Politica italiana - terzo flash

Caduto il governo centrato sulla coalizione M5S-Lega, ecco che si hanno tre uscite: 1) elezioni anticipate subito, quest'autunno, 2) un governo di transizione che prepari le elezioni anticipate più in là, nei primi mesi del 2020, 3) un governo di transizione che invece di preparare le elezioni fra qualche mese dura molto di più. L'argomento è come ovvio, complesso, perché si hanno da analizzare le molte combinazioni che emergono fra le strategie dei diversi attori.

 

1 – Elezioni anticipate nel 2019

Si va alle elezioni anticipate in autunno. Dai sondaggi si arguisce quanto segue. La Lega ottiene molti seggi e per stabilizzare la maggioranza si allea con Fratelli d'Italia. La maggioranza di questi due partiti è elevata alla Camera, ma meno solida al Senato, In questo secondo caso la maggioranza potrebbe essere puntellata dai fuoriusciti da altre forze.

Una grande e solida maggioranza, pure politicamente abbastanza omogenea, per fare che cosa? Sulla base delle dichiarazioni dei due partiti per tagliare le imposte sie delle persone fisiche sia di quelle giuridiche e per rilanciare fin da subito gli investimenti in infrastrutture. Secondo questa linea di pensiero le famiglie tornerebbero - avendo un maggior reddito netto a disposizione - a consumare, e le imprese – pagando meno imposte e quindi trattenendo una quota di profitti maggiore – tornerebbero a investire, mentre le infrastrutture creano domanda aggiuntiva, con l'annesso moltiplicatore. Il Bel Paese esce così – grazie al maggior deficit pubblico frutto del taglio delle imposte e della spesa per investimenti - dalle secche in cui era finito, e ciò avviene grazie ad una maggioranza che è finalmente a favore della produzione del reddito e non della sua re-distribuzione.

Prima di passare alle obiezioni politiche allo scenario appena mostrato, osserviamo quelle economiche.

Questa proposta – se funzionasse – averebbe come risultato quello di portare sotto controllo il debito pubblico (il numeratore) facendo crescere il PIL (il denominatore). Per ridurre il rapporto debito/PIL si agisce sul denominatore, ossia bisogna crescere di più e per crescere di più occorre fare più deficit. Ossia l'intervento dello stato spinge l'economia verso la crescita, crescita che l'economia da sola, con buona pace dei “liberisti”, non saprebbe cogliere. Insomma, si aumenta il deficit, che è come dire che si aumenta la domanda addizionale. Ed ecco che alla fine aumenta il PIL. Quest'ultimo aumenta grazie ai moltiplicatori – ossia grazie al maggior reddito che sorge a seguire la spesa iniziale. Grazie dunque ai moltiplicatori il PIL sale, e sale più del debito che inizialmente si forma per farlo ripartire. Segue che, alla fine, il rapporto Debito/PIL scende e il Bel Paese è salvo.

Può però accadere che, grazie ad un deficit più elevato, aumenti immediatamente il PIL, ma non il suo tasso di crescita di medio periodo – tasso che dipende da altre variabili che possono essere diverse da quelle della semplice spesa iniziale. Con il PIL che nel lungo termine non è detto che salga per effetto dello stimolo fiscale si ha intanto che il debito è diventato maggiore. Nell'attesa che la crescita dell'economia lo riduca come peso relativo il che, come abbiamo visto, non è scontato, possono crescere gli interessi a parità di tassi oppure i tassi e quindi gli interessi possono riprendere a salire. La soluzione della spesa pubblica in deficit finisce così per non funzionare.

La versione pop del ragionamento esposto nei capoversi precedenti si manifesta nel cosiddetto “partito dello spread”.

Passando alle obiezioni politiche, possiamo immaginare che oltre alla Lega e a Fratelli d'Italia anche il PD possa essere interessato all'opzione delle elezioni anticipate. Potrebbe – agitando il pericolo fascista insieme a un non ancora definito “programma di sinistra” - raccogliere una parte degli elettori del M5S ed arrivare intorno al 25% dei voti. Questi voti al PD non servirebbero per governare – infatti, con chi mai si potrebbe alleare, se i M5S, ormai decimati, prima dalla Lega e poi dal PD, avessero poco più del 10% dei voti – ma servirebbero a costituire una “casamatta” per sopravvivere, una casamatta volta a ribadire la propria identità – a ben guardare un'operazione simile a quella messa in atto nel ventennio berlusconiano – per poi magari ottenere - comprando tempo - di più in futuro. Con le elezioni anticipate subito – e questo è il secondo vantaggio dopo quello della “casamatta” - nelle liste i candidati renziani sarebbero falcidiati, ciò che renderebbe il PD più omogeneo a sinistra.

Contrari alle elezioni anticipate subito, sarebbero così i M5S, i renziani, e Forza Italia, se questa decidesse di non diventare un junior partner della nuova coalizione.

