Il Medio Oriente dopo ISIS

Il Medio Oriente dei prossimi anni sarà molto diverso da quello sino ad oggi conosciuto. In un quadro geopolitico incerto e affollato di attori (Turchia, Siria, Russia, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti), l’ideologia dell’ISIS, pur sconfitto militarmente, continua a minacciare la stabilità della regione.

 

Il 14 marzo 2018 il Primo ministro iracheno Haider al-Abadi si è recato in visita a Mosul dove ha inaugurato il nuovo ponte sul fiume Tigri che unisce la città vecchia a quella nuova. Poco prima aveva stipulato un accordo con il Kurdistan iracheno per la riapertura dei voli internazionali dell’aeroporto di Erbil. Eventi apparentemente piccoli e marginali che permettono però di riflettere in modo più ampio sulla situazione del Medio Oriente e di rispondere a due domande cruciali: può il nuovo ponte sul Tigri essere il simbolo della ricostruzione “dopo ISIS” e del superamento delle vecchie contrapposizioni? La riapertura dell’aeroporto di Erbil prefigura il superamento del problema curdo?

La risposta a entrambe le domande non può che essere negativa, ma è doveroso entrare nei dettagli.

Nell’autunno scorso il sedicente Stato Islamico ha perso la sua ultima roccaforte, Raqqa in Siria, e ha subito pesanti sconfitte, tanto che ormai quasi non se ne parla più. Al contempo, però, i conflitti in cui ISIS si era radicato e da cui aveva tratto linfa vitale sono tutt’altro che conclusi. La realtà dell’attuale Medio Oriente, e sotto alcuni aspetti dell’intera regione del Mediterraneo, è quella di un ampio e profondo conflitto geopolitico che vede coinvolti svariati attori, regionali e non, e di molte questioni politiche ed economiche strettamente correlate. In questo complesso quadro ISIS giocava solo un ruolo da comprimario, pur avendo convogliato su di sé una grande attenzione mediatica.

Certamente il fatto che ISIS abbia perso le sue roccaforti e la maggior parte del territorio conquistato in passato, a esclusione di alcune piccole aree, soprattutto in Siria, è un fatto positivo; purtroppo, però, non è sufficiente a sancirne in modo definitivo la sconfitta. Inoltre, anche ipotizzando che ISIS sia stato del tutto sconfitto, la regione del Mediterraneo non sarebbe né più stabile né più pacifica. Già fin da ora è possibile individuare linee conflittuali e problemi geopolitici emergenti che esulano dal ruolo di ISIS.

La sconfitta del sedicente Stato Islamico andrebbe quindi interpretata con maggiore cautela e profondità storica. Indubbiamente ISIS è il risultato del concorrere di alcune congiunture storico-politiche del tutto particolari, quali il conflitto iracheno, l’instabilità seguita alle cosiddette “Primavere arabe” e la presenza di diversi conflitti regionali che hanno permesso a ISIS di trovare appoggi internazionali e avvantaggiarsi di spazi politici e territoriali scarsamente presidiati da parte dello Stato centrale. Dall’altro lato, però, ISIS è anche il frutto di un processo di lungo periodo che coinvolge una parte delle comunità musulmane. In prima istanza, infatti, ISIS rappresenta un’ideologia, quella del jihadismo globale, fondata su un’interpretazione estremista della religione islamica che già da alcuni decenni prolifera in precisi segmenti della popolazione mussulmana. Soprattutto tra i più giovani, questa ideologia può essere vista come uno strumento di aggregazione, capace di offrire un’identità, uno scopo, un sentimento di comunità a chi quei valori li ha persi o a chi non li ritrova nelle società attuali. Ne consegue che se da un lato la struttura prettamente militare e statuale di ISIS è stata distrutta; dall’altro non sono state del tutto eliminate né le sue capacità operative, fluide e di stampo terroristico, né la capacità di presa dell’ideologia jihadista.

