Non esistono fatti, ma solo interpretazioni

Si mette in rapporto il debito pubblico con il prodotto nazionale – il Pil. Nel caso dell’Italia si ha un rapporto del 120%. Tanto. Troppo. Non va bene. Bisogna agire. E in fretta. Fermi un momento, diamoci alla filologia (1). Il debito pubblico è il cumulato di molti anni di deficit pubblici (ossia, spese maggiori delle entrate) finanziati con l’emissione di obbligazioni. Non è specificata la sua unità di tempo. Il Pil è la variazione dei beni e servizi in un anno. La sua unità di tempo è specificata.

Abbiamo allora uno stock (il debito) indefinito temporalmente e un flusso (il Pil) definito temporalmente. Stiamo misurando le cose in modo non omogeneo. Il debito italiano scade in media in sette anni, ossia una parte subito, una parte l'anno prossimo, eccetera, e la media è che in sette anni va tutto rinnovato. Se misuriamo il debito in questo modo, abbiamo un debito che pesa sul Pil, in media, ogni anno, per un settimo del suo valore. Stiamo usando lo stesso metro temporale: debito in un anno, Pil di un anno. Ergo, abbiamo che il debito annuo da rinnovare è una frazione di quello che abbiamo tutti in mente, ed è pari a poco più del 15% (120/7=17%). Il rapporto debito/Pil dell’Italia è dunque del 15%.

Mettere in rapporto uno stock e un flusso senza precisarne la dimensione temporale è ben strana cosa. Andate a dirlo a un’impresa indebitata. Vi dirà che il debito si paga nel tempo. Nel caso del debito pubblico, invece, è cosa ormai acquisita che la sua misurazione è giusta, anche se esiste una disomogenità nella sua misura temporale. Si mettono insieme dei fatti disomogenei, e a furia di misurarli in quel modo – ecco l'interpretazione – i fatti da controvertibili diventano incontrovertibili. Da cui il titolo della nota, tratta da Nietzsche, Genealogia della Morale.

Resta la domanda: perché ciò accade? Vi sono quelli, chiamiamoli «i liberisti», che pensano che la spesa pubblica non possa che crescere, perché i politici debbono farsi eleggere. Dei numeri che spaventano sono utili alla causa. Sono «i liberisti» che costruiscono i contatori del debito pubblico. Non costruiscono anche i contatori del Pil accumulato. Vi sono poi quelli, chiamiamoli «i keynesiani», che pensano che la spesa pubblica sia utile al controllo del ciclo e alla diffusione della giustizia sociale. È da vedere se ci credono davvero, ossia se pensano di essere i sacerdoti – disinteressati – di una causa nobile. Dei numeri che non spaventano, come quelli mostrati prima, sono utili alla causa.

Hanno entrambi ragione. Si tratta di un argomento molto controverso. Chi scrive pensa che entrambi i punti di vista abbiano solide ragioni e perciò crede – ognuno ha i propri modelli, diceva Woody Allen, il mio è Ponzio Pilato – che vadano «miscelati».

Ma così il discorso è «buonista». Diciamocela tutta. Se prevale la convinzione che il debito sia troppo (120% del Pil), allora si agisce con le manovre. Se prevale la convinzione che il debito non sia troppo (15% del Pil), allora non si reagisce. I mercati finanziari sono gli occhiuti controllori dei conti dei creditori, ossia dei detentori di obbligazioni. Appena i creditori «sgarrano», si alza il rendimento richiesto, ossia il costo del finanziamento. E la misura più evidente della «mancanza di virtù» è quella di mettere in rapporto uno stock (indefinito temporalmente) con un flusso (definito temporalmente).

Tuttavia, così resta ancora un discorso «buonista». Chi scrive non avrebbe mai pubblicato questa nota prima della manovra della scorsa settimana: primum vivere, deinde philosophari. Nella dialettica fra manipolazione e verità sono spinto verso la manipolazione, per salvare capra e cavoli. Dilemma non proprio originale. Vedi Dostoevskij, La leggenda del Grande Inquisitore.


(1) http://economistsview.typepad.com/economistsview/2011/07/shiller-debt-and-delusion.html

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