È passato un po’di tempo dall’ultima volta che si è sentito parlare di rendimenti negativi. Almeno un paio d’anni. Non che fossero scomparsi, anzi. Ancora oggi il tasso principale di riferimento della Banca Centrale Europea, il tasso sui depositi delle banche, è sotto zero. Precisamente a -0,4%.

Esiste una vasta produzione accademica sul tema della relazione tra corruzione ed evasione, ma essa sembra non avere ancora prodotto risultati univoci e di chiara comprensione a causa delle differenze geografiche, di reddito o di omogeneità dei dati utilizzati. La ricerca più recente, inoltre, abbina una terza variabile, il debito pubblico, che aumenta ulteriormente l’interesse per i legami tra questi tre temi (*).

La vicenda della società inglese Carillion non rappresenta un evento particolarmente rilevante, e, infatti, ha ricevuto una modesta copertura mediatica e non ha provocato particolari sommovimenti finanziari. Le ragioni del nostro interesse vertono sulle modalità con cui questa non grande ma delicata azienda è arrivata al fallimento.

Come giá descritto a suo tempo, la Regola del 20 é un indicatore finanziario che si basa sull’idea che sommando il rapporto Prezzo/Utili (PE) e l’inflazione attesi nei prossimi dodici mesi si debba ottenere un valore inferiore a 20 per concludere che un indice sia sottovalutato, mentre, se si supera la soglia fatidica, si deve ritenere il contrario. La logica sottostante si basa sull’idea che il rialzo dell’inflazione, associato a valutazioni elevate, provochi l’erosione dell’appetibilità dell’investimento azionario sia attraverso la discesa dei margini che tramite il rialzo dei tassi di interesse (e viceversa).

Da quello che si è capito e letto, tramite la filiale estone della principale banca danese, Danske Bank, sono transitati illegalmente qualcosa come 200 miliardi di euro, importo corrispondente a circa dieci volte il PIL dell’Estonia e due terzi il PIL della Danimarca.