Verso le europee - gli economisti servono?

Proviamo in tre puntate – una per settimana fino al 26 maggio – a esprimere dei punti di vista che abbiano una qualche utilità per affrontare l'argomento delle elezioni. Come conseguenza di questa scelta non troverete un discorso standard a favore o contro l'Europa, ma l'intreccio dei molti punti di vista in competizione. Anticipiamo la conclusione della prima puntata: “quando tutto in economia procede senza intoppi ecco che l'esperto non ha ruolo, quando però le cose si aggrovigliano ecco che l'esperto torna in campo”. Come si usa in finanza ("put your money where your mouth is" ) va dichiarato il proprio portafoglio: chi scrive è a favore di un'Europa nel segno dell'austerità (sic).

 

§ 1 – Questo lo dice Lei!

I “sapientoni”, come sono chiamati dai Populisti, restarono scandalizzati per la reazione di una esponente della maggioranza che sbottò durante una trasmissione televisiva di fronte a uno della minoranza dicendo: “questo lo dice Lei!”. Come – dissero i “sapientoni” - un esponente della maggioranza con delle esperienze macro-economiche di recente acquisizione osa mettere in dubbio quel che dice un esponente della minoranza che è un economista di grande esperienza internazionale? Da lì la polemica sull'idea diffusa da una delle due forze di governo che “uno che vale uno”, ossia che chiunque ne può sapere quanto un esperto, perché, quest'ultimo, alla fine, non è un portatore di “verità”, ma di una interpretazione se non – come “uomini di mondo” non possiamo non sospettarlo - di un interesse spesso torbido.

Questa delle opinioni che hanno tutte lo stesso valore non è un'idea nuova. “La cristianità si ridefinì in opposizione alla cultura secolare e razionalista come un movimento di gente non illuminata che santificava la propria ignoranza come il segno di una illuminazione di origine divina”. L'estremo lo si raggiunse con Girolamo Savonarola, che era sicuro che una vecchia contadina ne sapesse più di Platone e di Aristotele; ella, infatti, sapeva ciò che è davvero importante e che era inaccessibile alla sapienza pagana: conosceva il Salvatore. E fin qui riconosciamo alcuni tratti dei Populisti in maggioranza al governo del Bel Paese. “Nello stesso tempo si definì in opposizione al particolarismo giudaico come un movimento universalista”. E qui non riconosciamo alcuni tratti dei Populisti in minoranza al governo ma non nei sondaggi del Bel Paese.

Già ma chi è un esperto, chi stabilisce chi è un esperto, e che cosa sarà mai un esperto, non in generale, ma in campo economico? Anticipiamo la conclusione della nota: “quando tutto in economia procede senza intoppi ecco che l'esperto non ha ruolo, quando però le cose si aggrovigliano ecco che l'esperto torna in campo”.

Per la citazione sul cristianesimo: Leszek Kolakowski, Lo spirito rivoluzionario, La radice apocalittico-religiosa del pensiero politico moderno, Pgreco, 2013.

 

§ 2 - Esiste l'esperto in economia?

Torniamo indietro di un secolo. Il successo nel far funzionare sotto la guida statale la produzione durante la Prima guerra spinse molti a intravvedere nell'intervento pubblico la soluzione dei problemi delle economie. Queste ultime, si pensava, quando governate dalla stato, avrebbero potuto non alternare i periodi di crescita con i periodi di depressione, e mostrare un andamento sempre ascendente. Insorse subito contro il progetto di statalizzazione Ludwig von Mises, non proprio il “padre” degli economisti detti “austriaci”, perché all'origine si ha Carl Merger, ma comunque il primo “riferimento” della scuola di pensiero divenuta dominante alla fine negli anni Settanta, quando le loro idee sostituirono quelle di origine keynesiana.

Partiamo dalle idee degli austriaci per definire i passaggi che possono portare alla comprensione della natura dell'esperto in economia. Possiamo arrivare a questa natura ragionando su come funziona l'economia di mercato. La velocità, il dettaglio, e l'imprenditore sono i passaggi per arrivare al dunque. Si vedrà che i “veri fatti” in una economia di mercato sono i “prezzi”, che sorgono spontaneamente. Dal che si arguisce che non esiste modo di avere qualcuno che conosca più fatti o i fatti più degli altri, alias l'esperto (il §3). Infine, criticheremo le implicazioni “austriache” cui eravamo giunti con tanto ardore, mostrando subito dopo un ragionamento opposto sull'importanza della tecnocrazia (il §4).

