La diseguaglianza - Quarta puntata

Il passaggio della Germania e del Giappone all'ordine liberale per effetto della sconfitta nella guerra “calda” è stata il penultimo grande mutamento nei rapporti di forza nel mondo. L'ultimo è stato la perdita da parte dell'Unione Sovietica di metà dei propri territori come conseguenza della sconfitta nella guerra”fredda”. Tentiamo un’analisi della Germania e della Russia, cercando la logica della loro distribuzione del reddito e della ricchezza che ha natura profondamente diversa nei due Paesi. Continuiamo con la Russia.

La Russia è l’”altro”. È Oriente, è Occidente, non si ha un punto si vista maggioritario, oppure nessuna delle due identità, perché, secondo alcuni, la Russia è il ponte dell’Eurasia. La Russia gode dai tempi delle guerre napoleoniche della fama di potenza. Una potenza franata con la Prima Guerra, ma risorta con la Seconda, entrambe le volte contro la Germania.

Dopo la “resurrezione” – ossia dopo la Prima guerra, la rivoluzione, la guerra civile, la Seconda guerra, per quasi mezzo secolo, e prima di crollare a cavallo degli anni Novanta, la Russia è stata, ma nella versione sovietica, l’”altro” ideologico – in breve, l’eguaglianza contro la libertà. Caso raro di un impero crollato senza guerre, dopo un decennio la Russia, peso il posto dell’Unione Sovietica, intorno al passaggio del secolo, ha incominciato a riprendersi.

A differenza della Germania, che si è definitivamente diluita nell’Occidente, la Russia rivendica una propria identità, come baluardo dei valori tradizionali. Dei valori diversi da quelli “secolarizzati”, combinati con la potenza militare alimentano l’immagine di un Paese potente, che interviene nella politica interna altrui. Suull’argomento: C. Coker, The Rise of the Civilizational State, Polity 2019

Di seguito trovate il tentativo di un percorso opposto. Proviamo a mostrarne le vulnerabilità.

Appena dopo la rivoluzione del 1917 l’economia era industriale – ossia manifattura, trasporti, costruzioni, ma per un quinto del PIL. Cinquanta anni dopo la quota industriale era pari a due terzi del PIL. Il peso dell’industria era prima troppo basso, poi troppo alto, se messo in rapporto con quanto avveniva nelle economie sviluppate. Insomma, l’Unione Sovietica era un impero con un eccesso di attività “pesanti”, con una quota non modesta di agricoltura, e con pochi servizi. Infine, come economia di piano, era priva delle istituzioni che fanno funzionare i mercati.

Sul piano economico l’Unione Sovietica agli inizi degli anni Settanta era giunta al capolinea. Avrebbe registrato un andamento stagnante. Poi, grazie alla scoperta negli anni Cinquanta di enormi giacimenti di materie prime in Siberia e all’esplosione dei prezzi del petrolio negli anni Settanta, iniziò a esportare petrolio e gas, che arrivarono a coprire quattro quinti delle sue esportazioni. Iniziarono così a formarsi quelle caratteristiche da “petro-stato” che prenderanno il sopravvento, dopo la caduta dell’URSS, a cavallo del secolo. Su questo: S. Kotkin, Armageddon Averted, The Soviet Collapse 1970-2000, Oxford,2008

La combinazione era, infatti, quella di un’economia industriale arretrata e statalizzata con redditi elevati da materie prime. Un’economia con queste caratteristiche se non è riformata con forza, ma non si capisce da quali forze modernizzatrici, forze che, per definizione, devono essere nuove, cade nelle mani dei gruppi già organizzati. Ed è quello che è accaduto dal 1991 al 2008. La privatizzazione ha consentito a dei gruppi ristretti di appropriarsi del sistema industriale ed energetico. Sistemi che, per quanto arretrati, generano una notevole ricchezza per le oligarchie che li controllano.

Il sistema attuale, che per comodità chiamiamo “putinista”, è strutturato come una “verticale di potere” che privilegia la concentrazione delle grandi imprese energetiche sotto l’ombrello statale. Data questa conformazione, la Russia - almeno dal 2008 - non riesce a favorire la crescita di una società civile avanzata, fatta di imprese medie e piccole, e di ceti che svolgono attività professionali, che promuova uno sviluppo indipendente dall’energia.

 

L’eguaglianza nell’esperimento sovietico

Quando una società come quella primitiva è al livello di sussistenza, è ben difficile che possano sorgere delle forti ineguaglianze, perché, in questo caso, una parte della popolazione morirebbe di fame. Morendo di fame una parte della popolazione, si avrebbero meno guerrieri a disposizione, e quindi la società con un'ineguaglianza marcata sarebbe fagocitata dai nemici che distribuiscono meglio la poca ricchezza. La sopravvivenza “politica” si ha quindi dividendo in misura circa eguale il poco reddito a disposizione.

Dal che si arguisce che l'ineguaglianza sorge e può durare quando si va oltre il reddito di sussistenza, ossia quando si ha un surplus di una qualche consistenza da distribuire. In questo caso, una parte della popolazione – quella povera - comunque sopravvive, mentre una parte – quella ricca - vive molto meglio.

