Biblioteca della Libertà

Biblioteca della libertà (archivio)

Sottocategorie


L'Europa domani / Immaginare un'Europa meno fragile, più liberale. Un dialogo con Paul Magnette e Maurizio Ferrera

Europe tomorrow / Envisioning a Less Fragile, More Liberal Europe. A Dialogue with Paul Magnette and Maurizio Ferrera

L'Europa domani / Immaginare un'Europa meno fragile, più liberale. Un dialogo con Paul Magnette e Maurizio Ferrera

Questo saggio, che pure affronta la fragilità del progetto liberale europeo, inizia dove quelli di Paul Magnette e Maurizio Ferrera si fermano. Se Magnette ha sviluppato una narrativa storica circa ciò che l’Unione Europea è in quanto progetto liberale, e Ferrera ha irrobustito quella narrativa ampliandone le basi filosofiche, Schmidt si chiede come procedere per costruire un insieme di idee e un discorso che guardino al futuro del progetto liberale europeo. A questo fine occorre sollevare due ulteriori questioni. La prima riguarda il modo in cui gli stati membri concepiscono il progetto liberale europeo: vale a dire le loro idee e il loro discorso riguardo a ciò che l’Europa è e dovrebbe essere. La seconda questione riguarda se e come l’Europa sia in grado di conciliare le quattro differenti visioni che i paesi membri hanno sviluppato: interrogativi che ci riportano al nodo di come possa essere ripensata e di che cosa possa diventare in quanto progetto liberale. La proposta dell’autrice è di riconcettualizzare l’Unione Europea come «stato regionale».

This essay on the fragility of the EU’s liberal project begins where Paul Magnette and Maurizio Ferrera left off. While Magnette developed a historical narrative about what the EU is as a liberal project and Maurizio Ferrera added further philosophical grounding to that narrative, I address the question of how to build upon such a philosophically-grounded historical narrative in order to construct a more prospective set of ideas and discourse about the EU’s liberal project from now into the future. This requires two further strands of argumentation. The first is about how the member states actually conceive of the EU’s liberal project – that is, their ideas – and discourse about what the EU is and ought to be. The second is about how and whether the EU is able to reconcile the four differing visions member states adhere to, which brings us back to the question of how to envision what the EU is and what it could become as a liberal project. My proposal is to reconceptualise the EU as a ‘regional state’.
Abstract

Il ritorno della storia: gli Stati Uniti e il mondo dopo Bush

The Return of History: The United States and the World Order after Bush

Il ritorno della storia: gli Stati Uniti e il mondo dopo Bush

L'articolo si propone di esplorare le grandiose oscillazioni della fortuna americana e ragionare sul loro significato. Gli autori iniziano con una discussione delle tesi di Paul Kennedy – giudicato il maggior teorico del declino americano – per sviluppare poi alcune considerazioni sulle implicazioni dell’unipolarismo e sulla misura in cui l’idea di trasformare il momento unipolare in un assetto quasi permanente, durante la presidenza di George W. Bush, si sia tradotta in una nuova strategia imperialista. Sulla base di questi elementi viene affrontato il dibattito recente sul declino americano, per concludere con qualche riflessione sul ruolo degli Stati Uniti nell’ordine internazionale. La tesi proposta potrebbe non apparire così originale, ma è molto importante: indipendentemente dalle sfide – serie e reali – che gli Stati Uniti devono affrontare oggi, si sostiene che, in ultima analisi, non vi siano alternative agli Stati Uniti per ricoprire il ruolo di leader globale. [leggi tutto]

The article seeks to explore America’s great swings of fortune and their meaning. It begins with a discussion of Paul Kennedy, possibly the greatest theorist of American decline. It continues with a few reflections on the implications of unipolarity and the degree to which the idea of an almost permanent unipolar moment easily segued into a new imperialist strategy under President G.W. Bush. It then discusses the new decline debate. Finally, it concludes with some reflections about the role of the United States in the world order. The thesis advanced may not be especially original. But it is critically important insofar as it argues that whatever challenges the United States currently faces – and they are serious and real – there is, in the final analysis, no real alternative to the United States as global leader.
Abstract

Cina e India sulla via della modernizzazione: una prospettiva storico-legale

China, India and the Processes of Modernisation: A Historico-Legal Perspective

Cina e India sulla via della modernizzazione: una prospettiva storico-legale

L’analisi di lungo periodo delle traiettorie di sviluppo legale in Cina e India evidenzia come ciascuna civiltà abbia reagito in modo diverso agli assalti ideologici e politico-sociali portati dall’industrializzazione europea. Ciò che emerge altrettanto chiaramente, tuttavia, è che queste differenze derivano principalmente dalle specificità di ognuna delle due società. Esse sono state caratterizzate da meccanismi di relazione tra centro e periferia che mostrano peculiarità notevoli e che hanno condotto a livelli molto diversi di resistenza alle pressioni esterne. Ciò che colpisce è la comunanza delle pressioni coordinate a cui ciascuno dei due paesi è stato sottoposto sulla scia dell’espansione del capitalismo industriale e finanziario. Tali forze inducono a ipotizzare un graduale ma apparentemente irresistibile processo di omologazione di Cina e India. Sono precisamente queste forze, insieme con i derivati culturali e politici che esse ingenerano, a essere all’opera in questo momento per trasformare nel profondo le società dei due paesi, che, è bene ricordarlo, con i loro circa due miliardi e mezzo di persone costituiscono quasi la metà della popolazione del nostro mondo.

Long-term analysis of the trajectories of legal development in China and India highlights how the two civilisations have reacted differently to the ideological, political and social assaults of European industrialisation. It emerges just as clearly, however, that such differences result mainly from the specificities of two societies characterised by distinctive relational mechanisms between centre and periphery, which have created very different levels of resistance to outside pressure. What is striking is the commonality of the coordinated pressures to which each of the two countries has been subjected in the wake of the expansion of industrial and financial capitalism. These forces suggest a gradual but seemingly irresistible process of homologation for China and India. It is precisely these forces, combined with their cultural and political offshoots, that are currently at work, profoundly transforming the societies of two countries whose approximately two and a half billion inhabitants – it is important to remember – make up almost half the world’s population.
Abstract

L'altro gigante d'Asia. Spunti di riflessione sull'India di oggi

The Other Asian Giant. Cues for Reflection on India Today

L'altro gigante d'Asia. Spunti di riflessione sull'India di oggi

Il saggio propone una ricognizione dello stato di sviluppo sociale e politico-economico dell’India. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i contributi sulla Cina, paese da molti ritenuto agli antipodi dell’Occidente. L’India, al contrario, è spesso considerata meno dissimile per via della sua natura pluralistica e del suo regime democratico, un argomento che di recente è stato invocato da Washington come catalizzatore di una nuova ipotesi di alleanza tra Stati Uniti e India. In realtà, studiosi come Arnold Toynbee ammoniscono da tempo sull’importanza di superare le apparenze, indicando l’India come una civiltà radicalmente diversa da quella giudaico-cristiana occidentale, oltre che ricordando a tutti come proprio nel subcontinente indiano si sono incontrate tre delle maggiori civiltà non-occidentali sorte sul pianeta: quella indù, quella islamica e quella che egli chiama civiltà dell’Oriente estremo. Appare dunque necessaria una prudente problematizzazione dei rapporti tra Occidente e India, paese che, con millenni di esperienza nella gestione della complessità – umana, politica ed economica – si candida a essere fin dai prossimi decenni un interlocutore imprescindibile, anche oltre i confini dell’Asia.

The essay provides an overview of social, political and economic development in India. The last few years have seen an ever increasing number of contributions on China, a country believed by many to be poles apart from the West. India, on the other hand, is often considered less different on account of its pluralistic nature and its democratic regime, a feature recently invoked by Washington as a catalyst for a possible new alliance between the US and India. In reality, scholars such as Arnold Toynbee have long warned about the importance of looking beyond surface appearance, suggesting that India is a radically different civilisation from the western Judaic-Christian one and reminding us how the Indian subcontinent was the scene of the meeting of three of the greatest non-western civilisations ever to appear on the planet: the Hindu, the Islamic and what he, Toynbee, calls the civilisation of the Far East. It would thus appear necessary to prudently acknowledge the problems involved in relations between the West and India, a country that, with thousands of years of experience in managing human, political and economic complexity behind it, will be a vital partner over the next few decades – in Asia and beyond.
Abstract

Silvio Berlusconi da leader dell'antipolitica a «sindaco d'Italia». Comunicazione e cicli di popolarità

Silvio Berlusconi, from Anti-politics Leader to 'Mayor of Italy'. Communication and Popularity Cycles

Silvio Berlusconi da leader dell'antipolitica a «sindaco d'Italia». Comunicazione e cicli di popolarità

C’è effettivamente stato un riallineamento degli elettori italiani a favore del centro-destra? Ed è per questo che il governo Berlusconi ha continuato a godere di un’approvazione pubblica ancora particolarmente alta molti mesi dopo il voto? A giudizio dell'autrice, al di là dei segnali di slittamento della società italiana verso posizioni più conservatrici e del manifestarsi di una diffusa tendenza politica che, fino allo straordinario successo di Obama nelle presidenziali americane, sembrava destinata ad avvantaggiare le destre, ci si può legittimamente chiedere se a favorire il ciclo lungo della popolarità di Berlusconi non sia stato anche il ben più intenso investimento operato dal leader di Forza Italia sul terreno della comunicazione, resa l’elemento strategico di un modello di governo costruito su un’offerta di rappresentanza insieme materiale e simbolica. La conclusione di Roncarolo è che proporsi come «sindaco d’Italia» può essere una strategia vincente per rispondere sul piano simbolico alla diffusa domanda di rassicurazione proveniente dalla sfera sociale. Ma governare davvero i problemi resta una sfida che non si vince in televisione.

Have Italian voters effectively realigned with the centre-right? If so, is this why the Berlusconi government is still enjoying such high popularity months after the general election? True, Italian society is showing signs of increased conservatism, and until Obama’s outstanding success in the American presidential elections the general political trend seemed bound to favour the right. According to the author, however, it is fair to ask whether Berlusconi’s lasting popularity may not have been helped by his hefty investment in communication, the strategic element in a government model built on representation that is at once material and symbolic. Roncarolo’s conclusion is that a good strategy for Berlusconi, in symbolic response to the widespread demand for reassurance in the social sphere, would be to present himself as the ‘Mayor of Italy’. Not that the real governance of problems is a challenge that can be won on television.
Abstract

Esiste una «via italiana» alla cultura di difesa?

Is There an 'Italian Way' to Defence Culture?

Esiste una «via italiana» alla cultura di difesa?

Questo articolo analizza gli effetti dell’evoluzione dei concetti di minaccia e di sicurezza sulla conduzione della politica di difesa di una media potenza come l’Italia. Quali sono le principali minacce per l’Italia nel contesto post-bipolare? In che modo conflitti regionali e locali vengono considerati una diretta minaccia per gli interessi nazionali? Quali sono gli interessi nazionali che l’Italia deve proteggere in un mutato contesto globale? Si cerca di fornire risposte a tali domande avvalendosi dell’analisi dei principali documenti strategici elaborati dai decisori politici e militari italiani dalla caduta del Muro di Berlino a oggi. Lo studio di tali documenti permette di illustrare i tratti caratterizzanti l’evoluzione culturale dell’élite politica e militare di fronte al mutamento di concetti come minaccia e sicurezza.

This article analyses the effects of the evolution of the concepts of threat and security on the conduction of defence policy by a medium power such as Italy. What are the principal threats to Italy in the post-bipolar context? In what way are regional and local conflicts seen as a direct threat to national interests? What are the national interests that Italy has to protect in a changed global context? The authors attempt to answer these questions by analysing the principal strategic documents drawn up by Italian political and military decision makers since the fall of the Berlin Wall. The study of these documents allows them to illustrate the traits that characterise the cultural evolution of the political and military elite in the face of the change in concepts such as threat and security.
Abstract

Verso la fine della supremazia occidentale? / Come cambia la geografia del potere mondiale. Petrolio, monete, nuovi regionalismi

Is western supremacy coming to an end? / How the geography of world power is changing

Verso la fine della supremazia occidentale? / Come cambia la geografia del potere mondiale. Petrolio, monete, nuovi regionalismi

Il greggio a ben più di 100 dollari, nel 2008, non sarebbe forse uno shock petrolifero molto diverso da quelli degli anni Settanta e inizio Ottanta, ma esso si intreccia con altri processi che stanno portando il mondo verso una svolta davvero epocale e irreversibile, con la fine dell’ordine internazionale del secondo dopoguerra, il rapido declino della potenza degli Stati Uniti e del dollaro, l’arenarsi del processo di unificazione europea, l’ascesa della Cina e dell’India (che farà dell’Asia il nuovo baricentro del mondo) e la possibile, futura nascita di grandi «allineamenti» internazionali, se non veri e propri «blocchi», che comprenderanno parte dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa.

flageng

Crude oil at well over 100 dollars a barrel in 2008 – the shock would not necessarily be greater than those of the 1970s and early 1980s. The difference is that it is bound up in other processes that are leading the world towards a truly epoch-making, irreversible turnaround, with the end of the postwar world order, the rapid decline of the power of the United States and the dollar, the stagnation of the process of European unification, the rise of China and India (which are turning Asia into the new barycentre of the world) and the possible future birth of major international ‘alignments’, if not veritable ‘blocs’, including parts of Asia, the Middle East and Africa.

Abstract

Dalla luna di miele al matrimonio: presente e futuro delle relazioni fra Cina e Ue

From honeymoon to marriage: The state and future of China-Europe relations

Dalla luna di miele al matrimonio: presente e futuro delle relazioni fra Cina e Ue

Il partenariato strategico sino-europeo è un elemento importante e molto positivo nel panorama della politica mondiale. Ciò nondimeno, fatti salvi tutti gli aspetti apprezzabili, è evidente che il rapporto ha cominciato a uscire dalla fase della «luna di miele». È altresì chiaro che il mutato – più sobrio – clima delle relazioni fra i due, a partire dal 2007, è venuto a determinarsi per iniziativa europea. Ora occorre che nella relazione si sviluppino quei meccanismi che rendono un matrimonio durevole: moderare le aspettative reciproche, rinunciare a una retorica superficialmente ottimistica, imparare a convivere con le differenze, minimizzandole e comunque gestendole. Dobbiamo attenderci frizioni occasionali, ma i forti legami e gli interessi condivisi avvicineranno Cina ed Europa sempre più in futuro.

flageng
The Sino-European strategic partnership is important in world affairs and is, on the whole, very positive. Nonetheless, despite all the positives, it is evident that the relationship has begun to emerge from its ‘honeymoon’ phase. It is also evident that the changed, more sober climate in relations since 2007 comes primarily from the European side. Going forward, the two sides will need to lower their expectations somewhat; clarify their rosy rhetoric; learn how to live with, narrow or manage their differences; and develop the mechanisms to build a truly sustainable long-term marriage. Occasional frictions are to be expected, but the strong bonds and mutual interests will drive China and Europe closer and closer together over time.
Abstract

L'ultimo baluardo. Le economie emergenti possono sfidare il complesso militare-industriale occidentale?

The last bastion. Can emerging economies challenge the western military-industrial complex?

L'ultimo baluardo. Le economie emergenti possono sfidare il complesso militare-industriale occidentale?

Il sistema internazionale di produzione e scambio di armamenti sembra essere l’«ultimo baluardo» della storica egemonia dei paesi occidentali. In un mondo che sposta il suo baricentro economico verso Oriente, parametri e misurazioni tradizionali lasciano intendere che sia ancora lontano nel tempo il momento in cui Russia, India e Cina potranno divenire una seria minaccia per il complesso militare-industriale atlantico. Tuttavia, valutazioni di altra natura gettano alcuni dubbi sull’affidabilità e l’accuratezza di queste stime. Inoltre, la progressiva scomparsa dei conflitti convenzionali tra eserciti lascia poche certezze su quanto la supremazia tecnologica occidentale corrisponda a un’effettiva superiorità militare sul campo di battaglia.

flageng
The international arms production and exchange system would appear to be the last ‘bastion’ of the West’s historical hegemony. In a world that is shifting its economic barycentre eastwards, traditional parameters and measurements suggest that the time is still far off in which Russia, India and China will become a serious threat to the Atlantic military-industrial complex. Assessments of a different nature, however, cast doubts on the reliability and accuracy of such estimates. Moreover, the progressive disappearance of conventional conflicts between armies leaves few certainties as to how much western technological supremacy corresponds to effective military superiority on the battlefield.
Abstract

Conferenze Fulvio Guerrini / Liberalismo e religione. Diritto naturale, conoscenza e concorrenza culturale

Fulvio Guerrini Lectures / Liberalism and religion, Natural rights, knowledge and cultural competition

Conferenze Fulvio Guerrini / Liberalismo e religione. Diritto naturale, conoscenza e concorrenza culturale

Il linguaggio comune che associa il liberalismo alla generosità è chiaramente fuorviante. Lo stesso accade, a un livello di discorso superficiale, al conservatorismo, quando si parla di stima prudente, conservatrice. Ridurre tutto ad atteggiamenti, ad esempio contrapporre la generosità alla prudenza, segnala in realtà un autentico problema del conservatorismo. Il conservatorismo è fondamentalmente opportunistico. In assenza di un principio in base al quale valutare le realtà che debbono affrontare, i conservatori fanno appello a regole di prudenza come quella secondo cui il cambiamento deve essere graduale. Si può essere a favore della conservazione di un ordine liberale: in altre parole, mentre il conservatorismo subisce la dipendenza da valori che non gli sono propri, il liberalismo riposa su una sua proposizione indipendente. Ogni uomo, per natura, è padrone di se stesso, mantiene il dominio su di sé e sui frutti del proprio lavoro. Questo diritto naturale di auto-appartenenza – un diritto individuale al singolare – è il punto di partenza dal quale ogni cosa segue. È allora che l’unico diritto naturale diventa la moralità della reciprocità. Fin quando interagiamo volontariamente, possiamo accettare lo stile di vita gli uni degli altri. Per quanto riguarda la religione, sono tre le caratteristiche mentali che appartengono alla rivoluzione culturale giudaico-cristiana. L’una è che la natura è smitizzata. L’altra caratteristica rivoluzionaria è stata l’idea della storia, vista non più come eterna ripetizione ciclica bensì come processo teleologico incompiuto. Infine, va considerata la demistificazione del potere politico. Nel competere con altre istituzioni, la Chiesa non soltanto ridimensionava le pretese di conoscenza degli altri, ma a lungo andare si rese conto che la propria concezione della conoscenza era piuttosto scettica. Dobbiamo utilizzare la ragione, dobbiamo assumere la responsabilità dei nostri giudizi, dobbiamo cercare di migliorarli apprendendo dall’esperienza. Il liberalismo e la cristianità non sono conformi, sebbene in un senso importante siano in consonanza. I liberali, come gli ebrei e i cristiani, laici o meno, possono, partendo da un ottimismo religioso o dallo scetticismo intellettuale, giungere a quella medesima proposizione metafisica che è l’unica da cui discende la libertà.

flageng
The common language that associates liberalism with generosity is clearly misleading. The same happens on that superficial level of speech to conservatism, when we talk about a conservative estimate. Such a reduction to attitudes, like generosity versus caution, actually points to a real problem in conservatism. Conservatism is essentially opportunistic. Lacking a principle from which to judge the realities they are confronted with, conservatives in western societies resort to rules of prudence like ‘change should be slow’. One could be in favour of conserving a liberal order or, in other words, while conservatism becomes dependent on values not its own, liberalism rests on an inherent independent proposition. Everyman, by his nature as a man, owns himself, holding sway over himself and the fruit of his labour. This natural right of self-ownership, an individual right in the singular, is the point of departure from which everything else follows. The one natural right thus becomes the morality of reciprocity. As long as we interact voluntarily, we can accept each other’s way of life. As far as religion is concerned, there are three mental characteristics that amount to a Judaeo-Christian cultural revolution. One is that nature is demythologised. The other is the concept of history not as a cyclical eternal repetition but as, so to speak, teleological unfinished business. And finally there is the demystification of political power. Competing with other institutions, the church not only deflated the knowledge pretensions of others, but also realized that its own conception of knowledge was a somewhat sceptical one. We have to use reason, taking responsibility for our judgements and improving them by learning from experience. Liberalism and Christianity are not in conformity, though in an important sense they are consonant. Starting from religious optimism or from intellectual scepticism, liberals, as well as Jews and Christians, secular or otherwise, can arrive at the same metaphysical proposition, the only from which liberty follows.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Italia a rischio frammentazione

Centro Einaudi Reports / Italy at risk of fragmentation

Le ricerche del Centro Einaudi / Italia a rischio frammentazione

Debolezza internazionale – con una specifica debolezza dell’economia italiana in termini quantitativi e una serie di anomalie strutturali, rispetto agli altri paesi avanzati, in termini qualitativi, ad esempio nel settore istruzione-ricerca scientifica – e debolezza interna – con indizi importanti di disgregazione sociale (emersi per esempio per effetto dell’emergenza rifiuti della Campania) e con l’ampliarsi dei divari territoriali e tra fasce di reddito – caratterizzano l’Italia di questi primi anni del nuovo secolo. Il paese sarà favorito dal rinnovamento annunciato della sua politica economica? In realtà, nei paesi avanzati i maggiori benefici ottenibili dalle politiche governative sono quelli in tempi lunghi – paradossalmente, quelli che interessano meno alla politica – mentre in tempi brevi siamo di fronte a difficoltà molto maggiori.

flageng
The Italy of the early years of the new century is characterised by weakness both internationally – with a specific weakness of its economy in quantitative terms, and a series of structural anomalies with respect to other advanced countries in qualitative terms, in education and scientific research, for instance – and domestically – with strong evidence of social disruption (as a result of the refuse emergency in Campania, for example) and the widening of gaps between geographical areas and income brackets. Will the country benefit from the promised renewal of its economic policy? The fact is that, in advanced countries, the greatest benefits of government policies are reaped in the long term paradoxically, the time-scale of least interest to politicians whereas in the short term we are faced with much larger difficulties.
Abstract

La Turchia fra Occidente e Oriente / La politica economica della Turchia durante il governo dell'Akp

Turkey, between West and East / Turkish economic policy under the AKP government

La Turchia fra Occidente e Oriente / La politica economica della Turchia durante il governo dell'Akp

Pur riconoscendo gli effetti positivi dell’azione del governo dell’Akp (2002-2007) sull’andamento dell’economia turca, cresciuta negli ultimi anni in maniera notevole, Ugur osserva come essi tendano a diminuire non appena l’Akp cerca di sviluppare un proprio framework di politiche economiche. A suo giudizio, ciò è riconducibile più al deficit di credibilità dell’esecutivo che alle novità introdotte. L’esame di alcuni indicatori istituzionali e di governance che riflettono la qualità delle politiche attuate e il loro effetto sulla performance economica del paese indica che il governo dell’Akp deve impegnarsi di più nel perseguire riforme istituzionali e politiche, anziché pretendere un eccessivo credito per i risultati ottenuti nel passato. Infine, Ugur evidenzia alcune debolezze strutturali dell’economia turca che il primo governo dell’Akp ha potuto permettersi di trascurare grazie alla ripresa dell’economia successiva alla crisi del 2001, ma che il secondo governo dell’Akp si troverà a dover affrontare.

 

flageng

Albeit acknowledging the positive effects of the AKP government’s activity (2002-2007) on the Turkish economy, which has thrived over the last few years, Ugur observes how such effects tend to diminish whenever the AKP seeks to develop an economic policy framework of its own. In his view, this depends more on the executive’s credibility deficit than on the new measures introduced. Analysis of institutional and governance indicators reflecting the quality of policies implemented and their effect on economic performance suggest that, rather than claim credit for results achieved in the past, the AKP government should be more committed to the pursuit of institutional and political reforms. Finally, Ugur highlights some of the structural weaknesses of the Turkish economy which the first AKP government was able to ignore thanks to the post-2001 revival, but which the second AKP government will be forced to address.
Abstract

La Turchia fra Occidente e Oriente / Fra europeismo e neo-ottomanismo: la politica estera della Turchia durante il governo dell'Akp (2002-2007)

Turkey, between West and East / Europeanism and/or Neo-Ottomanism: Turkish foreign policy during the AKP

La Turchia fra Occidente e Oriente / Fra europeismo e neo-ottomanismo: la politica estera della Turchia durante il governo dell'Akp (2002-2007)

Ozzano traccia un bilancio dell’operato dell’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo) nei primi cinque anni al potere a proposito della politica estera, uno dei settori che più destavano preoccupazione all’indomani della vittoria del partito, nel 2002. A suo giudizio, sarebbe errato affermare che la recente politica estera turca segni uno spostamento verso un’identità caratterizzata puramente in senso islamico; così come pensare che il paese intenda svolgere semplicemente una funzione di ponte fra Europa e Medio Oriente. La strategia turca consiste nel tentativo di rendere il paese un attore accreditato a livello globale, dotato di una identità culturale autonoma in cui coesistono elementi islamici, europei ed asiatici; e capace di esercitare influenza su molteplici scenari regionali. I membri dell’Unione Europea non devono, quindi, vedere nella Turchia una possibile quinta colonna dell’islam in Europa, ma un’aspirante grande potenza decisa a entrare nell’Unione, anzi a contribuire a costruirla, senza per questo rinnegare la sua parte di eredità culturale non europea.

 

flageng

Ozzano sums up the foreign policy of the AKP (Party of Justice and Development) in its first five years in power, one of the greatest causes for concern after its election victory in 2002. In his opinion, it would be wrong to assert that Turkey’s recent foreign policy marks a shift towards a purely Islamic identity. Just as it would be wrong to think that the country intends to merely act as a bridge between Europe and the Middle East. Turkey’s strategy will be to try to be a reliable partner at global level, a country with an autonomous cultural identity in which Islamic, European and Asiatic elements live side by side, capable of exercising influence in a multiplicity of regional scenarios. The members of the European Union must not therefore see Turkey as a sort of fifth column of Islam in Europe, but rather as a would-be great power – determined to join the Union, indeed to help build it, but without eschewing the non-European part of its cultural heritage.
Abstract

Legge elettorale, le riforme desiderabili e quelle possibili • Reforming the Electoral Law: what's desirable and what's possible

Legge elettorale, le riforme desiderabili e quelle possibili • Reforming the Electoral Law: what's desirable and what's possible

Il quadro istituzionale ed elettorale italiano presenta alcuni caratteri che lo rendono assolutamente unico nel panorama comparatistico e che, combinati fra loro, sono una delle principali cause dell’inefficienza della attuale forma di governo. Sono tre le principali anomalie: il bicameralismo perfetto; l’attribuzione di un premio di maggioranza nazionale alla coalizione più votata potenzialmente disomogeneo fra i due rami del Parlamento; l’elezione di dodici deputati e sei senatori nella circoscrizione estero. Il premio di maggioranza di coalizione sarà oggetto di un referendum abrogativo nel 2009, a meno che il Parlamento non approvi tempestivamente una riforma elettorale organica. Solo una complessiva riforma della legge elettorale, combinata con alcuni improcrastinabili interventi di riforma sul testo della Costituzione, potranno porre fine alla lunghissima e incerta fase di transizione avviata all’inizio degli anni Novanta e nota come Seconda Repubblica.

 

flageng

Certain features of the Italian institutional and electoral framework make it totally unique. Combined, they are one of the root causes of the inefficiency of the present form of government. There are three main anomalies: perfect bicameralism; the awarding of a national majority prize to the winning coalition, potentially non-homogeneous between the two branches of Parliament; the election of twelve deputies and six senators in constituencies representing Italians abroad. Unless Parliament passes an organic electoral reform soon, a referendum will be held in 2009 to abrogate the majority prize to the winning coalition. Only through an overall reform of the electoral law, combined with urgent reforms of the Constitution, will it be possible to put an end to the long, uncertain phase of transition, referred to as the ‘Second Republic’, that began in the early nineties.
Abstract

La Cina nella politica estera italiana dagli anni Cinquanta a oggi

China in Italian Foreign Policy since the 1950s

La Cina nella politica estera italiana dagli anni Cinquanta a oggi

Il saggio ricostruisce le alterne vicende dei rapporti tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese, dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri. Viene mostrato, in particolare, come, dopo aver toccato il punto culminante nel biennio immediatamente successivo alla tragedia di piazza Tien Anmen, quando l’Italia, più di ogni altro paese occidentale, si adoperò per spezzare l’isolamento internazionale della Cina, le relazioni tra i due paesi abbiano conosciuto una lunga battuta d’arresto. La ragione di ciò va ricercata, oltre che nella crisi politica che a partire dal 1992 investì il nostro paese, nei limiti strutturali della politica economica estera italiana e nella mancanza di una coerente strategia volta alla promozione del «sistema Italia» in una regione del mondo che offriva immense opportunità, ma nei confronti della quale l’establishment politico-economico italiano manifestava, salvo rare eccezioni, una sostanziale disattenzione. Disattenzione che poi, sotto il governo Berlusconi, ha lasciato il posto ad atteggiamenti allarmistici e a periodiche sortite protezionistiche. Un estremo tentativo di riguadagnare il terreno perduto dall’Italia nei rapporti con la Cina è stato compiuto da Prodi, il quale, pochi mesi dopo essere tornato a Palazzo Chigi, si è recato in Cina a capo di quella che è stata enfaticamente definita «la più grande missione istituzionale e d’affari mai organizzata dall’Italia». Alla luce della caduta prematura del governo Prodi, ma soprattutto dei precedenti storici, che si sostanziano in una sequela pressoché ininterrotta di ritardi, errori, omissioni, velleitarismi, viaggi mordi e fuggi e occasioni sprecate, pare lecito, tuttavia, nutrire seri dubbi riguardo alla capacità dell’Italia di dare un seguito concreto e duraturo alle solenni dichiarazioni d’intenti e di determinare un effettivo salto di qualità nelle relazioni politiche ed economiche tra Roma e Pechino.

flageng

The essay reconstructs the alternating relations between Italy and the People’s Republic of China. It shows, in particular, how after reaching a climax in the two years following the Tien Anmen Square tragedy, when Italy, more than any other western country, set about breaking China’s international isolation, relations between the two countries have long been at a standstill. The reason for this is to be sought not only in the political crisis that hit Italy in 1992, but also in the structural limitations of Italian foreign economic policy and the lack of a consistent strategy to promote the ‘Italy system’ in a part of the world that offered immense opportunities but towards which, save for rare exceptions, the Italian political and economic establishment showed substantial inattention. Under the Berlusconi government, this inattention was replaced by alarmist stances and periodic protectionist outbursts. An extreme attempt to regain lost ground was made by Prodi who, a few months after returning to Palazzo Chigi, travelled to China at the head of what was emphatically defined as ‘the greatest institutional and business mission ever organised by Italy’. In the light of the premature fall of the Prodi government, but above all of historical precedents – delays, errors, omissions, wishful thinking, hasty journeys, lost opportunities – it seems reasonable, however, to doubt Italy’s capacity to make a concrete and lasting follow-up to its solemn declarations of intent and determine an effective improvement in political and economic relations between Rome and Beijing.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / I risparmiatori italiani prima del rallentamento dell'economia

Centro Einaudi Reports / Italian savers before the economic slowdown

Le ricerche del Centro Einaudi / I risparmiatori italiani prima del rallentamento dell'economia

Ricerca della sicurezza, timore dell’investimento in capitale di rischio, orizzonte temporale relativamente breve, scarsa educazione finanziaria, poca fiducia: secondo il XXV Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia, sono queste caratteristiche a distinguere il risparmiatore italiano. Andrea Beltratti, curatore dell’edizione 2007 del Rapporto, sintetizza in questo articolo i dati di particolare interesse, ponendo l’accento su elementi come la percezione del reddito e il comportamento del risparmio, gli obiettivi, la fiducia e le implicazioni per le scelte finanziarie, l’informazione, gli investimenti azionari. Una sezione specifica è dedicata al trattamento di fine rapporto, che ha presentato uno degli elementi di maggior novità del 2007 e al cui riguardo nel questionario predisposto per il Rapporto sono state inserite alcune domande rilevanti. Beltratti conclude che occorre comprendere meglio a cosa serve il mercato azionario e nutrire attese più realistiche, anche per rendere meno arduo il compito di chi propone consulenza finanziaria e più coerenti i comportamenti di tutti i protagonisti.

