“L’economia al tempo del Populismo” - I

Questa è la prima parte di una lezione per la scuola Liberalismo. Lezione che si terrà il 2 marzo dal titolo “L’economia al tempo del Populismo”.

 

 

Le polemiche maggiori sono due: 1) i politici sono inetti se non disonesti e quindi incapaci di governare; 2) mentre lo stato tassa troppo e non spende come si deve. Le cure sono: 1bis) i cittadini capaci e onesti che vanno a dirigere lo stato, 2bis) il taglio delle imposte e la riqualificazione della spesa.

1 - Lo stato totale “quantitativo” e i diritti

Si ha lo stato totale qualitativo e lo stato totale quantitativo. Nel caso del primo – manifestatosi per la prima volta nella Germania della Prima Guerra, in Italia con il Fascismo, e in Unione Sovietica con il Socialismo - lo stato piega la società a suo volere ed ai suoi obiettivi di potenza – di solito la politica estera. Nel caso del secondo è la società a farsi stato e a piegarlo alle proprie esigenze. In Italia abbiamo avuto - dopo il 1945 – il secondo tipo di stato.

Il concetto sui due tipi di stato è di Carl Schmitt, e la si trova in A. Graziosi, Guerra e Rivoluzione in Europa, Il Mulino, 2001.

All'interno del secondo tipo di stato possiamo distinguere i “diritti che costano” dai “diritti che non costano”. Un esempio fra i tanti dei primi è la spesa sanitaria universale, dei secondi il matrimonio omosessuale. Il costo dei primi emerge con due modalità: pagati con la fiscalità generale e/o con l'emissione di debito, ossia, in questo ultimo caso, pagati con le fiscalità generale delle generazioni che verranno e che non votano oggi. I diritti che costano (sanità, scuola, pensioni) possono essere visti come il compimento materiale delle libertà formali (la libertà di espressione e di associazione). E possono essere concepiti in chiave non marxista: aiutare chi non è capace di aiutarsi da solo, e fornire per mano pubblica ciò che non può essere ottenuto per mano privata.

La distinzione fra diritti costosi e non: G. Amato, A. Graziosi, Grandi illusioni, Il Mulino, 2013. Sulla spesa sociale liberale: J.M. Keynes, Was he a liberal?, The Economist, August 18th 2018

2 - Lo stato “liberale” e lo stato “sociale”

Avendo l'emissione di debito e/o di moneta un limite, il finanziamento avviene attraverso le imposte. I bilanci pubblici in pareggio o quasi una volta richiedevano delle imposte (dirette e indirette) minime intorno intorno al 10% del PIL, mentre ora ne comandano intorno al 40% del PIL. Fino alla Seconda Guerra le imposte erano per una minima parte dirette e quindi gravavano poco sul reddito ed in massima parte indirette: sale & tabacchi, alcool negli Stati Uniti fino al proibizionismo, e dazi sulle importazioni.

3 – La spesa e le entrate pubbliche dell'Italia

Esse non sono molto diverse da quelle degli altri Paesi come livello, mentre lo sono come efficienza.

1 - Spesa pubblica complessiva (liberale più sociale) in percentuale del PIL.

2 – Spesa pubblica sociale (tranne l'educazione) in percentuale del PIL. Nota: il maggior debito italiano è il frutto di una crescita delle spese simile a quella degli altri Paesi, accompagnata, a differenza degli altri Paesi, da una crescita iniziale modesta delle entrate.

3 – Come vanno i Paesi a seconda dell'entità della spesa pubblica? Disponendoli secondo alcuni indicatori non si vedono delle differenze macroscopiche.

4 – Lo stato sociale aiuta i “meno fortunati”? I poveri (definiti come il 30% della popolazione con il minor reddito) pagano pochissime tasse, al contrario dei ricchi (definiti come il 30% della popolazione con il maggior reddito) che ne pagano molte. I poveri ricevono dallo stato un reddito maggiore delle imposte che hanno pagato, al contrario dei ricchi. L'Italia è il Paese dove i ricchi “catturano” più spesa pubblica.

 5 – Il Paese con lo stato sociale “per eccellenza” è la Svezia. Le imposte dirette e indirette erano modeste e si equivalevano fino alla Seconda Guerra, poi sono esplose. I contributi sono esplosi a partire dagli anni Sessanta e sono appena meno consistenti delle imposte dirette e indirette.

I numeri si trovano in: Vito Tanzi – Government versus Markets, the Changing Economic Role of the States, Cambridge University Press, 2011

4 - I danni che possono causare i politici

I politici capaci e onesti oppure incapaci e disonesti possono dar luogo a una maggiore o minore quantità di danni a seconda della pervasività del settore pubblico. L'avversione al rischio milita a favore della riduzione dell'intervento pubblico.

“Government mistakes become more frequent and possibly more damaging when: (a) the involvement of politicians in the economy becomes more pronounced and more frequent; (b) policymakers are not constrained by precise rules or by limiting institutions, such as political constitutions or powerful fiscal councils; (c) the bureaucracies do not act in the proper, efficient, and ideal ways, theorized by Max Weber; (d) the growth of government has significantly reduced the role of the market; (e) there are many areas of contact between public-sector and private-sector activities, so that joint decisions are required for some actions; and (f) policies become so complex that it is difficult for the policymakers to fully comprehend and control the policies they must decide upon”.

Sul punto: Vito Tanzi, Termites of the State: Why Complexity Leads to Inequality. Cambridge University Press, 2018.

Gli errori potenziali possono aumentare o diminuire a seconda della qualità dei politici. Si veda per impostare l'analisi sulla probabilità di errore la tripartizione della qualità fra politici di professione, professionisti extra-politici, e “uomini nuovi”. Sul punto: http://www.corriere.it/opinioni/18_gennaio_02/competenzee-democrazia-politici-cuoca-lenin-b99df860-ef2b-11e7-97e1-31c2bf5f7cef.shtml

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