Prima della Rivoluzione Industriale il reddito medio cresceva poco o niente, mentre l'ineguaglianza era stabile, perché, in assenza di crescita, la quota dei ricchi sarebbe potuta crescere solo affamando mortalmente i poveri. L'ineguaglianza era perciò stabile, ma poteva scendere – ossia variare - per effetto di eventi esterni - il caso classico è la peste nera. Questi eventi, riducendo l'offerta di manodopera, facevano salire i salari più della crescita del reddito nazionale, e quindi facevano diminuire l'ineguaglianza. Il maggior reddito spingeva i poveri a sovra-procreare, e quindi li spingeva - per effetto della maggior offerta di lavoro nella fase successiva, nella direzione di una riduzione del proprio tenore di vita.

Con la Rivoluzione Industriale aumenta smisuratamente il surplus, ossia il reddito da distribuire senza schiacciare quello necessario per la sussistenza. In questo modo si ha la “magia” dell'ineguaglianza che può salire senza per questo spingere – come accadeva prima - nel baratro chi ha dei redditi bassi.

Passando all'era moderna, si usa, per capire le ragioni dell'ineguaglianza, il modello di Simon Kuznetz, sorto negli anni Cinquanta. Abbiamo un primo periodo in cui le ineguaglianze crescono, perché si ha lo spostamento dall'agricoltura (dove si ha una bassa produttività e quindi bassi redditi) alle fabbriche (dove si ha un'alta produttività e quindi dei redditi maggiori di quelli agricoli). Si alza così la forbice fra i redditi dei settori antichi e di quelli moderni. Nella fase successiva la produttività in agricoltura – grazie alla meccanizzazione ed alla chimica – sale, e quindi salgono i suoi redditi. Anche i salari nell'industria salgono nella fase successiva, perché si esaurisce l'offerta di manodopera liberata dal lavoro agricolo. L'ineguaglianza fra i lavoratori manuali e gli altri - proprietari terrieri, imprenditori, capitalisti – si riduce.

Le cose nell'economia sono andate in questo modo fino agli anni Ottanta del XX secolo. Da allora l'ineguaglianza è cresciuta. Le economie avanzate di oggi sono – a differenza di quelle del XIX e XX secolo - soprattutto di servizi e quindi disperdono i redditi più di quelle industriali: i “camerieri” e i “finanzieri” hanno dei redditi molto diversi. Intanto che – sempre a differenza del passato - il lavoro non qualificato si è spostato verso i Paesi emergenti.

La conclusione è che riprende – dopo l'intervallo fra le due Guerre - a crescere l'ineguaglianza, ma per ragioni “endogene” all'economia, e non “esogene” come le Guerre e le Rivoluzioni del XIX secolo che l'avevano ridotta. Secondo Walter Scheidel (The Great Leveller, Princeton, 2017), la forte riduzione dell'ineguaglianza nel corso della storia è stata opera dei quattro Cavalieri dell'Apocalisse: guerra, rivoluzione, collasso politico, epidemia. In condizioni normali non si è, infatti, mai registrata una riduzione dell'ineguaglianza.

Una riduzione completa e permanente della ineguaglianza, ossia l'egualitarismo assoluto, non ha mai avuto successo nel corso della storia. I tentativi per creare l'eguaglianza assoluta in Terra non hanno funzionato. Nel caso più famoso, quello sovietico, la diagnosi per avere eguaglianza era che l'ineguaglianza è il frutto del diverso livello di istruzione e della presenza della proprietà. Perciò, riducendo il peso degli intellettuali ed eliminando gli imprenditori, si sarebbe ottenuta l'agognata eguaglianza.

Le imprese statali nel socialismo pagavano (relativamente) molto i lavori meno qualificati e (relativamente) poco quelli più qualificati. In questo modo non si aveva un premio economico per la maggiore istruzione, sebbene si mantenesse per quest'ultima un premio di “status”. Ovvio, inoltre, che, abolendo la proprietà, non si potevano avere né le eredità provenienti dalle ricchezze create in passato, né le ricchezze create dagli imprenditori nel presente.

L'esperimento sovietico aveva così creato un'eguaglianza marcata, ma aveva anche frenato gli incentivi a studiare e a rischiare. Si aveva, alla fine, a causa di questa combinazione, un'economia poco innovativa. La scarsa competitività delle economie di stampo sovietico era il frutto non casuale del desiderio di chi comandava – in sostanza i lavoratori manuali e i dirigenti politici figli dei lavoratori manuali di una generazione prima - di “vivere tranquilli”, evitando l'impatto delle innovazioni. Sul punto: Rita Di Leo, L'esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa (Associazione CRS, 2012).

Commenti (1)

Commenti  

0 #1 Eugenio Michieletto 2020-02-08 04:30
Una economia egualitaria come quella sovietica è malsana perché inibisce la crescita individuale e lo spirito imprenditoriale , ma anche il liberismo sfrenato che dilaga senza freno alcuno è estremamente dannoso in quanto distrugge il ceto medio e aumenta la povertà a favore di pochi. Ci vorrebbe una economia più "equilibrata" che consenta una crescita adeguata per ogni livello sociale; potrà esistere in futuro un modello equilibrato per tutti ? E' questa la risposta che devono trovare i nuovi economisti contemporanei.
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