 

flageng

The pursuit of security, the fear of investment in venture capital, relatively short term investment, poor financial education – according to the XXV Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia (25th BNL/Centro Einaudi Report on savings and savers in Italy) these are the distinctive features of the Italian saver. In this article, Andrea Beltratti, editor of the 2007 Rapporto, sums up the data of special interest, emphasising aspects such as the perception of income, saving behaviour, objectives, trust, implications for financial choices, information and portfolio investment. He devotes a specific section to severance pay, one of the new elements to emerge in 2007, about which the Rapporto includes some important questions. Beltratti concludes that, among other things, to facilitate the task of financial consultants and make the behaviour of all concerned more consistent, what’s needed is a better understanding of what the stockmarket is for, as well as more realistic expectations about it what it can do.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Libertà economica: quanta nel mondo, in Europa, in Italia?

Centro Einaudi Reports / Economic freedom: how much of it is there in the world, in Europe, in Italy?

Le ricerche del Centro Einaudi / Libertà economica: quanta nel mondo, in Europa, in Italia?

 Il Rapporto annuale sulla libertà economica nel mondo pubblicato dal Fraser Institute – cui il Centro Einaudi collabora per l’Italia sin dal 1997 – contiene, nell’edizione 2007, alcune novità e molte conferme rispetto ai risultati degli anni precedenti. Hong Kong, Singapore e Nuova Zelanda permangono ai primi posti della classifica mondiale della libertà economica; gli Stati Uniti sono al 5° posto. Tra le nazioni dell’Unione Europea la «palma d’oro» va al Regno Unito, ma ottimi risultati li ottengono anche Irlanda, Finlandia, Lussemburgo, Danimarca. L’Italia è solo al 52° posto, come la Francia. La Spagna arresta la sua corsa. Sia l’Economic Freedom of the World Index (EFW) del Fraser Institute, sia il più recente Indice della libertà economica dell’Unione Europea (ILEUE) sviluppato dal Centro Einaudi confermano che Inghilterra, Irlanda e Lussemburgo sono le nazioni europee economicamente più libere; che il modello anglosassone (Regno Unito e Stati Uniti) appare superiore; che i paesi dell’Unione – a 15 come a 25 – restano inferiori agli Stati Uniti quanto a livello di libertà economica. 

 

flageng

The 2007 edition of the annual Economic Freedom of the World Report, published by the Fraser Institute – to which Centro Einaudi has contributed for Italy since 1997 – shows changes and confirmations. Hong Kong, Singapore and New Zealand hold onto the first three places in the world economic freedom league table, with the United States coming fifth. Of the European Union member states, Great Britain is the highest placed, but Ireland, Finland, Luxemburg and Denmark also boast good results. Italy is only joint fifty-second with France, whereas Spain has come to a standstill. Both the Fraser Institute Economic Freedom of the World Index (EFW) and the more recent EU Index of Economic Freedom, developed by the Centro Einaudi, confirm that Great Britain, Ireland and Luxemburg are Europe’s economically freest nations, that the Anglo-Saxon model (United Kingdom and USA) appears superior, and that the countries of the European Union, be they 15 or 25, are inferior to the USA in terms of economic freedom.

Abstract

Dentro l'Iran / Teheran tra nuovi equilibri politici e questione nucleare

Inside Iran / Teheran between new political equilibria and the nuclear issue

Dentro l'Iran / Teheran tra nuovi equilibri politici e questione nucleare

La situazione interna iraniana è in movimento. Nuovi equilibri si prefigurano in vista delle elezioni legislative del marzo 2008. In un sistema politico come quello della Repubblica Islamica, caratterizzato dall’impossibilità di alternanza, decisivo, per gli indirizzi di governo, è il rapporto, conflittuale o di alleanza, tra le diverse fazioni di regime. Le fazioni sono strutture informali più che vere e proprie forze organizzate; ciò rende le loro frontiere assai mobili, tanto che non è infrequente assistere a passaggi di loro esponenti dall’una all’altra o alla comparsa di fratture incrociate che le attraversano in politica interna ed estera. Analizzare delle diverse fazioni le culture politiche, l’ideologia, l’interpretazione della religione, gli interessi che rappresentano, è essenziale per comprendere le dinamiche del sistema politico iraniano. Dopo la scomparsa di Khomeini il ceto politico di regime ruota attorno ad alcuni raggruppamenti: quello conservatore religioso; quello conservatore pragmatico; quello radicale; quello riformista.

flageng

The Iranian domestic situation is in motion, with new equilibria emerging to prefigure the March 2008 legislative elections. In a political system like the Islamic Republic’s, in which alternate governments are impossible, conflicts and alliances among the different factions of the regime are decisive in orienting government policy. Such factions are more informal structures than properly organised forces. The borderlines dividing them are so mobile that it is not infrequent to see members moving from one to another or crossover cleavages appearing in domestic and foreign policy. Analysis of the political cultures, ideologies, religious views and interests of the various factions is essential for understanding the dynamics of the Iranian political system. Since the death of Khomeini, the regime’s political class has rotated around four groups: religious conservative, pragmatic conservative, radical and reformist.
Abstract

Nisour Square, Baghdad: la privatizzazione del conflitto iracheno e il caso Blackwater

Nisour Square, Baghdad: the privatisation of the Iraq War and the Blackwater affair

Nisour Square, Baghdad: la privatizzazione del conflitto iracheno e il caso Blackwater

L’incidente di Nisour Square (Baghdad, settembre 2007) ha acceso i riflettori sul ruolo che le aziende private di sicurezza (PSF – private security firms) ricoprono negli scenari bellici contemporanei, e specialmente nel contesto iracheno. Quest’ultimo si presenta a oggi come il massimo esempio di privatizzazione di un conflitto, essendo stato raggiunto lo straordinario numero di oltre 140.000 contractors in campo, sostanzialmente pari a quello delle truppe americane presenti nello stesso teatro. In questo scenario altamente privatizzato, un ruolo di primo piano è stato assunto da Blackwater, società rapidamente salita agli onori delle cronache. [leggi tutto]

flageng



The incident in Nisour Square in Baghdad, in September 2007, brought to light the role that PSFs, private security firms, play in contemporary wars, especially in Iraq. The war in Iraq in fact is the most important example of ‘conflict privatization’ today. More than 140,000 contractors are currently in the field there, a number substantially comparable to that of the American troops present in the same theatre. In this highly privatised scenario, a leading role has been undertaken by Blackwater, a firm that has rapidly become front page news.
Abstract

La concorrenza tra ordinamenti in materia di tutela dei diritti

Competition among legal systems over rights protection

La concorrenza tra ordinamenti in materia di tutela dei diritti

I cambiamenti economici e tecnologici degli ultimi tempi, insieme alla rapida crescita del volume degli affari mondiali e, soprattutto, delle nuove economie, nonché il cambiamento del ruolo delle professioni legali a livello internazionale, sembrano aver finalmente instaurato il clima necessario per la creazione di un mercato globale dei servizi giudiziari. Gli stati farebbero bene ad accogliere con favore tale mercato e ad attuare le riforme necessarie al suo sviluppo. Anche se l’arbitrato continuerà a svolgere un ruolo di rilievo nella risoluzione delle controversie di diritto contrattuale, vi è ragione di credere che esso non possa sostituirsi al sistema giudiziario di origine statale, specialmente negli stati in cui tale sistema gode di maggior prestigio. Di conseguenza, se si vuole un’alternativa equivalente al sistema giudiziario pubblico, essa è da ricercarsi, piuttosto, nei tribunali degli altri paesi.

flageng
Recent economic and technological changes, the rapid growth in world business volumes and, above all, new economies and the changing role of the legal professions at international level seem at last to have created the right climate for a global legal service market. Countries would do well to welcome this market and implement the reforms needed to develop it. Though arbitration will continue to play an important role in solving contractual controversies, there is reason to believe that it cannot replace state legal systems, especially in countries in which such systems enjoy the highest prestige. Consequently, if we want an alternative equivalent to the public legal system, it ought to be sought in the courts of other countries.

Abstract

Uguaglianza e non discriminazione nell'Unione Europea

Equality and non-discrimination in the European Union

Uguaglianza e non discriminazione nell'Unione Europea

Con gli articoli che compongono questa sezione – presentata da Stefano Sacchi – continua la collaborazione tra «Biblioteca della libertà» e URGE, l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea del Collegio Carlo Alberto, nell’individuare e discutere un tema di grande interesse per il presente e il futuro dell’Europa (nello scorso n. 186 di «Bdl» era stato affrontato il nodo della cosiddetta direttiva Bolkestein). Come mostra Krzysztof Nowaczek, gli autori guardano al contributo dell’Unione Europea nella lotta alla discriminazione in base all’orientamento sessuale (l’articolo è di Robert Biedroń), in base all’età (ne scrive Olivia Bonardi) e in base all’etnia (è Fabio Zuccheri a occuparsi di protezione delle minoranze nazionali). Le azioni dell’Ue volte al miglioramento della condizione dei gruppi a rischio di discriminazione sono numerose e gli autori di questa sezione si propongono di presentarle e valutarle. Secondo Biedroń, nella direzione di vietare per legge la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, la Francia ha compiuto un passo importante già vent’anni fa. Alcuni paesi hanno seguito il suo esempio, altri non lo hanno fatto. L’autore ricostruisce questo processo e, al suo interno, l’importante coinvolgimento delle istituzioni europee: delinea il regime istituzionale connesso alle misure antidiscriminazione nei confronti delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) e propone poi alcune osservazioni sulle questioni sociali relative a queste persone. In ultimo, al fine di offrire una migliore panoramica del contributo dell’Ue alla protezione delle persone Lgbt, analizza brevemente la loro condizione nei nuovi stati membri e negli stati terzi. Per Bonardi, il nuovo divieto di discriminazione per motivi di età comincia ad avere qualche effetto sulle politiche e sulle legislazioni degli stati membri della Comunità europea, imponendo di ricalibrare gli interventi in materia di occupazione e di politica sociale in funzione delle nuove esigenze derivanti da una società la cui composizione demografica sta rapidamente cambiando. Tuttavia, l’effetto del nuovo diritto antidiscriminatorio è per alcuni versi limitato, sia per quanto riguarda il suo ambito di applicazione sia per le ampie possibilità di deroga che sono consentite. E rimane una più complessa questione da affrontare: quella delle discriminazioni multiple o incrociate, cioè che determinano un trattamento sfavorevole della persona in ragione di più motivi e in cui l’incrocio dei fattori di discriminazione ha un effetto addirittura esponenziale, offendendo la dignità della persona in modo particolarmente pesante. La strumentazione che l’ordinamento comunitario e nazionale predispongono a tutela da questo tipo di discriminazioni è non solo scarsa ma anche problematica; si tratta di un aspetto del diritto discriminatorio tuttora da studiare approfonditamente, almeno in Italia, dove si è ancora allo stadio primordiale. Zuccheri evidenzia che gli stati membri dell’Unione continuano a considerare quella delle minoranze come una questione di competenza esclusiva della politica nazionale. In questi anni, l’Unione Europea si è limitata a promuovere una legislazione volta a combattere la discriminazione in base alla razza o l’origine etnica. Fra le condizioni per l’ingresso, ai paesi in via di adesione l’Unione ha invece posto esplicitamente la richiesta di misure a tutela delle minoranze, misure rivelatesi tuttavia, all’indomani dell’allargamento, più formali che sostanziali. In vista dell’ulteriore possibile ampliamento dell’Ue alla Turchia e ai Paesi balcanici, occorre arrivare a risultati concreti in materia di tutela delle minoranze, per non rischiare di importare situazioni pericolose per la stabilità e la sicurezza dell’Unione. Tuttavia, per poter giocare un ruolo incisivo l’Ue deve diventare una vera e propria unione politica, capace di agire nel nome di un unico popolo all’interno del quale vi saranno differenti minoranze europee.


flageng

This section, presented by Stefano Sacchi, marks the continuation of collaboration between Biblioteca della libertà and URGE, the Collegio Carlo Alberto European Governance Research Unit, on a subject of great interest for the present and future of Europe (the last number of this journal, 186, addressed the puzzle of the so-called Bolkestein Directive). As Krzysztof Nowaczek shows, the authors view the European Union’s contribution to the fight against discrimination from the points of view of sexual orientation (Robert Biedroń), age (Olivia Bonardi) and ethnic groups (Fabio Zuccheri), presenting and assessing the numerous actions promoted by the EU to improve the conditions of groups at risk of discrimination. According to Biedroń, by banning sexual discrimination, France made an important step forward twenty years ago: some countries have since followed her example, others have not. He reconstructs this process and European institutions’ significant involvement in it, outlining the institutional regime connected to anti-discriminatory measures against LGBTs (lesbians, gays, bisexuals and transgenders) and making observations about social issues related to such groups. Finally, to provide a broader picture of the EU’s contribution to the protection of LGBTs, Biedroń briefly analyses their condition in new member and other states. For Bonardi, the new ban on discrimination for reasons of age is starting to have some effect on the policies and legislations of the member states of the European Community, forcing them to adjust employment and social policies to the new demands of a society whose demographic profile is changing rapidly. Nonetheless, the effect of the new anti-discrimination legislation is, in some respects, limited both by its sphere of application and by the many exceptions that are permitted. A more complex question is that of multiple or crossover discriminations that, for a variety of reasons, lead to the mistreatment of people and, even exponentially, offend their dignity in a particularly serious way. The tools that the Community and national legal systems envisage to protect against this type of discrimination are not only few but also problematic. This is an aspect of discriminatory law that still has to be studied in depth, especially in Italy where the situation is still at a ‘primordial’ stage. Zuccheri stresses that EU member states continue to consider the question of minorities exclusively as a matter of national policy. In the last few years, the European Union has confined itself to promoting legislation to fight racial and ethnic discrimination. One of the conditions the Union explicitly imposed on budding members was the need for measures to protect minorities, but following the broadening of the Union, such measures have proved more formal than substantial. In view of a further possible enlargement of the EU to Turkey and the Balkan countries, it is necessary to achieve tangible results in terms of the protection of minorities, so to avoid the risk of importing situations that would endanger the stability and security of the Union. At all events, to be able to play an incisive role, the EU has to become a fully-fledged political union, capable of acting in the name of a single people, comprehensive of different European minorities.
Abstract

Giganti d'Oriente / Cina e Giappone all'alba del XXI secolo

Asian Giants / China and Japan in the 21st century

Giganti d'Oriente / Cina e Giappone all'alba del XXI secolo

Le relazioni tra i due giganti d’Asia – Giappone e Cina Popolare – stanno oggi vivendo uno dei più importanti momenti di evoluzione dall’epoca della normalizzazione del 1972. Sebbene i leader di entrambi i paesi meritino un plauso convinto per l’energia diplomatica, la creatività e le risorse che hanno dedicato a questo «nuovo punto di partenza», non si può negare che essi si trovino oggi a fronteggiare forze di opposizione che sono in parte state create da loro stessi. Nel momento in cui la politica regionale dell’Asia nord-orientale subisce una radicalizzazione dovuta a una serie di trasformazioni delle élites politiche dell’area – mentre l’assetto del più ampio sistema globale rimane incerto a causa della crisi della leadership statunitense –, lo scenario che si prospetta non può che essere descritto come problematico, e le fondamenta del «nuovo punto di partenza» nei rapporti fra Cina e Giappone appaiono quanto meno fragili.

flageng

Relations between the two Asian giants – Japan and the People’s Republic of China – are undergoing a moment of evolution, one of the most significant since the normalisation of 1972. Though the leaders of both countries deserve praise for the diplomatic energy, creativity and resources they have invested this ‘new starting point’, it cannot be denied that they now find themselves up against opposition forces that they themselves have, in part, helped to create. Now that the regional politics of northeast Asia are being radicalised by transformations of the area’s political elites – while the US leadership crisis makes the arrangement of the broader global system uncertain – the future scenario can only be described as problematic, with the foundations of the ‘new starting point’ in relations between China and Japan appearing more fragile than ever.
Abstract

Giganti d'Oriente / Gli imprenditori taiwanesi in Cina e la gestione dello status quo nello Stretto

Asian Giants / Taiwanese entrepreneurs in China and the management of the status quo in the Taiwan Strait

Giganti d'Oriente / Gli imprenditori taiwanesi in Cina e la gestione dello status quo nello Stretto

La tesi di Mengin è che oggi, come in passato sotto il governo del Guomindang, la politica taiwanese non può essere analizzata senza tener conto del peso dell’egemonia cinese: ieri si trattava del governo autoritario dei nazionalisti cinesi su Taiwan durante gli anni di Chiang Kai-shek, oggi si tratta dell’irredentismo egemonico della Rpc. Oggi Taiwan è compiutamente e senza ombra di dubbio uno stato sovrano in base alla definizione che ne dà il diritto internazionale, ma, a causa del fatto che la guerra civile cinese non è mai finita e della delocalizzazione delle imprese taiwanesi sul continente, la politica dell’isola è costantemente intrappolata in un dilemma: dare priorità alla sicurezza nazionale, con il rischio di rallentare la crescita economica e di conseguenza l’indipendenza de facto dell’isola, oppure puntare sulla crescita economica a danno della sicurezza?

flageng

Mengin’s thesis is that today, as in the past under the Guomindang government, the political situation in Taiwanese policy cannot be analysed without taking Chinese dominance into account: yesterday, during the years of Chiang Kai-shek, the authoritarian government of Chinese nationalists over Taiwan; today the hegemonic irredentism of the PRC. On the basis of the definition given by international law, Taiwan is, without a shadow of doubt, a fully-fledged sovereign state, but in view of the fact that the Chinese civil war is still not over and of the delocalisation of Taiwanese businesses on the continent, island politics are constantly trapped in a dilemma: whether to give priority to national security with the risk of slowing down economic growth and, consequently, de facto independence, or to pursue economic growth to the detriment of security?
Abstract

Il Medio Oriente e la Bomba: duello atomico o equilibrio tra Israele e Iran?

The Middle East and the Bomb: atomic duel or balance between Israel and Iran?

Il Medio Oriente e la Bomba: duello atomico o equilibrio tra Israele e Iran?

Sull’Iran e l’atomica vi sono molte incertezze e i tempi sembrano lunghi (altri dieci anni?), ammesso che l’Iran voglia davvero farsi la Bomba e che gli Stati Uniti e Israele non glielo impediscano. Tra i possibili motivi dell’opzione nucleare, vi sono soprattutto i gravi problemi strategici e di sicurezza dell’Iran, col che la Bomba serve come deterrente difensivo anziché come mezzo offensivo. Con Israele, invece di una guerra, è possibile un equilibrio nucleare di reciproca deterrenza. I media trascurano l’idea che Israele, secondo molte stime, sia una grande potenza nucleare, con un arsenale che, per numero di testate atomiche e capacità di proiezione, sembra superare di molto i requisiti di una deterrenza verso possibili minacce in Medio Oriente. In effetti, Israele appare come una potenza nucleare con raggio d’azione molto ampio e capace di esercitare una forte pressione a livello globale.

flageng

Assuming that the USA and Israel don’t block the project, it is uncertain whether Iran really wants a bomb and how long it would take to produce it (another ten years?). Of the possible reasons for the nuclear option, the most important are dictated by serious strategic and security problems: for Iran, in fact, the bomb would serve more as a deterrent than as an offensive weapon. Instead of arriving at war with Israel, it might be possible to achieve a nuclear balance based on reciprocal deterrence. The media forget that, according to many estimates, Israel is a large nuclear power whose arsenal, in terms of number of atomic warheads and projection capacity, easily exceeds requirements for deterrence against possible threats in the Middle East. Israel is effectively a nuclear power with a range of action broad enough to exert considerable pressure globally.
Abstract

La guerra in Iraq e le prossime presidenziali negli Stati Uniti

The war in Iraq and the presidential elections in the USA

La guerra in Iraq e le prossime presidenziali negli Stati Uniti

Le aspettative di un cambio della guardia nelle elezioni presidenziali del novembre 2008 si accentrano per la maggior parte, ma non esclusivamente, sul disastroso andamento della guerra in Iraq, benché siano molti coloro i quali ritengono che il ritiro dall’Iraq sarà deciso e avviato ben prima delle elezioni. I primi ad augurarsi che l’Iraq cessi di apparire un inarrestabile disastro sono i candidati repubblicani, che tutto desiderano meno che il presidente Bush passi loro la patata bollente di quel rovescio nazionale. Essi vedono nel rapporto Baker-Hamilton la chiave per uscire dall’Iraq senza porre limiti di tempo, mentre i candidati democratici premono perché sia fissata una scadenza. È su questa contrapposizione che si gioca, in effetti, la partita per la conquista della Casa Bianca.

flageng

Expectations for a changing of the guard in the November 2008 presidential elections are centred mostly, though not exclusively, round the disastrous progress of the war in Iraq, though many believe that the decision to withdraw will be taken and implemented much earlier. The people keenest for Iraq to cease appearing to be an unending disaster are the Republican candidates. The last thing they want is for President Bush to hand them down the hot potato of a national turnaround. They see the Baker-Hamilton report as the key to getting out of Iraq without setting time limits, whereas Democratic candidates are pushing for a deadline. It’s over this contrast that the battle for the White House will be fought.

Abstract

Le incognite del processo elettorale americano

The incognitos of the American electoral process

Le incognite del processo elettorale americano

L’autore osserva come negli Stati Uniti la campagna elettorale per le presidenziali del novembre 2008 si sia mossa con un eccezionale margine di anticipo, benché ciò non la renda esente da fattori tradizionalmente imponderabili. Anche questa volta, infatti, due incognite relative al processo elettorale rimarranno latenti fino al giorno del voto. La prima riguarda il grado di affluenza alle urne, solitamente basso (solo in cinque elezioni è stato superato il 60 per cento); la seconda è legata all’eventuale emergere di uno o più «terzi incomodi», ovvero alla nascita di uno o più partiti minori in grado di fare da spoiler (guastafeste) per i candidati dei due maggiori partiti, quello repubblicano e quello democratico. L’eventualità «Bloomberg for President» (appunto, il «terzo incomodo») prosegue e non manca di elettrizzare questa campagna elettorale in cui tutto sembra veramente improntato a un gioco di anticipo.

flageng

The author observes how, in the United States, the November 2008 presidential election campaign has begun exceptionally early, not that this deprives it of traditional imponderables. Yet again, two incognitos of the electoral process will lie dormant until the day of the vote itself. The first is the turnout of voters, which is usually low (the 60 percent threshold has only been exceeded in five elections); the second is the possible emergence of ‘unwanted third parties’, namely the birth of one or more minor parties as spoilers for the candidates of the two major parties, the Republicans and the Democrats. One ‘unwanted third party’, the ‘Bloomberg for President’ movement, is going ahead, thus electrifying an election campaign in which everything really does seem to be based on ‘being first to the ball’.
Abstract

L'avvocatura di fronte al mercato

Legal Profession and Market

L'avvocatura di fronte al mercato

L’età della globalizzazione ha fortemente cambiato i punti di riferimento dell’avvocatura, modificando il rapporto tra avvocati e imprese, creando nuovi soggetti – le grandi law firms internazionali – con cui gli studi legali italiani devono confrontarsi. Italia ed Europa stanno vivendo adesso quello che è avvenuto tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta negli Stati Uniti d’America, che per primi hanno colto la necessità di sviluppare un sistema integrato di studi legali. In Italia, la cultura dell’avvocatura e il modello formativo offerto dalle facoltà di giurisprudenza è in parte obsoleto rispetto a quanto richiesto oggi dal mercato dei servizi legali. Sicuramente l’avvocato sarà sempre uno degli attori fondamentali del sistema economico-giuridico-politico, ma dovrà avere caratteristiche professionali, conoscenze e modelli di riferimento nuovi rispetto agli attuali.

flageng

The age of globalisation has drastically changed the points of reference of the legal profession, thus modifying the relationship between lawyers and enterprises, and creating new subjects – major international law firms – with which Italian legal practices have to come to terms. Italy and Europe are currently experiencing the same situation that the USA, the first country to see the need to develop an integrated system of legal studios, experienced from the 1980s to the 1990s. The culture of the legal profession and the teaching model of law faculties in Italy are, in part, obsolete with respect to the requirements of the legal service market. The lawyer will certainly continue to be one of the fundamental actors of the political-legal-economic system, but he or she will need to possess different professional characteristics, knowledge and reference models.
Abstract

Economia globale e ricette per lo sviluppo / Sudafrica, ovvero i limiti del liberismo

Global Economy and Recipes for Development / South Africa, or the Limits of Free Enterprise

Economia globale e ricette per lo sviluppo / Sudafrica, ovvero i limiti del liberismo

Il Sudafrica uscito dall’apartheid appare impegnato in una scommessa, dall’esito della quale dipende il suo futuro, consistente nel far convivere le diversità – dalle etnie e religioni alle specie animali e vegetali – non solo pacificamente ma anche in maniera costruttiva, secondo la propria natura, e produttiva sul piano economico, nell’unirle senza costringerle a perdere la loro individualità, come succede ai colori dell’arcobaleno. A giudizio dell’autore, se i sudafricani riusciranno a evitare lo scontro cruento delle etnie e la stagnazione o il regresso economico e a sostituirli con una nuova collaborazione che inneschi uno sviluppo duraturo, riduca senza eccessivi traumi lo squilibrio nella distribuzione del reddito, realizzi un buon equilibrio ambientale, avranno messo a punto una «terza via» che non si riconosce né nel liberismo né nel dirigismo, rilevante per il futuro, non solo economico, di tutto il pianeta.

Post-apartheid South Africa appears to be taking a gamble the outcome of which will determine its whole future: to make diversities – from ethnic groups and religions to animal and vegetable species – coexist, not only peacefully but also constructively each according to its own nature, productively in economic terms, and to unite them without forcing them to lose their individuality – just like the colours of the rainbow. The author feels that if South Africans can avoid a bloody clash between ethnic groups and economic stagnation or regression, promoting new forms of collaboration conducive to lasting change, reducing the imbalance in the distribution of income without traums and achieving an acceptable environmental equilibrium, then they will have come up with a ‘third way’, neither laisser-faire nor dirigiste, significant for the future of the entire planet – and not only in economic terms.
Abstract

Chi combatterà le guerre del futuro? L'avvento delle private military firms

Who Will Fight the Wars of the Future? The advent of private military firms

Chi combatterà le guerre del futuro? L'avvento delle private military firms

Le aziende militari private (PMF – private military firms) si sono dimostrate, nel corso degli ultimi anni, come una realtà emergente della conflittualità contemporanea. Tuttavia, tanto la loro natura quanto la loro costituzione rimangono a tutt’oggi alquanto sfuggenti, rendendo sovente difficile un approccio distaccato alle questioni problematiche che esse pongono. Si cerca dunque di affrontare il nodo critico della definizione della nuova attività mercenaria, comparandola con le sue alternative tradizionali, e stabilendo quindi quali canoni risultino significativi nel definirla. Le conclusioni che se ne ricavano delineano la possibile nascita di un moto di controtendenza alla concentrazione della forza, fenomeno questo che è possibile individuare anche in altre manifestazioni della bellicosità attuale. [leggi tutto]

Over the last few years, private military firms (PMF) have emerged as a trait of contemporary conflict. Nonetheless, give the difficulties involved in pinning down their exact nature and constitution, it is often hard to adopt a detached approach to the problematic issues they pose. One way of addressing the critical nexus of defining this new mercenary activity is by comparing it with its traditional alternatives, thus establishing the relevant canons. The resulting conclusions delineate the possible birth of a movement that goes against the concentration of force, a phenomenon that can still be seen in other manifestations of warfare today.
Abstract

Le «cattive istituzioni» e il declino competitivo italiano

'Bad Institutions' and Decline

Le «cattive istituzioni» e il declino competitivo italiano

Questo contributo esamina le radici istituzionali del declino competitivo del sistema italiano, segnalato da diversi indici. Gli indicatori mostrano una perdurante condizione di debolezza nelle tre dimensioni considerate: la tutela dei diritti di proprietà, la vivacità dei processi competitivi, la circolazione delle informazioni. Questi fattori accrescono la convenienza relativa dei processi di «innovazione parassitaria»: gli attori politici ed economici investono così nell’acquisizione di conoscenze e abilità che permettono loro di volgere a proprio vantaggio le sacche di inefficienza e di rendita esistenti nel sistema. Al tempo stesso, le «cattive istituzioni» scoraggiano i processi di innovazione «creativa», capaci di migliorare la qualità dei processi produttivi di surplus sociale. Le resistenze agli sforzi di riforma e di liberalizzazione opposte dagli attori politici e sociali avvantaggiati dalla persistenza di «cattive istituzioni» rappresentano dunque la causa più profonda del declino competitivo.

This contribution examines the institutional roots of the competitive decline of the Italian system, marked by different indicators. The latter reveal an ongoing condition of weakness in the three dimensions considered: the protection of property rights, the liveliness of competitive processes, the circulation of information. These factors raise the relative convenience of processes of ‘parasitic innovation’: the political and economic actors thus invest in the acquisition of knowledge and skills which enable them to turn to their own advantage the sacs of inefficiency and income existing in the system. At the same time, ‘bad institutions’ discourage processes of ‘creative’ innovation, capable of improving the quality of productive processes of social surplus. Resistance to efforts in favour of reform and liberalisation opposed by political and social actors benefited by the persistence of ‘bad institutions’ are thus the most significant cause of competitive decline.
Abstract

Il libro annotato / Note in margine a «La legge e il tempio. Storia comparata della giustizia inglese» di Cristina Costantini

Book Talk / Marginal Notes to La legge e il tempio. Storia comparata della giustizia inglese by Cristina Costantini

Il libro annotato / Note in margine a «La legge e il tempio. Storia comparata della giustizia inglese» di Cristina Costantini

Convocando e coniugando stili di riflessione diversi, storico, filosofico e giuridico, l'intento dell'autrice è quello di cogliere i «caratteri sistemologici profondi che consentono di contrapporre le esperienze di common law e di civil law». Al termine della sua analisi, emerge un criterio sistemologico di articolazione e differenziazione delle due esperienze giuridiche che riposa sull’idea d’incarnazione ed escarnazione del diritto.

