Dall'economia fordista a quella della conoscenza – 1° puntata

Gran parte della polemica su quel che sta accadendo negli ultimi due decenni nei Paesi organizzati come Stato ”democratico capitalistico avanzato” (DCA) dipinge un quadro quasi apocalittico. Secondo questo punto di vista, che è maggioritario, lo Stato DCA si è molto indebolito per la diffusione delle idee neoliberali e per la globalizzazione. Questi accadimenti sono all'origine della maggior disuguaglianza, che non è stata contrastata da una maggior redistribuzione, perché, semmai il governo di un Paese osasse una redistribuzione, vi sarebbe subito una fuga dei capitali. Ecco allora che emerge il mondo delle oligarchie cosmopolite annegate nel mare delle diseguaglianze che è appunto all'origine della “rivolta contro le élites”, alias il Populismo. Già, ma se non fosse vero?

Quanto segue si ispira a T. Iversen, D. Soskice, Democracy and Prosperity, Princeton and Oxford, 2019 per lo “scheletro” del ragionamento, mentre gran parte degli approfondimenti sono tratti dai lavori di Lettera Economica.

Proviamo a esporre il punto di vista opposto, che è (per ora?) minoritario. Vi è stata certamente una spinta dalle idee neoliberali e della globalizzazione, ma questa è legata ad un diffuso (notare “diffuso”) desiderio del nuovo (notare “nuovo”) ceto medio forte (notare “forte”) di ampliare lo spazio della cosiddetta “economia della conoscenza”. Il cuore del ragionamento contrario al punto di vista dominante, quello minoritario che ora stiamo esponendo, afferma che l'economia della conoscenza è diffusa e radicata (notare “radicata”) entro gli Stati (notare “entro”), e di conseguenza chiede un loro intervento (notare “intervento”) per ampliare il proprio spazio, ciò che avviene a danno del ceto medio debole (notare “debole”). Un po' di statistica descrittiva a sostegno del punto di vista minoritario.

Ai tempi dell'economia fordista – quella delle grandi concentrazioni industriali – si aveva un addensamento dei redditi entro il ceto medio. I redditi dei lavoratori qualificati e dei lavoratori non qualificati differivano poco. Con l'economia della conoscenza – quella dove sono premiati solo i lavoratori qualificati, mentre gli altri sono diventati dei precari – i redditi dei primi e dei secondi si divaricano. Il primo grafico mostra il punto. Qui abbiamo – l'asse verticale a sinistra - la famigerata relazione di Pareto del'80-20, ossia un quinto di ogni popolazione “dirige il gioco”, mentre i quattro quinti “seguono”. (Che è come dire che la maggior parte degli effetti è dovuta a un numero ristretto di cause, già ma quali?). La relazione di Pareto è messa in rapporto – l'asse verticale a destra - al non meno famigerato indice di Gini, una misura della concentrazione dei redditi. Nel grafico abbiamo la concentrazione dei redditi dei soli maschi in età da lavoro del settore manifatturiero e dei servizi negli Stati Uniti. Come si vede, abbiamo una concentrazione molto ineguale all'inizio e alla fine del periodo con un infra-periodo egualitaristico – i famosi “trenta gloriosi”.

 

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La manodopera industriale, come mostra il secondo grafico, negli ultimi decenni si è dimezzata negli Stati Uniti, e non solo. La produzione oggi è però di molto maggiore di quella di ieri. Abbiamo così avuto un incremento notevole del prodotto per addetto – il sistema è quindi molto più efficiente da un punto di vista industriale.

 

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Il reddito a disposizione – al netto delle imposte e aggiustato per i trasferimenti – quindi la distribuzione del reddito del “Welfare State ” - è nel terzo grafico. Notare che nel primo grafico l'indice di Gini misurava la diseguaglianza “di mercato”, quindi senza “Welfare State”. La distribuzione del reddito è poi messa in relazione con la mobilità intergenerazionale, che è misurata come il reddito dei figli in rapporto a quello dei genitori. Sull'asse orizzontale, tanto più si è a sinistra, tanto maggiore è l'eguaglianza. Sull'asse verticale, tanto più si è in alto, tanto maggiore la mobilità sociale. I Paesi più egualitari – come reddito, poi bisognerebbe fare i conti con la concentrazione dei patrimoni, ma questa è una storia che trovate in sintesi dopo il grafico - sono quelli con la maggiore mobilità sociale.

 

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La ricchezza è in parte “inventata” dagli imprenditori, e in parte ricevuta in eredità per “lotteria biologica”. Quanta parte della ricchezza è inventata e quanta ereditata? In Francia dal 1850 al 1910 il 90% della ricchezza era ereditato - perciò il 10% era frutto dell'iniziativa imprenditoriale. Nel 1970 veniva ereditato meno del 50% della ricchezza. Oggi siamo al 60%. Questa è la ricchezza, ossia azioni, obbligazioni, immobili, complessiva – lo stock. Osserviamo ora la parte dello stock di ricchezza che ogni generazione eredita – il flusso. Nel XIX secolo il 10% di ogni generazione riceveva in eredità un reddito pari a quanto guadagnava nel corso della vita il 50% della popolazione meno abbiente. Poi si è avuto il crollo fra le due Guerre, quando solo il 2% di ogni generazione aveva un reddito ereditato pari al reddito di una vita di lavoro dei meno abbienti. Negli ultimi tempi siamo tornati sopra il 10%. Se oggi si ereditano 750 mila euro, si guadagna quanto una persona con un reddito di 15 mila euro – il reddito normale della gran parte della popolazione meno abbiente - guadagna in 50 anni di vita. Anche un'eredità che non stupisce per la propria consistenza consente oggi di vivere con una libertà che altri sognano.