 

2 – Elezioni “anticipate posticipate” nel 2020

Il timore che una manovra espansiva del deficit e del debito porti – per le ragioni viste prima - ad una crisi finanziaria e quindi ad una crisi prematura del nuovo governo Lega-FdI, potrebbe agire cambiando lo scenario politico. In caso di crisi, invece di un taglio delle tasse, ecco che salirebbe l'IVA, e via dicendo. Le promesse dei nuovo governo sarebbero “smentite nella culla”. Un governo di transizione, invece, potrebbe fare le manovre necessarie per poi portare alle elezioni nei primi mesi del prossimo anno. A quel punto – salvati i conti – la Lega potrebbe inveire – ormai rischiando poco - contro la burocrazia di Bruxelles, e più in generale contro i “poteri forti”. Potrebbe quindi far passare una riforma fiscale – un taglio delle imposte insieme ad un taglio delle detrazioni – rilevante da un punto di vista simbolico, ma meno dal punto di vista della tenuta dei conti pubblici, perché alla tenuta di questi ha badato il governo di transizione.

Favorevoli alle elezioni “anticipate posticipate”, sarebbero così i M5S, i renziani, e Forza Italia, se questa decidesse di non diventare un junior partner della nuova coalizione. Non si può nemmeno escludere che la Lega - per evitare lo scenario peggiore di una crisi finanziari che ne ammazzi il programma - decida di non ostacolare troppo questo governo di transizione.

 

3 – Elezioni “anticipate posticipate” ma nel lontano futuro

Berlusconi diede le dimissioni nel gennaio del 1995 avendo – così si dice – avuto garanzia dal Presidente che le elezioni si sarebbero tenute al più presto. Dini che, come esponente di rilievo della Banca d'Italia, era il garante come ministro del Tesoro delle politiche di spesa “sobrie” divenne Presidente de Consiglio. Invece di preparare subito le elezioni dopo un anno da quelle appena celebrate, Dini durò fino alle elezioni sempre anticipate ma di due anni, quelle del maggio del 1996. Quando – grazie anche alla defezione della Lega dall'alleanza con Forza Italia – l'Ulivo vinse le elezioni. E se accadesse di nuovo?

Quali sarebbero i vantaggi per gli avversari della Lega-Fd'I. Quello che in finanza è chiamato “momentum”, ossia l'onda favorevole, verrebbe meno per la Lega. E i giochi si riaprirebbero.

Favorevoli alle elezioni “anticipate posticipate nel lontano futuro”, sarebbero così i M5S, i renziani, e Forza Italia, se questa decidesse di non diventare un junior partner della nuova coalizione. Si può, invece, escludere che la Lega decida di non ostacolare questo governo di transizione.

 

3 – Il Partito degli Elettori e quello del Parlamento

Non sappiamo quale probabilità dare a ciascuno dei tre scenari. Possiamo complicare la scelta che si dovrà fare dando delle definizioni di schieramento politico. Allo stato gli schieramenti di fatto sono due. Il “Partito degli Elettori” è quello che vuole andare a vedere il gioco delle elezioni anticipate nel 2019. E questo perché, secondo costoro, la legittimità degli elettori viene prima di tutto. Il “Partito del Parlamento”, invece, è quello che vuole spostare le elezioni nel 2020 ed anche dopo. E questo perché, secondo costoro, è il Parlamento, una volta eletto, ad essere Sovrano. Chiamiamo “populista” il Partito degli Elettori, e “liberale” il Partito del Parlamento. Il Partito degli Elettori etichetta come “casta” i seguaci del Partito del Parlamento, denunciando il desiderio di “mantenere le poltrone”, mentre il Partito del Parlamento non ha ancora trovato un'etichetta che diventi virale per quello degli Elettori.

Il Populismo è una corrente politica favorevole all'autoritarismo, e, non ultimo, al “nativismo”. Il Populismo ha fede nella saggezza (perché sa che cosa si deve fare) e nella virtù (è “ontologicamente” onesta) della gente “ordinaria” (ordinary people, silent majority) in contrapposizione alle classi dirigenti che sono “corrotte”. Si noti che la gente ordinaria è considerata dai Populisti una massa omogenea capace di esprimere un solo punto di vista, talmente ovvio (ossia facile da conoscere senza alcuna ricerca) da essere tosto condiviso. Il punto di vista della massa (“massa”, dal greco massein - fare la pasta, un verbo che indica un qualcosa di informe ed elastico che viene lavorato) si esprime attraverso il leader. Il quale ultimo è una sorta di vortice pneumatico che aspira l'informe volontà del popolo dando direzione agli eventi.

Siamo così agli antipodi della democrazia liberale, fatta di controlli, di contro poteri, insomma di “grigiori”, il cui scopo è inibire l'arrivo dei duci. Il Populismo dunque è l'opposto del liberalismo: a) è il leader che guida il suo popolo contro i governi parlamentari sottoposti a molteplici controlli; b) è una cultura che privilegia il lato nativo su quello cosmopolita. Insomma, è l'opposto di tutto quello che si è faticosamente raggiunto dal Secondo dopoguerra, partendo da due secoli prima.

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