In this review of Cristina Costantini’s comparative study of English justice, by citing and matching different styles of historical, philosophical and legal thinking, the author seeks to capture ‘the profound systemological characteristics that allow us to counterpoise common law and civil law’. The analysis produces a systemological criterion for the articulation and differentiation of the two legal experiences which resides in the idea of the incarnation and excarnation of law.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Le famiglie italiane e la percezione dei rischi finanziari

Centro Einaudi Reports / Italian families and the perception of the financial risk

Le ricerche del Centro Einaudi / Le famiglie italiane e la percezione dei rischi finanziari

Gli italiani rimangono estremamente guardinghi e timorosi dell’investimento in capitale di rischio. Dati alla mano, il curatore del XXIV Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia mostra la rilevanza di un elemento spesso trascurato nelle analisi: la fiducia nel sistema finanziario, la cui caduta può alla fine allontanare dall’investimento in capitale rischioso. Questo lavoro presenta prima i dati riguardanti l’avversione degli italiani al rischio e la determinazione degli obiettivi, poi qualche commento sull’importanza della fiducia nel sistema finanziario. Infine si procede a un’analisi che ha lo scopo di studiare alcune determinanti dell’avversione al rischio. Le conclusioni rielaborano i risultati alla luce di alcune considerazioni sullo sviluppo futuro del mercato finanziario italiano e ribadiscono la necessità, per operatori privati e istituzioni, di riconquistare la fiducia dei risparmiatori.

flageng

Italians are extremely cautious and wary of investing in risk capital. Quoting the relevant data, the editor of XXIV Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia (24th BNL/Centro Einaudi Report on savings and savers in Italy) shows the relevance of an element often overlooked in analyses: confidence in the financial system, whose fall may ultimately frighten people away from investment in risk capital. This study presents data on the risk aversion of Italians and the determination of objectives, then goes on to comment upon the importance of confidence in the financial system. It ends with an analysis of some of the factors determining risk aversion. The conclusions reprocess the results in the light of considerations on the future development of the Italian financial market and reassert the need for private operators and institutions to reacquire the confidence of investors.
Abstract

Dai menù contrattuali ai menù legislativi

From contractual menus to legislative menus

Dai menù contrattuali ai menù legislativi

Gli studiosi della teoria del diritto civile hanno da tempo capito come il legislatore possa influenzare la realtà attraverso l’emanazione di norme inderogabili o la previsione di regole di default. L’idea fondamentale di Ayres è che il legislatore possa in certi casi intervenire sul mercato con uno strumento nuovo e, soprattutto, poco invasivo dell’autonomia contrattuale delle parti, regolando l’esistenza e la struttura di menù legislativi e privati. In conclusione, i menù contano, e la strada è aperta a chi voglia capire come.

flageng

Students of civil law theory have long understood how the legislator can influence reality by issuing binding norms or envisaging rules of default. Ayres’s basic idea is that, in certain cases, the legislator can intervene on the market with a new and, above all, relatively non-invasive instrument of contractual autonomy of the parties, regulating the existence and structure of legislative and private menus. In conclusion, menus count and the way is open to those who wish to understand how.
Abstract

Il liberalismo, la scienza, la complessità

Liberalism, science, complexity

Il liberalismo, la scienza, la complessità

In che senso si può parlare di rapporto fra scienza e liberalismo o, meglio diremmo, fra filosofia della scienza e liberalismo? In questo senso: dello stabilire il rapporto fra una concezione della vita come quella liberale, che pone al suo centro la creatività, l’originalità e l’imprevedibilità dei comportamenti individuali come della storia, e un pensiero che tende a stabilire quali siano le leggi della natura o anche della storia stessa. Se con le più moderne teorie scientifiche, che sono frutto della riflessione non di soli filosofi ma di scienziati, consideriamo la realtà come un qualcosa che diviene e che non è dunque leggibile una volta e per tutte, la concepiamo come un qualcosa di complesso che si presta a più di un'interpretazione, allora accogliamo il dialogo, il confronto, la libertà. Se liberalismo e scienza moderna non si pensano più come un insieme statico di dottrine politiche da un lato e teorie scientifiche dall’altro, ma come metodi di interpretazione della vita e come potenze del fare, è più facile comprendere perché il liberalismo può porsi come rigorosa critica del potere in tutte le sue forme, ivi compresa quella che assume sul terreno del sapere o, come si preferisce dire, dei saperi.

In what sense can we talk of a relationship between science and liberalism or, better still, between the philosophy of science and liberalism? As the establishing of a relationship between a conception of life such as the liberal one, which revolves around creativity, originality and the unforeseeability of individual behaviour and history, and thinking that tends to establish what the laws of nature and history itself are. If, following the most modern scientific theories, the fruit of reflection not of philosophers alone but also of scientists, we consider reality as something that comes into being, hence not interpretable once and for all, we conceive of it as being complex, hence open to more than one interpretation, and hence welcome dialogue, debate and liberty. If we no longer think of liberalism and modern science as a static set of political doctrines on the one hand and scientific theories on the other, but rather as methods of interpretation of life and powers of doing, it is easier to understand why liberalism can appear as a rigorous critique of power in all its forms, including the one it assumes in the field of wisdom and know-how.
Abstract

Per un liberalismo non più «terzo»

Raising the profile of liberalism

Per un liberalismo non più «terzo»

A partire dal riconoscimento di un deficit di motivi liberali nel progetto di integrazione europea, lo scritto intende esaminare i motivi di una diffusa diffidenza continentale verso il liberalismo in quanto tradizione politica della libertà negativa. Considerato un «cattivo» ingrediente per la costruzione della forma politica unitaria, il liberalismo negativo è così ben distinto da un liberalismo «buono» orientato ai valori dell’eguaglianza e della fraternità, e quindi impegnato a ridimensionare anche drasticamente la priorità della libertà sull’eguaglianza. La rispettabilità di questo liberalismo positivo o egualitario nel discorso pubblico europeo è ricondotta al suo posizionamento, dal lato della sinistra, in una versione riduttiva e assai datata della diade destra/sinistra, che riserva alla destra l’attaccamento alla libertà in quanto tale accreditandola solo in quelle sue dimensioni più immediatamente assimilabili all’eguaglianza. Questa operazione è messa in questione sottolineando il desiderabile recupero nel discorso europeo del valore politico della libertà in quanto ideale negativo.

Acknowledging a deficit of liberal arguments in the European integration project, this article examines the reasons behind widespread continental diffidence towards liberalism as a political tradition of negative liberty. Considered a ‘bad’ ingredient for the building of a unitary form of politics, negative liberalism is thus distinct from ‘good’ liberalism, which is oriented towards the values of equality and fraternity, hence committed to drastically reducing the priority of liberty over equality. The author traces the respectability of this positive, egalitarian liberalism in European public discourse to the way the left positions it, in a reductive and dated version of the right/left dyad, which reserves to the right attachment to liberty as such, while confirming it only in dimensions closest to equality. The author questions this operation by stressing the need, in European discourse, to recover the political value of liberty as a negative ideal.
Abstract

Multilateralismo e ordine à la chinoise

Multilateralism and order à la chinoise

Multilateralismo e ordine à la chinoise

Cosa si intende in Cina quando si parla di multilateralismo? Fino a che punto ha senso affermare che la dialettica strategica tra Washington e Pechino ha una dimensione più temporanea che strutturale? Il saggio si propone di impostare una riflessione su questi temi scottanti, ragionando intorno ad alcune delle sfide che attendono l’ordine internazionale nei prossimi decenni.

What do we mean when we talk about multilateralism in China? To what extent does it make sense to say that the dimension of strategic dialectics between Washington and Bejing is more temporary than structural? This essay provides food for thought on these burning issues by pondering on some of the challenges that await the international order over the next few decades.
Abstract

Il «modello» di sviluppo cinese: un falso mito?

The Chinese development 'model': A false myth?

Il «modello» di sviluppo cinese: un falso mito?

Il successo delle riforme economiche cinesi negli anni Ottanta e Novanta ha posto in discussione le politiche ufficiali di sviluppo (note come Washington consensus) delle istituzioni multilaterali. Il consenso prescrive che i paesi in via di sviluppo adottino governi che da un lato disciplinino un sistema di diritti di proprietà stabili e chiaramente definiti, dall’altro creino istituzioni che rafforzino i mercati: la buona governance – in termini di liberalizzazione, privatizzazione delle proprietà statali e assenza di corruzione – dovrebbe portare allo sviluppo economico. Nessuna di queste condizioni era presente in Cina: i diritti di proprietà apparivano essere né stabili né chiari, la corruzione era diffusa, il governo era coinvolto in tutti i settori dell’economia. L’articolo mette in dubbio la validità dell’incompleta analisi del consenso per ipotizzare che invece le istituzioni cinesi abbiano appreso la lezione storica del capitalismo, che dimostra come lo stato possa guidare la transizione all’economia capitalistica quando il sistema clientelare è compatibile con i costi e i benefici connessi alla diffusione delle attività di mercato.

The success of China’s economic reforms in the 1980s and 1990s has challenged official development prescriptions – known as the ‘Washington Consensus’ – of multilateral institutions. The consensus suggests that developing countries should install governments that preside over systems of clear, stable property rights and do not interfere with markets but create institutions that strengthen them. Good governance – in terms of liberalisation, privatisation of state-owned assets and absence of corruption – should result in economic development. None of these conditions were present in China: property rights appeared to be neither stable nor clear, corruption was widespread, and the government was involved in all sectors of the economy. The article questions the validity of the incomplete analysis of the consensus to hint how China’s institutions learned the historical lesson of capitalism, which shows how the state can guide the capitalist transition when the patron-client framework is compatible with the costs and benefits of the rise of market activities.
Abstract

La Russia di Putin: un bilancio in vista delle prossime elezioni presidenziali

Putin's Russia: A pre-presidential election summing-up

La Russia di Putin: un bilancio in vista delle prossime elezioni presidenziali

A circa un anno dalle elezioni presidenziali, Andrei Graciov, ultimo portavoce del presidente dell’Unione Sovietica Gorbaciov, tenta un bilancio del governo Putin muovendo dalla considerazione che l’opinione pubblica russa non è scontenta dei risultati ottenuti in questi anni. Gli ostacoli incontrati nel periodo immediatamente successivo allo scioglimento dell’Unione Sovietica, che aveva gettato la popolazione in una condizione di gravissima difficoltà e sconforto, spiegano perché la stabilità attuale sia considerata un bene comunque prezioso. Il problema è se questa stabilità sia stata frutto in larga misura di una situazione politico-economica favorevole a livello globale, e sia dunque precaria, oppure se sia addirittura poco più che di facciata. I toni tesi che si sono registrati in alcuni confronti con gli Stati Uniti fanno temere per un ritorno del gelo di un tempo.

About a year away from the presidential election, Andrei Grachev, Soviet president Gorbachev’s last spokesman, attempts a summing-up of the Putin government. He sets out from the view that Russian public opinion is by no means disconcerted by the results achieved over the last few years. The obstacles encountered in the period immediately following the dissolution of the Soviet Union, which cast the population into conditions of the serious difficulty and unrest, explain why the present stability is regarded as a precious asset. The problem is whether this stability is largely the fruit of a favourable political economic situation at global level and is hence precarious, or whether it is merely cosmetic. The tones of some recent confrontations with the United States raise fears for a return to the iciness of the past.
Abstract

Gli Stati Uniti e la Bomba / Esiste una supremazia nucleare americana?

The United States and the Bomb / Is American nuclear supremacy real?

Gli Stati Uniti e la Bomba / Esiste una supremazia nucleare americana?

Per Vadacchino il contributo di Lieber e Press, pur essendo condizionato dall’incertezza di molte variabili, è un lavoro utile perché descrive una tendenza di lungo periodo. Da un lato vi è la ricerca della supremazia nucleare da parte degli Stati Uniti, dall’altra vi è una corsa al riarmo piuttosto generalizzata nella totale assenza di negoziazioni sul disarmo. Una tendenza in grado di aprire una nuova fase di confronto tra alcune potenze mondiali, essenzialmente Stati Uniti, Cina e Russia, e di indurre un aumento del rischio di guerra per errore.
 

Vadacchino feels that, albeit influenced by the uncertainty of many variables, Lieber and Press’s contribution is useful insofar as it describes a long-term trend: on the one hand, the United States’ pursuit of military supremacy; on the other, the general race to rearmament and a total lack of disarmament talks. This trend could open a new phase of confrontation between world powers, – the United States, China and Russia – and increase the risk of war by error.
Abstract

Gli Stati Uniti e la Bomba / E continuarono a giocare ai soldatini... Teoria strategica e strategie politiche negli Stati Uniti, ieri oggi e domani

The United States and the Bomb / And they still played soldiers... Strategic theory and political strategies in the United States, yesterday, today and tomorrow

Gli Stati Uniti e la Bomba / E continuarono a giocare ai soldatini... Teoria strategica e strategie politiche negli Stati Uniti, ieri oggi e domani

A partire dalla supremazia nucleare americana sulla quale ragionano i due autori americani Lieber e Press, e che a Bonanate non suona come una novità, resta da capire per quale ragione gli Stati Uniti siano tuttora interessati ad accrescerla. Esistono altri arsenali nucleari in grado di minacciare realisticamente l’annientamento di quello statunitense? La corsa al riarmo individuale non sembra costituire una minaccia. Perciò, quando non si riscontra un pericolo imminente non sono più strateghi e militari a parlarci di pericoli reali, ma studiosi di strategia che si ostinano a giocare ai soldatini, spesso senza professionalità né serietà.
 

Lieber and Press’s theories about American nuclear supremacy don’t sound like news to Bonanate. What remains to be seen is why the United States is still keen to increase that supremacy. Are there other nuclear arsenals capable of realistically threatening the annihilation of America’s? The individual rearmament race doesn’t appear to pose a threat. Thus, when no danger is imminent, it is no longer strategists and the military who speak to us of real dangers, but scholars of strategy who insist on playing soldiers – often without professional expertise or competence.
Abstract

Io, un liberale / Angelo M. Petroni: Nicola Matteucci, un vero «liberale della cattedra»

I, a Liberal / Angelo M. Petroni: Nicola Matteucci, a Truly Liberal Professor

Io, un liberale / Angelo M. Petroni: Nicola Matteucci, un vero «liberale della cattedra»

Nicola Matteucci è scomparso a Bologna il 9 ottobre 2006. Era nato nel 1926. Proponiamo sia il breve testo – una sorta di autobiografia intellettuale – con cui ha partecipato al dibattito su Noi, i liberali organizzato da «Biblioteca della libertà» nel 1996, sia un ricordo della sua figura di grande studioso di storia del pensiero politico e teorico del moderno liberalismo scritto da Angelo M. Petroni. Matteucci, collaboratore di «Bdl» fin dai suoi inizi, negli anni Sessanta, era membro del Comitato scientifico dal 1988.
 

Nicola Matteucci was born in 1926 and died in Bologna on October 9 2006. Here we publish the brief contribution – a sort of intellectual autobiography – that he contributed to the debate on We, the Liberals organised by Biblioteca della libertà in 1996, and a memoir of this great scholar of the history of political thought and theorist of modern liberalism by Angelo M. Petroni. Matteucci, a contributor to Bdl since it opened in the sixties, had been a member of the journal’s advisory committee since 1988.
Abstract

Islam e mercato / Alle radici del deficit di imprenditorialità in Medio Oriente

Islam and the Market / At the Roots of the Middle East's Entrepreneurial Deficit

Islam e mercato / Alle radici del deficit di imprenditorialità in Medio Oriente

Secondo Kuran, non esiste alcun dato empirico a sostegno dell’argomentazione secondo cui l’islam avrebbe costituito un impedimento all’intraprendenza economica individuale in Medio Oriente. Per la maggior parte degli ultimi quattordici secoli, la regione non è stata carente quanto a imprenditorialità. Analogamente, l’idea secondo cui l’islam produrrebbe istituzioni necessariamente benefiche per la libera iniziativa privata trascura le trasformazioni storiche legate alla modernizzazione economica. Le stesse istituzioni islamiche che avevano ben servito il Medio Oriente nell’ambito dell’economia globale medioevale divennero foriere di problemi nel momento in cui il mondo – con l’Europa in testa – visse la transizione dallo scambio personale a quello impersonale. Nel Medio Oriente vi era stato un lungo periodo in cui le istituzioni chiave che determinano la capacità imprenditoriale di una società erano rimaste inalterate. Tali istituzioni si sostenevano reciprocamente e determinarono un equilibrio istituzionale. Perché questo potesse infrangersi e si potesse avviare un ciclo di riforme, dovette manifestarsi un colossale choc esogeno: l’emergere dell’economia globale moderna.
 

According to Kuran, no empirical data exist to support the argument whereby Islam constitutes an obstacle to individual economic enterprise in the Middle East. For most of the last fourteen centuries, the region has not been lacking in entrepreneurship. Likewise, the idea that Islam produces institutions necessarily beneficial for free private initiative fails to take into account the historical transformations of economic modernisation. Islamic institutions themselves, which had served the Middle East well in the ambit of the medieval global economy, heralded problems when the world – with Europe at the forefront – made the transition from personal to impersonal exchange. For a long period in the Middle East, the key institutions that determine a society’s entrepreneurial capacity had remained unaltered. These institutions supported each other reciprocally and determined an institutional balance. For this to stop and a reform cycle to begin, it took a colossal exogenous shock: namely the emergence of the modern global economy.
Abstract

Il libro annotato / Note in margine a «La mucca pazza della democrazia» di Alfio Mastropaolo

Book Talk / Marginal notes to

Il libro annotato / Note in margine a «La mucca pazza della democrazia» di Alfio Mastropaolo

Meaglia spiega come, dopo aver esaminato paese per paese la nascita e la crescita, a partire dagli anni Settanta, dei partiti della «nuova destra» europea, Mastropaolo svolga una critica accurata delle principali definizioni che ne sono state date e sembri preferire quella che indica in una forma particolarmente aggressiva e radicale di «antipolitica» il carattere comune di queste formazioni. Il loro successo in Italia si dovrebbe principalmente all’incapacità della classe politica e dei partiti tradizionali, alla loro mancanza di cultura, di carattere, di lungimiranza, di avvedutezza, che li ha resi incapaci di contrastare l’offensiva ideologica di questi nuovi partiti. Le speranze che Mastropaolo ripone nella diffusione delle pratiche della «democrazia deliberativa» come antidoto al male italiano appaiono a Meaglia, al momento, piuttosto esili.
 

Meaglia explains how, after making a country by country analysis of the birth and growth of the parties of the European ‘new right’ since the seventies, Mastropaolo makes a careful critique of the principal definitions of them and how he seems to prefer the one that sums them up as a particularly radical and aggressive form of ‘anti-politics’. Their success in Italy would appear to be largely due to the incapacity of the political class and the traditional parties and their lack of culture, character, foresight and sagacity, which has rendered them incapable of tackling the new parties’ ideological offensive. According to Meaglia, the hopes Mastropaolo lays in the dissemination of practices of ‘deliberative democracy’ as an antidote to the Italian malaise would appear to be somewhat faint, at least for the moment.
Abstract

Verso lo stato mondiale. Tre analisi del cambiamento

Towards the World State. Three analyses of change

Verso lo stato mondiale. Tre analisi del cambiamento

Il saggio è dedicato all'analisi dei cambiamenti passati e futuri del sistema politico mondiale. L'autore considera, mette a confronto e valuta l'approccio al sistema mondiale di Frank, la teoria evoluzionista di Modelski, l'approccio teleologico di Wendt. A partire dalle analisi sviluppate dai tre studiosi, Attinà si propone di contribuire all'elaborazione di ulteriori strategie di ricerca sul cambiamento delle istituzioni politiche globali.
 

This article analyses past and future changes in the world political system. It examines, compares and assesses Frank’s world system approach, Modelski’s evolutionist theory and Wendt’s teleological approach to the study of world change. Basing himself on the analyses developed by these three scholars, Attinà seeks to contribute to the building of further research strategies on changes in world political institutions.
Abstract

Sulla direttiva Bolkestein

On the Bolkestein Directive

Sulla direttiva Bolkestein

Gli articoli contenuti in questa sezione inaugurano la collaborazione tra «Biblioteca della libertà» e URGE, l’Unità di Ricerca sulla Governance Europea del Collegio Carlo Alberto, su un tema di grande interesse per il presente e il futuro dell’Europa. La direttiva sulla liberalizzazione dei servizi, meglio nota come direttiva Bolkestein, è l’argomento trattato in questo numero. La sezione, curata da Stefano Sacchi, affronta ciò che è stato uno dei principali oggetti del dibattito politico in Europa negli ultimi anni, dando luogo a forti mobilitazioni e proteste e contribuendo al voto negativo dei francesi nel referendum sulla Costituzione. Nel primo articolo (La direttiva Bolkestein: vicissitudini e problemi aperti) Paolo Crosetto fornisce un esauriente quadro informativo sulla direttiva, passandone in rassegna i motivi economici e politici ed esponendo le ragioni dei fautori e degli oppositori. L’articolo si conclude mettendo in luce i problemi lasciati irrisolti dalla direttiva, pur sostanzialmente modificata rispetto alla prima proposta presentata dalla Commissione europea. Crosetto nota infatti come la direttiva abbia escluso dal suo campo di applicazione numerosi settori la cui iniziale inclusione aveva dato luogo a molte proteste, abbia abbandonato il famigerato principio del paese di origine, e, nella sua versione finale, non affronti in modo conclusivo alcune importanti questioni che non mancheranno di riemergere negli anni a venire. I fronti lasciati aperti riguardano in particolare l’ambigua distinzione tra servizi di interesse generale (SIG) e servizi di interesse economico generale (SIEG), il ruolo concesso dai decisori politici comunitari alla Corte europea di Giustizia e la reale portata dell'esclusione del diritto del lavoro dall’ambito di applicazione della direttiva. All’approfondimento di quest’ultimo aspetto, cruciale dal punto di vista politico giacché proprio sulle questioni di diritto del lavoro la prima proposta di direttiva aveva scatenato le violente reazioni di sindacati e opinione pubblica, sono dedicati gli articoli di Stefano Giubboni e Giovanni Orlandini (La direttiva Bolkestein e i diritti dei lavoratori europei) e Massimo Pallini (La direttiva Bolkestein non ha peccati se non… l’ignavia). Il dibattito fra gli autori mette in risalto la salienza dei nodi tuttora da sciogliere. Giubboni e Orlandini mostrano infatti come la direttiva, già nella sua versione iniziale e ancor più in quella finale, non alteri il quadro ormai consolidato in materia lavoristica emerso dall’attività della Corte di Giustizia, e come le dinamiche di competizione regolativa e i connessi rischi di dumping sociale, che esistono e richiedono di essere governati, non scaturiscano tanto dalla direttiva in sé quanto dalle regole fondamentali del mercato interno. Pallini ritiene piuttosto che la direttiva costituisca un’occasione mancata di regolamentare in modo chiaro alcuni aspetti che verranno ora lasciati alla discrezionalità della Corte, e che scegliendo di abdicare alle proprie funzioni i legislatori comunitari abbiano rinunciato a fornire, attraverso la direttiva Bolkestein, un contributo per il governo delle dinamiche di competizione regolativa in Europa.
 

This section marks the beginning of a collaboration between Biblioteca della libertà and URGE, the Collegio Carlo Alberto’s European Governance Research Unit on a subject of great interest for the present and future of Europe. The issue addressed in this number is the directive on the liberalization of services, better known as the Bolkestein Directive. The section, which is edited by Stefano Sacchi, tackles one of the key issues in the European political debate in recent years, one that has triggered strong mobilization and protests and contributed to the negative vote in the Constitution referendum in France. In the first article (The Bolkestein Directive: vicissitudes and open problems), Paolo Crosetto outlines the directive in detail, reviewing its economic and political motives and setting out the cases of both promoters and opponents. The article concludes by highlighting the problems left unresolved by the directive, albeit substantially modified with respect to the first draft presented by the European Commission. Crosetto in fact notes how the directive has excluded from its field of application numerous sectors whose initial inclusion had caused protest, how it has abandoned the notorious country of origin principle and how, in its final draft, it fails to address conclusively questions that are sure to re-emerge in the years to come. More specifically, the gaps left open concern the ambiguous distinction between services of general interest (SGI) and services of general economic interest (SGEI), the role granted by Community political decision-makers to the European Court of Justice and the real scope of the exclusion of labour law from the ambit of application of the directive. To the analysis of this latter aspect – crucial from the political point of view, since it was precisely on questions of labour law that the first draft of the directive triggered the violent reactions of unions and public opinion – are dedicated the articles by Stefano Giubboni and Giovanni Orlandini (The Bolkestein Directive and the rights of European workers) and Massimo Pallini (The Bolkestein Directive is without sin save for… sloth). The debate among the authors highlights the salience of the knots that still have to be unravelled. Giubboni and Orlandini show in fact how the first draft of the directive – and the final one even more so – does not alter the now consolidated labour law framework produced by the Court of Justice. It also reveals how the dynamics of regulatory competition and the connected risks of social dumping, which exist and need to be governed, result not so much from the directive as such as from the fundamental rules of the internal market. Pallini believes instead that the directive is a missed opportunity to clearly regulate aspects that will now be left to the discretion of the Court, and that by choosing to abdicate their functions Community legislators have given up the idea of using the Bolkestein Directive to make a contribution to the governance of the dynamics of regulatory competition in Europe.

pdf scarica il testo in PDF 19.99 Kb

Abstract

L'Europa cambia strada: la rilevanza pubblica dell'avvocatura

European Changes Direction: the public importance of the legal profession

L'Europa cambia strada: la rilevanza pubblica dell'avvocatura

Il 23 marzo 2006 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che riconosce le specifiche funzioni e prerogative degli ordini professionali forensi. Si tratta di una importantissima inversione di tendenza contro l’ondata che voleva giungere a una liberalizzazione completa dei servizi professionali. Il testo contiene un passaggio cruciale in cui si sottolinea che il regolamento e le riforme degli ordini professionali sono eseguiti in maniera più efficace a livello nazionale. Monateri coglie questo spunto per riflettere sulla funzione e la storia dell’ordine professionale forense, ma anche per sottolineare che gli orientamenti in merito alla disciplina di una materia tanto rilevante per il funzionamento dei regimi democratici consentono di individuare due idee di Europa, fra le quali occorre scegliere: quella che si può ricondurre alla Carta di Nizza, che riconosce ed esalta il patrimonio costituzionale comune agli Stati membri, e quella ultraliberista eppur burocratica, che trovava nel progetto Bolkestein la sua realizzazione concreta.
 

On March 23 2006 the European Parliament passed a resolution recognizing the specific functions and prerogatives of the legal profession. This marked a highly significant turnaround against the trend towards a complete liberalization of professional services. The article contains a crucial passage which stresses that the regulation and reform of professional orders are performed more effectively at national level. This prompts Monateri to reflect upon the function and history of the legal profession, but also to stress that orientations as to the discipline of a subject so important for the functioning of democratic regimes give us two ideas of Europe to choose between: the one that results from the Nice Charter, recognizing and exalting the common constitutional patrimony of Member States, and the ultra-laissez faire yet bureaucratic one that materialized with the Bolkestein project.
Abstract

Italia, il voto del Nord / Modernizzazione della politica e «questione settentrionale»

Italy, the Northern Vote / The modernisation of Politics and the 'Northern Question'

Italia, il voto del Nord / Modernizzazione della politica e «questione settentrionale»

Le elezioni politiche del 9 e 10 aprile hanno riaperto il dibattito sulla cosiddetta «questione settentrionale». Il saggio analizza la geografia politica dell’Italia emersa dalle urne e sfata alcuni luoghi comuni circolati nel corso delle settimane immediatamente successive al voto. Gli autori, con il supporto di dati empirici, rilevano l’esistenza di una nuova e inconsueta frattura territoriale che, da almeno un quindicennio a questa parte, divide il nostro paese. Tale frattura, che accomuna due territori tra loro apparentemente molto diversi – Nord e Sicilia – separandoli dal resto d’Italia, si va a intersecare alla frattura storica fra regioni meridionali (economicamente arretrate) e regioni centro-settentrionali (sviluppate) generando così quattro Italie e un enigma da sciogliere. Che cosa avvicina la Sicilia al Nord e la allontana dal resto del Mezzogiorno? Per rispondere a questa domanda, gli autori focalizzano l’attenzione sulle peculiarità del comportamento elettorale che caratterizza i due territori in questione scoprendo alcune inattese e interessanti similitudini.
 

The general election of April 9-10 re-opened the debate on the so-called ‘Northern question’. This essay analyses the political geography of Italy as it emerged from the urns and debunks some of the clichés that were circulating in the weeks leading up to the vote. The authors use empirical data to demonstrate the existence of a surprising new geographical ‘fracture’ that has split Italy for the last 15 years at least. This fracture, which brings together two seemingly different areas – the North and Sicily – and cuts them off from the rest of the country, intersects with historical fractures between economically backward southern regions and developed central and northern regions to create four Italies and an enigma. Namely, what moves Sicily closer to the North and away from the rest of the South? To answer this question, the authors focus their attention on the peculiarity of voting behaviour in the two areas and demonstrate unexpected and interesting similarities.
Abstract

Italia, il voto del Nord / Il centrosinistra alla prova

Italy, the Northern Vote / The Centre-Left put to the test

Italia, il voto del Nord / Il centrosinistra alla prova

A partire dall’analisi del comportamento elettorale proposta da Luca Ricolfi e Paola Ferragutti, Zanone si interroga sulla capacità del centrosinistra di rispondere alla «questione settentrionale», nella convinzione che le sorti del governo Prodi, della coalizione che lo sostiene e del futuro Partito democratico si misurino direttamente su di essa. La tesi dell’autore è che il centrosinistra può riuscire a vincere questa sfida soltanto rivendicando il ruolo della modernizzazione; e per esercitare quel ruolo deve andare avanti con le liberalizzazioni, porre fine ai malfunzionamenti dello stato, provvedere agli investimenti infrastrutturali, saldare il pubblico e il privato in un sistema integrato capace di presentare un’offerta competitiva sui mercati globali.
 