 

§ 3 – Il mercato come sistema “anti-intellettualistico”

Secondo Ludwig von Mises il vantaggio dei mercati competitivi è la loro capacità di calcolare in tempo reale il valore di un numero immenso di beni, con la velocità con cui lo calcolano che è l'aspetto cruciale. L'economia statalizzata all'opposto è lenta, perché deve raccogliere le informazioni, costruire dei modelli che le trattino, e, infine, fare tutti i calcoli. Nel frattempo però il mondo è cambiato. Nei mercati competitivi prezzi fluttuano continuamente e quindi offrono informazioni a getto continuo. Che cosa fa si che la velocità e l'emergere del dettaglio diventino un sistema funzionante? E' l'attività imprenditoriale. Quest'ultima assomiglia all'arte militare, dove la velocità e il coraggio sono cruciali. Questa somiglianza fra l'imprenditore e il militare la si trova in un altro austriaco Joseph Schumpeter. Si noti che, come nell'arte militare, le decisioni imprenditoriali sono prese nella completa incertezza.

Ed eccoci al punto sugli esperti. I fatti con cui interagisce l'imprenditore – i prezzi – sono diversi dai fatti con cui hanno a che fare gli scienziati. Sono diversi perché sorgono spontanei, non devono essere fatti emergere, compresi, e poi certificati da nessuno, e consentono di avvantaggiare, se è fortunato, chi li capisce per primo. Breviter, secondo Friedrich von Hayek: “so long as markets were relatively unimpaired by government intervention, they could become the organizing principle of an otherwise disorganized, unplanned, even ignorant society. As long as there was a way of coordinating people peacefully, in real time, why the need for experts or facts at all?”. O, in maniera cruda: “As long as experts or politicians don’t interfere, markets have an anti-intellectual populist quality”.

Il paragrafo è tratto da: William Davies, Nervous States – Democracy and the Decline of Reason, Norton , 2019. La traduzione è mia.

 

§ 4 – L'importanza della tecnocrazia

Una volta, ai tempi del Paradiso Terrestre, tutti erano ignudi e vivevano cooperando in assenza di interesse individuale. Poi, commesso il Peccato Originario, si è caduti nel Presente, laddove si vive nel peccato dell’interesse individuale, ma, allo stesso tempo, si sa che nel Futuro – nel Regno dei Cieli – si tornerà a vivere in un mondo di cooperazione senza interesse individuale. Ecco il ciclo Perfezione-Caduta-Ritorno alla Perfezione.

Il punto è sviluppato in Sergio Ricossa, La fine del'economia - Saggio sulla perfezione, Rubettino, 2006.

Nell’attesa della Perfezione, abbiamo a che fare con il problema pratico della gestione collettiva dell’interesse individuale. Una soluzione – la più famosa - è quella che afferma che ciascuno, facendo il proprio interesse, agisce in-intenzionalmente nella direzione dell’interesse di tutti: “vizi privati come pubbliche virtù”. Il macellaio venderà la carne con la miglior combinazione di qualità e prezzo per attirare clientela, ma, così facendo, obbligherà gli altri macellai, che non vogliono perdere la propria clientela, a vendere la carne con la migliore combinazione di qualità e prezzo. I comportamenti dei macellai singolarmente presi sono egoistici, ma l’insieme di questi comportamenti alza il benessere dei consumatori. Sviluppando il concetto dell’interesse individuale, si può arrivare a mostrare come – con prezzi e salari flessibili e conoscenza simmetrica – si abbia l’equilibrio (economico generale), un luogo (logico) dove tutti sono soddisfatti. Nell’attesa della Perfezione, riusciamo a gestire il Peccato (il movente egoistico) nell’interesse di tutti. Perciò è come se non peccassimo, perché abbiamo gli stessi risultati che avremmo in un mondo in cui tutti cooperano altruisticamente. Possiamo perciò essere “innocentemente” egoisti.

Se i comportamenti volti a soddisfare gli interessi individuali sono virtuosi nei Mercati, lo sono anche in Politica? Se i politici si comportassero “da macellai”, ossia se tentassero di attrarre i voti con una migliore combinazione di effetti di buone politiche (una buona legislazione) al minor prezzo possibile (le imposte volte a finanziare la buona legislazione), avremmo, di nuovo, il “benessere degli elettori”, proprio come abbiamo avuto quello “dei consumatori”? Se assumiamo che tutti conoscano la migliore combinazione legislativa (se condividono lo stesso modello), e se la Politica la offre, ecco che verrà votata.

