opzione keynesiana vuole un ritorno della spesa pubblica in un contesto di minori diseguaglianze, la seconda vuole un ritorno della spesa pubblica senza altre specificazioni, la terza vuole un ritorno della spesa pubblica combinata con delle riforme sul lato dell'offerta. La quarta opzione propone una “de-finanziarizzazione” dell'economia combinata con il prevalere delle politiche dell'offerta (10).

  • La prima sostiene che l'economia degli Stati Uniti ha come caratteristica quella di crescere meno che in passato per effetto della compressione della spesa pubblica, in un contesto di famiglie indebitate. Non crescendo il reddito della maggior parte delle famiglie, ecco che queste possono consumare più del loro “vincolo di bilancio” solo se si indebitano. Abbiamo così una crescita relativamente modesta e distribuita a favore dei percettori di redditi elevati con un debito crescente per i percettori di redditi modesti. Si apre così la porta alle politiche fiscali che potrebbero essere espanse ed alla redistribuzione del reddito. La seconda sostiene che l'economia, al di là del ciclo, cresce poco per effetto della modesta crescita della produttività, intanto che la popolazione invecchia. Ecco l'ipotesi della “stagnazione secolare”. Per spingere l'economia non basta la politica monetaria, perché i tassi intorno allo zero la rendono impotente. Ecco l'ipotesi della “trappola della liquidità”. Perciò si deve usare la politica fiscale. Secondo questo punto di vista un'espansione del debito pubblico non porterebbe ad un rialzo pericoloso dei rendimenti delle obbligazioni, perché i mercati scontano l'ipotesi della “stagnazione secolare” e quindi si aspettano dei rendimenti “schiacciati” per il prossimo avvenire. La terza sostiene di non “stringere” la politica monetaria perché è troppo presto, e per la crescita poco vivace e per i problemi dei paesi emergenti sul lato del debito in valute forti. La politica monetaria “dolce” andrebbe però accompagnata da una politica fiscale espansiva. Fin qui siamo nell'ambito della seconda opzione, la differenza viene dopo. In questo terzo caso si chiede la prosecuzione delle politiche di liberalizzazione sul lato dell'offerta.
  • L'opzione della “de-finanziarizzazione” sostiene che il sistema ha “troppa finanza”, perché il mantenimento da troppo tempo dei tassi di interessi ad un livello esageratamente basso porta allal lunga ad una allocazione inefficiente delle risorse, oltre che alla possibilità di crisi continue alimentate dall'accumulazione di un debito che costa poco. I debiti vanno perciò compressi e vanno rilanciate le politiche dell'offerta. Volendo etichettare questo punto di vista, potremmo dire che esso è in parte “austriaco” - si deve perseguire il tasso di interesse “naturale” - e in parte in linea con l'idea teutonica di politica economica – l'”Ordoliberismus” -, laddove lo stato deve spingere verso il funzionamento dei mercati, mentre aiuta solo i bisognosi.

Come sempre accade esistono elementi di verità in ognuna delle suesposte opzioni. La domanda vera alora è: quale, alla fine, prevarrà nell'arena politica?

5 - Lo spirito dei primi anni Novanta (11).

Agli inizi degli anni Novanta in un grattacielo di Londra – sede di una grande banca – mi sentii dire che ormai le cose del mondo erano cambiate. La caduta dell’Unione Sovietica mutava le prospettive finanziarie dell’Europa continentale. Le imprese tedesche avevano bilanci troppo prudenti. Se redatti come quelli delle imprese britanniche, gli utili sarebbero raddoppiati. Ossia, tecnicamente, le imprese tedesche esageravano con gli ammortamenti. L’Est Europa sarebbe poi diventato una miniera d’oro, con tutte le privatizzazioni, le fusioni e le acquisizioni che si sarebbero avute. La City si sarebbe mossa verso l’Europa, anche perché ormai in Gran Bretagna aveva poco da fare, dopo un decennio d’intense privatizzazioni.

Agli inizi degli anni Novanta in un grattacielo di New York – anch’esso sede di una grande banca – un ambasciatore di Sua Maestà spiegava la prima guerra del Golfo come un’esibizione di supremazia tecnologica. Caduta l’Unione Sovietica, si mostrava al mondo che gli Stati Uniti erano in grado di dargli un ordine. Alla domanda: «Non capisco il cambio dello yen, per tenerlo debole i giapponesi accumulano una gran quantità d’attività finanziarie statunitensi, anzi ne accumulano troppe», l’ambasciatore rispose che eravamo sul terreno della grande geopolitica. I giapponesi, detenendo molte attività finanziarie americane, che potevano vendere in ogni momento, avrebbero potuto influenzare gli Stati Uniti nel contenere l’ascesa della potenza cinese.