Setting out from Luca Ricolfi and Paola Ferragutti’s analysis of electoral behaviour, Zanone reflects upon the Centre-Left’s capacity to respond to the ‘Northern question’, upon which he is convinced that the fortunes of the Prodi government, the coalition that supports it and the future Democrat Party depend directly. His thesis is that the Centre-Left can only win the challenge if it lays down its claims to a modernising role. To perform this role, it most go ahead with its policy of liberalisation, put an end to the malfunctioning of the state, invest in infrastructure, and weld the public and private sectors into an integrated system capable of presenting a competitive supply on global markets.
Abstract

Il paradosso della «Global War on Terror»

The Paradox of the 'Global War on Terror'

Il paradosso della «Global War on Terror»

Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno definito la propria concezione del terrorismo con il concorso di tre gruppi che animano il panorama politico del paese: il movimento neoconservatore, la Christian Right e la lobby filo-israeliana. Sostenuta da un gran numero di cittadini, la strategia adottata per contrastare il fenomeno parte dal presupposto che la politica estera americana nel mondo, e in particolare in Medio Oriente, non abbia spinto i musulmani a diventare terroristi e che l’Iraq rientri nella «guerra al terrorismo». Le conseguenze dell’adozione di questa linea sono state: una diversione rispetto alla vera guerra al terrorismo, un incremento nell’offerta di potenziali terroristi prodotto dalla guerra in Iraq e da ultimo, sul piano interno, la militarizzazione e la securitization della società. Secondo Hopf, il fatto davvero ironico è che l’America, nonostante i suoi errori strategici madornali, sembra vincerà la «guerra globale al terrorismo». La vincerà grazie al quotidiano lavoro di polizia e alla collaborazione fra i servizi segreti degli Stati Uniti e dei paesi europei, arabi e del Sud-Est asiatico.
 

Three features of the contemporary American political landscape converged after 9/11 to shape America’s understanding of terrorism: the Neo-conservative movement, the Christian Right, and the pro-Israel lobby. Supported by a plurality of the American people, this strategy assumes that American foreign policy in the world, especially the Middle East, has not motivated Muslims to become terrorists and that Iraq is part of the war on terrorism. The consequences of this particular strategic understanding are a diversion from the real war on terrorism, an increased supply of terrorists spawned by the war in Iraq, and, finally, the militarization and securitization of American society at home. The ultimate irony must be that America’s global war on terrorism is in fact being won, despite its strategic blunders. This is because of the daily police work and intelligence collaboration that goes on among the US, European, Arab and Southeast Asian countries.
Abstract

Il punto / Quanto conta la lobby israeliana a Washington?

Talking Point / How influential is the pro-Israel Lobby in Washington?

Il punto / Quanto conta la lobby israeliana a Washington?

L’autore descrive la lobby filo-israeliana negli Stati Uniti – una costellazione di organizzazioni, gruppi di pressione e think tanks – la quale sembra avere una grande influenza sulla Casa Bianca, il Congresso e i media per tutto quello che riguarda il Medio Oriente. Infatti, quando è in questione la politica americana in quest’area – comprese le guerre, come quella in Iraq e quella, possibile, contro l’Iran – da tempo ci si chiede se a decidere veramente siano gli Stati Uniti oppure, come dicono alcuni, Israele. Secondo Mearsheimer e Walt, docenti rispettivamente a Chicago e a Harvard, che vi hanno recentemente dedicato un articolo molto controverso, la lobby israeliana esercita a Washington un potere enorme, e ha di fatto dirottato la politica estera americana per perseguire gli interessi strategici di Israele. Questa tesi è stata accolta da esponenti della lobby con insulti e accuse di antisemitismo. Frankel fa Il punto sul dibattito suscitato dalla pubblicazione di questo saggio e sullo stato della partnership Stati Uniti-Israele.
 

The author describes how the pro-Israel lobby in the United States – a constellation of organisations, pressure groups and think tanks – seems to exert a great deal of influence on the White House, Congress and the media whenever the Middle East is concerned. When American policy in the area – including wars like the one in Iraq and the one that could break out in Iran – is at stake, the question asked is always: who really takes the decisions? Is it the United States or, as many claim, Israel? According to Mearsheimer and Walt, lecturers at Chicago and Harvard respectively, who recently wrote a controversial article on the subject, the pro-Israel lobby wields enormous power in Washington, and has de facto hijacked American foreign policy to pursue the strategic interests of Israel. The lobby itself reacted to this thesis with insults and accusations of anti-semitism. Here Frankel takes stock of the debate sparked by the publication of the essay and the present state of the United States-Israel partnership.
Abstract

Il libro annotato / Note in margine a «1985-2005 Twenty Years that Changed the World»

Book Talk / Marginal notes to 1985-2005 Twenty Years that Changed the World

Il libro annotato / Note in margine a «1985-2005 Twenty Years that Changed the World»

La conclusione che l’autore trae dalla lettura degli atti dell’Assemblea Generale del World Political Forum dedicata all’evoluzione del sistema internazionale vent’anni dopo la perestrojka, è che in tempi di grandi cambiamenti è difficile e pericoloso cercare costanti e continuità. Se ha ancora un senso parlare di eredità della stagione della perestrojka a oltre due decenni dall’evento, lo si deve ad alcune intuizioni che hanno condizionato più di altre il modo di pensare. In primo luogo, il coraggio e il rischio dell’innovazione, quella ricerca continua di nuovi scenari e nuove prospettive che deve spingere oltre le consuetudini e le certezze del passato. In secondo luogo, la percezione e la forza di un nuovo pensiero, nato dalle ceneri del conflitto tra blocchi e in grado – almeno in potenza – di disegnare un nuovo sistema di interazioni e convivenze. Molte ipotesi e intuizioni sono rimaste sulle carta, altre si sono avverate, altre ancora trasformate in processi di segno diverso, spesso contrario. Un’eredità difficile, controversa e contraddittoria su cui vale ancora la pena discutere e ragionare.
 

The conclusion that the author draws after reading the proceedings of the General Assembly of the World Political Forum on the evolution of the international system 20 years after perestrojka is that, in times of great changes, it is difficult and dangerous to look for constants and continuity. If it still makes sense to speak about the legacy of perestrojka over two decades after the event, it is thanks to insights that have influenced our way of thinking more than others: in the first place, the courage and risk of innovation, the continuous pursuit of new scenarios and new perspectives that has to transcend the habits and the certainties of the past; secondly, the perception and force of new thinking, born from the ashes of the conflict between blocs and capable, at least potentially, of designing a new system of interaction and coexistence. Many hypotheses and intuitions have been left on the drawing board, others have materialised, while others still have turned into a process which moves in a different often opposite direction. A legacy as difficult, controversial and contradictory as this certainly deserves to be discussed and analysed.
Abstract

Mercato e famiglia nella Cina delle riforme. Il diritto di famiglia nell'epoca post-maoista

Market and Family in the Era of Reform: China's Developing Post-Mao Family Law Regime

Mercato e famiglia nella Cina delle riforme. Il diritto di famiglia nell'epoca post-maoista

Negli ultimi tre decenni la leadership di Pechino ha aperto la Cina alle dinamiche di mercato, operando una radicale riconfigurazione di quasi tutti gli aspetti della società. Il Partito comunista cinese non ha esitato a incidere sul più intimo degli aspetti di convivenza sociale, la struttura familiare, giacché per il corretto funzionamento di una economia di mercato occorre essere in presenza di una società di mercato. Le politiche sociali architettate dalla leadership riformista sono state disegnate per velocizzare la transizione verso un’economia di mercato. Secondo Wilcox, però, le priorità di Deng Xiaoping e dei suoi successori sono state a volte solo parzialmente congruenti con quelle del mercato stesso, sebbene con il suo estendersi le contraddizioni siano destinate a risolversi. Dopo aver analizzato i tre ambiti relativi a formazione e dissoluzione della famiglia, regolazione della popolazione, assistenza sociale e socializzazione, egli conclude che la legislazione della Repubblica Popolare Cinese sulla famiglia riflette il «progresso vincolato» verso il mercato capitalistico, che è il fondamento dell’integrazione organizzata e graduale della Cina nell’economia internazionale.
 

In the last three decades, China’s leaders have opened the country to the market, radically reshaping all aspects of its society. The Chinese Communist Party has not hesitated to delve into the most intimate aspects of social life and family structure: after all, it takes a market society for a market economy to work properly. The social policies engineered by the reformist leadership are designed to step up the transition towards a market economy. According to Wilcox, however, the priorities of Deng Xiaoping and his successors have, at times, been only partly consonant with those of the market itself, though as the latter grows so contradictions are bound to disappear. After analysing the three ambits of the formation and dissolution of the family – population regulation, social welfare and socialization – he concludes that the family legislation of the People’s Republic of China reflects the ‘resisted progression’ of marketisation that has underpinned the staged and gradual integration of China into the international economy.
Abstract

Dossier / L'XI Piano quinquennale: uno sviluppo sostenibile la nuova sfida per Pechino

Dossier / The 11th Five Year Plan: sustainable development, Beijing's new challenge

Dossier / L'XI Piano quinquennale: uno sviluppo sostenibile la nuova sfida per Pechino

La forte crescita economica sperimentata dalla Repubblica Popolare Cinese negli ultimi decenni è stata accompagnata da un progressivo aggravarsi degli squilibri sociali, dal deterioramento delle condizioni ambientali e dalla formazione di una struttura economica sbilanciata verso il settore manifatturiero. Ignorare queste problematiche ancora a lungo potrebbe ostacolare e compromettere il perpetuarsi della crescita stessa, di cui la Cina ha ancora estremo bisogno. L’XI Piano quinquennale 2006-2010 vuole essere un primo passo in questa direzione: la leadership cinese sta iniziando a proporre un percorso diverso e alternativo rispetto a quello fino a oggi seguito, introducendo un nuovo «concetto scientifico di sviluppo» che non si focalizzi solo sulla dimensione puramente quantitativa della crescita, ma ne tenga anche in considerazione gli aspetti qualitativi. Viene quindi dedicata maggior attenzione al contenimento degli squilibri sociali, alla tutela ambientale, alla sostenibilità della crescita, a uno sviluppo più armonico dell’intera struttura economica. Gli obiettivi dell’XI Piano quinquennale rappresentano una vera sfida per l’attuale governo cinese, anche dal punto di vista della reale capacità di implementazione dei programmi proposti, dal momento che non è facile conciliare le prospettive del governo centrale con quelle delle amministrazioni locali.
 

The rapid economic growth of the People’s Republic of China over the last ten years has been accompanied by a progressive aggravation of social imbalances, the deterioration of environmental conditions and the formation of an economic structure biased towards the manufacturing industry. Ignoring these problems any longer could hinder and compromise further growth, something of which China is in extreme need. The 11th Five Year Plan 2006-2010 aims to be a first step in this direction and sees the Chinese leadership starting to propose a different, alternative way to the one followed to date, introducing a new ‘scientific concept of development’, focusing not only on the quantitative dimension of growth, but also takes its qualitative aspects into account. Greater attention is thus being dedicated to containing social imbalances, environmental protection, sustainable growth and more harmonious development of the entire economic structure. The objectives of the 11th Five Year Plan are a real challenge for the present Chinese government. It is by no means easy to reconcile the central government’s perspectives with those of local administrations: will it be able to effectively implement the programmes it has put forward.
Abstract

Perché l'Europa / La fragilità dell'Europa liberale

Why Europe / The Fragility of Liberal Europe

Perché l'Europa / La fragilità dell'Europa liberale

Le cause profonde della crisi dell’Unione Europea sono continuo oggetto di polemiche, basate spesso su spiegazioni troppo semplicistiche della persistenza di sentimenti nazionalisti. I cittadini tendono a identificare l’Europa con un orientamento liberista (affermatosi con l’Atto Unico prima e con il Trattato di Maastricht poi) incurante dei diversi regimi sociali e degli stili di vita propri degli Stati membri. La storia dell’integrazione europea non è altro che un movimento plurisecolare di riavvicinamento dei mercati che non mette però in discussione l’istituzione statuale, anche se modifica le identità nazionali. Riconoscere che le tensioni tra gli Stati e l’Unione Europea sono il motore propulsore del progetto europeo ci permette di capire meglio la «crisi di significato» che essa sta attraversando e il fatto che essa rappresenta, in realtà, lo spirito di una politica liberale basata su decisioni moderate.
 

The deep-rooted causes of the crisis of the European Union are a continuous subject of polemic, often based on oversimplistic explanations of ongoing nationalist sentiments. Citizens tend to identify Europe with a laissez-faire trend (asserted first with the Single Act, then with the Treaty of Maastricht), heedless of the different social systems and lifestyles that characterise Member States. The history of European integration is nothing if not that of a movement which, over the centuries, has brought markets closer together, modifying national identities but never questioning the state. Recognition that the tensions between Member States and the European Union are the driving force behind the European project allows us to better understand the ‘crisis of significance’ that it is currently experiencing, as well as the fact that, in reality, it captures the spirit of a liberal policy based on moderate decisions.
Abstract

Perché l'Europa / Un'Europa meno fragile, se più liberale. Un commento a Paul Magnette

Why Europe / Europe: more liberal, hence less fragile. A comment on Paul Magnette

Perché l'Europa / Un'Europa meno fragile, se più liberale. Un commento a Paul Magnette

Ferrera condivide largamente la tesi di Magnette, ma prova ad articolarla e approfondirla sia riguardo alla diagnosi sia in merito al «cosa fare» per rendere l’Europa liberale meno fragile, a patto che essa diventi… più liberale. A suo giudizio, la fragilità dell’Europa liberale non deriva dalla fragilità del liberalismo tout court, ma dal fatto che questa Europa (nel senso di Unione Europea) si è storicamente servita e tuttora si serve di uno solo dei vari composti liberali, il liberalismo economico. Se il linguaggio dell’efficienza, della concorrenza, del mercato non può e non deve essere l’unico discorso dell’Europa liberale, quale altro linguaggio utilizzare? Si può partire dalla nozione di «chances di vita», di Dahrendorf. Ma l’integrazione europea come ambizioso e temerario esercizio di equilibrismo e, se possibile, superamento di molte tradizionali polarità ideologiche e istituzionali riguarda anche la teoria (e qui occorre l’impegno di tutti i liberalismi) e l’azione politica (con l’impegno di tutti i liberali).
 

Ferrera largely shares Magnette’s thesis, but tries to articulate it and develop it in terms of its diagnosis and of ‘what to do’ to make liberal Europe less fragile, and… more liberal. In his view, Europe’s fragility is not the result of the fragility of liberalism tout court, but of the fact that, historically, this Europe (in the sense of the European Union) has always made use of only one of the various liberal compounds: economic liberalism. If the language of efficiency, competition and the market cannot and must not be the only discourse of liberal Europe, what other language can we use? We might begin with Dahrendorf’s notion of ‘life chances’. But European integration as an ambitious and daring balancing act and, if possible, as the overriding of many traditional ideological and institutional polarities also involves political theory (and here the commitment of all liberalisms is required) and political action (with the commitment of all liberals).
 

pdf scarica il testo in PDF 108.67 Kb

Abstract

La

The 'Special Relationship' between the UK and the US: Allies forever?

La

La lingua comune, oltre a una storia e una cultura parzialmente condivise, hanno apparentemente creato una naturale affinità politica fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In realtà, la cosiddetta «relazione speciale» anglo-americana ha probabilmente avuto un impatto psicologico più significativo sulla leadership anglosassone che non sulla sua controparte americana, e potrebbe aver distorto la visione del mondo e del resto dell'Europa della prima. La robustezza di tale legame è ancora vistosissima in ambito militare, pur in presenza di una tendenza britannica a una maggiore «integrazione» politica ed economica con l'Europa. Ciò non significa che i due paesi saranno incondizionatamente alleati per sempre. Questa «relazione speciale», tuttavia, conferisce alla Gran Bretagna una grossa responsabilità nei confronti del futuro dell'Europa politica e delle relazioni transatlantiche.
 

A common language and some shared history and culture apparently created natural political kinship between the UK and the USA. In fact, the so-called special Anglo-American relationship may have had a more important psychological impact on British leaders than on their American counterparts, and influenced or even distorted their outlook on the world and the rest of Europe. Its empirical resilience is striking in the military area, as British attitudes have increasingly leant towards political and economic ‘integration’ into Europe. This does not imply that both countries would be unconditional allies forever. This special relationship, though, entrusts the UK with a first-rank responsibility towards the future of political Europe and transatlantic relations.
Abstract

Il

The American productivity miracle and Europe. The end of convergence?

Il

La crescita economica negli anni Novanta e Duemila in Europa è stata insoddisfacente se paragonata con la performance degli Stati Uniti. Secondo alcuni osservatori, la lenta crescita dell'Europa è da attribuirsi all'esaurirsi delle capacità di convergenza del «modello europeo» che, pur avendo generato per quattro decenni una crescita sostenuta accompagnata da vaste tutele sociali, dalla metà degli anni Novanta in poi si sarebbe rivelato inadatto a «crescere sulla frontiera» tecnologica, e andrebbe pertanto abbandonato, o quanto meno radicalmente riformato, a partire dal ridimensionamento dei suoi tratti sociali. Ma se la diagnosi è in parte corretta, la cura proposta discende da un'analisi superficiale sia del ritardo europeo sia del successo americano, in quanto non tiene in conto né l’eterogeneità dell’Europa, né l'impatto dell'allargamento, né infine i risultati di recenti ricerche riguardo le reali fonti del «miracolo americano» della produttività. La risoluzione dei problemi dell’Europa non richiede di smantellare i sistemi di welfare e il «modello europeo», ma chiama in causa la capacità innovativa e la sostenibilità delle scelte collettive degli europei rispetto all’uso delle risorse umane e naturali del proprio continente.
 

Compared with that in the United States, economic growth in Europe in the 1990s and since 2000 has been unsatisfactory. According to some observers, Europe’s slow growth is attributable to the drying up of the convergence capacity of the ‘European model’ which, albeit generating sustained growth accompanied through broad social protection for four decades, since the 1990s has proved unsuitable for technological ‘frontier growth’. It should therefore be abandoned or at least radically reformed, in which case the first move would be to scale down its social features. But if the diagnosis is, in part, correct, the proposed cure is the result of superficial analysis of both European tardiness and of American success, hence failing to take into account the heterogeneousness of Europe, the impact of expansion and, last but not least, the real sources of the ‘American productivity miracle’. To solve the problems of Europe it is necessary not to dismantle welfare systems and the ‘European model’ but to take stock of the innovative capacity and sustainability of the collective choices of Europeans with regard to the use of the continent’s human and natural resources.
Abstract

Il libro annotato / Note in margine a «La fine della povertà» di Jeffrey D. Sachs e «The White Man's Burden» di William Easterly

Book Talk / Marginal notes to The End of Poverty by Jeffrey D. Sachs and The White Man's Burden by William Easterly

Il libro annotato / Note in margine a «La fine della povertà» di Jeffrey D. Sachs e «The White Man's Burden» di William Easterly

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio saranno raggiunti, come programmato, entro il 2015? È possibile eliminare la povertà dal pianeta? E se sì, come? A questi interrogativi, gli ultimi libri di Jeffrey Sachs, La fine della povertà, e William Easterly, Il fardello dell’uomo bianco, offrono risposte e soluzioni differenti. Nella visione ottimista di Sachs, le attuali risorse e conoscenze scientifiche di cui dispone l’umanità sono sufficienti a eliminare la povertà. Easterly rifiuta invece l’approccio basato sui grandi piani d’azione globale in favore della ricerca di soluzioni mirate ai molteplici problemi all’origine della povertà. Entrambi sono tuttavia accomunati dalla rimozione della dimensione conflittuale dello sviluppo, tipica della retorica dell’aiuto internazionale, che tende a depoliticizzare le questioni legate alla povertà e a presentarle come problemi esclusivamente tecnici.
 

Will the Millennium Development Goals be achieved, as scheduled, by 2015? Is it possible to eliminate poverty from the planet? And if so, how? The recently published The End of Poverty by Jeffrey Sachs, and The White Man's Burden by William Easterly offer different answers and solutions to these questions. In Sachs’s optimistic vision, the resources and scientific knowledge currently available to humanity suffice to eliminate poverty. Easterly instead refuses the approach based on large-scale global action plans, preferring to pursue solutions to the manifold problems at the origin of poverty. Both agree on the need to remove the turbulent side to development, typical of the rhetoric of international aid, which tends to depoliticise questions of poverty and present them as exclusively technical.
Abstract

Il Regno di Mezzo tra principi e realpolitik. Che cosa ci insegna la tradizione della politica estera cinese

The Middle Kingdom, halfway between principles and Realpolitik. What the Chinese foreign policy tradition has to teach us

Il Regno di Mezzo tra principi e realpolitik. Che cosa ci insegna la tradizione della politica estera cinese

In un sistema internazionale in cui il processo di globalizzazione al contempo dilata e limita la leadership dell’Occidente, la sfida portata dalla Repubblica Popolare Cinese agli equilibri geopolitici (asiatici, ma non solo) assume un rilievo cruciale. Il saggio si propone di integrare i tipici approcci analitici eurocentrici con lo studio della politica estera cinese tradizionale. Emerge un quadro che vede Pechino operare per oltre due millenni come attore egemone all’interno di un sistema-mondo che si estendeva dall’Himalaya al Giappone e dal centro asiatico (deserto del Gobi) alle Molucche. La comprensione delle dinamiche operative del sistema – fondato su meccanismi identitari-ideologici ed economici prima che su fattori militari – può fornire una prospettiva nuova per lo studio delle matrici della politica estera cinese contemporanea.
 

In an international system in which the globalisation process at once dilates and constrains the leadership of the West, the People’s Republic of China’s challenge to Asian – but not only Asian – geopolitical equilibria takes on crucial importance. It emerges that Beijing has operated for more than two millennia as a hegemonic actor within a world system stretching from the Himalayas to Japan, from the Gobi Desert in the centre of Asia to the Moluccas. Understanding of the operational dynamics of this system – founded more on identification-ideological and economic mechanisms than military factors – may provide a new perspective for study of the matrices of contemporary Chinese foreign policy.
Abstract

Risparmio e previdenza / Le esigenze dei risparmiatori italiani e la regolamentazione finanziaria

Savings and Welfare / The needs of Italian savers and financial regulation

Risparmio e previdenza / Le esigenze dei risparmiatori italiani e la regolamentazione finanziaria

Le leggi, varate nel dicembre 2005, in materia di protezione del risparmio e di previdenza complementare si occupano dei problemi veramente rilevanti per gli investitori italiani? Dati alla mano, ne propone una valutazione il curatore del XXIII Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia. Leggi che cercano di migliorare il quadro dell’offerta di attività finanziarie sono utili, ma devono essere completate da sforzi per aumentare la conoscenza del processo di investimento. Che senso ha la delega della scelta della struttura del portafoglio pensionistico al singolo individuo quando questo non ha l’informazione e la conoscenza adeguate? Si rischia di effettuare un grande trasferimento del rischio e di assistere a scelte inappropriate e inadatte alle singole situazioni individuali. Va poi rafforzato il ruolo degli intermediari finanziari, che devono assistere le scelte dei lavoratori pensando più alla correttezza della risultante asset allocation che alla loro remunerazione. Si tratta di una scelta impegnativa però cruciale perché riguarda un bene pubblico come il risparmio.

Do the laws on the protection of savings and complementary national insurance laws passed in December 2005 address the really significant problems for Italian investors? Quoting the relevant data, the editor of XXIII Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia (23rd BNL/Centro Einaudi Report on savings and savers in Italy) assesses the new legislation. Laws that seek to improve the financial activity supply framework may be useful, but they need to be rounded off by an attempt to increase knowledge of the investment process. What is the point of delegating the choice of pension portfolio structure to the single individual, when he or she is without adequate information or knowledge? The danger would be a huge transfer of risk and choices unsuitable for single individual situations. It is necessary to reinforce the role of financial intermediaries, who should assist the choices of workers with an eye more on the fairness of the resulting allocation of assets than on their remuneration. The choice is a difficult but crucial one in so far as it concerns a public good such as savings.
Abstract

Risparmio e previdenza / TFR e fondi pensione: quanto è debole la nuova legge

Savings and Welfare / Employment Severance Indemnity and pension funds: how weak the new law is

Risparmio e previdenza / TFR e fondi pensione: quanto è debole la nuova legge

Il decreto sulla previdenza integrativa del dicembre 2005 chiude un ciclo di riforme del sistema pensionistico italiano – iniziato con la riforma Amato del 1992 e proseguito con le riforme Dini del 1995, Prodi del 1997, Maroni-Tremonti del 2004 – volte a correggere i difetti strutturali che ne minavano la sostenibilità. Fin dall’origine, il processo di riforma si è caratterizzato per due obiettivi paralleli: 1) la correzione degli squilibri, delle iniquità e delle distorsioni presenti nel pilastro pubblico; 2) la creazione di un pilastro privato accanto a quello pubblico. Tanto la riforma previdenziale quanto il decreto che la completa sono originati dalla necessità di dare al paese un sistema pensionistico in grado di diversificare il rischio, affidando una parte dell’accumulazione previdenziale al mercato finanziario. In questo contesto, le condizioni per un suo efficiente funzionamento sono sicuramente la libertà di scelta, ma anche la buona supervisione e la sanzione di comportamenti poco limpidi e poco professionali nella gestione del risparmio.

The decree on supplementary national insurance of December 2005 closes a cycle of reforms of the Italian pension system – from that of Amato in 1992 to those of Dini in 1995, of Prodi in 1997 and of Maroni-Tremonti in 2004 – designed to correct the structural defects which undermined their sustainability. Right from the outset, the reform process was characterised by two parallel aims: 1) the correction of disequilibria, iniquities and distortions present in the public pillar; 2) the creation of a private pillar alongside the public one. Both welfare reform and the decree that completes it originated from the need to give the country a pension system capable of diversifying risk by entrusting a portion of national insurance accumulation to the capital market. In this context, the conditions to make the system work efficiently are not only freedom of choice but also good supervision and sanctions for non-transparent, unprofessional savings management.
Abstract

La Cina alle prese con la nuova geopolitica del petrolio

China gets to grips with the new geopolitics of oil

La Cina alle prese con la nuova geopolitica del petrolio

I media occidentali sembrano ossessionati dalla sua presunta «insaziabile sete» di petrolio. In realtà, la Cina consuma solo poco più greggio del Giappone e, per ora, dipende dal petrolio assai meno di molte altre economie. La sua «insaziabile sete» è forse solo propaganda politica. Tuttavia, la lezione della guerra in Iraq ha spinto la Cina a diversificare il più possibile le proprie fonti di approvvigionamento, ad acquisire interessi petroliferi in varie parti del mondo e a preoccuparsi per la futura sicurezza strategica e militare dei propri rifornimenti di idrocarburi. La principale minaccia, per la Cina, può venire da un contrasto con gli Stati Uniti. Molti «neocon» americani parlano sempre più apertamente, e sembrano anche auspicare, un conflitto di lungo termine con la Cina, col pretesto della «minaccia» cinese alla sicurezza energetica americana. Per ora, la Cina potrebbe interpretare le iniziative strategiche degli Stati Uniti in Medio Oriente (per esempio, contro l’Iraq e l’Iran) come una grande manovra di accerchiamento per impedire il suo accesso alle fonti di petrolio e gas geograficamente più vicine. Tuttavia, la recente visita a Pechino del re dell’Arabia Saudita, Abdullah, è forse un avvenimento politico di vasta portata che segnala il possibile spostamento quasi sismico degli interessi sauditi in direzione dell’Asia in generale e della Cina in particolare. Con grande preoccupazione degli Stati Uniti.

The western media seem obsessed with China’s alleged ‘unquenchable thirst’ for oil. In reality, China consumes only slightly more crude oil than Japan, and for the moment depends on oil much less than many other economies. Its ‘unquenchable thirst’ may be only political propaganda. Nonetheless, the lesson of the war in Iraq has forced China to diversify its sources of supply as much as possible, to acquire oil interests in various parts of the world and to worry about the future strategic and military security of its hydrocarbon supplies. The main threat for China could come from a clash with the USA. Many American neocons are speaking increasingly openly — and also seem to hope for — a long-term conflict with China on the pretext of the Chinese ‘threat’ to American energy security. At present, China might interpret US strategic initiatives in the Middle East (in Iraq and Iran, for example) as a major encirclement manoeuvre to block access to the sources of oil and gas that are geographically closest. However, Abdullah the King of Saudi Arabia’s recent visit to Beijing could prove to be a political turning point, marking a possible seismic shift in Saudi interests towards Asia in general and China in particular — much to the concern of the United States.
Abstract

Dossier / La Trilaterale in Cina

Dossier / The Trilateral Commission in China

Dossier / La Trilaterale in Cina

L’articolo propone un resoconto della riunione annuale del Gruppo Asia-Pacifico della Trilateral Commission (25-27 novembre 2005) tenutasi per la prima volta a Pechino. È pur vero che dal 2000, contemporaneamente alla trasformazione del gruppo giapponese in gruppo «Asia-Pacifico», alcuni esponenti di Cina, Hong Kong e Taiwan erano entrati a far parte della Commissione Trilaterale (fondata nel 1973 da un gruppo di cittadini europei, nordamericani e giapponesi). Durante i lavori, politici e intellettuali cinesi hanno a più riprese confermato che lo sviluppo della Cina è «pacifico», e che il comunismo cinese è un sistema politico «nazionale» che nulla ha a che fare con la visione internazionalistica ed espansiva che fu propria della politica sovietica. Quanto ai rapporti Cina-Giappone, tuttora delicatissimi soprattutto a livello politico-culturale (più che economico), va registrato che esponenti giapponesi affermano che oggi nel Sol Levante chi sbandiera idee nazionalistiche appartiene a una minoranza sempre più esigua, rappresentata soltanto da pochi estremisti di destra e da frange di una generazione anziana che sta scomparendo.

This article is a summary of the annual meeting of the Asia-Pacific Group of the Trilateral Commission (November 25-27 2005), held for the first time in Beijing. Since 2000, with the transformation of the Japanese group into the ‘Asia-Pacific’ group, some representatives of China, Hong Kong and Taiwan have joined the Trilateral Commission (founded in 1973 by a group of European, North American and Japanese citizens). During the meeting, Chinese politicians and intellectuals insisted that the development of China is ‘peaceful’ and that Chinese communism is a ‘national’ political system that has nothing to do with the internationalist and expansionist vision typical of Soviet policy. As to relations between China and Japan, still very delicate at the political-cultural as opposed to the economic level, it should be remembered that Japanese representatives claim that the people who flaunt nationalist ideas in Japan today belong to an increasingly small minority of a few right-wing extremists and fringes of an old generation that is now disappearing.
Abstract

Uso della forza e sicurezza collettiva dopo il Vertice Onu del 2005

The use of force and collective security following the 2005 UN summit

Uso della forza e sicurezza collettiva dopo il Vertice Onu del 2005

Al di là delle valutazioni generali sugli esiti del tentativo di riforma dell’ONU, i diversi aspetti che ne hanno caratterizzato l’evolvere concreto e i materiali prodotti per l’occasione offrono l’opportunità di riflettere su alcuni temi che negli ultimi tempi sono stati al centro del confronto politico-diplomatico tra gli Stati e delle analisi degli studiosi. In particolare, le questioni relative alla sicurezza collettiva e all’uso della forza, intrinsecamente legate alla Carta dell’ONU e alle regole ivi stabilite. È di tali questioni che l’autore si occupa con l’intento di trarre, per quanto possibile, alla luce delle iniziative preparatorie e dei risultati del Summit mondiale, indicazioni sullo stato – ovvero sulla problematicità, sotto alcuni profili – delle regole giuridiche internazionali in materia.