Abbiamo sostenuto prima che anche nell'economia della conoscenza lo Stato interviene, al contrario dell'idea - oggi maggioritaria - che lo Stato nel mondo neoliberista e globalizzato debba scomparire. Proviamo a delineare quelli che sono i compiti di uno stato nel promuovere un sistema “democratico capitalistico avanzato” (DCA) in un contesto di pressione neoliberale e globale:

  • imporre la concorrenza perché le imprese preferiscono i mercati protetti con bassi rischi e i profitti elevati, profitti che possono eventualmente condividere con i politici, come avviene nei Paesi autocratici;
  • imporre il diritto per le imprese di gestire la forza lavoro. Se i lavoratori, infatti, fossero troppo potenti, potrebbero limitare l'innovazione e quindi la sostituzione delle competenze;
  • investire nei beni pubblici, in particolare nei settori dell'istruzione, della formazione e della ricerca. Se, infatti, le imprese sono mobili, e se non trovano questi beni “a casa”, ecco che li cercheranno altrove;
  • provare a gestire gli shock in periodi di crisi

Proviamo ad approfondire tre dei quattro succitati punti.

  • Relativamente al primo punto, quello sui sistemi competitivi e non – questi ultimi li possiamo etichettare come quelli “dei compari”. Il primo segnale che denuncia l'esistenza del capitalismo dei compari è dove un Paese di trova negli indici della corruzione e se la sua economia è dominata dalle industrie estrattive. In questo caso è frequente che ci sia collusione fra élite politiche ed economiche. In questo caso, infine, le élite portano la ricchezza cumulata fuori dal Paese verso i maggiori centri finanziari. Il secondo segnale è dove un Paese di trova negli indici di governo della legge. Se questi indicano un basso rating, allora un piccolo gruppo di persone può accumulare facilmente delle fortune che, di nuovo, non sono investite nel Paese, ma all'estero. Il terzo segnale è se un Paese esporta materie prime o prodotti industriali a basso valore aggiunto. Il quarto segnale è la misura dell'ineguaglianza di reddito, che è tanto maggiore, quanto minore è la libertà di competere fra le imprese. I primi tre segnali sono quelli tipici dei Paesi in via di sviluppo, mentre il quarto segnale lo troviamo anche nei Paesi sviluppati. Negli Stati Uniti il capitalismo dei compari si sviluppa con i contributi alle campagne elettorali, con la forte pressione (lobbying) sui membri del Congresso e sugli organi di controllo della concorrenza, e, infine, con il passaggio (revolving door) fra gli incarichi di governo e quelli privati.
  • Relativamente al secondo punto, quello sul freno al mutamento negli equilibri d'impresa. Nel caso del Socialismo Sovietico, la diagnosi era che l'ineguaglianza degli umani è il frutto del diverso livello di istruzione e della presenza della proprietà. Perciò, riducendo il peso degli intellettuali ed eliminando gli imprenditori, si sarebbe ottenuta l'agognata eguaglianza. Le imprese statali nel socialismo pagavano relativamente molto i lavori meno qualificati e relativamente poco quelli più qualificati. In questo modo non si aveva un premio per la maggiore istruzione. Inoltre, abolendo la proprietà, non si potevano trasmettere né le ricchezze create in passato, né quelle create nel presente. L'esperimento sovietico aveva creato un'eguaglianza marcata, ma aveva frenato gli incentivi a studiare e a rischiare. Si aveva così un'economia poco innovativa. La scarsa competitività delle economie di stampo sovietico era il frutto non casuale del desiderio di chi comandava – i lavoratori manuali e i dirigenti politici figli dei lavoratori manuali di una generazione prima - di “godersi la vita”, lavorando relativamente poco, ed evitando l'impatto delle innovazioni.
  • Relativamente al quarto punto, quello sulla gestione degli shock. Se si ha una crisi, si agisce tenendo conto del contesto e non delle regole per la gestione della normalità, come sono quelle degli accordi dell'Euro-area. Una volta deciso che cosa fare, si concentra l'intervento su un punto dove si esercita la massima pressione, proprio come si farebbe in una guerra. Nel caso della crisi del 2008 l'enorme quantità di dollari prestati al sistema bancario europeo. Nel 2008 il ruolo egemone degli Stati Uniti è stato evidente, così come l'indecisione dell'Europa. La ricerca di una spiegazione per il diverso comportamento delle due sponde dell'Oceano può essere spiegata dalle scuole di pensiero che si son seguite. Quella keynesiana non nega che i mercati lasciati liberi di agire - come vuole la scuola neoliberista - possano andare bene nel lungo periodo. Nega però che un meccanismo di natura generale si traduca in regole di azione nel presente. A lungo andare, infatti, le tendenze fondamentali dell'equilibrio del mercato possono anche apparire, ma "alla lunga siamo tutti morti". E' nel "breve periodo" che l'agire per salvare il sistema rileva. La crisi del 2008 ne è una dimostrazione. In altre parole, si è allora dovuto riconoscere come guida per l'azione non quella delle regole prefissate, ma l'incertezza e la disarticolazione, l'imperfezione, e l'indeterminatezza. Da notare che nessuna di queste quattro espressioni richiama la Malafede o il Complotto, ma i “limiti della ragione”.

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