Qui abbiamo un problema, mentre ciascun macellaio conosce le circostanze di tempo e di luogo in cui opera, e questo è sufficiente per il suo ben operare, nel caso del voto, nessuno conosce tutte le circostanze di tempo e di luogo, e dunque non può avere in mente un modello generale valido. Altrimenti detto, ciascuno conosce le proprie circostanze, ma non conosce quelle degli altri. Affinché tutto funzioni, è perciò necessario (in linea logica) che il modello generale valido (comunque limitato) sia offerto da qualcuno che, assente ogni interesse personale, lo pensi e lo attui. In questo modo lo schema “il mercato funziona, e, quando non funziona, si ha chi lo fa funzionare”, è chiuso con l’ingresso di un tecnocrazia, ossia con l’arrivo di chi conosce la soluzione e ha il potere di renderla pratica, senza interesse di parte.

Abbiamo, a ben guardare, un mondo non simmetrico – una diversa antropologia. Mentre gli individui che operano nei Mercati sono egoisti, ma i mercati funzionano lo stesso, quelli che operano in Politica sono assunti come altruisti, perché si possa avere un sistema che funzioni bene. Non si può però chiedere a tutti di vivere virtuosamente, infatti, alcuni saranno i fedeli e altri i sacerdoti. Si noti che nello schema della Chiesa Cattolica i sacerdoti e le monache non hanno proprietà e sono casti, mentre ai fedeli è consentito di averla e di accoppiarsi.

Il ragionamento è tratto da: https://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/3636-economia-come-religione-da-cambridge-a-chicago.html

Un caso di intervento virtuoso della tecnocrazia è la crisi del 2008. Se gli investimenti internazionali sono concentrati in un'area – all'epoca in Europa – e sono in una valuta diversa da quella d'origine delle banche – all'epoca in dollari – ecco che o la banca centrale che controlla la valuta – la Federal Reserve – la fornisce - in caso di crisi e senza limiti - agli operatori esteri, oppure il sistema salta. Una parte cospicua degli attivi bancari europei erano in attività segnate in dollari. Altrimenti detto, senza l'intervento della Banca Centrale degli Stati Uniti, che forniva i dollari alle banche europee, il sistema sarebbe saltato. Il sistema europeo reagisce “legnosamente” alle crisi. E questo per ragioni ben radicate. La scelta fra una politica che vuole la ripresa trainata dalla spesa per poi fare le riforme e una politica che vuole prima le riforme e poi la crescita non è solo italiana. È la differenza fra la Germania e la Francia. La contrapposizione nel campo della politica economica fra i due paesi ha origine nel secondo dopoguerra, come elaborazione della tragedia che si era appena conclusa. La sua lontana origine ne ha nascosto la portata durante i primi tre decenni di euforia dopo la guerra, i cosiddetti “trenta gloriosi”. Anche a seguito degli accordi di Maastricht sui vincoli di deficit e di debito, la contrapposizione non si è palesata, perché non stava accadendo nulla di grave; è emersa con la crisi finanziaria.

Per il ragionamento sulla contrapposizione, o sull'esistenza di due visioni della politica economica: https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4961-francia-o-germania.html.

Possiamo così giungere ad una conclusione. Chi crede che l'intervento pubblico in economia abbia un ruolo importante da giocare (il “keynesismo”) non nega che i mercati lasciati liberi di agire (e supervisionati dal potere statale che spinge verso la concorrenza) come nella modalità neo-liberista (di origine austriaca, ma anche dell'Ordoliberismus germanico) possano andare bene nel lungo periodo, una volta che le varie forze abbiano avuto il tempo di lavorare. Ma nega che queste verità si traducano sempre in regole di azione nel presente. A lungo andare, infatti, le tendenze fondamentali dell'equilibrio del mercato possono ben imporsi, ma "alla lunga siamo tutti morti". Non è "a lungo termine", o anche "a medio termine", ma nel "breve periodo", che il problema del mantenimento della civiltà (sic) deve essere intrapreso. È qui che si fanno sentire le pressioni della necessità.

Per approfondire quanto appena affermato: https://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/5031-la-grande-crisi-di-dieci-anni-fa-%E2%80%93-prima-puntata.html, e le altre tre che seguono.

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