Aside from general evaluations of the outcomes of the attempt to reform the UNO, the various aspects that characterised its evolution and the materials produced for the occasion offer food for thought on some of the issues — more specifically, collective security and the use of force, questions intrinsically linked to the UNO Charter and the rules established therein — that have recently been at the centre of political-diplomatic discussions between states and the analyses of scholars. Bearing in mind the preparatory initiatives and results of the world summit, the author seeks to draw guidelines about the state – and to some degree, the problematic nature – of international legal rules on the subject.
Abstract

Il diritto dei contratti, la giustizia sociale e l'agenda tecnocratica

Contract law, social justice and the technocratic agenda

Il diritto dei contratti, la giustizia sociale e l'agenda tecnocratica

Nell’articolo si intende verificare se sia possibile conciliare le idee dei giuseconomisti, i quali ritengono che attraverso l’imposizione di singole clausole contrattuali non si possa perseguire l’equità, e quelle dei giuristi classici, i quali invece affermano che anche il diritto dei contratti possa e debba essere uno strumento per la promozione della giustizia sociale. In primo luogo, seguendo le indicazioni del giuseconomista Richard Craswell, si mette in evidenza come il passing on dei legal costs non sempre danneggia tutti i consumatori. Ipotizzando, infatti, consumatori con preferenze eterogenee, si rimarca la possibilità di avvantaggiare alcuni consumatori attraverso l’imposizione di quelle clausole contrattuali che i giuseconomisti definirebbero inefficienti. In secondo luogo, si sottolinea come taluni interventi che i giuseconomisti giustificano in termini di efficienza potrebbero essere invece approvati dai giuristi classici in termini di equità. Sorge così un equivoco: la contrapposizione fra equità ed efficienza tipica di economisti e giuseconomisti potrebbe oscurare il fatto che ciò che i giuristi classici chiamano equità è invece l’efficienza degli studiosi ispirati ai principi dell’economia. Se si tiene in mente tale equivoco, risulta possibile in molti casi conciliare la posizione dei giuseconomisti e quella dei giuristi classici.

This article seeks to ascertain whether it is possible to reconcile the ideas of legal economists who believe that it is impossible to pursue equity by imposing single contractual clauses and those of classical legal scholars who assert that even contract law can and must be a tool for the promotion of social justice. Following the guidelines of the legal economist Richard Craswell, it stresses, first of all, how the passing on of legal costs does not always harm all consumers. Hypothesising consumers with heterogeneous preferences, it highlights the possibility of granting advantages to some by imposing contractual clauses which legal economists would define as inefficient. Secondly, it emphasises how some interventions that legal economists justify in terms of efficiency might be approved by classic legal scholars in terms of equity. Hence the ambiguity whereby the opposition of equity and efficiency typical of economists and legal economists might obscure the fact that what classical legal scholars call equity is what scholars inspired by the principles of economics regard as efficiency. Bearing this ambiguity in mind, it is possible in many cases to reconcile the position of legal economists with that of classical legal scholars.
Abstract

Fare innovazione / Piemonte, regione della conoscenza, a confronto con Europa e America

Innovating / Piedmont, a knowhow-intensive region, compared with Europe and America

Fare innovazione / Piemonte, regione della conoscenza, a confronto con Europa e America

L’autore espone la sintesi dei risultati di una ricerca condotta da un gruppo di studiosi da lui coordinati, svolta dal Centro Einaudi nell’ambito del «Progetto Alfieri» della Fondazione CRT, in materia di politiche dell’innovazione e sistemi territoriali innovativi. Iniziando dalle origini della crescita e del benessere, viene esaminato il ruolo del progresso tecnico, e si guarda dentro i «modelli locali» o regionali di innovazione essenzialmente con l’occhio dei comparatisti, confrontando paesi (o sistemi di paesi) diversi. Emergono, in Europa, il modello nordico, quello franco-tedesco e quello mediterraneo. Un discorso a sé è dedicato al modello nordamericano, tipicamente quello statunitense (si veda il contributo di Peter Karl Kresl in questo numero della rivista). L’attenzione viene quindi largamente rivolta al sistema innovativo regionale (SIR) del Piemonte, sul quale la ricerca fa il punto, fornendo numerosi dati e riflessioni circa le molte iniziative in atto, per concludere con «sette suggerimenti di non piccolo impatto». Se la ricerca è una priorità del Piemonte, è altrettanto vero che la salute del Piemonte è una priorità nazionale; occorrono più imprese sulla frontiera della conoscenza, affinché la produzione sposti la frontiera dell’efficienza e l’economia muova nuovamente in avanti quella del benessere.

The author summarises the results of a research study on innovation policies and innovative territorial systems carried out for the Centro Einaudi by a team of scholars coordinated by him as part of the Fondazione CRT’s ‘Progetto Alfieri’. Setting out from the origins of growth and wellbeing, he examines the role of technical progress and explores ‘local models’ and regional models of innovation with an essentially comparative eye, comparing different countries (or country systems). The models that emerge in Europe are the Nordic, the Franco-German and the Mediterranean. A separate section is dedicated to the North American, more specifically the US model (see the article by Peter Karl Kresl). The author then focuses mainly on the regional innovative system (RIS) of Piedmont, which the research report outlines with abundant data and comments on the many initiatives in progress, and concludes with ‘seven suggestions of non-minor impact’. If research is a priority for Piedmont, it is also true that the health of Piedmont is a national priority. More enterprises at the frontier of knowhow are needed if production is to move further forward the frontier of efficiency and the economy that of wellbeing.
Abstract

Fare innovazione / L'approccio statunitense alla R&S

Innovating / The US Approach to R&D

Fare innovazione / L'approccio statunitense alla R&S

Kresl è l’esperto americano chiamato a far parte del gruppo di studiosi (coordinati da Giuseppe Russo) autori di una ricerca del Centro Einaudi, svolta nell’ambito del «Progetto Alfieri» della Fondazione CRT, in materia di politiche dell’innovazione e sistemi territoriali innovativi. Dopo aver ripercorso gli aspetti dell’innovazione, Kresl illustra la sua visione del sistema statunitense – come funziona, quali sono le principali istituzioni coinvolte, quali sono i suoi punti di forza e di debolezza. A suo giudizio, gli americani hanno finora raggiunto risultati eccellenti nel campo dell’innovazione in quanto maggiori sostenitori e praticanti del modello anglosassone, che è: 1) basato sul mercato; 2) fondato sull’iniziativa e sul processo decisionale del settore privato o degli attori dell’innovazione; 3) capace di fornire l’infrastruttura che contribuisce a creare un milieu innovativo; 4) in grado di determinare un ambiente fiscale favorevole all’assunzione di rischio e agli investimenti in capitale di rischio. Oggi, tuttavia, vi sono cambiamenti alle porte negli Stati Uniti che possono cominciare a ridurre l’efficacia e i risultati dell’innovazione: se il governo federale continuerà a distogliere dalla ricerca scientifica e tecnologica quote importanti di fondi per finanziare invece ulteriori tagli alle tasse e/o progetti in ambito militare, potrebbe alla fine accadere che la comunità di ricerca, visto l’ambiente non più congeniale, semplicemente si sposterà altrove.

Kresl is the American member of the team of scholars (coordinated by Giuseppe Russo) who wrote the Centro Einaudi research study on innovation policies and innovative territorial systems conducted as part of the Fondazione CRT’s ‘Progetto Alfieri’. After outlining the various aspects of innovation, Kresl describes his vision of the US system: how it works, the main institutions involved, strengths and weaknesses. In his view, the Americans have achieved excellent results to date in the field of innovation; this is because they are supporters and practitioners of the Anglo-Saxon model, which is: 1) market-based; 2) founded on initiative and the decision-making process of the private sector or the ‘actors’ of innovation; 3) capable of supplying infrastructure that helps create an innovative milieu; 4) capable of determining a ‘fiscal environment’ favourable to risk assumption and venture capital investment. Today changes are in store for the United States that could begin to reduce the effectiveness and results of innovation: if the federal government continues to remove substantial funding from scientific and technological research to finance further tax cuts and/or military projects, seeing that the environment is no longer congenial, the research community might simply move elsewhere.
Abstract

Il diritto bellico ai tempi del terrore

Laws of War in a Time of Terror

Il diritto bellico ai tempi del terrore

I professionisti del settore impiegano due etichette per fare riferimento al diritto bellico: quella di diritto internazionale umanitario (preferita da organizzazioni umanitarie e da molti studiosi del diritto internazionale) e quella di diritto dei conflitti armati (preferita dai militari). In generale, un’enfasi sulla concezione del diritto bellico propria dei militari favorirà le loro esigenze rispetto a quelle dei civili, mentre l’approccio umanitario potrebbe attribuire maggior valore alla tutela dei civili rispetto a una performance militare ottimale. L’autore affronta la questione dell’impatto della «guerra al terrorismo» sul diritto bellico, e in particolare: 1) se essa abbia influenzato l’equilibrio tra stati e attori non governativi; 2) se è probabile che rafforzi o indebolisca la protezione dei civili. Evangelista si domanda se, in mancanza di una leadership morale responsabile a livello politico, la cultura dell’onore militare sia sufficiente a impedire uno scivolamente nella barbarie, e conclude che forse si può sperare nel senso di giustizia comune alla maggioranza dei soldati e ufficiali che hanno fatto resistenza ai tentativi dell’amministrazione Bush di fare della «peggior pratica» la base del diritto internazionale futuro.

Professionals in the sector label the laws of war in two ways: in terms of international humanitarian law (the one preferred by humanitarian organisations and many scholars of international law) and the law of armed conflict (the one preferred by the military). In general, an emphasis on the military’s conception of the law of war will favour the needs of the military as opposed to those of civilians, whereas the humanitarian approach might attribute greater value to the protection of civilians as opposed to optimal military performance. The author addresses the question of the impact of the ‘war on terror’ on the laws of war and asks, more specifically: 1) whether it has influenced the balance between states and NGOs; 2) whether it is likely to reinforce or weaken civil protection. Evangelista also queries whether, in the absence of responsible moral leadership at political level, the culture of military honour will suffice in itself to prevent an escalation of barbarism, and concludes that perhaps we can lay hope in the sense of justice common to the majority of soldiers and officials who have resisted the Bush administration’s attempts to make ‘worst practice’ the basis of international law in the future.
Abstract

La politica estera del Governo Berlusconi: un bilancio in chiaroscuro

The Berlusconi Government's Foreign Policy: Ups and Downs

La politica estera del Governo Berlusconi: un bilancio in chiaroscuro

Qual è, a legislatura ormai praticamente conclusa, il bilancio del Governo Berlusconi in materia di politica estera? Per rispondere a questa domanda il saggio – dopo aver indagato le ragioni della crescente personalizzazione della politica estera italiana e aver analizzato motivi ispiratori, caratteristiche e limiti della gestione berlusconiana degli affari esteri – prende in esame gli aspetti principali dell’azione internazionale dispiegata dal Governo italiano, dal 2001 fino a oggi, nelle tre aree geopolitiche (atlantica, europea e mediterranea) che costituiscono da sempre l’ambito di proiezione privilegiato della politica estera dell’Italia. Da questo esame si evince che la politica di affermazione nazionale perseguita, tra mille contraddizioni, dal Governo Berlusconi ha significativamente alterato l’equilibrio preesistente tra i due storici pilastri della politica estera italiana, la fedeltà atlantica e il sostegno all’Europa, in direzione di un progressivo rafforzamento dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti e di un sensibile affievolimento di quello spirito europeista, integrazionista e multilateralista che ha ispirato le pagine migliori della storia dell’Italia repubblicana. Il rischio che ne deriva è quello di una marginalizzazione crescente dell’Italia in Europa, non compensata da un aumento di credibilità agli occhi del Governo di Washington. Per questa e altre ragioni, il bilancio complessivo dell’attività svolta dal Governo Berlusconi in campo internazionale – anche se nella politica estera non mancano aspetti meritevoli di un qualche apprezzamento – può ritenersi sostanzialmente deficitario.

Now that it has virtually come to an end, how can we judge the Berlusconi government on matters of foreign policy? To answer the question, the essay first investigates the reasons for the growing personalisation of Italian foreign policy and analyses the guidelines, characteristics and limits of Berlusconi’s management of foreign affairs, then reviews the main aspects of the government’s international action since 2001 in the three geopolitical areas (the Atlantic, Europe, the Mediterranean) in which Italian foreign policy has traditionally sought to project itself. Such a review reveals that the policy of national assertion pursued, amid a thousand contradictions, by the Berlusconi government has significantly shifted the pre-existing balance between the two historical pillars of Italian foreign policy – Atlantic loyalty and support of Europe – towards a progressive reinforcement of bilateral relations with the United States and a considerable weakening of the Europeanist, extremist, multilateralist spirit that inspired the finest pages in the history of republican Italy. The ensuing risk would be an increased marginalisation of Italy within Europe, which would not be set off by a growth in credibility in the eyes of the administration in Washington. For this and other reasons, and despite the fact that there are aspects deserving of merit, the overall verdict on the Berlusconi government’s international activity has to be substantially negative.
Abstract

Ordine costituzionale rinnovato, e fine del bipolarismo?

Renewed constitutional order, and the end of the bipolar system?

Ordine costituzionale rinnovato, e fine del bipolarismo?

L’avvento del bipolarismo in Italia, quale rafforzamento del partito di maggioranza, è stato salutato come una speranza di rafforzamento dello Stato nella sua capacità decisionale; e l’etichetta popolare di Seconda Repubblica indica con chiarezza come alla diversa strutturazione dei partiti segua una diversa organizzazione concreta della sovranità politica dello Stato, tant’è che se tale strutturazione bipolare venisse meno, non potrebbe che concludersi che la Seconda Repubblica è abortita. Il bipolarismo, emerso quale risposta alla crisi politica, finanziaria e sociale del 1993-’94, non poteva infine che minare alla base l’assetto costituzionale precedente. Nella contrapposizione tra forze eredi (la sinistra, DS su tutti) e forze antagoniste del complesso costituzionale del CLN (la destra, Forza Italia su tutti), sono state queste ultime a giungere a un più compiuto, e in questi termini più eversivo, progetto di riforma della Costituzione e di attacco ai suoi organi di tutela. Ne discende come ciascuna parte non possa, nella situazione attuale, riconoscere la compiuta legittimità dell'altra; e in queste condizioni non può nascere veramente uno Stato, se non uno Stato della perenne revisione costituzionale a ogni alternanza di governo. La «questione del centro» va pensata, quindi, proprio come problema dell’organizzazione costituzionale concreta delle forze politiche: la Margherita nel centro-sinistra e l’UDC nel centro-destra, nell’attuale rinnovamento incompleto del vecchio assetto, costituiscono ancora il centro, il perno che fa rotare le altre forze politiche, e potrebbero non più esserlo se si producesse un riassetto costituzionale. Giacché la legittimazione avviene tramite il linguaggio, il «problema del centro» è innanzitutto un problema di riscrittura delle regole politiche di base.

It was hoped that the advent of the bipolar system in Italy as a way of reinforcing the majority party would reinforce the decision-making capacity of the state. The popular label assigned to it – ‘Second Republic’ – clearly indicates how the different party structure was followed by a different organisation of the state’s political sovereignty: so much so that if this bipolar structure were to cease, the conclusion would be that the Second Republic had failed. The bipolar system, which emerged as a response to the political, financial and social crisis of 1993-’94, ultimately and inevitably undermined the previous constitutional arrangement at the base. In the conflict between the new parties that have inherited this constitutional arrangement established by the CLN, or National Liberation Committee (those on the left, the DS, or Left Democrats, in particular) and those that are against (those on the right, Forza Italia in particular), it is the latter that have come up with the most complete, hence ‘subversive’ project to reform the Constitution and attack the bodies whose job it is to protect it. The result is that, at present, either party is unable to fully recognise the legitimacy of the other and that, in these conditions, that the only kind of state that can come about is one in which the constitution is revised every time the government changes. The ‘question of the centre’ thus ought to be addressed in terms of the actual concrete constitutional organisation of the political parties. Today, with the renewal of the old arrangement still incomplete, the Margherita (The Daisy) on the centre-left and the Union of Christian Democrats (UDC) on the centre-right, still combine to form the centre, the pivot which makes the other political parties rotate, but this might change in the event of a constitutional rearrangement. Since legitimisation takes place through language, the ‘question of the centre’ involves, above all, the rewriting of the basic political rules.
Abstract

Il «diritto incompleto»

«Incomplete Law»

Il «diritto incompleto»

Pistor sviluppa una teoria per l’analisi delle istituzioni giuridiche. La sua tesi si fonda sull’osservazione che il diritto sia, per sua natura, incompleto, e che questa incompletezza incida profondamente sulla previsione di istituzioni per la produzione e attuazione del diritto. Se il diritto è incompleto, infatti, lo Stato dovrà attribuire poteri residuali di produzione e attuazione del diritto ad attori diversi. Di qui la questione dell’allocazione ottimale dei poteri di produzione del diritto tra il parlamento, le autorità di regolamentazione e le corti; e l’allocazione dei poteri di attuazione del diritto tra le corti e le autorità di regolamentazione. Pistor ritiene che la scelta ottimale di allocazione dei poteri residuali di produzione e attuazione del diritto sia determinata dal grado e dalla natura dell’incompletezza del diritto, dalla possibilità di standardizzare le azioni che potrebbero causare un danno, e dalla gravità del danno stesso, cioè delle esternalità negative che ne derivano. Quando il diritto è incompleto, e le azioni possono essere standardizzate, le autorità di regolamentazione sono da preferire alle corti che, se lasciate procedere, possono produrre esternalità sostanziali. Nel caso opposto, le corti sono da preferire come detentori dei poteri di produzione e attuazione del diritto. Infine, la teoria del diritto incompleto è applicata al caso dello sviluppo della regolamentazione dei mercati finanziari in Inghilterra nel XIX secolo, comparata agli Stati Uniti e alla Germania.

Pistor develops a conceptual framework for the analysis of legal institutions. She argues that law is inherently incomplete and that the incompleteness of the law has a profound impact on the design of lawmaking and law enforcement institutions. When law is incomplete, residual lawmaking powers must be allocated; and enforcement agents have to be vested with law enforcement powers. The optimal allocation of lawmaking and law enforcement powers under incomplete law is analysed with a focus on the legislature, regulators and courts as possible lawmakers, and courts as well as regulators as possible law enforcers. Pistor argues that the optimal allocation of residual lawmaking and law enforcement powers is determined by the degree and nature of incompleteness of law, the ability to standardise actions that may result in harm, and the magnitude of harm and externalities expected from such actions. Under highly incomplete law, regulators are superior to courts when actions can be standardised and, if allowed to proceed, may create substantial externalities. Otherwise, courts are optimal holders of lawmaking and law enforcement powers. Pistor applies this analytical framework to the development of financial market regulation in England since the mid 19th century, with comparative reference to the developments in the United States and Germany.
Abstract

Guardando a Oriente / Tra una guerra e l'altra

Looking East / Between One War and Another

Guardando a Oriente / Tra una guerra e l'altra

Sotto il segno della «guerra al terrorismo», scopo degli Stati Uniti era la distruzione politica del Medio Oriente arabo o islamico – dall’Egitto all’Iran e oltre – cominciando dallo smembramento dell’Iraq. Obiettivo da realizzare, sul piano militare, non solo con operazioni dirette condotte dagli Stati Uniti e/o da paesi amici, ma anche provocando disastrose guerre a sfondo religioso e/o etnico tra i paesi della regione e al loro interno. Una seconda ipotesi, non in contrasto con la precedente, è che in questo stesso scacchiere, soprattutto a nord e nord-est del Golfo, gli Stati Uniti si stiano anche posizionando in vista di una futura confrontation con la Cina. E che una «linea del fronte» passi già ora per l’Iran e l’Asia centrale ex sovietica. Nel mondo occidentale è in piena elaborazione un nuovo apparato di concetti politici, etici, giuridici, strategici e altro, che insieme a opportuni strumenti linguistici e propagandistici, e tecniche di controllo politico, forniranno una dottrina politica per la condotta della nuova guerra globale. Oggi però gli americani fanno fatica a sostenere insieme l’impegno in Iraq e un’emergenza naturale interna, cioè una situazione di «mezza guerra e disastro naturale». I neocon dovranno forse rivedere i loro sogni di dominio.

With the ‘War On Terrorism’, the United States’ aim was the political destruction of the Arab or Islamic Middle East – from Egypt to Iran and beyond – starting with the dismemberment of Iraq. This was to be achieved militarily, not only through direct operations conducted by the United States and/or its partners, but also by provoking disastrous religious and/or ethnic wars among and inside the countries of the region. A second hypothesis, not in contrast with the first, is that the United States is taking up position in the same zone, especially north and north-east of the Gulf, with a view to a future confrontation with China, and that a ‘front line’ already passes through Iran and the former-Soviet central Asia. In the western world a new apparatus of political, ethical, legal, strategic and other concepts is being elaborated which, together with suitable linguistic and propagandistic instruments and political control techniques, will provide a political doctrine for the management of the new global war. Today, however, the Americans are struggling to cope with, at once, the commitment in Iraq and a domestic emergency: that is, a situation of ‘half war and half natural disaster’. Maybe the Neocons ought to review their dreams of dominion.
Abstract

La globalizzazione minaccia lo stato? Paradossi africani

Is Globalisation Threatening the State? African Paradoxes

La globalizzazione minaccia lo stato? Paradossi africani

Se esiste un luogo comune sulle società politiche africane, è quello degli «stati falliti». E se c’è un insegnamento che queste stesse società possono trasmetterci, è proprio la vacuità di una tale nozione. In realtà l’incisiva tesi dello «stato fallito» non fa che tradire l’incapacità della nuova teoria delle relazioni internazionali di liberarsi dalla trappola che si è costruita da sola per creare lo spartito accademico del cosiddetto «nuovo ordine mondiale» negli anni Novanta. Nell’arco degli ultimi due secoli si è verificata una generalizzazione, su scala globale, del principio dello stato-nazione, come regime di sovranità territoriale e di autonomizzazione della sfera politica. Lo stato in Africa, sebbene «importato» dalle potenze coloniali, è stato oggetto di complessi processi di «appropriazione» che gli hanno rapidamente conferito fondamenti sociali e culturali propri.

If a commonplace exists about African political societies, it’s that of ‘failed states’. And if there’s a lesson to be learnt from these societies, it is precisely the vacuity of such a notion. In reality, the incisive ‘failed state’ thesis merely betrays the incapacity of the new theory of international relations to free itself from the trap it got into when it created the academic artifice of the so-called ‘New World Order’ in the 1990s. Over the last two centuries, we have witnessed a global generalisation of the principle of the nation-state as a regime of territorial sovereignty and ‘autonomisation’ of the political sphere. Albeit imported by the colonial powers, the state in Africa has been the subject of complex processes of ‘appropriation’ that have rapidly added their own social and cultural foundations.
Abstract

Globalizzazione economica: «quando» e «cosa». Per un approccio storico-metodologico dinamico al processo di globalizzazione

Economic Globalisation: 'when' and 'what'. For a dynamic historical-methodological approach to the process of globalisation

Globalizzazione economica: «quando» e «cosa». Per un approccio storico-metodologico dinamico al processo di globalizzazione

If a commonplace exists about African political societies, it’s that of ‘failed states’. And if there’s a lesson to be learnt from these societies, it is precisely the vacuity of such a notion. In reality, the incisive ‘failed state’ thesis merely betrays the incapacity of the new theory of international relations to free itself from the trap it got into when it created the academic artifice of the so-called ‘New World Order’ in the 1990s. Over the last two centuries, we have witnessed a global generalisation of the principle of the nation-state as a regime of territorial sovereignty and ‘autonomisation’ of the political sphere. Albeit imported by the colonial powers, the state in Africa has been the subject of complex processes of ‘appropriation’ that have rapidly added their own social and cultural foundations.

When did globalisation begin and how has it evolved? This essay addresses one of the liveliest debates of our time with a thumbnail analysis of the positions taken on the issue by some of the most authoritative scholars on the international scene. Stressing the procedural nature of this economic and social phenomenon, the author pinpoints the three stages in its development: episodic, relational and integrative. This dynamic analytical perspective, capable of reconciling the transnational asymmetries and domestic dynamics of each society, may prove a useful tool for comparative and interdisciplinary analysis.
Abstract

Tocqueville e la società moderna

Tocqueville and Modern Society

Tocqueville e la società moderna

«La seconda democrazia in America» di Tocqueville – del quale si celebra quest’anno il bicentenario della nascita – risulta attuale e utile anche al lettore contemporaneo. Boudon ripercorre le due tesi principali dell’opera (cioè che il sentimento egualitario caratterizza tutte le società democratiche e che l’evoluzione verso la democrazia è un processo irresistibile), mettendo in evidenza tendenze positive e negative tuttora riscontrabili nelle società moderne ed esaltando il ruolo, spesso sottovalutato, che Tocqueville riveste nella storia del pensiero politico francese.

The second volume of Democracy in America by Tocqueville – the bicentenary of whose birth is celebrated this year – is topical and useful for the modern reader. Boudon summarises the two main theses of the work (that the egalitarian sentiment characterises all democratic societies and that evolution towards democracy is an irresistible process), highlighting the positive and negative trends still to be found in modern societies and exalting the often undervalued role that Tocqueville occupies in the history of French political thought.
Abstract

Guardando a Oriente / L'industria israeliana della difesa. Guida all'approfondimento

Looking East / The Israeli Military Industry. A study guide

Guardando a Oriente / L'industria israeliana della difesa. Guida all'approfondimento

Il complesso militare israeliano è ancora oggi il principale settore industriale del paese. Nato negli anni Venti, nella sua evoluzione è possibile distinguere almeno due fondamentali punti di svolta: la rottura del rapporto con i francesi, nel 1967, che ha portato alla creazione di un sistema israeliano di ricerca e sviluppo (R&S) autonomo, e l’annullamento del progetto Levi, nel 1987, che ha segnato lo spostamento del core business delle industrie israeliane verso nicchie tecnologiche più adatte alle nuove caratteristiche del mercato delle armi nel post-Guerra fredda. Posizionatosi così tra i primi fornitori di armi al mondo dalla fine degli anni Novanta, Israele si trova oggi ad affrontare sia un difficile percorso di ristrutturazione industriale del comparto, sia un riordino dei rapporti con il suo alleato principale, gli Stati Uniti. Queste due incognite potrebbero minacciare l’ulteriore sviluppo del suo settore militare e la seconda, in particolare, pone alcuni dubbi sulla sua effettiva sovranità.

Born in the 1920s, the military industry is still the most important in Israel. It is possible to note two main turning points in its history: the break-off of relations with the French in 1967, which led to the creation of an Israeli research and development (R&D) system, and the annulment of the Levi project in 1987, which marked the shift of the core business of Israeli companies towards technological niches more suited to the characteristics of the post-Cold War arms market. Among the world’s leading arms suppliers at the end of the 1990s, Israel now has the difficult task of restructuring the industry and rearranging its relations with its main ally, the United States. These two incognitos could threaten the development of the country’s military sector, with the second in particular raising doubts about its effective sovereignty.
Abstract

Guardando a Oriente / L'Asia Centrale dopo l'Ottantanove. Guida all'approfondimento

Looking East / Central Asia after 1989. A study guide

Guardando a Oriente / L'Asia Centrale dopo l'Ottantanove. Guida all'approfondimento

L’articolo presenta la situazione socio-culturale delle cinque repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, della Georgia e dell’Azerbaigian. Partendo dal momento dell’indipendenza, avvenuto nei primi anni Novanta, si ripercorrono le problematiche legate alla convivenza di diverse nazionalità e religioni, cercando di comprenderne l’impatto su società e stato. Infine, si dà uno sguardo alle «rivoluzioni democratiche» che vanno affermandosi nella regione. Conclude l’articolo l’indicazione di qualche lettura di approfondimento sugli argomenti trattati.

The article presents the sociocultural situation in the five former Soviet republics of Central Asia, Georgia and Azerbaijan. Starting from independence in the early 1990s, it outlines the problems of the coexistence of different nationalities and religions and seeks to understand their impact on society and the state. It then looks at the ‘democratic revolutions’ that are asserting themselves in the region, and concludes with a series of suggestions for further reading.
Abstract

Guardando a Oriente / L'industria militare privata e i nuovi mercenari

Looking East / Private Military Firms and the New Mercenaries

Guardando a Oriente / L'industria militare privata e i nuovi mercenari

L'emergere di un'industria militare privata (PMF, private military firms) che non fornisce più soltanto mezzi – armi, munizioni, navi – ma servizi un tempo svolti dagli eserciti è un fenomeno importantissimo e ancora poco noto. Qualche attenzione è stata riservata dai media a quelle imprese che mettono a disposizione di chi è disposto a sostenerne i costi uomini in armi, che svolgono cioè compiti legati all'attività bellica vera e propria, i nuovi mercenari, ma il ventaglio di funzioni di supporto agli eserciti regolari è quanto mai vasto e articolato. In Iraq i contractors privati sono circa ventimila, la seconda forza, numericamente parlando, dopo il contingente americano. Si deve registrare dunque la privatizzazione di una funzione, quella della difesa, tradizionalmente ritenuta costitutiva dello stato moderno. Inoltre, queste figure, tanto le imprese quanto i loro dipendenti, pongono problemi nuovi sia sotto il profilo operativo – le prime sono a disposizione di chi paga la fattura per la loro prestazione, mentre i loro dipendenti non hanno alcun vincolo di lealtà nei confronti dei soggetti per i quali combattono – sia sotto il profilo giuridico, giacché le normative internazionali in materia sono di fatto inapplicabili.

The emergence of private military firms (PMFs) that supply not only weapons and craft – arms, munitions, ships – but also services that were once performed by armies is a highly significant, albeit little known, phenomenon. A certain amount of media attention has been dedicated to firms that make available ‘new mercenaries’, armed men who perform veritable war-related activities, to anyone prepared to sustain their costs, but the spectrum of support functions they supply to regular armies is vast and complex. In Iraq there are about 20,000 private contractors, numerically speaking the second force after the American contingent. We are thus faced with the privatisation of a function, that of defence, traditionally deemed a constituent part of the modern state. Furthermore, both firms and their employees pose new problems from the operational point of view – the first are at the disposal of those who pay the bills for their services, the second have no obligation of loyalty towards the people they fight for – and from the legal point of view, since relevant international norms are de facto unenforceable.
Abstract

La Christian Right e Israele

The Christian Right and Israel

La Christian Right e Israele

Il ruolo del fattore religioso è spesso dimenticato o minimizzato da chi tratta le relazioni fra Stati Uniti e Israele. Tuttavia, sia le posizioni anti-israeliane che quelle pro-israeliane nella destra repubblicana americana hanno un fondamento religioso. Quelle pro-israeliane, che sono il principale soggetto di questo articolo, sono basate sulla dottrina protestante denominata dispensazionalismo, che sostiene che la ricostituzione del Regno di Israele biblico sia il prerequisito essenziale per il secondo avvento di Cristo. Questa scuola di pensiero, strettamente interconnessa con la destra religiosa americana a partire dalla fine del XIX secolo, è diventata particolarmente influente nella politica americana dopo la nascita della (New) Christian Right, negli anni Settanta. Tale movimento, apertamente filo-israeliano, è infatti diventato una delle fazioni dominanti all’interno del Partito repubblicano, e sta cercando di spingere gli Stati Uniti verso un più deciso intervento in favore delle politiche territoriali della destra israeliana. I sostenitori di Israele all’interno della Christian Right (solitamente denominati «cristiani sionisti») sono divenuti negli ultimi decenni (con Ronald Reagan e, poi, con George W. Bush) sempre più influenti anche sulla Casa Bianca, con un indubbio successo nell’ostacolare eccessive pressioni americane su Israele per la cessione dei territori occupati – ma anche, più in generale, nel creare nel paese una pubblica opinione orientata in senso pro-israeliano per ragioni religiose.

