(2002) di Mario Deaglio

L’11 settembre ha reintrodotto sulla scena economica l’incertezza: l’aumento della sua percezione agisce da freno, più o meno grande, a ogni tipo di comportamento di produzione o fruizione di beni e servizi, la sua diminuzione costituisce invece uno stimolo.

L’incertezza legata al terrorismo (il vero interrogativo resta se gli attentati di New York debbano essere considerati come un evento del tutto eccezionale, oppure se non si tratti del più vistoso di una catena di atti terroristici contro l’Occidente, e in particolare contro gli Stati Uniti e la loro globalizzazione) viaggia sugli stessi canali informativi che hanno portato certezza e sicurezza alle transazioni dell’economia globale di mercato; interessa tutti i paesi, è amplificata dall’istantaneità dell’informazione e dal peso crescente nell’informazione di elementi spettacolari ed emotivi nonché dal venir meno della "prospettiva" delle notizie rispetto alla loro immediatezza.

Un riluttante governo americano si è visto così costretto ad aumentare, anziché ridurre, la presenza pubblica non solo nell’economia ma, più in generale, nella vita di tutti i giorni. Oltre che agli attentati dell’11 settembre, il nuovo interventismo pubblico si può far risalire alla preesistente crisi economica e giunge al termine di una lunga perdita di credibilità della "nuova economia" quale elemento dirompente di un nuovo ordine di mercato, in grado di determinare un aumento strutturale della produttività del lavoro e quindi delle possibilità di crescita non inflazionistica. Il pericolo non è rappresentato tanto da una possibile ripetizione di una recessione lunga e profonda come quella del 1929: si tratta piuttosto della convinzione, sempre più diffusa, che un decennio di mercato trionfante abbia ceduto il passo a qualcosa di ignoto e difficile da determinare e comunque assai meno dinamico ed esaltante.

Il mondo nei primi mesi del 2002 è quindi incerto ed esitante, più incline a una serie di regionalizzazioni, che in qualche modo seguano le linee di una comune cultura, che a una vera e propria globalizzazione – identificantesi con un unico mercato mondiale, una moneta unica, uniche
regole legali, finanziarie o contabili. Non si tratta però di regioni chiuse, secondo i vecchi modelli autarchici, bensì di aree in vivace comunicazione reciproca, secondo canali ben frequentati e prestabiliti.

Nel corso del 2002, la globalizzazione appare costituita da questi canali che tengono assieme realtà diverse. Si tratta in primo luogo dei flussi finanziari (i quali, ridotti di intensità, tendono a dirigersi meno disinvoltamente verso paesi lontani scarsamente noti), di alcune grandi reti che avvolgono il pianeta (linee aeree, Internet, telecomunicazioni, industria culturale e simili) e inoltre di attività come l’istruzione superiore e la ricerca scientifica.

Dopo l’11 settembre si è messa in dubbio la possibilità che, in un’economia dagli orizzonti planetari, esistano valori condivisi sufficientemente forti e stabili perché si possa veramente consolidare un sistema di convivenza basato sullo scambio con vantaggi reciproci e generalizzati. Questo significa che l’illusione del rapido stemperarsi delle differenze in regole uniformi di mercato pare tramontata con l’attacco alle Torri Gemelle: il processo di creazione di una cultura planetaria si rivela molto più lento, faticoso e problematico di quanto si potesse prevedere
all’inizio del millennio; e il mondo globale che ne deriverà – se mai si arriverà a questo risultato – potrà rivelarsi, in definitiva, più variato e più ricco, denso di significati non solo economici. In questa eventualità, il 2001 non avrà segnato la fine della globalizzazione ma semplicemente di una sua fase, forse eccessivamente legata ai parametri del mercato.