Populismi e Sinistra radicale

Un'uscita della Gran Bretagna dall'Unione insieme ad un governo italiano a trazione Lega sorto dopo delle elezioni anticipate avrebbero creato dei disequilibri rilevanti nell'Unione Europea. Ecco l'uscita “populista”. Questa combinazione sembra scongiurata con la nascita di un nuovo governo in Italia. Resta aperta l'altra uscita, quella “di Sinistra radicale”. Una radicalizzazione della Sinistra britannica già in corso e una nuova maggioranza che in Italia che spinga nella direzione di una redistribuzione dei redditi senza badare alla crescita.

1 - Confusione e radicalismo

Il programma dei Laburisti è quello di una sostanziale redistribuzione del reddito. Secondo il programma: a) una parte delle azioni delle imprese maggiori verrebbero spostate in un fondo che eroga annualmente ai lavoratori che ne sono i titolari dei dividendi; b) si avrebbe un limite ai bonus, così come un limite agli stipendi delle imprese che lavorano con la pubblica amministrazione; c) si avrebbe un reddito di cittadinanza, d) si avrebbe anche il diritto di prelazione degli affittuari della proprietà dell'immobile in cui vivono. Una sostanziale redistribuzione del reddito, un capovolgimento di quanto accaduto con la Thatcher e con Blair, accompagnata da un ritorno delle nazionalizzazioni – ferrovie e poste - e da una legislazione che consente di indire gli scioperi con facilità. Ecco i molti dettagli dell'argomento (1).

Secondo alcuni osservatori di parte laburista la grande confusione che scaturirebbe dall'uscita senza accordi dall'Unione (la “hard brexit”) favorirebbe il succitato programma di forte redistribuzione del reddito a favore dei lavoratori dipendenti (“The greater the mess we inherit, the more radical we have to be”). Questo ritorno della Sinistra radicale potrebbe manifestarsi anche in Italia con la nascita del nuovo governo che adombra un programma di redistribuzione del reddito?

2 – Redistribuire senza crescita

Fra qualche decennio in Italia – a politiche invariate – avremmo un pensionato per ogni lavoratore. Pensionati, che, inoltre, hanno dei costi sanitari notevoli. Oggi in Italia lavorano meno di 25 milioni di persone su 60 milioni di abitanti. Non solo, ben due terzi dei lavoratori è occupato in imprese minuscole, ossia a bassa produttività. Il problema, come ovvio, è tutto nella crescita. La crescita consentirebbe di pagare le pensioni, la sanità, e dei salari migliori. In Italia la diseguaglianza è aumentata (di poco), perché è il reddito della popolazione più povera che è caduto, mentre quello della popolazione più ricca è rimasto circa dove era. E' quindi la povertà il problema, non la diseguaglianza. Di nuovo, la crescita consentirebbe di pagare dei redditi di inclusione, o di cittadinanza. Esiste – ed era emersa con forza con le elezioni del 2013 - la “decrescita felice” (2). Il mantenimento di una quota crescente di anziani che vivono molto a lungo con costi pensionistici e sanitari crescenti da parte di una popolazione che, a causa della decrescita, è a basso reddito può avvenire senza frizioni – verrebbe da dire - solo in un mondo dove prevale l’Amore. Questo osservazione potrebbe non convincere chi pensa – e non sono pochi - che la decrescita sia un'opzione valida.

Si ha chi pensa che la crescita – quando valga la pena perseguirla - tragga origine dalla domanda, per cui rileva, se la domanda latita, forzare la spesa pubblica, anche andando in deficit. Se la domanda va, l'offerta segue. Più precisamente: se i bisogni primari – abitare, mangiare, bere, curarsi - sono fissi, le tecnologie per soddisfarli saranno anch'esse fisse – o meglio, miglioreranno ma solo marginalmente. In questo caso, dato che si chiedono le stesse cose prodotte con gli stessi metodi - la soluzione è quella di rilanciare la domanda. La quale domanda fa sempre crescere l'economia. Se le persone andassero prima in pensione, ecco che verrebbero assunti i giovani per sostituire gli anziani. Non per caso si sono avute - e non solo con l'ultimo governo - delle proposte di aumentare il reddito a disposizione – ciò che tradisce la preferenza per il lato della “domanda”, mentre si cerca di rendere rigido il mercato del lavoro – ciò che tradisce indifferenza verso il lato della “offerta”. Si ha chi, al contrario, pensa che le cose siano più complesse, e quindi ritiene che siano necessarie delle riforme dal lato dell'offerta, degli incentivi che spingano le imprese a crescere di dimensione, così incrementando la produttività.

Una politica di redistribuzione con una qualche attenzione ecologica può essere un'opzione per “rimettere in carreggiata” - verrebbe da aggiungere più sotto il profilo del consenso che dell'economia - il Bel Paese. A condizione che si presti molta attenzione alle modalità di sviluppo tradizionali, come lo spingere le imprese ad essere più competitive perché acquistano dimensione, e perché si hanno le infrastrutture. Insomma, il governo nascituro potrebbe fare meglio grazie alla pressione del cosiddetto “partito del PIL”. Un partito che è un gruppo di pressione e che dovrebbe essere dialogante con il governo e non di opposizione.

3 - Link

1 - https://www.ft.com/content/e1028dda-ca49-11e9-a1f4-3669401ba76f

2 - https://www.linkiesta.it/it/article/2012/02/26/la-decrescita-di-grillo-e-religione-non-economia/11973/

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