The role of the religious factor is often neglected or downplayed when we speak about relations between the United States and Israel. However, both anti-Israel and pro-Israel stances in the American republican right have a religious grounding. The pro-Israel position, the main subject of this article, is based on the protestant religious doctrine called Dispensationalism, which argues that the reconstitution of the biblical Kingdom of Israel is an essential prerequisite for the Second Coming of Jesus Christ. This school of thought closely intertwined with the American religious right since the end of the nineteenth century, became particularly influential in US politics after the birth of the (New) Christian Right in the 1970s. This movement, overtly pro-Israel, has in fact become one of the leading factions within the Republican Party, and is trying to push the United States towards a more decisive intervention in support of the territorial policies of the Israeli right. Over the last few decades – with Ronald Reagan and, later, George W. Bush – the Christian Right’s protestant supporters (usually referred to as ‘Christian Zionists’) have exerted an increasing influence over the White House, and have been undoubtedly successful in opposing excessive US pressure on Israel to surrender the occupied territories, and also, more generally, in determining religiously-oriented pro-Israel public opinion in the country.
Abstract

L'Asia in cattive acque

Asia Hard-up

L'Asia in cattive acque

Insieme al petrolio e al gas, l’acqua è una delle risorse attorno a cui si giocano i destini e lo sviluppo dell’Asia. Le risorse idriche del continente, che a livello di disponibilità pro capite sono tra le più basse del pianeta, vengono messe a dura prova dalla pressione demografica, dall’inquinamento e dalle esigenze dell’impetuoso sviluppo economico. Le risposte finora date a questa sfida puntano soprattutto ad accrescere l’offerta idrica, attraverso progetti faraonici portati avanti in maniera unilaterale dai singoli governi, opere spesso discutibili dal punto di vista della tutela sia degli ecosistemi che della stabilità interna e internazionale. Per gestire le tensioni che interessano tutti i grandi fiumi asiatici dal Giordano al Mekong, e utilizzare sia ecologicamente sia economicamente in modo razionale le loro acque, occorrerebbero piuttosto la creazione e il rafforzamento di meccanismi e istituzioni a livello di bacino internazionale, operazione che purtroppo non compare ai primi posti dell’agenda politica continentale.

Together with oil and gas, water is one of the resources round which the destiny and development of Asia is being determined. The continent’s water resources, in terms of availability per capita among the lowest on the planet, are being taxed by demographic pressure, pollution and the need for impetuous economic development. To date, responses to this challenge have sought mainly to increase the water supply with the colossal unilateral projects of single governments, often debatable from the point of view of the protection both of ecosystems and of internal and international stability. To manage the tensions that affect all the major Asian rivers from the Jordan to the Mekong, and to use their waters in an economically and ecologically rational way, it would be better to create and strengthen international mechanisms and institutions, but this is an operation that, alas, fails to appear among the main points on the continental political agenda.
Abstract

Il cammino dell'Europa / Unione Europea e libero mercato visti dal continente e dalla Gran Bretagna

The European Way / European Union and free market seen from Europe and Britain

Il cammino dell'Europa / Unione Europea e libero mercato visti dal continente e dalla Gran Bretagna

Per comprendere i differenti atteggiamenti nei confronti dell'Unione Europea nelle diverse parti del continente, Brittan ritiene necessario risalire alle sue origini storiche. Ricorda dunque la nascita del movimento europeista, come espressione della volontà di evitare ulteriori conflitti, e le tante voci che si levarono a sostegno di questo progetto; ricorda poi i malintesi con la Gran Bretagna, che finirà per aderire alla Comunità Europea solo nel 1973. Da allora molti nuovi elementi sembrano aver colto di sorpresa i governi inglesi: l'espansione della Politica Agricola Comune, lo sviluppo del meccanismo di regolazione dei cambi e poi dell'euro, la Carta sociale dell'Unione Europea e ora la Costituzione. Tutto questo ha suscitato forti perplessità in molti, specie fra i liberisti in tutti i paesi europei; sono tuttavia soprattutto i liberisti britannici – più di quelli dell’Europa continentale – a nutrire diffidenza nei confronti dell’Unione. Dopo aver illustrato la varietà di orientamenti dei liberisti europei nei diversi paesi, Brittan conclude che è tempo di interrompere gli sforzi volti a «costruire l’Europa» che hanno caratterizzato gli ultimi cinquant’anni. Meglio cercare di far funzionare le istituzioni esistenti. Il suo auspicio è che i paesi dell’Unione si sviluppino ciascuno a suo modo, tralasciando il sogno di una grande potenza in grado di rivaleggiare con Stati Uniti e Cina.

To understand why the European Union provokes different attitudes across the continent, Brittan believes it is necessary to trace its historical origins. He thus evokes the birth of the Europeanist movement as an expression of a desire to avoid further conflicts and the many voices that were raised in support of the project. He then recalls misunderstandings with Great Britain, which only joined the European Community in 1973. Since then many new elements – the expansion of the Common Agricultural Policy, the development of exchange regulation mechanisms and then of the euro, the European Union Social Charter and, now, the European Constitution – would appear to have caught the British government by surprise. All this has triggered strong perplexities, especially among free traders in all the countries of Europe. But it is British free traders, more than those of continental Europe, who are diffident towards the Union. After describing trends among free traders in the various countries, Brittan concludes that the time has come to interrupt the efforts to ‘build Europe’ that have characterised the last fifty years. It is far better to try to make existing institutions work. Brittan’s hope is that each country in the Union will develop in its own way, and that the dream of becoming a great power to rival the United States and China will be shelved.
Abstract

Il cammino dell’Europa / Tra il mito e la realtà: l’Europa di fronte a se stessa

The European Way / Between myth and reality: Europe comes to terms with itself

Il cammino dell’Europa / Tra il mito e la realtà: l’Europa di fronte a se stessa

I referendum francese e olandese non solo hanno bocciato la proposta di ratifica del Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, hanno anche innescato una crisi profonda dell’Unione Europea. È giunta al capolinea l’idea, per tanti anni perseguita anche con successo, che sia possibile costruire l’Europa senza un autentico coinvolgimento dei popoli europei. È Habermas, assai più che Voltaire, che può essere annoverato fra gli idola fori del processo costituente europeo, per il suo costante perorare l’importanza che, attraverso un adeguato processo di identificazione e di mimesi, tutti i cittadini europei si riconoscano nella Costituzione. Da parte sua Blair, al quale dal 1° luglio 2005 spetta la presidenza dell’Unione, nel discorso pronunciato il 27 giugno a Strasburgo afferma che quella che l’Unione sta attraversando è essenzialmente una crisi di leadership delle sue classi politiche e, contestualmente, anche una crisi delle policies realizzate in questi anni nel quadro di una visione politica e strategica dell’Unione che egli ritiene comunque superata; tuttavia, Blair richiama più volte la necessità di politiche europee comuni e concertate, tali da rendere di fatto l’Europa un’area di valori, programmi, progetti e linee guida condivise. A giudizio di Pizzetti, per superare la sua crisi l’Unione deve riaprire un dibattito preciso e approfondito sul disegno istituzionale al quale essa deve ispirarsi. Anche i tragici fatti di Londra della prima decina di luglio dimostrano che di Europa il nostro continente e i popoli che lo abitano hanno più che mai bisogno (intanto, se l’Unione può sembrare indecisa rispetto agli altri grandi protagonisti della scena mondiale, essa appare tendenzialmente coesa e determinata sul piano dell’«integrazione della sicurezza»). Occorrono scelte consapevoli, giuste, degne delle grandi tradizioni europee. È importante per noi e per tutto il pianeta.

The French and Dutch referenda not only failed the proposal to ratify the Treaty instituting a European Constitution, but also triggered a deep crisis in the European Union. The idea – pursued with some success for many years – that it is possible to build Europe without truly involving the peoples of has reached the end of the line. In view of his constant pleading of the importance that, through a suitable process of identification and mimesis, all European citizens agree with the Constitution, Habermas, much more than Voltaire, deserves to be recognised as one of the idola fori of the European constitutive process. In his speech in Strasbourg on June 27, Tony Blair, who assumed the presidency of the Union on July 1 2005, claimed that the Union is currently experiencing what is essentially a crisis of leadership among its political classes, and, at once, a crisis of the policies enacted in recent years within the framework of a political and strategic vision of the Union that he regards as dated. Blair, however, often evokes the need for common, concerted European policies to make Europe de facto an area of shared values, programmes, projects and guidelines. In Pizzetti’s view, to overcome its crisis the Union has to reopen a precise, in-depth debate on the institutional design it intends to adopt. The London bomb tragedy at the start of July also demonstrates that our continent and the peoples who inhabit it need Europe more than ever before (in the meantime, if the Union may appear indecisive compared to the other leading players on the world scene, it does tend to be coherent and determined when it comes to the ‘integration of security’). What we need now are conscious, fair decisions, worthy of the great European traditions. This is important for us and for the planet as a whole.
Abstract

Estetica, diritto e «soft power»: un capitolo del confronto mondiale tra Francia e America?

Aesthetics, Law and ‘Soft Power’: A chapter in the France-America confrontation?

Estetica, diritto e «soft power»: un capitolo del confronto mondiale tra Francia e America?

Monateri esamina il modo in cui il diritto può essere legato a una estetica, e il modo in cui un tale package di diritto ed estetica può funzionare come fattore di «soft power» di una determinata cultura politica. Per farlo parte dal ruolo giocato dalla Francia quale cultura giuridica egemone nel mondo nel XIX secolo, ruolo che ancor oggi tale cultura gioca, o può giocare, come alternativa all’americanizzazione della cultura giuridica mondiale. Francia e America paiono oggi rappresentare due modelli opposti di concepire il diritto: si può dire che il Code civil francese, copiato in numerosissimi paesi in tutti e cinque i continenti, rappresenti i «sistemi romanisti», in quanto diversi dai «sistemi di common law» senz’altro oggi rappresentati dal modello americano molto più che dal diritto inglese. In un’epoca di mondializzazione pure del diritto, i due sistemi, entrambi ben funzionanti e apprezzati, rappresentano effettivamente una possibile alternativa globale. La Francia appare quindi dotata di un «soft power» incisivo, costituito principalmente dal suo Codice, purché esso rimanga, per così dire, patrimonio comune della «latinità» giuridica e non si ripieghi all’interno dell’Esagono. Il nemico mortale del «soft power» di un modello culturale è, infatti, principalmente uno: il «parrocchialismo».

Monateri examines the way in which law can be bound to an aesthetics and how this aesthetic-law package can work as a ‘soft power’ factor in a given political culture. He sets out from the role played by France as a hegemonic juridical culture in the nineteenth century – a role still feasible today as an alternative to the Americanisation of world juridical culture. Today France and America would appear to represent two opposed models of the conception of law. It is possible to assert that the French Code civil, copied in a great number of countries in all five continents, represents the ‘Roman systems’, as opposed to ‘common law systems’, today represented much more by American than by British law. In an era in which even law is being globalised, the two systems, which both work well and are much admired, effectively represent a possible global alternative. France thus appears to be equipped with an incisive ‘soft power’ constituted mainly by its Code, provided the latter remains, so to speak, the common patrimony of juridical ‘Latinity’ and does not withdraw into the Hexagon. The mortal enemy of the ‘soft power’ of a cultural model is, first and foremost, ‘parochialism’.
Abstract

Senza Costituzione l'Europa non esiste?

No Constitution No Europe?

Senza Costituzione l'Europa non esiste?

A livello europeo, la continua evoluzione del set istituzionale ha determinato, negli ultimi cinquant’anni, la creazione di una serie di organizzazioni comunitarie la cui interdipendenza con omologhe organizzazioni nazionali e regionali, private e pubbliche, costituisce ormai la colonna vertebrale di un sistema giuridico economico diverso da quelli frutto di intese tra stati e fortemente caratterizzato dalla presenza di un operatore politico invisibile. Non necessariamente questo è un male. L’evidenza è data dai molti casi in cui il modello europeo è preferito a quello americano, che, al contrario, ha una forte caratterizzazione politico-nazionale. Cristallizzare tale fenomeno in una Carta costituzionale potrebbe farci correre il rischio di ripetere gli errori del passato, consegnando al solo legislatore comunitario e alle logiche politiche che lo ispirano la conduzione del processo di creazione del set istituzionale europeo. Questo non farebbe che imbrigliare negli stretti vincoli politici un fenomeno istituzionale che, prima ancora che giuridico, è sociale, economico, antropologico, e che fino a oggi ha dato buona prova di sé, beneficiando del gioco di interessi e di pressioni che i soggetti pubblici, privati, locali, nazionali e internazionali, esercitano sulle istituzioni comunitarie. L’Europa non esiste, ma proprio per questo attrae sempre più risorse, cittadini, stati. L’Europa non esiste, ma proprio per questo convince della bontà delle sue regole, e del suo modello di governo dell’economia e della società, un numero via via crescente di cittadini. L’Europa non esiste, e proprio per questo funziona!

In the past fifty years, the continuous competition and development of the institutional arrangement determined the creation of a network of Community organisations in Europe. Their interdependence with similar public and private organisations, at national and regional level, now constitutes the backbone of a legal and economic system, which, unlike the ones established through interstates agreements, is characterised by the overwhelming presence of an invisible political agent. This is not necessarily dreadful. Evidence is provided by the many cases in which the European model is preferred to the American one, which, on the contrary, enjoys a strong national and political depiction. To crystallize such phenomena in a constitutional Charter might lead to the risk of repeating past mistakes, transferring to the single Community regulator and to the logic which inspires him the guidance of the development process of the European institutional arrangement. In other words, this would simply constrain within tight political boundaries an institutional phenomenon that is not only legal, but also social, economic and anthropological, capable of benefiting from the interplays of interest of public, private, local, national and international actors and the pressures which they exercise on the European institutions. Europe does not exist and, for this reason, it attracts ever increasing resources, citizens and states. Europe does not exist and, for this reason, its rules and its model of governance appeal to an increasing number of people. Europe does not exist and, precisely for this reason, it works!
Abstract

Il libro annotato / Note in margine a «Esportare la democrazia» di Francis Fukuyama

Book Talk / Marginal notes to “State-Building, Governance and World Order in the Twenty-first Century” by Francis Fukuyama

Il libro annotato / Note in margine a «Esportare la democrazia» di Francis Fukuyama

Del lavoro di Fukuyama, Bonanate discute innanzitutto la struttura: le sue argomentazioni sono tutt’altro che nuove, e comunque quelle che sono annunciate nel sottotitolo – state-building, ordine mondiale e futuro – nel libro quasi quasi non compaiono. L’aspetto centrale che Fukuyama propone e non discute è il nesso sviluppo (economico)/democrazia; invece, il tema che non propone e in realtà discute davvero è il nesso democrazia/pace. Tuttavia, il punto che emerge è l’assoluta indifferenza per la democrazia del singolo «debole» stato in questione: sembra che l’unica cosa importante sia l’ordine internazionale; che poi sia democratico oppure no, non importa. A giudizio di Bonanate, interrogarsi sull’esportazione della democrazia è giusto, ma non lo si può fare seguendo una logica commerciale, come se si trattasse di jeans; va riconosciuto, d’altra parte, che in materia nessuno è finora riuscito ad avanzare proposte risolutive. Infine, egli osserva che Fukuyama non parla mai di pace: ma non è essa una condizione della democrazia? Si delinea, ancora una volta, l’immagine di un sistema internazionale nel quale soltanto la sicurezza (dal terrorismo) ha valore e nel quale deve quindi espandersi la democrazia American style. C’è da dubitare che questa sia una buona rappresentazione del mondo attuale.

Bonanate begins by questioning the structure of Fukuyama’s book. The issues discussed are anything but new and the ones announced in the title (State-building, Governance and World Order) hardly ever appear. The central topic that Fukuyama mentions but fails to discuss is the (economic) development-democracy nexus; a topic that he fails to mention in advance but actually addresses is the democracy-peace nexus. The main point that emerges is his absolute indifference for the democracy of the single ‘weak’ state in question: it seems that the only important thing is international order – whether democratic or not is of no matter. In Bonanate’s view it is right to question the exportation of democracy, but it is impossible to do this according to a commercial logic, as if we were talking about denim jeans! It has to be acknowledged, however, that no one has yet come up with proposals to solve the problem. Finally, Bonanate points out that Fukuyama never speaks about peace: but isn’t peace a condition of democracy? Yet again a picture of a system is painted in which only security (from terrorism) is of any value and in which American-style democracy consequently has to expand. It is doubtful whether this is a good representation of the world today.
Abstract

Consolidare la pace: la strategia dell'ONU

Consolidating Peace: the UN strategy

Consolidare la pace: la strategia dell'ONU

Negli ultimi quindici anni molte guerre civili si sono concluse, ma la pace si è spesso rivelata troppo fragile e ha presto lasciato il posto a un nuovo conflitto, talvolta ancora più violento e distruttivo del precedente. Le Nazioni Unite, a cui nella maggior parte dei casi è stata assegnata la responsabilità di mantenere la pace, si interrogano sui motivi di tale fallimento e il Segretario Generale, Kofi Annan, ha predisposto un pacchetto di proposte, inquadrato in una più ampia riforma dell’Organizzazione mondiale, che potrebbe porvi rimedio. Spetta ora ai paesi membri, riuniti il prossimo settembre in un vertice a New York, varare questa riforma e poi tradurla in atto. Esaminiamo le proposte sottoposte al vaglio dei contrastanti interessi nazionali.

In the last fifteen years, many civil wars have come to an end, but peace has often proved too fragile and has left the way open for new conflict, sometimes more violent and destructive than the first. The United Nations, which in most cases has been assigned with the responsibility for maintaining peace, questions the motives for this failure and the Secretary-General, Kofi Annan, has drawn up a package of proposals as part of a broader reform of the Organisation which might serve as a remedy. It is now up to member countries, which will meet in a summit in New York next September, to launch and enact this reform. Here the author examines Annan’s proposals in terms of contrasting national interests.
Abstract

Etica ed economia • Ethics and Economics

Interventi di Mario Monti, Tommaso Padoa-Schioppa, Stefano Zamagni, Riccardo Faini, Gian Maria Gros-Pietro, Giampaolo Crepaldi

Etica ed economia • Ethics and Economics

«Biblioteca della libertà» propone – introdotti da Rinaldo Bertolino e Elsa Fornero – i principali interventi alla Conferenza internazionale su «Quali contenuti etici nell’economia?», organizzata da Elsa Fornero e svoltasi sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, nell’ambito delle celebrazioni del Sesto Centenario dell’Università degli Studi di Torino (Torino, 6 settembre 2004). Mario Monti si occupa di etica dei mercati concorrenziali e sostiene che l’Unione Europea, nelle sue realizzazioni apparentemente rivolte soltanto al mercato, ha un risvolto di profonda eticità. Per esempio, si è data una nuova base a un aspetto essenziale della vita civile come quello del rapporto tra le generazioni. Secondo Tommaso Padoa-Schioppa, per formare alla consapevolezza dei problemi etici nel campo della finanza basterebbe forse concentrarsi sul settimo comandamento. Il resto è compito di buone leggi di finanza (più che di etica), di efficacia del controllo sociale, di vigilanza delle coscienze individuali. Per Riccardo Faini occorre chiedersi se, nell’ambito del commercio mondiale di beni, servizi e fattori, esista oggi una distribuzione fortemente iniqua dei vantaggi dello scambio; egli conclude affermando che la sfida di definire regole in grado di assicurare un funzionamento più efficiente dei mercati e un risultato distributivo equo è forte a livello nazionale, ma forse lo è ancor di più a livello internazionale. Stefano Zamagni tratta un aspetto particolare, eppure di straordinaria rilevanza oggi, del tema dell’etica di impresa: quello riguardante la responsabilità sociale dell’impresa (RSI). A suo giudizio, se il mercato è capace di «ricompensare» la cultura civile d’impresa, alla lunga sia l’apporto disposizionale sia quello motivazionale degli agenti economici – manager inclusi – si adegueranno di conseguenza. Gian Maria Gros-Pietro afferma che la virtù dell’impresa passa per innovazione e rispetto delle norme; l’impegno etico di chi opera al vertice delle aziende, soprattutto se grandi, deve andare oltre i comportamenti osservabili dall’esterno. Giampaolo Crepaldi ricorda come la dottrina del Magistero sociale della Chiesa insegni che il mercato deve essere regolato e ribadisca costantemente ed esplicitamente che l’economia ha bisogno dell’etica perché entrambe trovano il loro fondamento e la loro ragione d’essere nell’uomo.

With an introduction by Rinaldo Bertolino and Elsa Fornero, Biblioteca della libertà introduces the main speeches from the international conference on ‘The Ethical Contents in Economics’ organised by Elsa Fornero and held under the aegis of the President of the Republic as part of celebrations for the Sixth Centenary of the University of Turin (Turin, September 6 2004). Mario Monti addresses the ethics of competitive markets and argues that there is a profoundly ethical side to European Union enterprises seemingly aimed solely at the market. He cites as an example the new basis that has been laid for an essential aspect of civil life: the relationship between the generations. According to Tommaso Padoa-Schioppa, to form awareness of ethical problems in the field of finance it may suffice to concentrate on the seventh commandment; the rest is up to good financial laws (more than to ethics), the effectiveness of social control and the vigilance of individual consciences. For Riccardo Faini, in the ambit of international trade in goods and services, the advantages of exchange are highly unevenly distributed among countries. He concludes by affirming that the challenge of defining rules capable of making markets work more efficiently and with fair distribution is strong at national level, but perhaps even more so at international level. Stefano Zamagni addresses a special aspect of business ethics – corporate social responsibility (CSR) – that is of extraordinary significance today. In his view, if the market is capable of ‘rewarding’ corporate civil culture, both the dispositional and the motivational contribution of economic agents, managers included, will adapt as a consequence in the long term. Gian Maria Gros-Pietro asserts that business virtue depends on innovation and respect of norms: the ethical commitment of those who operate at the head of companies, especially large companies, must transcend behaviour observable from the outside. Giampaolo Crepaldi recalls how the doctrine of the Social Magisterium of the Church teaches that the market has to be regulated and reaffirms constantly and explicitly that the economy requires ethics since both are grounded and find their raison d’être in man.

pdf scarica il testo in PDF 8.21 Kb

Abstract

Il mondo secondo Bush / L'America cerca di mettersi in salvo

The World According to Bush / America tries to save itself

Il mondo secondo Bush / L'America cerca di mettersi in salvo

L’economia americana si trova in una condizione di vulnerabilità determinata dai deficit, fra loro correlati, della bilancia commerciale, delle finanze pubbliche e di quelle famigliari che rendono indispensabile l’afflusso costante di risorse finanziarie dal resto del mondo. Per questo il potere d’attrazione statunitense è fondamentale, così come la conservazione, da parte del dollaro, del ruolo di moneta di riserva e di una posizione centrale nel sistema delle transazioni monetarie mondiali. Gli effetti di fattori di tipo politico-militare e legati all’andamento del prezzo del petrolio rendono realistici due scenari alternativi: uno di crisi, che porta al collasso della moneta americana, e uno di non crisi, prodotto soprattutto da una più favorevole situazione in Medio Oriente. L’amministrazione Bush, che considera il panorama internazionale estremamente minaccioso, è cosciente dei rischi, ma ha deciso di correrli ritenendo che la guerra al terrorismo meriti l’investimento di tutte le risorse necessarie a garantirne l’efficacia. Quanto grave sia il pericolo, come noto, è motivo di forte differenza di opinioni tra la gran parte del mondo politico ed economico americano e quasi tutto il resto del pianeta.

The present state of vulnerability of the American economy is caused by the balance of trade, public finance and family budget deficits – all correlated – which render indispensable a constant inflow of financial resources from the rest of the world. This explains why the US’s power of attraction and the dollar’s conservation of its role as a reserve currency and its central position in the world monetary transaction system are so fundamental. The effects of military political factors and oil price trends make two alternative scenarios feasible: either a crisis leading up to the collapse of the dollar or a non-crisis, if the situation in the Middle East were to improve. The Bush administration, which views the international panorama as being extremely dangerous, is conscious of the risks involved, but has decided to run them, feeling that the war on terrorism is worth the investment of all the resources necessary to ensure its effectiveness. As is well known, how serious the danger actually is has caused a sharp difference of opinion between much of the American political and economic world and virtually the rest of the planet.
Abstract

Liberalismo e globalizzazione. Per una rilettura del pensiero di Bruno Leoni

Liberalism and Globalisation. A reinterpretation of the thinking of Bruno Leoni

Liberalismo e globalizzazione. Per una rilettura del pensiero di Bruno Leoni

Nello svuotamento di significato e nella trasformazione di senso che molte categorie politiche della modernità stanno subendo, il pensiero di Bruno Leoni costituisce un importante punto di riferimento per una rifondazione del liberalismo. La sua teoria del diritto come pretesa, o meglio come scambio di pretese, nonché il tentativo di fondare la politica sui rapporti determinati dagli individui nella realtà delle loro interrelazioni, non solo rappresenta una serrata critica alla centralità e al monopolio giuridico-politico statuale, ma è soprattutto il segno di un impegno pratico perché la libertà individuale si riappropri della sua soggettività e non si accontenti delle garanzie formali fornite dalle «regole» e dalle tecniche procedurali. Il guardare dietro i grandi apparati e i meccanismi autoreferenziali degli organi potestativi ne rivela la valenza ideologica ma pure la funzione fittizia rispetto alle connessioni, anche dissimetriche, determinate dagli stessi individui nel loro agire pratico. In un’epoca in cui i grandi soggetti politici sembrano dissolversi, la proposta politica di Leoni si rivela come un modo per «ripensare» la politica, per ridefinire spazi, aree e confini, ma anche per cogliere le articolazioni, i rapporti plurimi e policentrici che l’attuale displacement of politics comporta.

As many political categories lose importance and as their significance changes, the thinking of Bruno Leoni constitutes an important reference point for the refounding of liberalism. His theory of law as claim, or rather as an exchange of claims, and his attempt to found politics on the interrelations between individuals represent not only a concise criticism of the state’s centrality and politico-legal monopoly but, above all, a signal of a practical commitment for individual freedom to reappropriate its subjectivity without simply making do with the formal guarantees provided by ‘rules’ and procedural techniques. A look behind the great apparata and self-referential mechanisms of potestative bodies reveals their ideological relevance, but also their sham function with respect to the connections – dissymetric connections included – determined by individuals themselves in their practical actions. In an era in which the major political players would appear to be dissolving, Leoni’s political proposal provides a way of ‘rethinking’ politics and redefining spaces, areas and borders, but also of grasping the articulations and the multiple and polycentric relations entailed by the ongoing ‘displacement of politics’.
Abstract

Il mondo secondo Bush / La sfida previdenziale

The World According to Bush / The Social Security Challenge

Il mondo secondo Bush / La sfida previdenziale

In America, pure alle prese con il problema dell'invecchiamento della popolazione, la proposta di parziale «privatizzazione» della previdenza pubblica avanzata da Bush è giudicata particolarmente ostica all'elettorato. Lo slogan della trasformazione dei «diritti previdenziali in diritti proprietari» appare basato su un’impostazione più ideologica che economica. Secondo gli oppositori della ricetta Bush, un «piccolo» aumento dei contributi, un «modesto» taglio delle prestazioni, un accettabile aumento dell’età normale di pensionamento sono aggiustamenti che potrebbero raggiungere lo scopo. Per l'autrice, si tratta di una soluzione ragionevole e praticabile. Anche una parziale privatizzazione potrebbe essere pacatamente difesa: avrebbe il pregio di diversificare la ricchezza pensionistica e il difetto, ove nel (lungo) periodo di transizione si destini alla capitalizzazione una parte dei contributi che nel vecchio regime andavano alla ripartizione, di rendere necessaria una compensazione (qualche altra forma di prelievo o di indebitamento) per questo minore gettito. Chi ha avanzato un’analoga proposta per l’Italia (un opting out dal sistema pubblico parziale e limitato ai giovani), dove la situazione resta ben più urgente, ha posto in evidenza queste due facce della medaglia.

In America, a country trying to tackle the problem of the ageing of the population, Bush’s proposal to partially ‘privatise’ social security is viewed as being particularly unpleasant for the electorate. The basis for the slogan ‘insurance rights into proprietary rights’ would appear to be more ideological than economic. According to opponents of the Bush recipe, a ‘small’ increase in contributions, a ‘modest’ cut in services and an acceptable increase in the normal pension age are adjustments that could achieve the goal. According to the author, this is a reasonable and workable solution. Even partial privatisation could be easily defended: its merit would be that it would diversify pension wealth; whereas, if, in the (long) transition period, a part of the contributions that were shared out in the old system were to be allocated for capitalization, its defect would be that this lower yield would demand some form of compensation (a levy or indebtedness). Proponents of an analogous proposal for Italy (an ‘opting out’ from the partial public system open to young people only), where the situation is much more urgent, have highlighted these two sides of the coin.
Abstract

Il mondo secondo Bush / Un impero tardivo verso il declino

The World According to Bush / A Late Empire on the Road to Decline

Il mondo secondo Bush / Un impero tardivo verso il declino

Gli Stati Uniti, «unica superpotenza» al mondo dopo la fine dell'Unione Sovietica, hanno cercato, col pretesto della «guerra al terrorismo», di imporre al mondo un assetto unipolare. Ma, forse, la potenza americana aveva superato già da tempo il suo momento di massimo splendore. Frankel ritiene concepibile – benché non necessariamente destinata a realizzarsi – l'idea di un incipiente declino degli Stati Uniti d'America. Il XX secolo ha visto il collasso di altre grandi potenze: di quattro imperi prima e degli imperi coloniali europei poi, quindi dell'Unione Sovietica. E gli Stati Uniti sono già passati per alcune tappe sulla via verso una possibile decadenza. Nella transizione dal suo primo mandato al secondo, George W. Bush ha emesso segnali assai ambigui. Relativamente chiari quelli che fanno pensare a nuovi conflitti, molto sfocati quelli che, secondo i media americani, dovrebbero preludere a un possibile ritiro statunitense dall'Iraq.

The United States, the only ‘superpower’ left in the world following the end of the Soviet Union, has used the pretext of the ‘war on terrorism’ to impose a unipolar arrangement. It could be argued, however, that the American powerhouse achieved its moment of greatest splendour some time earlier. Frankel feels that the idea of the incipient decline of the United States of America – albeit not necessarily bound to happen – is conceivable. The twentieth century saw the collapse of other great powers: first of four empires, then of the European colonial empires, ultimately of the Soviet Union. And the United States has already passed through some of the stages on the road to possible decadence. In the transition from his first administration to his second, George W. Bush has sent out extremely ambiguous signals: the ones that conjure up new conflicts are relatively clear, whereas those that, according to the American media, ought to prelude to a US withdrawal are much fuzzier.
Abstract

Il mondo secondo Bush / «Bush eversivo»: la fine del classicismo politico?