Agli inizi degli anni Novanta in un grattacielo di Francoforte – di nuovo sede di una grande banca – mi fu spiegato che cosa avevano in mente i tedeschi. Solamente con una moneta unica si sarebbe potuto costruire un mercato dei capitali enorme, il solo in grado di finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa. Il mercato finanziario europeo – grazie alla moneta unica – si sarebbe emancipato da quello degli Stati Uniti. Esso avrebbe avuto la stessa dimensione – soprattutto quello obbligazionario – e non sarebbe stato influenzato dalla politica monetaria degli Stati Uniti.

Agli inizi degli anni Novanta in una modesta villa della Baviera – buen retiro di un esponente di spicco della CDU in terra CSU – mi fu spiegato che i tedeschi occidentali non si aspettavano una caduta così repentina della DDR. Neppure si aspettavano che la sua economia fosse così malmessa. I consulenti – una famosissima casa statunitense – avevano stimato, per un onorario impressionante, il valore dell’industria della Repubblica Democratica Tedesca. Sulla base di questa stima, fu costruita l’Iri tedesca – il Treuhand Anstalt, che avrebbe dovuto acquisire, ristrutturare e poi privatizzare il suo apparato. Quel che si vedeva dopo qualche anno era solo un boom edilizio, con le imprese ex DDR che venivano comprate solo al prezzo del loro valore immobiliare.

Agli inizi degli anni Novanta nel palazzo Wallenstein di Praga un banchiere berlinese raccontò durante una cena che finalmente si tornava alla Mitteleuropa, da lui definita come il cuore pulsante della Civiltà. I mezzi finanziari abbondavano e tutto quanto sarebbe stato costruito, sulle ceneri di una rovina che aveva all’origine le ubbie di un signore – definito con sprezzo «il maestro delle elementari Wilson» – che ignorava l’importanza della Chiesa e degli Asburgo. Un ufficiale statunitense della Nato si voltò verso di me, dicendo sottovoce che i tedeschi sono e moriranno «socialisti» (sic). «Lo dico a lei, perché degli italiani possiamo fidarci. Questi, invece, fanno di testa loro!».

Questo era il clima agli inizi degli anni Novanta. La posta in gioco era l’Europa dopo la caduta dell’Urss. Agli europei il resto del mondo non interessava. Si ricominciava daccapo. L’euro era lo strumento strategico per rimettere in moto le cose. Il cuore dell’Europa era la Germania, finalmente pacificata con la Francia. Si noti che – nel 1993 – fu tentato l’attacco al franco francese – sorta di assalto finale alla moneta unica. A differenza di quel che accadde ai tempi dell’attacco alla lira del 1992, la Bundesbank vendette tutti i marchi che servivano per comprare i franchi, e nulla accadde. Il segnale era chiaro. L’euro si fa. Punto.

6 - Approfondimenti. 

1 - http://biennaledemocrazia.it/evento/capitalismi-contro-il-ruolo-dei-mercati-nellera-del-ritorno-della-storia/

2 – Giddeon Rachman, Zero-Sum Future, 2010, Simon & Schuster.

3 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5070-la-globalizzazione-%C3%A8-in-ritirata.html

4 - Mario Deaglio (a cura di), Il Mondo cambia pelle?, 2018, Guerini, da pagina 65 a pagina 80. 

5 - Leszek Kolakowski, Lo spirito rivoluzionario, La radice apocalittico-religiosa del pensiero politico moderno, 2013. Pgreco, da pagina 7 a pagina 21. 

6 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5046-la-grande-crisi-di-dieci-anni-fa-%E2%80%93-quarta-puntata.html

7 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5083-dove-sta-il-%E2%80%9Clibberismo%E2%80%9D.html

8 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5031-la-grande-crisi-di-dieci-anni-fa-%E2%80%93-prima-puntata.html

9 - http://www.limesonline.com/crisi-economica-finanziaria-2008-subprime-usa/110348

10 - https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4217-opzioni-di-politica-economica.html

11 - http://www.limesonline.com/cartaceo/geopolitiche-delleuro

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