Esistono diverse classi di attività finanziarie nelle quali investire: azioni, obbligazioni a lungo e a breve termine, depositi bancari, immobili per citare le più note e disponibili, cui si possono aggiungere altre più o meno innovative e che sono meno accessibili e che soprattutto sono meno facili da negoziare: private equity, hedge funds, criptovalute, opere d’arte e via dicendo.

Era il 2016 quando il Fondo Monetario Internazionale, in uno studio specifico sul sistema finanziario tedesco (*), segnalava la pericolosità di Deutsche Bank (DB) per la stabilità finanziaria globale. Le fitte relazioni della prima banca tedesca con le altre principali banche sistemiche, insieme alla mole di derivati di dubbio valore e agli attivi illiquidi, erano alla base delle severe considerazioni.

È passato un po’di tempo dall’ultima volta che si è sentito parlare di rendimenti negativi. Almeno un paio d’anni. Non che fossero scomparsi, anzi. Ancora oggi il tasso principale di riferimento della Banca Centrale Europea, il tasso sui depositi delle banche, è sotto zero. Precisamente a -0,4%.

Esiste una vasta produzione accademica sul tema della relazione tra corruzione ed evasione, ma essa sembra non avere ancora prodotto risultati univoci e di chiara comprensione a causa delle differenze geografiche, di reddito o di omogeneità dei dati utilizzati. La ricerca più recente, inoltre, abbina una terza variabile, il debito pubblico, che aumenta ulteriormente l’interesse per i legami tra questi tre temi (*).

La vicenda della società inglese Carillion non rappresenta un evento particolarmente rilevante, e, infatti, ha ricevuto una modesta copertura mediatica e non ha provocato particolari sommovimenti finanziari. Le ragioni del nostro interesse vertono sulle modalità con cui questa non grande ma delicata azienda è arrivata al fallimento.