The World According to Bush / ‘Bush a subversive’: the end of political classicism?

Il mondo secondo Bush / «Bush eversivo»: la fine del classicismo politico?

I prossimi quattro anni dell’amministrazione Bush paiono volti alla distruzione dei concetti basilari del diritto internazionale di origine europea, nonché all’annullamento dei progetti di global governance quali erano stati concepiti nei recenti anni passati. Tale smantellamento va nel segno di una internazionalizzazione della giurisdizione americana e dei criteri politici su cui essa si fonda, sino a sindacare il regime politico di tutti gli altri stati sovrani. In sostanza, si assiste all’asserzione di una sovranità a scapito delle altre. Gli europei peraltro non sembrano avere coscienza alcuna di questo disegno, né alcuna capacità di reazione. L’Europa è tra l’altro essa stessa un ibrido che frantuma le categorie classiche. Per fronteggiare questa rivoluzione annunciata è necessario riscoprire il valore politico del classicismo, che si fonda su distinzioni chiare e precise: guerra/pace, amico/nemico, legittimo/illegittimo, diritto/fatto. Un ritorno alla logica pura degli stati contro l’attuale stato della globalizzazione è, infatti, forse meglio in grado di assicurare un ordinamento internazionale funzionante e legittimo.

The next four years of the Bush administration seem likely to destroy the basic concepts of international law of European origin, as well as to cancel projects of global governance as conceived in recent years. This dismantlement is a move towards an internationalization of American jurisdiction and the political criteria upon which this is based, ultimately censuring the political systems of all other sovereign states. What we are seeing substantially is an assertion of one sovereignty to the detriment of others. Europeans, though, seem to possess neither awareness of this design nor capacity to react. Among other things, Europe itself is a hybrid that breaks up classical categories. To address this revolution foretold, it is necessary to rediscover the political value of classicism, founded on clear, precise distinctions: war/peace, friend/enemy, legitimate/illegitimate, law/fact. A return to the pure logic of states against the present process of globalisation is, in fact, arguably more likely to ensure a working and legitimate international system.
Abstract

Il mondo secondo Bush / Il multilateralismo delle democrazie. Una scelta obbligata in un mondo unipolare

The World According to Bush / The Multilateralism of Democracies. A forced choice in a unipolar world

Il mondo secondo Bush / Il multilateralismo delle democrazie. Una scelta obbligata in un mondo unipolare

La politica estera degli Stati Uniti nel corso degli ultimi quattro anni ha determinato una grave crisi di legittimità dell’attore centrale del sistema, con effetti estremamente dannosi. Per uscirne il presidente Bush, in apertura del secondo mandato, ha enunciato con chiarezza i principi in nome dei quali intende esercitare l’egemonia: libertà e democrazia soprattutto. Il richiamo ai principi condivisi della democrazia è però insufficiente a mutare l’atteggiamento di opinioni pubbliche e governi se essi non sono perseguiti attraverso il multilateralismo. Un cambiamento di strategia in questa direzione è tra l’altro richiesta, più che consentita, dalla diversa situazione nella quale ci troviamo ora, oltre tre anni dopo l’11 settembre. Mentre un ritorno al multilateralismo è dunque auspicabile, e sta all’Europa creare le migliori condizioni affinché avvenga, non si sente la mancanza di un multipolarismo che ha già dato pessima prova di sé in passato.

US foreign policy over the last four years has caused serious doubts about the legitimacy of the central actor of the system – with extremely damaging effects. To solve the problem, at the start of his second administration President Bush clearly stated the principles according to which he intends to exercise hegemony: freedom and democracy above all. His appeal to the shared principles of democracy is, however, insufficient to change the attitudes of public opinions and governments, if such principles are not pursued through multilateralism. It has to be added that a consequent change in strategy is demanded, as opposed to permitted, by the different situation we find ourselves in today, over three years after September 11. While a return to multilateralism is thus to be hoped for – and it is up to Europe to create the best conditions for this to happen – no one regrets the lack of multipolarism, which has failed to work in the past.
Abstract

La repubblica imperiale rivisitata: gli Stati Uniti nell'era Bush

The Imperial Republic Revisited: The United States in the Age of Bush

La repubblica imperiale rivisitata: gli Stati Uniti nell'era Bush

Non c’è bisogno di essere neoconservatori per prendere sul serio l’idea che oggi esista un impero americano: tale idea, infatti, risulta essere un utile strumento di analisi comparata sinora poco sfruttato. Il futuro di questo impero appare tuttavia problematico, poiché, in ultima analisi, gli Stati Uniti non hanno una vera e propria «coscienza di sé» come potenza mondiale. Infatti, qualsiasi valutazione circa il fatto che essi siano o meno un impero deve fare i conti (come è stato per i grandi imperi del passato) con il problema della percezione o, più concretamente, con il modo in cui i leader americani intendono il ruolo del proprio paese e in cui il mondo, a sua volta, considera gli Stati Uniti. Oggi gli studiosi si dividono fra coloro che credono nella forza e vitalità dell’impero americano e coloro che, invece, credono che i giorni migliori dell’impero siano già finiti. Per fare chiarezza è necessario distinguere i fattori che continuano a sostenere l’egemonia statunitense da quelli che stanno iniziando a limitare le capacità dell’ultima grande potenza.

You don’t have to be a neo-conservative to take the idea that an American empire exists today seriously: the idea is a useful tool of comparative analysis but has so far been relatively unexploited. The future of the empire appears precarious, however, since in the final analysis the United States lacks true ‘self-awareness’ as a world power. Indeed, to establish whether the empire exists or not, we have to address (as was the case for the great empires of the past) the problem of how American leaders perceive or, more tangibly, understand the role of their country and how, in turn, the world views the United States. Today scholars are divided between those who believe in the strength and vitality of the American empire and those, instead, who believe that its best days are already over. To clarify things, it is necessary to distinguish the factors that continue to support US hegemony from factors that are beginning to limit the last great power’s capacities.

pdf scarica il testo in PDF 71.98 Kb

Abstract

La legittimità in bilico. La società internazionale tra democrazia e diseguaglianza

Legitimacy in the balance. International society between democracy and inequality

La legittimità in bilico. La società internazionale tra democrazia e diseguaglianza

Sotto la superficie della scontata transizione a un ordine internazionale post-bipolare, l’attuale sistema internazionale sta vivendo una transizione ancora più profonda, che chiama in causa gli stessi principi, le norme e le regole fondamentali della convivenza internazionale. Pur riallacciandosi a una corrente storica che ha attraversato l’intero Novecento, tale transizione è aggravata da un fatto storicamente inusuale e politicamente dirompente. L’iniziativa di rimettere in discussione le norme e le istituzioni esistenti non viene infatti, questa volta, da soggetti deboli e marginali ma, al contrario, direttamente dal paese più forte. Mentre al centro della contestazione di legittimità che gli Stati Uniti oppongono al diritto e alle istituzioni esistenti c’è l’idea – tutt’altro che estranea alla cultura politica europea e, quindi, tanto più insidiosa per i suoi critici – che i regimi democratici e i regimi non democratici non meritino di godere degli stessi diritti; che la stessa azione (come l’acquisizione di armi di distruzione di massa, l’uso della forza e persino l’occupazione di territori, come nel caso esemplare dell’indulgenza degli Stati Uniti nei confronti di Israele) abbia un significato diverso se compiuta da regimi di un tipo o di un altro tipo; che persino il ristabilimento dei diritti degli individui, dei popoli e degli stati stessi debba essere subordinato all’accertamento della loro adesione ai principi democratici e liberali.

The predictable transition to a post-bipolar international order conceals the fact that the present international system is experiencing an even more profound transition involving the very principles, norms and fundamental rules of international coexistence. Albeit stemming from a current that lasted the entire twentieth century, this transition is aggravated by a historically unusual and politically sensational fact: namely that this time the initiative to review existing norms and institutions comes not from weak and marginal players, but, on the contrary, directly from the strongest country of all. Whereas the United States’ argument against the legitimacy of the existing law and institutions is based on the idea – by no means extraneous to European political culture, hence all the more insidious for its critics – that democratic systems and non-democratic systems do not deserve to enjoy the same rights; that the same action (such as the acquisition of weapons of mass destruction, the use of force or even the occupation of territories, as in the exemplary case of the United States’ indulgence towards Israel) changes in significance according to whether it is performed by one type of system or the other; that even the re-establishing of the rights of individuals, peoples and states has to be subordinated to the ascertainment of their adhesion to democratic and liberal principles.
Abstract

La via europea alla sicurezza

The European Road to Security

La via europea alla sicurezza

L’autore sostiene che negli anni Ottanta esisteva un approccio europeo alla sicurezza che contribuì significativamente a porre fine alla corsa agli armamenti e alla Guerra fredda. La questione ora è se esista una specifica prospettiva europea riguardo alle attuali urgenti questioni della sicurezza – il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, in particolare quelle nucleari. Evangelista ritiene che effettivamente vi sia un approccio europeo nell’affrontare tali questioni, ancora più evidente se confrontato alla politica degli Stati Uniti e della Russia. I governi russo e statunitense si sono proposti di combattere il terrorismo dichiarandogli guerra, attaccando l’Afghanistan, l’Iraq e la Cecenia. Hanno limitato la libertà dei loro cittadini in nome della sicurezza, come fanno molti paesi in tempo di guerra. Queste politiche non hanno ottenuto un grande successo. È diventato un luogo comune dire che l’Europa affronta il terrorismo in modo diverso, attraverso il rafforzamento della legalità e la collaborazione tra i servizi di intelligence, piuttosto che con la guerra. Questa risposta, per quanto corretta, non fa altro che aprire ulteriori questioni. In Europa rafforzare le misure legislative contro i sospettati di attività terroristiche apre un dibattito sull’immigrazione e sulle relative politiche. Il successo dell’Europa nella lotta al terrorismo, conclude, dipenderà in gran parte da come affronterà il rapporto con gli immigrati, un campo nel quale gli europei potrebbero imparare qualcosa da Stati Uniti e Russia.

The author argues that in the 1980s a European approach to security existed and that it contributed significantly to the ending of the arms race and the Cold War. The question now is whether there exists a specific European perspective for the urgent security issues of today: namely, terrorism and the proliferation of weapons of mass destruction, nuclear weapons in particular. Evangelista believes that a European approach effectively exists to these questions, all the more evident if compared with the policies of the United States and Russia, whose governments have set themselves the task of fighting terrorism by declaring war and attacking Afghanistan, Iraq and Chechnya. As many countries do in wartime, they have limited the freedom of their citizens for the sake of security, but their policies have failed to achieve any great success. It has become a commonplace to say that Europe tackles terrorism differently, preferring to strengthen legality and collaboration between intelligence services than to wage war. Albeit correct, such a response ultimately opens up new issues. In Europe, the strengthening of legislative measures against those suspected of terrorist activities triggers debate about immigration and relative policies. The author concludes that Europe’s success or otherwise in the fight against terrorism will depend largely on how it handles its relationship with immigrants, a field in which Europeans themselves may have something to learn from the United States and Russia.
Abstract

Dopo l'Ottantanove. Il multilateralismo e le sfide del mondo nuovo

After 1989. Multilateralism and the challenges of the new world

Dopo l'Ottantanove. Il multilateralismo e le sfide del mondo nuovo

Nel periodo successivo all’Ottantanove la retorica dominante è stata quella del disordine: che ha peraltro assunto diverse sembianze, dallo «scontro delle civiltà» al «ritorno al futuro». In realtà, dopo la fine del bipolarismo il sistema internazionale è stato sempre unipolare, dal punto di vista strutturale – della distribuzione della potenza –, mentre dal punto di vista delle regole del gioco si è caratterizzato per un tentativo di estendere prima e rielaborare poi il multilateralismo. Sotto il profilo delle regole del gioco la cesura potrebbe se mai, a posteriori, venire ricollegata alle vicende che hanno seguito l’attacco dell’11 settembre. È soltanto dopo questo evento infatti che gli Stati Uniti, garanti del precedente ordine multilaterale, hanno avviato un progetto che mira alla sua sostituzione con un unilateralismo legibus solutus. L’attuale strategia di trasformazione democratica del mondo, tuttavia, perde ogni significato e ogni utilità se non rientra in un quadro multilaterale. L’ordine, dopotutto, potrebbe continuare a somigliare a se stesso.

In the post-1989 years, the dominant rhetoric was all about disorder – from the ‘clash of civilisations’ to ‘back to the future’. Actually, following the end of bipolarism, the international system has always been unipolar from the structural point of view, i.e. of the distribution of power, whereas, in terms of the rules of the game, it has been characterised by an attempt to first extend and then revise multilateralism. In retrospect, an attempt to change the rules of the game might be traced to the events that followed the attack of September 11. It was only from that day that the United States, guarantors of the previous world order, launched a project aimed at replacing it with a legibus solutus unilateralism. The present strategy of democratic transformation of the world, however, loses meaning and purpose, if it is not nested in a multilateral framework. Order, after all, might continue to be a repeat of itself.
Abstract

La mondializzazione: miti e realtà

Globalisation: Myths and Realities

La mondializzazione: miti e realtà

L’articolo si propone di esaminare un fenomeno complesso quale la mondializzazione alla luce dei fatti, quindi nel modo più razionale possibile. L’autore analizza le origini storiche del fenomeno per collocarlo nel tempo allo scopo di migliorarne la comprensione. Emergono così alcune questioni centrali: il ruolo e l’importanza delle imprese multinazionali; l’impatto del libero scambio – fulcro del processo di mondializzazione – sulla crescita e l’occupazione nei paesi avanzati e sullo sviluppo dei paesi poveri, nonché sulla povertà e le diseguaglianze; il rapporto fra mondializzazione e ambiente; e da ultimo, come gli stati e il settore privato siano influenzati dal crescente potere delle organizzazioni non governative (ONG) e di quelle governative come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

The article examines the complex phenomenon of globalisation in the light of the facts – hence as rationally as possible. The author analyses the historical origins of the phenomenon to contextualize it, and hence to improve understanding thereof. Issues of central importance thus emerge: the role and importance of multinational enterprises, the impact of free trade – the fulcrum of the process of globalisation – on growth and employment in advanced countries and on the development of poor countries, poverty and inequalities, the relationship between globalisation and environment, and, ultimately, how states and the private sector are influenced by the growing power of NGOs, non-governmental organisations, and governmental organisations such as the International Monetary Fund, the World Bank or the World Trade Organisation.
Abstract

La costituzione in una prospettiva liberale classica

The Constitution: A Classical Liberal Perspective

La costituzione in una prospettiva liberale classica

Prendendo le mosse dal più recente dibattito politico-costituzionale sviluppatosi nelle democrazie occidentali su temi quali i rapporti tra federazione e singoli stati suoi componenti, o sulla questione fiscale, l’autore osserva in primo luogo che, storicamente, il ruolo principale delle costituzioni è stato quello di proteggere i governati dalle ingerenze dei governi. In questa prospettiva – che è poi quella della tradizione liberale classica – Block riesamina quattro principi fondamentali della teoria politica liberale, diretti appunto a garantire la libertà del cittadino nei suoi rapporti con lo stato. Si tratta dell’individualismo, del diritto di proprietà privata, della preferenza accordata in via di principio ai mercati concorrenziali rispetto all’intervento pubblico quando siano in gioco questioni economiche, e infine della nozione di governo limitato. Block sostiene che questi principi mantengono intatta la loro validità, e che anzi dall’averli disattesi, con crescenti limitazioni ai diritti individuali soprattutto in materia economica e con l’espansione del settore pubblico, nascono quasi tutti i problemi più gravi che affliggono le democrazie contemporanee.

Starting from the most recent political-constitutional debate in western democracies on issues such as the relations between federations and their single component-states, or the fiscal question, the author observes first that, historically, the principal role of constitutions has been to protect the governed from the interference of governments. From this perspective – which is that of the classical liberal tradition – Block re-examines four fundamental principles of liberal political theory, designed precisely to guarantee the freedom of the citizen in his relations with the state: individualism, the right to private ownership, the preference granted, on principle, to competitive markets as opposed to public intervention in economic affairs and, finally, the notion of limited government. Block maintains that these principles still hold good: indeed, he claims that almost all the most serious problems which afflict contemporary democracies derive from failure to comply with these very principles, with increasing restrictions on individual rights, especially in economic affairs, and the expansion of the public sector.
Abstract

Liberalismo e scienza politica classica (Aristotele e Tommaso d'Aquino)

Liberalism and Classical Political Science (Aristotle and St. Thomas Aquinas)

Liberalismo e scienza politica classica (Aristotele e Tommaso d'Aquino)

La tesi principale dell’articolo è che il pensiero liberale contemporaneo può trovare un importante e indispensabile complemento nelle dottrine politiche dell’aristotelismo e del tomismo (la «scienza politica classica»). L’autore cerca di mostrare come il prevalere, all’interno della tradizione liberale del XX secolo, delle correnti di stampo illuministico e utilitaristico abbia reso il liberalismo incapace di dare delle risposte ad alcuni dei principali problemi contemporanei. Tra di essi l’autore sottolinea in particolare quello dell’autorità politica e del ruolo e della funzione dell’educazione. Il liberalismo dovrebbe quindi distaccarsi dalla prospettiva weberiana del «politeismo dei valori» per abbracciare una visione dell’individuo e della società che considera come centrale la ricerca di quali siano gli autentici fini dell’uomo. Tale prospettiva non è del resto affatto estranea alla tradizione liberale, come dimostrano pensatori quali Locke, Tocqueville, Madison, Montesquieu, Rosmini.

The main thesis of the article is that contemporary liberal thinking may find an important, indeed indispensable complement in the political doctrines of Aristotelism and Thomism (i.e., classical political science). The author attempts to show that the prevalence, within the liberal tradition in the twentieth century, of Enlightenment and utilitaristic currents has left liberalism incapable of responding to some of the principal contemporary problems. The author stresses the issues of political authority and the role and function of education in particular. Liberalism must thus break away from the Weberian concept of the polytheism of values to embrace a vision of the individual and society, with the pursuit of what may be defined as the authentic aims of man playing a central role. Such a standpoint is by no means divorced from liberal tradition, as thinkers such as Locke, de Tocqueville, Madison, Montesquieu and Rosmini demonstrate.
Abstract

Liberalismo e socialdemocrazia: la differenza dei principi politici

Liberalism and Social Democracy: The Difference of Political Principles

Liberalismo e socialdemocrazia: la differenza dei principi politici

Nel 1976, nella prefazione alla nuova edizione di The Road to Serfdom (1944), Hayek dava una «risposta – in complesso affermativa» all’interrogativo se fosse ancora «disposto a difendere tutte le principali conclusioni di The Road to Serfdom». Egli aggiungeva tuttavia che «all’epoca in cui scrivevo, socialismo significava in maniera inequivoca nazionalizzazione dei mezzi di produzione e pianificazione economica centralizzata, da quella resa possibile e necessaria»; mentre da allora in avanti socialismo «ha finito con l’indicare l’estensiva redistribuzione dei redditi realizzata via imposizione fiscale e mediante le istituzioni dello stato del benessere». Hayek concludeva dunque che, in quel modo, i medesimi effetti «si realizzano più lentamente, indirettamente e imperfettamente». La tesi di questo saggio è che, se si vuole che tale processo abbia termine, le democrazie liberali dovranno adottare e rispettare costituzioni fiscali fortemente restrittive: costituzioni, cioè, tali da limitare rigidamente il potere del governo di tassare, prendere in prestito e creare inflazione.

In his preface to the 1976 edition of The Road to Serfdom (1944), Hayek gave an ‘answer – on the whole affirmative’ to the question of whether he was still ‘prepared to defend all the main conclusion of The Road to Serfdom ’. But he added that: ‘At the time I wrote, socialism meant unambiguously the nationalisation of the means of production and the central economic planning which this made possible and necessary’; whereas since then socialism ‘has come to mean the extensive redistribution of incomes through taxation and the institutions of the welfare state’. Hayek then concluded that, in that sense, the same effects ‘are brought about more slowly, indirectly and imperfectly’. This paper argues that if this process is to be halted, then the liberal democracies will have to adopt and respect strongly restrictive fiscal constitutions; constitutions strictly limiting the powers of government to tax, to borrow and to inflate.
Abstract

Sul declino dell'obbligazione politica

On the Decline of Political Obligation

Sul declino dell'obbligazione politica

Questo saggio si apre con una rilettura dell’analisi, proposta da James Burnham nel 1941, della managerial revolution e della tecnocrazia. Prosegue poi con una disamina della crescente disaffezione dei cittadini nei confronti dei sistemi politici occidentali. In particolare, il lavoro propone una riflessione filosofica sulla concezione moderna dello stato e sul tramonto dei principi di legittimità nel corso degli ultimi due secoli, fino al punto che tali principi oggi non rappresentano più una spiegazione convincente del monopolio statale. Nella seconda parte del saggio, viene ricostruito il progressivo declino dell’obbligazione politica a favore delle domande di autogoverno tipiche di molti paesi occidentali; particolare attenzione viene dedicata alla profonda trasformazione politico-culturale in corso nell’Italia settentrionale (un mutamento che potrebbe ben preludere a nuovi sommovimenti politici in altri paesi appartenenti alla tradizione europea).

The essay begins with a reappraisal of James Burnham’s 1941 analysis of the managerial revolution and technocracy. It goes on to examine citizens’ growing disaffection with western political systems. In particular, it attempts a philosophical reflection on the modern conception of the state and on the demise of principles of legitimacy over the last two centuries to the point that today they no longer offer a sound justification for state monopoly. In its second part, the essay traces the decline of political obligation to the demands for self-government typical of many western countries, devoting particular attention to the profound political-cultural transformation under way in northern Italy (a change which might be the harbinger of new political upheavals in other countries within the European tradition).
Abstract

Contro il liberalismo debole

Against Weak Liberalism

Contro il liberalismo debole

Questo articolo contiene un’analisi critica della «teoria della giustizia» formulata da John Rawls nel libro omonimo, e ripresa di recente, con modifiche solo su punti sostanzialmente minori, in Political Liberalism. Le maggiori obiezioni rivolte da Boudon alla teoria rawlsiana sono due. In primo luogo, Boudon rimprovera al filosofo americano di approdare, in Political Liberalism, a una concezione di liberalismo politico talmente estenuata da perdere di significato, da poter essere qualificata come nulla più che «liberalismo del signor Chiunque». In secondo luogo, Boudon contesta la pretesa della teoria rawlsiana all’«equilibrio riflessivo», ossia all’accordo con quelle che sarebbero le percezioni del «senso comune». Una serie di esperimenti, citati da Boudon, dimostrano che la soluzione rawlsiana ai problemi di giustizia sociale (il cosiddetto «maximin») non è affatto quella che raccoglie il maggior consenso «intuitivo», anzi risulta del tutto minoritaria. Boudon conclude con un interrogativo: è davvero immaginabile accontentarsi di una teoria della giustizia di tipo procedurale, vietandosi qualunque riflessione sulla legittimità dei fini?

This article contains a critical analysis of the theory of justice formulated by John Rawls in his famous book of the same name, and recently reiterated with basically minor alterations in Political Liberalism. Boudon has two main objections to make against Rawls’s theory. First, he argues that the American philosopher’s conception of liberalism in Political Liberalism is now so threadbare as to be virtually meaningless – so much so that it might even be termed as no more than the liberalism of the man in the street. Secondly, Boudon questions Rawls’s theory’s assumption of reflexive equilibrium, of agreement, that is, with the alleged perceptions of common sense. Boudon cites a series of experiments to demonstrate that Rawls’s solution to the problem of social justice – the so called ‘maximin solution’ – is by no means the one that enjoys the greatest intuitive consensus: on the contrary, it proves to have only a minority following. Boudon concludes with a question: is it really imaginable for us to content ourselves with a procedural theory of justice without even attempting reflection on the legitimacy of its ends?
Abstract

Nuovi comunitari o vecchi autoritari?

New Communitarians or Old Authoritarians?

Nuovi comunitari o vecchi autoritari?

L’idea di comunità è oggi merce comune a destra per i conservatori e a sinistra per i comunitari. Il pericolo dunque è una sorta di autoritarismo strisciante, «pragmatico», a cui l’utilitarismo offre una base ideologica. L’utilitarismo infatti, diversamente dalle ideologie totalitarie basate su principi, può trasformarsi in una teoria dello stato finale del tutto priva, appunto, di principi. Da un punto di vista liberale, l’unica classificazione accettabile delle teorie politiche è quella che distingue fra teorie procedurali e teorie dello stato finale: ossia, fra teorie che, fondandosi sui diritti di libertà, intendono mettere gli individui in grado di perseguire la loro idea di felicità, e teorie che, opponendosi in via di principio ai diritti individuali o essendo prive di principi sul punto, o vogliono imporre la loro idea di felicità agli individui o arbitrariamente distribuiscono le opportunità di successo nella ricerca della felicità. La verità è che le comunità non hanno sui diritti dell’individuo più diritti di quanti ne abbia lo stato: e bisogna esserne consapevoli, se si vuole evitare un autoritarismo sotto nuove spoglie «comunitarie».

The community idea is common currency for conservatives on the right and communitarians on the left. It risks generating a sort of obsequious ‘pragmatic’ authoritarianism with utilitarianism as its ideological foundation. Unlike other principle-based totalitarian ideologies, utilitarianism is capable of developing into an end-state theory entirely devoid of principles. From a liberal viewpoint, the only acceptable classification of political theories is the one which distinguishes between procedural theories and end-state theories: that is, between theories founded on rights of freedom, hence designed to allow individuals to pursue their idea of happiness, and theories which, by opposing individual rights as a matter of principle or because they are devoid of relevant principles, either wish to impose their idea of happiness on individuals or randomly distribute opportunities for success in the pursuit of happiness. The truth is that communities have no more rights over the rights of individuals than the state has. It is necessary to grasp this if we are to prevent authoritarianism reappearing dressed in ‘communitarian’ clothing.
Abstract

Ruolo della famiglia e ruolo dello Stato

Human Capital, the Family and the State

Ruolo della famiglia e ruolo dello Stato

Il XX secolo può essere definito come l’età del capitale umano, nel senso che fattore primario del livello di vita di un paese è la sua capacità di sviluppare e utilizzare competenze, conoscenze, salute, usi e costumi dei suoi abitanti. Istruzione e formazione promuovono la crescita e l’efficienza, ma non solo: possono ridurre la diseguaglianza e le conseguenze negative di un ambiente di provenienza svantaggiato. Nei paesi avanzati dell’Occidente, le famiglie – dove il capitale umano si forma – sono però cambiate, tendono a essere sempre più piccole e sempre meno stabili. Ciò è dovuto in parte a tendenze di fondo dell’economia moderna, in parte a incentivi artificiali creati dal moderno Stato del benessere. Questi possono essere modificati senza danneggiare la vita economica e sociale moderna, anzi con enormi vantaggi. A titolo di esempio, vengono indicate le correzioni opportune in materia di assistenza alle madri nubili, previdenza sociale, servizi all’infanzia, istruzione.

The twentieth century may be defined as the era of human capital in the sense that the primary factor of any country’s standard of living is its capacity to develop and use the competences, knowledge, health and customs of its inhabitants. Education and training not only foster growth and efficiency, but also reduce inequality and the negative consequences of deprived backgrounds. In the advanced countries of the West, families – where human capital is formed – have changed and are now growing smaller and less stable. This is due, in part, to basic tendencies in the modern economy, and, in part, to artificial incentives created by the modern welfare state. These incentives can be modified without damage – on the contrary, with huge benefits – for modern social and economic life. By way of an example, the author cites possible adjustments in terms of assistance to unmarried mothers, social welfare, services for children and education.
Abstract

La libertà individuale nell'età della globalizzazione

Individual Freedom in the Age of Globalisation

La libertà individuale nell'età della globalizzazione

Il processo di globalizzazione segna la fine dell’epoca caratterizzata dalla coincidenza fra spazio politico (nel quale si esercita una sovranità democratica) e spazio economico (mercato nazionale politicamente controllato e indirizzato). La grande vittima di tale processo è lo stato nazionale moderno. Occorre dunque sforzarsi di riformulare il rapporto tra libertà individuale e istituzioni politiche non violente. Se la concezione dello stato come «male necessario» appare ormai insostenibile, ancor meno sostenibile appare la concezione dello stato propria del liberalismo democratico come strumento per espandere la libertà individuale e sociale. Se vogliamo mantenere il diritto di scegliere il modello di vita più adeguato al mantenimento della libertà individuale, dovremo rinunciare allo stato così come lo abbiamo finora inteso. Ma dobbiamo anche riconoscere che non sappiamo – né in pratica né, forse, in teoria – come sostituirlo.

The process of globalisation brings to an end the merging of political space (i.e., within which democratic sovereignty is exercised) and economic space (i.e., politically controlled and guided national markets). The prime victim of this process is the modern national state. It is thus vital to reformulate the relationship between individual freedom and non-violent political institutions. If the conception of the state as a ‘necessary evil’ now appears unsustainable, still less so is democratic liberalism’s view of it as a tool for expanding individual and social freedom. If we wish to maintain the right to choose the model of life best suited to the maintaining of individual freedom, we have to relinquish the state as we have known it to date. But we also have to acknowledge the fact that we do not know – neither in practice nor, arguably, in theory – how to replace it.
Abstract

L'internazionalismo liberale in epoca di globalizzazione

Liberal Internationalism in the Age of Globalisation

L'internazionalismo liberale in epoca di globalizzazione

Questo saggio si propone di valutare le prospettive del riformismo internazionalistico liberale in relazione alla nascita del nuovo ordine internazionale post-bipolare. Prendendo spunto dal pessimismo di Stanley Hoffmann circa la possibilità/capacità degli stati liberaldemocratici di promuovere valori liberali in ambito internazionale (soprattutto) nel mondo di oggi, l’autrice indica le ragioni per le quali l’attuale tendenza alla globalizzazione costituisce una nuova sfida, ma offre anche possibilità nuove, all’internazionalismo liberale. Un’analisi autenticamente liberale – del tutto svincolata dalla tradizione di ricerca realista – delle dinamiche proprie dell’ambito internazionale offre poi elementi conoscitivi originali, essenziali per la definizione degli strumenti utili a tradurre in pratica l’agenda del cambiamento liberale, imperniata sulla diffusione della democrazia a livello interno e sulla democratizzazione delle regole di governo dei processi politici internazionali.