La seconda domanda che ci eravamo posti riguardava il problema curdo. I curdi furono la popolazione più penalizzata dai trattati di Sikes-Picot che nel 1916 delinearono la conformazione politica del moderno Medio Oriente. Ad essi, infatti, non venne assegnata una nazione, ma furono suddivisi in diversi Paesi: Turchia, Iraq, Siria e Iran. Il desiderio curdo di unità e indipendenza, però, è cresciuto nel tempo e oggi è una delle questioni più spinose della regione. I curdi turchi sono impegnati da decenni in una guerriglia contro Ankara che negli ultimi anni si è ampliata e riaccesa pericolosamente. In Iraq i curdi godono di una indipendenza de facto sin dal 1991, quando al termine dell’operazione Desert Storm venne istituita una no fly zone nel nord del Paese sorvegliata dall’aviazione americana. Tale forma d’indipendenza si è poi rinforzata dopo la guerra del 2003 e con le operazioni contro ISIS. Infatti, molti Paesi occidentali (tra cui Stati Uniti, Italia e Germania) hanno inviato in Kurdistan sia armi sia addestratori militari al fine di potenziare le capacità operative, non delle forze di sicurezza irachene tout court, bensì solo delle milizie curde, ovvero i Peshmerga.

La situazione ora si è ulteriormente complicata. In Iraq nello scorso settembre i curdi votarono a favore dell’indipendenza in un referendum molto contestato da Baghdad e dalla comunità internazionale. È vero che non sono seguiti passi concreti verso l’indipendenza, ma quel voto rappresenta un precedente pericoloso e un chiaro segnale di quale sia la volontà curda. Inoltre, le truppe irachene, che in quei mesi stavano ancora combattendo contro alcune sacche di resistenza di ISIS, non persero tempo e si diressero sulla città di Kirkuk, che proprio in occasione dell’avanzata di ISIS nel 2014 venne difesa dai curdi. La città è da sempre contesa sia a causa del fatto che la locale popolazione è mista, sia perché è una zona ricca di petrolio. L’intervento delle forze irachene denotava quindi forti frizioni interne e il rischio concreto di un ulteriore conflitto. Una linea di faglia questa che costantemente torna a farsi sentire e che rappresenta una profonda frattura all’interno della società e della vita politica irachena.

Inoltre, recentemente si era parlato di istituire un vero e proprio confine tra la regione curda e il territorio iracheno al fine di separare in modo chiaro e netto le zone di competenza delle forze di sicurezza irachene e quelle dei Peshmerga. Benché in un secondo momento tali voci siano state smentite, una simile soluzione porterebbe indubbiamente a una chiarificazione delle competenze e dei ruoli, ma sarebbe un ulteriore passo verso una separazione del Kurdistan dall’Iraq, che di fatto accetterebbe di non controllare una porzione di territorio.

Con lo scoppio poi della guerra civile in Siria, entrata ormai nel suo ottavo anno, il problema curdo si è ulteriormente complicato e allargato. Infatti, in Siria, sfruttando le debolezze del regime, i curdi sono riusciti a ritagliarsi un’area indipendente nel nord del Paese. Allo stesso tempo sono diventati i soldati sul campo per gli Stati Uniti in funzione anti-ISIS. Ciò ha però comportato un rafforzamento della loro posizione, similare a quella avvenuta alla loro controparte irachena, scatenando la risposta della Turchia (che negli anni passati non aveva risparmiato nemmeno operazioni contro i curdi iracheni, sul territorio iracheno).

Storicamente Ankara si è sempre opposta a qualunque forma d’indipendenza dei curdi. Ospitandone una consistente minoranza, il Governo turco non vuole rischiare un’insanabile frattura sociale e politica che potrebbe anche portare a una frantumazione geografica del suo territorio. È in questo quadro che si inserisce il recente intervento turco nella zona di Afrin. Le operazioni militari turche in territorio siriano non sono una novità, ma quest’ultima, lanciata il 20 gennaio scorso e denominata Ramo d’ulivo, è particolarmente significativa perché mira ad allontanare dalla città di Afrin le milizie curde dell’YPG, le Unità di Protezione Popolare che rappresentano l’ala armata del Partito dell’Unione Democratica curdo. Malgrado nelle settimane precedenti siano arrivati in città anche truppe legate al regime di Assad, le truppe turche sono riuscite prima a circondare l’abitato e poi a conquistarlo completamente nei giorni scorsi.

