A ben guardare dentro gli indici / II

Guardando la composizione degli indici delle principali Borse mondiali così come sono rappresentati dai rispettivi ETF (Exchange Traded Fund) si ottengono informazioni che possono servire ad orientarsi nell’investimento azionario effettuato per mercati ed attraverso gli strumenti più semplici, economici e almeno teoricamente rappresentativi, ovvero gli stessi ETF.

Tutti sanno che il mercato azionario americano è il più grande in assoluto. Infatti contiene oltre la metà di tutte le emissioni azionarie globali. Gli altri mercati azionari si dividono quello che resta senza che uno in particolare abbia un peso dominante ed appena confrontabile con quello statunitense. Questo dominio americano potrebbe spiegare almeno un pezzo della tendenza delle azioni “made in USA” a vedersi riconosciuto un certo premio di valutazione rispetto agli altri mercati.

Una caratteristica interessante consiste nel calcolare il peso delle prime dieci società sul totale della capitalizzazione di Borsa. Il mercato azionario americano condivide con quello giapponese un peso percentuale particolarmente basso delle prime dieci società dell’indice, 15% USA e 19% Giappone. Questa particolarità distacca questi due mercati nettamente dagli altri. Il valore più basso successivo, il terzo in classifica per intendersi, è quello indiano dove le prime dieci società rappresentano il 44% dell’indice, ben oltre il doppio dei primi due mercati.

Andando all’estremo opposto si scopre che l’Italia, oltreché la Svizzera e la Spagna, hanno il valore più elevato di quella che si può definire come concentrazione Borsistica, con il 70% della capitalizzazione assorbito da solo dieci società. Questa significativa distanza tra il valori minimi e massimi di concentrazione potrebbe non comportare alcuna implicazione dal punto di vista dell’investitore. Indici azionari sono e indici azionari restano.

Resta però un aspetto che non è eliminabile ed è la capacità di diversificazione che un ETF può fornire non tanto in termini di mercato-paese, ovviamente, ma in termini di numero di società su cui si sta investendo. Se attraverso la scelta dell’ETF ci si prefigge lo scopo della diversificazione evitando il rischio associato alla scelta delle singole società questo obiettivo è sicuramente raggiunto nel caso americano e giapponese.

Nel caso dell’Italia e in misura decrescente anche per tutti gli altri paesi, ad esclusione di USA e Giappone, la scelta dell’ETF è molto meno efficace di quanto si pensi. Appare evidente che sul mercato italiano volendo essere presente sulle società di medie dimensioni si deve ricercare un ETF specifico che le rappresenti in quanto l’ETF principale riuscirà a cogliere solo una parte fortemente minoritaria della propria scelta di investimento, dato il peso preponederante delle grandi società.

Inoltre ci si ritroverebbe con una esposizione settoriale fortemente sbilanciata verso banche, assicurazioni e pubblici servizi (oltre il 50% della Borsa Italiana). Ancora più accentuata è la concentrazione settoriale che caratterizza le Borse di Svizzera e Spagna. Nel caso della Svizzera quattro settori fanno il 95% della Borsa elvetica mentre la Bolsa di Madrid è dominata dal settore finanziario che insieme ai pubblici servizi e ed all’industria arrivano quasi all’80% del mercato azionario.

Sembra che l’utilizzo dello strumento degli ETF funzioni come effettiva diversificazione relativamente agli indici azionari dei principali mercati solo in pochi casi, date le caratteristiche dei mercati sottostanti, determinando una componente implicita attiva maggiore rispetto a quanto può essere nelle intenzioni e nei desideri dell’investitore passivo in ETF.

 

ConcentrazioneETF

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