La vicenda della società inglese Carillion non rappresenta un evento particolarmente rilevante, e, infatti, ha ricevuto una modesta copertura mediatica e non ha provocato particolari sommovimenti finanziari. Le ragioni del nostro interesse vertono sulle modalità con cui questa non grande ma delicata azienda è arrivata al fallimento.

Come giá descritto a suo tempo, la Regola del 20 é un indicatore finanziario che si basa sull’idea che sommando il rapporto Prezzo/Utili (PE) e l’inflazione attesi nei prossimi dodici mesi si debba ottenere un valore inferiore a 20 per concludere che un indice sia sottovalutato, mentre, se si supera la soglia fatidica, si deve ritenere il contrario. La logica sottostante si basa sull’idea che il rialzo dell’inflazione, associato a valutazioni elevate, provochi l’erosione dell’appetibilità dell’investimento azionario sia attraverso la discesa dei margini che tramite il rialzo dei tassi di interesse (e viceversa).

Da quello che si è capito e letto, tramite la filiale estone della principale banca danese, Danske Bank, sono transitati illegalmente qualcosa come 200 miliardi di euro, importo corrispondente a circa dieci volte il PIL dell’Estonia e due terzi il PIL della Danimarca.

Proseguendo nella ricerca ed esposizione di alcuni criteri di valutazione dei mercati azionari troviamo il cosiddetto PE 10. Si tratta di una metodologia che tenta di ridurre l’impatto delle oscillazioni di breve periodo, derivanti da tensioni o euforie momentanee, per individuare un valore più coerente con l’esperienza del passato e con la stabilità dei risultati delle società quotate.

La Banca Centrale Europea (BCE) produce ormai da tempo una serie storica (*) che considera due universi di titoli governativi della zona euro: una prima serie che considera solo le emissioni AAA e una seconda serie che considera tutte le emissioni governative.