Questi fatti sottolineano almeno due aspetti importanti.

Primo, le milizie dell’YPG - ma un discorso similare potrebbe essere fatto anche per i curdi iracheni, contro cui combatte la Turchia - sono gli alleati americani nel conflitto siriano. La Turchia, però, considera l’indipendenza curda un rischio diretto alla sua sicurezza nazionale, e non è un tema su cui è disposta a giungere a compromessi. La contrapposizione tra milizie dell’YPG e milizie turche rischia quindi di sfociare in un conflitto ben più ampio e grave.

Secondo, la frattura tra Turchia e Stati Uniti sulla questione curda ne nasconde una ben più grave, ovvero quella tra due alleati della NATO che ormai da anni hanno visioni molto distanti sui nuovi equilibri regionali. I momenti di tensione e crisi sono molti e partono da lontano. Per esempio, in occasione della guerra in Iraq del 2003 la Turchia non consentì agli USA né l’utilizzo delle basi, né il passaggio della 4a Divisione (che nel piano originario americano doveva convergere su Baghdad attraversando il nord curdo), né, infine, lo spazio aereo per l’invio di forze speciali stanziate in Romania. Più recentemente, c’è stato l’affaire legato al ruolo di Fethullah Gülen, esule negli Stati Uniti, accusato da Erdogan di essere la mente del fallito colpo di stato del luglio 2016. Infine, bisogna ricordare i passi politici e militari della Turchia verso una più stretta collaborazione con la Russia, ovvero il nemico dichiarato dell’Alleanza atlantica. Una contrapposizione che dopo alcuni anni di distensione è tornata forte anche a seguito della crisi in Ucraina e del nuovo interventismo russo. Nel quadro quindi di un rinnovato confronto politico e militare tra Russia e NATO è quanto mai preoccupante che la Turchia abbia sviluppato un rapporto preferenziale con Mosca. È ovviamente più che giustificato intraprendere un dialogo con Putin e cercare di disinnescare possibili situazioni conflittuali, ma Erdogan ha fatto ben di più, andando ad acquistare, anche di recente, sistemi missilistici di difesa aerea di produzione russa.     

La Russia è certamente un ulteriore elemento chiave dell’intricata situazione mediorientale. Questo perché la rigenerata politica estera russa non si ferma a mantenere consolidate relazioni con l’Iran (con cui però condivide solo parzialmente gli obiettivi di lungo periodo) e ad a fornire un appoggio diretto del regime di Assad, ma ha ha stretto legami e alleanze di convenienza in tutta la regione del Medio Oriente: con Ankara e il Cairo, per esempio, ha stabilito collaborazioni militari e condivide in parte la posizione sul conflitto in Libia.

Con questi nuovi passi Mosca è stata in grado di alterare profondamente la situazione diplomatica nella regione, insidiando in modo chiaro e forte la posizione degli Stati Uniti. Da un lato, rafforzando il potere di Assad in Siria e consolidando la sua posizione militare nella difficile guerra civile, la Russia ha radicalmente spostato l’equilibrio interno al Paese e ha fatto della questione siriana un elemento cardine della propria politica estera. Dall’altro lato, si è guadagnata nella regione una posizione forte a livello diplomatico, proponendosi in più occasioni come intermediatore credibile e affidabile. E ora che Putin è stato confermato per il suo quarto mandato presidenziale, si prevede che continuerà lungo questa linea.

Il Medio Oriente dei prossimi mesi e anni sarà sicuramente molto diverso da quello sino ad oggi conosciuto dall’Occidente. Da un lato, le linee di frattura legate alla questione curda che interessano Iraq, Turchia, Iran e Siria saranno centrali nel determinare nuovi equilibri e (potenzialmente) nuovi conflitti. Dall’altro lato, non è chiaro chi potrebbe evitare che la situazione degeneri. Molto dipenderà da quali strategie adotteranno gli Stati Uniti di Trump e, ancor di più, la Russia del quarto Putin. Infine, ISIS, pur sconfitto militarmente, continuerà a rappresentare una minaccia per la stabilità della regione, sia nel caso di un suo ritorno, sia sotto altre forme e bandiere.

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