This essay focuses on the perspective of international liberal reform in the international order which has emerged since the Cold War. After exploring Stanley Hoffmann’s pessimism about the possibility/capability of liberal states to promote liberal values in the international arena, the author states the reasons why the present globalising trend represents a new challenge, but also offers new chances for liberal internationalism. The new knowledge which truly liberal analysis, totally independent from the realist research tradition of international politics, offers on how the international arena works is an essential part of the liberal agenda for change. Such change, says the author, should be achieved largely through the spread of democracy within states and the democratisation of the rules governing international relations themselves.
Abstract

Le ragioni del federalismo in Italia

Arguments for Federalism in Italy

Le ragioni del federalismo in Italia

Negli ultimi venti anni, il federalismo, da visione del tutto minoritaria, relegata nella storiografia della formazione dello Stato nazionale tra le ipotesi possibili e non realizzate, è diventato in Italia il termine di riferimento prospettico di riforma della struttura dello Stato, adottato dalle ideologie e dalle tradizioni politiche più disparate. Lo scopo di questo lavoro è di delineare i cleavages teorici fondamentali della teoria federalistica contemporanea, e di verificare in quale misura i concetti federalistici, o neo-federalistici, possano essere utili nel comprendere le questioni fondamentali che si pongono al paese. Sebbene vi siano buone ragioni per ritenere che l’attuazione del federalismo non avrebbe tutte e solo conseguenze positive, le ragioni del federalismo trovano una base solida nelle conseguenze della spesa pubblica sulla crescita economica e nel trasferimento di gran parte delle funzioni dallo Stato nazionale all’Unione Europea.

In the last twenty years, in Italy federalism has turned from an entirely minority vision, relegated among possible and unaccomplished hypotheses to the historiography of the formation of the national state, into the possible term of reference for the reform of the structure of the state adopted by the most disparate political ideologies and traditions. The aim of this essay is to outline the fundamental theoretical cleavages of contemporary federalist theory, and to verify to what extent federalist or neo-federalist concepts may serve to understand the key questions that the country has to address. Although there are good reasons to believe that the implementation of federalism would not have solely positive consequences, arguments for it have a solid base in the consequences of public spending for economic growth and in the transfer of most national state functions to the European Union.
Abstract

Le chances di vita

Life Chances

Le chances di vita

La riflessione sulla felicità e sui mezzi per assicurarla è una costante del pensiero umano ed è alla radice di molta teoria politica liberale. Tuttavia, per definire gli obiettivi sociali e politici di un liberalismo attivo abbiamo bisogno di una nozione che ancori le possibilità di crescita umana a modelli di strutture sociali: vale a dire di una nozione che ci metta in condizione di dare sostanza tanto alle teorie sociali della trasformazione quanto alla teoria politica della libertà. A questo scopo non sono sufficienti, per motivi diversi, né la nozione di utilità né quella di funzione del benessere, la prima perché trascura i diritti, la seconda perché rappresenta un concetto meramente descrittivo e non consente giudizi valutativi. La nozione di opportunità, di chances di vita, si dimostra invece appropriata allo scopo, in quanto corrisponde a quattro requisiti: a) è sociale, nel senso di non dipendere dalla percezione individuale; b) è strutturale, nel senso di definire il fine desiderato sulla base di modelli di organizzazione sociale; c) è storica, per il fatto di essere sociale e strutturale; d) è teorica, in quanto trascende, in linea di principio, da tutte le società esistenti e dalle loro potenzialità note. Le chances di vita, in questa accezione, sono funzioni di due elementi, opzioni e legature. Le legature danno significato e ancoraggio alle persone e alle loro azioni, mentre le opzioni mettono in rilievo la portata e l’orizzonte dell’azione. Le chances di vita possono essere ampliate non solo con la ricerca di un equilibrio ottimale tra opzioni e legature date, ma anche incrementando entrambe. In realtà il fine ultimo di una ricerca attiva della libertà potrebbe essere proprio quello di promuovere tale crescita del potenziale umano. La libertà è una prescrizione morale e politica, le opportunità di vita sono un concetto sociale. Non tutti devono essere liberali attivi, questo è uno dei principi base della società aperta. Ma se diamo per scontata l’incertezza della condizione umana, e se riteniamo che la nostra vita su questa terra abbia o almeno debba avere un senso, allora la libertà come ricerca di più ampie chances di vita per un maggior numero di uomini non è il peggiore degli obiettivi.

Reflection on happiness and the means of ensuring it is a constant of human thought, at the root of much liberal political theory. Nonetheless, to define the social and political objectives of an active liberalism, we need a notion that anchors the possibilities of human growth to models of social structure: that is to say, a notion that enables us to give substance both to social theories of transformation and to the political theory of liberty. For different reasons, neither the notion of utility nor that of the welfare function suffice to this end: the first because it overlooks rights, the second because it represents a merely descriptive concept and does not allow for value judgments. But the notion of opportunity, of life chances, proves appropriate inasmuch as it corresponds to four prerequisites: a) it is social, in the sense that it does not depend on individual perception; b) it is structural, in the sense that it defines the desired end on the basis of models of social organisation; c) it is historical, insofar as it is social and structural; d) it is theoretical insofar as, in principle, it transcends all existing societies and their known potential. Life chances, in this interpretation, are functions of two elements: options and linkages. Linkages provide meaning and anchorage for people and their actions, while options highlight the scope and horizon of action. Life chances may be broadened not only by pursuing an optimal balance between given options and linkages, but also by increasing both. In reality, the ultimate end of an active search for liberty might be precisely that of promoting this growth of human potential. Liberty is a moral and political prescription, life opportunities are a social concept. Not everyone must be an active liberal; this is one of the basic principles of the open society. But if we take for granted the uncertainty of the human condition, and if we believe that our life on this earth has, or at least must have a meaning, then liberty as the search for broader life chances for a greater number of people is not the worst of objectives.
Abstract

Il liberalismo che precede i liberalismi

The Liberalism that Precedes Liberalisms

Il liberalismo che precede i liberalismi

La tesi dell’autore è che il liberalismo può essere ricondotto a una ben distinta e distintiva connotazione storica, a condizione di essere il «liberalismo puro e semplice» (al singolare), con l’aiuto di appropriate distinzioni. Occorre innanzitutto distinguere il liberalismo dal laissez-faire, dall’economia di mercato: lo Stato liberale infatti non si caratterizza innanzitutto per la sua dimensione, o per la quantità di cose che fa; si caratterizza per la sua struttura, ed è perciò, prima e innanzitutto, uno Stato costituzionale nell’accezione garantista del termine. Solo dopo aver distinto il liberalismo dal liberismo si può discutere in modo appropriato e proficuo il loro rapporto. Il liberalismo non può essere ridotto a premesse o presupposti economici. Il liberalismo pregia e difende l’individuo, e lo difende con quella sicurezza che gli dà la sua proprietà; una proprietà che è garanzia, e che non ha nulla da spartire con una visione economica della vita. Il liberalismo, in secondo luogo, va distinto dalla libertà: esso infatti, nella sua connotazione storica fondamentale, può essere definito come la teoria e la prassi della protezione giuridica, attraverso lo Stato costituzionale, della libertà individuale. Occorre, infine, distinguere tra «liberalismo puro» e liberalismo democratico: il liberalismo è innanzitutto tecnica di controllo e di limitazione del potere dello Stato, mentre la democrazia è l’inserimento del potere popolare nello Stato. Il liberalismo ha mostrato che il potere assoluto, il potere arbitrario, può essere domato; ha spezzato il circolo vizioso del quis custodiet custodes?, di chi controllerà i controllori; ha effettivamente liberato l’uomo dalla paura del Principe. E purtuttavia il liberalismo, oggi, è in declino. Fino a oggi abbiamo ancora una democrazia nel liberalismo, nel contesto del liberalismo. Ma il rischio che si giunga a una democrazia senza liberalismo – al perfetto Leviatano – non può, purtroppo, essere escluso.

The author’s thesis is that liberalism – provided it is ‘pure and simple liberalism’ (in the singular) – can be traced to a distinct and distinctive historical condition, with the help of appropriate distinctions. It is necessary, first of all, to distinguish liberalism from laissez-faire, from the market economy: the liberal state is not in fact characterised principally by its size or by the quantity of the things it does: it is characterised, instead, by its structure and is thus, first and foremost, a constitutional state in the ‘civil rights’ interpretation of the term. Only after distinguishing liberalism from liberisme is it possible to discuss their relationship appropriately and constructively. Liberalism cannot be reduced to economic premises and presuppositions. Liberalism values and defends the individual with the security that his property provides him – a property that is a guarantee and has nothing in common with an economic vision of life. Liberalism, in the second place, should be distinguished from liberty: in its fundamental historical connotation, it may in fact be defined as the theory and praxis of legal protection, through the constitutional state, of individual liberty. It is necessary, finally, to distinguish between ‘pure liberalism’ and democratic liberalism: liberalism is, above all, a technique for controlling and limiting the power of the state, whereas democracy is the insertion of popular power into the state. Liberalism has shown that absolute power, arbitrary power, can be tamed: it has broken the vicious circle of quis custodiet custodes? (who will guard the guards?) and has effectively liberated man from fear of the Prince. Even so, liberalism is on the decline today. So far we have had democracy in liberalism, in the context of liberalism. But the risk of arriving at democracy without liberalism – at the perfect Leviathan – cannot, alas, be excluded.
Abstract

Il liberalismo come arte della separazione

Liberalism and the Art of Separation

Il liberalismo come arte della separazione

L’autore propone un’interpretazione del liberalismo fondata sui concetti di pluralismo e integrità istituzionale. Secondo Walzer, la caratteristica principale del liberalismo è l’arte della separazione e definizione dei limiti dei diversi aspetti istituzionali della società (politico, economico, accademico, religioso eccetera) allo scopo di rendere reciprocamente autonome tali differenti sfere di libertà. L’autonomia crea spazi variegati di libertà individuale e favorisce lo sviluppo di forme specifiche di eguaglianza sociale. Nel passato, spezzando le antiche gerarchie sociali e istituzionali, il liberalismo aprì la strada all’emancipazione individuale, ponendo per la prima volta gli individui su un piano di parità, almeno formale, e creando nuove forme istituzionali capaci di mantenere e perpetuare tale libertà. Walzer, tuttavia, sostiene che il liberalismo dovrebbe essere riconsiderato sotto almeno due profili. In primo luogo, egli critica gli assunti filosofici individualisti, sottolineando l’esigenza di tenere in maggior considerazione i legami morali e materiali che vincolano individui e istituzioni, reinterpretando dunque l’idea di libertà politica in termini di integrità istituzionale; ovvero in termini di autonomia e intangibilità dell’attività sociale, in assenza della quale il singolo individuo non potrebbe «esistere». In secondo luogo, Walzer afferma che il liberalismo, col porre un’enfasi eccessiva sulla libertà di mercato, non ha tenuto conto del fatto che grandi concentrazioni di ricchezza possono sconvolgere l’equilibrio della libertà fra le diverse sfere istituzionali e dunque agire esattamente come il potere politico prima che fosse limitato dall’arte liberale della separazione. Walzer, pertanto, propone una revisione del liberalismo che tenga conto dell’esigenza di imporre limiti a questa particolare forma di potere, definendo la sfera di azione del mercato mediante la «socializzazione» della sfera dell’attività economica.

The author puts forward an interpretation of liberalism which focuses on the concepts of pluralism and institutional integrity. According to Walzer, the principal characteristic of liberalism is the art of separation and definition of the limits of the various institutional aspects of society (political, economic, academic, religious etc.) with the aim of making these different spheres of activity mutually autonomous. This autonomy creates various spaces of individual liberty and favours the development of specific forms of social equality. In the past, by breaking the old social and institutional hierarchies, liberalism opened the way to individual emancipation, putting individuals for the first time, at least formally, on an equal footing and creating new institutional forms capable of maintaining and perpetuating that liberty. However, Walzer maintains that liberalism should be reconsidered in at least two respects. First, he criticizes individualistic philosophical assumptions, underlining the need to take into greater consideration the moral and material links which bind individuals and institutions, thus reinterpreting the idea of political liberty in terms of institutional integrity or in terms of the autonomy and intangibility of social activity without which the single individual could not ‘exist’. Secondly, Walzer claims that, by putting too much emphasis on market freedom, liberalism has failed to take into account the fact that great concentrations of wealth can upset the equilibrium of liberty between the various institutional spheres and therefore act exactly as political power used to before it was limited by the liberal art of separation. Walzer therefore proposes a revision of liberalism which takes account of the need to impose limits on this particular form of power, defining the range of action of the market by means of ‘socialization’ of the sphere of economic activity.
Abstract

Liberalismo, socialismo e democrazia

Liberalism, Socialism and Democracy

Liberalismo, socialismo e democrazia

L’autore intende difendere una interpretazione liberal-socialista della democrazia. Per far ciò, il saggio inizia con l’ammettere una priorità sia storica che teorica del liberalismo nei confronti del socialismo, quindi prosegue col mostrare i limiti del liberalismo sostenendo che è necessaria una sua integrazione in senso socialista. Il liberalismo può essere caratterizzato come una particolare dottrina economica, politica ed etica tesa a promuovere, rispettivamente, l’efficienza economica, la tolleranza politica e la neutralità etica. L’efficienza economica deve essere integrata da considerazioni di equità. Infatti, a) non tutte le distribuzioni che risultano Pareto-ottimali risultano eque e b) non tutti i beni, non ad esempio quelli ambientali, hanno un prezzo, anche se posseggono un indubbio valore. Per risolvere questi problemi è necessario ricorrere, a parere dell’autore, a un concetto di giustizia non puramente formale e procedurale (che caratterizza il liberalismo), ma anche di tipo sostanziale (che caratterizza il socialismo). Il concetto di tolleranza deve essere integrato da una visione oggettiva del bene pubblico. Infatti, se vogliamo risolvere i problemi sollevati dal teorema di Arrow, che dimostra l’impossibilità di aggregare in un’unica scelta collettiva tutti i possibili ordinamenti di preferenza individuali, dobbiamo impegnarci in valutazioni sulle varie concezioni del bene, limitando perciò l’applicabilità del criterio di tolleranza. Ciò può essere fatto, infine, rivolgendosi a un’etica pubblica di tipo liberal-socialista. L’avalutatività e la neutralità etica devono essere completate da una teoria dell’integrità, che presupponga un legame forte e necessario tra concezione dell’io e processi collettivi. Senza tale presupposto sarebbe assai difficile immaginare qualsiasi rapporto (sia pure controverso) tra autonomia individuale e felicità collettiva.

The author aims to defend a liberal-socialist interpretation of democracy. He, thus, begins the essay by admitting liberalism’s historical and theoretical priority over socialism: he proceeds to demonstrate the weaknesses of liberalism, pointing out the necessity for its integration into socialism. Liberalism may be defined as a particular economic, political and moral doctrine designed to foster economic efficiency, political tolerance and moral neutrality. Economic efficiency must be integrated by considerations of equity. Indeed, a) not all the distributions emerging as Pareto-optimal are equitable, and b) not all goods – eg, those linked to the environment – have a price even, if they do possess a value. The author feels that to solve these problems, it is necessary to resort to a concept of justice that is not purely formal and procedural (as in the case of liberalism), but that is, to some extent, fundamental (viz. socialism). The concept of tolerance must be integrated by an objective vision of the common good. Indeed, if we wish to solve all the problems posed by Arrow’s theorem (which demonstrates the impossibility of aggregating all the preferred system of individuals into one collective solution), we must strive to assess the various possible conceptions of the common good, hence restricting the applicability of the criterion of tolerance. This is possible by means of liberal-socialist public ethics. Ethical a-valuation and neutrality must then be completed by a theory of integrity presupposing a firm and necessary bond between the conception of the self and collective processes. It would otherwise be extremely difficult to imagine any relationship whatsoever (even a debatable one) between individual autonomy and collective happiness.
Abstract

Sulla distinzione tra desideri e bisogni

On the Distinction between Desires and Needs

Sulla distinzione tra desideri e bisogni

Argomento di questo saggio è il confronto fra modi diversi di trattare le preferenze individuali. Tale confronto viene realizzato nel contesto della teoria politica liberale, il suo fine essendo quello di stabilire se sia possibile definire un criterio per giudicare l’importanza delle preferenze individuali: un criterio che ci abiliterebbe a circoscrivere quelle preferenze meritevoli di speciale considerazione pubblica. In altre parole, l’idea è di distinguere fra preferenze che rappresentano esclusivamente «desideri» e altre che costituiscono anche «bisogni». L’autrice esamina tre soluzioni possibili: un modello del benessere, un modello minimalista, un modello moderatamente anarchico, analizzandone limiti e contraddizioni. La sua soluzione preliminare al dilemma sarebbe l’identificazione di un criterio per trattare le preferenze che tenga conto di ciò che realmente significa sperimentare i vantaggi/svantaggi della soddisfazione/frustrazione di certi desideri. Tale criterio dovrebbe fondarsi sulla nozione di standard di vita, derivati da riferimenti costitutivi quanto agli aspetti materiali e contestuali della libertà e al controllo sul comportamento e sull’azione che la disponibilità di beni garantisce alle persone.

The topic of this paper is the comparison between different ways of dealing with individual preferences. The comparison is made in the context of liberal political theory, its aim being to establish whether it is possible to pinpoint a criterion for judging the importance of individual preferences: a criterion, that is, that would enable us to circumscribe those preferences worthy of special public consideration. In other words, the idea is to distinguish between preferences that represent solely ‘desires’ and other that also constitute ‘needs’. The author examines three possible solutions: a welfare model, a minimalist model and a moderate anarchic model, analysing their limitations and contradictions. Her preliminary solution to the dilemma is the identification of a criterion for dealing with preferences, taking into account what it actually means to experience the advantages/disadvantages of the satisfaction/frustration of certain desires. This criterion should be based on a notion of standards of living deriving from constitutive references to material and contextual aspects of liberty and to the control over behaviour and action which goods guarantee people.
Abstract

Liberalismo pragmatico

Pragmatic Liberalism

Liberalismo pragmatico

Avendo come obiettivo una rivisitazione del filone americano del liberalismo pragmatico, l’autore parte da una critica della teoria liberale classica, in cui ravvisa un eccesso di astrazione formale e procedurale. Il problema vero che si pone a chi deve compiere scelte di rilevanza pubblica è quello del rapporto fra teoria e pratica: ossia di analizzare, valutare, eventualmente correggere modelli organizzati di azione umana, tipi di pratiche, alla luce di valori liberali. È proprio a questa esigenza che il liberalismo pragmatico vuole rispondere, proponendo l’applicazione di principi liberali alle varie forme di azione sociale organizzata, ai modi collettivi di «fare le cose» che emergono e si affermano all’interno della società liberale. Questo implica un ruolo dello stato più attivo e differenziato di quello immaginato dai liberali classici, nonché l’applicazione del fondamentale principio liberale della rule of law non solo allo stato ma anche alle organizzazioni private. Per il liberalismo pragmatico, la legittimità del regime pluralista dipende da un’interpretazione evolutiva della teoria liberale classica in sé. La nuda teoria del liberalismo classico parla soltanto dei diritti degli individui contro lo stato e della formazione di un ordine spontaneo attraverso il contratto e il mercato. Non dice dunque abbastanza della natura economica e politica dell’azione collettiva disciplinata, dei diritti degli individui contro gli abusi del potere privato, del ruolo dello stato nell’assicurare l’autonomia dell’associazione pluralista e nel garantire che le funzioni pubbliche vitali di tali associazioni vengano assolte efficacemente, coscienziosamente e riflessivamente. Questo non significa certo che i liberali pragmatici amino più di altri tipi di liberali l’idea di uno stato intrusivo e invadente: semplicemente, sostengono che la politica liberale è un processo di indagine continua rivolta ai caratteri sostanziali delle specifiche tecnologie, attività e processi che si affermano all’interno della struttura delle norme liberali. Questo amplia l’ambito delle politiche pubbliche e consente che esse siano differenziate, rinunciando all’astratta pretesa di ridurre ogni forma di attività alle stesse «leggi del mercato», e riconoscendo le diverse origini, storiche e istituzionali, tanto delle varie attività economiche quanto delle diverse organizzazioni e associazioni.

The author’s aim is to review the American school of pragmatic liberalism. He starts with a critique of the theory of classic liberalism, detecting excessive formal and procedural abstractions therein. The real problem facing anyone taking decisions of public importance is the relationship between theory and practice: he has to analyse, evaluate and, if necessary, correct organised patterns of human action and practices in the light of liberal values. This is the target of pragmatic liberalism, which suggests that liberal principles be applied to the various forms of organised social action and the collective ways of ‘doing things’ that emerge and assert themselves within liberal society. This implies that the state must have a more active role, differentiated from that imagined by liberals of the classic school. What is more, the fundamental liberal principle of the rule of law must be applied not only to the state but also to private organisations. For pragmatic liberalism, the legitimacy of the pluralist regime depends on an evolving interpretation of liberal political theory itself. The bare theory of classic liberalism tells us only of the rights of individuals against the state and of the formation of spontaneous order through contract and the market. It does not tell us, then, enough about the political and economic nature of disciplined collective action, of the rights of individuals against abuses of private power, of the role of the state in securing the autonomy of the pluralist association and in guaranteeing that the vital public functions of these associations are efficiently, conscientiously and reflectively performed. This, of course, does not mean that pragmatic liberals like the idea of an active, intrusive state more than other types of liberals. They merely argue that liberal policy is an ongoing process of inquiry into the essential features of the specific technologies, activities and processes which assert themselves within the framework of liberal norms. The scope of public policies is thus extended. By abandoning the abstract claim that every form of activity is limited by the same ‘market laws’ and acknowledging the different historical and institutional origins of the various economic activities and different organisations and associations, public policies themselves may also be differentiated.
Abstract

È possibile il governo limitato?

Is Limited Government Possible?

È possibile il governo limitato?

Tema di questo articolo è un’analisi e una critica delle posizioni neo-contrattualistiche di Rawls e Buchanan e di alcune tesi di Hayek. Nucleo centrale della critica è l’affermazione che i beni, le norme che presiedono alla loro distribuzione e le meta-norme per scegliere queste ultime formano un’unica gerarchia la cui costruzione dipende esclusivamente dalle nostre preferenze e interessi nei beni finali in gioco. In un paradigma di pura massimizzazione dell’utilità, null’altro può spiegare le scelte costituzionali. Della tesi si offre una dimostrazione di tipo logico e formale, per arrivare alla conclusione che in regime di sovranità popolare (democrazia) tenderà in ogni caso ad affermarsi una costituzione che massimizza l’ambito delle scelte riservate alla sfera pubblica (governo illimitato) e minimizza la coalizione decisiva che può legittimamente assumere tali scelte (regola della maggioranza semplice). Tale dimostrazione logica è peraltro ampiamente confermata dalla reale evoluzione storica di tutti i regimi democratici. A impedire tale esito, dunque, non valgono gli accorgimenti e gli espedienti costituzionali. Può evitarlo soltanto l’accettazione non ragionata, da parte di settori significativi della società, di determinate proposizioni metafisiche. Solo la libera accettazione, da parte degli individui, di limiti posti all’ambito della pura ragione, del mero calcolo costi-benefici, può far sì che essi non optino in favore di politiche pubbliche possibili, che pure promuoverebbero i loro interessi, se tali politiche violassero il diritto naturale.

This paper is an analysis and critique of the neo-contractarian positions of Rawls and Buchanan and some of the theses of Hayek. The central point is that goods, the rules for distributing them and the meta-rules for choosing these rules, form a single hierarchy whose ordering depends solely on our preferences and interests in the final goods at stake. In a pure utility-maximising paradigm, nothing else can possibly explain constitutional choice. Logical and formal analysis of the thesis reaches the conclusion that what will inevitably tend to arise from popular sovereignty (ie, democracy) is a constitution maximising the area of choice controlled by the public sphere (unlimited government), and minimising the decisive coalition that will take on such choices (the rule of the bare majority). This logical demonstration is also backed up by the real historical evolution of democratic systems. Constitutional contrivances and expedients fail to prevent this outcome. All that can stop it is unreasoning acceptance, by significant sectors of society, of certain metaphysical propositions. Individuals must freely accept limits to the scope of pure reason and to the mere calculation of costs-and-benefits, if they are not to opt for public policies which, though promoting their interests, would be liable to violate natural law.
Abstract

Ridefinire il liberalismo

Redefining Liberalism

Ridefinire il liberalismo

Questo articolo rappresenta un tentativo di trovare una definizione corretta del concetto stesso di liberalismo. Dopo aver esaminato le critiche al liberalismo avanzate da studiosi quali Horkheimer, Marcuse e Carl Schmitt, l’autore considera le analogie e le differenze fra diversi pensatori appartenenti alla tradizione liberale. Infine, viene affrontato il problema di una fondazione epistemologica del liberalismo. L’autore ritiene che il «razionalismo critico» di Karl Popper e Hans Albert non possa rappresentare una base solida per il pensiero liberale. Fra la «comunità scientifica» e la «comunità politica» non vi è coincidenza alcuna. Il «mondo dei valori», che costituisce l’oggetto principale della politica, non può trovare fondamento alcuno nella scienza. Come assai più promettente approccio filosofico al liberalismo, l’autore individua la cosiddetta «filosofia pratica», una tradizione di pensiero che risale ad Aristotele, e che è stata riscoperta solo di recente da filosofi quali Hannah Arendt e George Gadamer.

This article is an attempt to find a proper definition of the very concept of liberalism. After examining the critical theses on liberalism produced by such thinkers as Horkheimer, Marcuse and Carl Schmitt, the author considers the analogies and the differences between various thinkers of the liberal tradition and ends by considering the problem of an epistemological foundation of liberalism. The author believes that Karl Popper and Hans Albert’s ‘critical rationalism’ cannot represent a viable basis for liberal thought. There is no coincidence at all between the ‘scientific community’ and the ‘political community’. The ‘world of values’, which is the main object of politics, cannot have any foundation in science. As a more viable philosophical view for liberalism, the author considers the so-called ‘practical philosophy’, a tradition which originated with Aristotle, and which was only recently rediscovered by philosophers such as Hannah Arendt and George Gadamer.
Abstract

Com’è nato il liberalismo in Europa / L’esperienza costituzionale francese

How Liberalism Came About in Europe / The French Constitutional Experience

Com’è nato il liberalismo in Europa / L’esperienza costituzionale francese

Il saggio esamina la peculiarità del rapporto tra liberalismo e istituzioni in Francia, soprattutto in confronto alle esperienze di Gran Bretagna e Stati Uniti. L’autore individua la caratteristica della cultura politica francese nel fatto che in Francia l’idea di sovranità come unità trascendente abbia attraversato la Rivoluzione trasferendosi dal monarca alla nation, considerata come la società «incoronata della sovranità politica», entità collettiva e istituzionale insieme. I modi in cui, dalla Rivoluzione in poi, la nation è stata variamente intesa come istituzione trascendente, tra popolo e corpo legislativo, vengono esaminati anche in relazione alle diverse concezioni e modalità del potere esecutivo, tema, quest’ultimo, particolarmente complesso per il costituzionalismo francese. Ampio spazio è dedicato alla questione di quanto il pensiero liberale sia stato presente durante il periodo della Restauration (1814-1830) e della Monarchie de Juillet (1830-1848). Dopo la Costituzione della Terza Repubblica, la più parlamentare fino allora, e quella della Quarta, che definì più esplicitamente il ruolo del parlamento, con la Costituzione del 1958 «sono fusi insieme i princìpi della Rivoluzione relativi alla sovranità nazionale e ai diritti umani e la logica del governo parlamentare», in una nuova prospettiva del concetto di nation.

This essay examines the peculiarity of the relationship between liberalism and institutions in France, especially in comparison with the experiences of Great Britain and the United States. For the author, the distinctive characteristic of French political culture lies in the fact that, in France, the idea of sovereignty as a transcendent unit continued through the Revolution, transferring itself from monarch to nation, considered as the society ‘crowned by political sovereignty’, at once a collective and institutional entity. Since the Revolution, the ways in which the nation has been variously interpreted as a transcendent institution, between the people and the body of the law, are also examined in relation to the different conceptions and procedures of the executive – a particularly complex theme, this, for French constitutionalism. Considerable space is given over to the question of how far liberal thought was present during the periods of the Restauration (1814-1830) and the Monarchie de Juillet (1830-1848). Following the setting up of the Third Republic, the most parliamentary until then, and of the Fourth – which defined parliament’s role more explicitly – the Fifth Republic, with the 1958 Constitution, ‘blended together the revolutionary principles of national sovereignty and human rights and the logic of parliamentary government’ in a new perspective of the nation concept.
Abstract

Com’è nato il liberalismo in Europa / La storiografia liberale tra Otto e Novecento

How Liberalism Came About in Europe / Liberal Historiography in the nineteenth and twentieth centuries

Com’è nato il liberalismo in Europa / La storiografia liberale tra Otto e Novecento

Larga parte della storiografia accademica otto-novecentesca, almeno fino alla seconda guerra mondiale, si configura come storia dello stato-nazione, che ne costituisce a un tempo l’oggetto privilegiato, la cornice istituzionale e l’orizzonte progettuale; ciò che più di ogni altra cosa contraddistingue al suo interno un filone specificamente liberale, alternativo a quello conservatore di matrice rankiana, sembra essere appunto la ricerca della difficile conciliazione tra principio di libertà, intesa come valore etico-politico universale e assoluto, rispetto delle individualità storico-nazionali e valorizzazione delle comuni tradizioni di civiltà dei popoli europei avviata dalla scuola francese post-rivoluzionaria. Servendosi del filo conduttore offerto da una siffatta proposta di concettualizzazione della storiografia liberale, che comporta il rifiuto di ridurla a fenomeno puramente partitico e denominazionale, l’autore individua una sua linea evolutiva (lungo la quale, beninteso, battute d’arresto e arretramenti si alternano a successi e slanci innovativi) e ne ripercorre gli snodi salienti.

At least until World War II, much of nineteenth- and twentieth-century academic historiography consisted of the history of the nation-state, at once its favourite subject, institutional framework and planning horizon. What most marks a specifically liberal trait in it – alternative to the Rankian conservative one – would appear to be precisely the pursuit of a difficult reconciliation between the principle of liberty, seen as a universal and absolute ethical-poetical value compared to historical-national individualities, and the improvement of the common traditions of civilisation of European peoples launched by the post-Revolutionary French school. Using the guiding thread offered by this way of conceptualising liberal historiography – which means refusing to reduce it to a purely party-political and denominational phenomenon – the author identifies a line of evolution of his own (along which, of course, hold-ups and steps backwards alternate with successes and flashes of innovation) and reconstructs the salient stages along the way.
Abstract

Com’è nato il liberalismo in Europa / Il liberalismo classico in Polonia

How Liberalism Came About in Europe / Classical Liberalism in Poland

Com’è nato il liberalismo in Europa / Il liberalismo classico in Polonia

Il problema affrontato da Pawel Kloczowski nel suo saggio è spiegare per quale motivo l’affermazione di von Mises, secondo il quale l’Europa non è stata praticamente toccata dallo spirito liberale, possa dirsi contemporaneamente vera e falsa. A tal fine lo studioso esamina la storia del suo paese natale, la Polonia, ravvisando nella sua antica costituzione alcuni elementi indubbiamente di stampo liberale, quali l’elezione del re e le considerevoli limitazioni del suo potere, o il diritto di veto di ciascun membro del parlamento. Kloczowski ricorda tuttavia come la stessa debolezza dello stato polacco abbia contribuito alla sua rovina, culminata nella terza spartizione del 1795. Di lì innanzi i polacchi avrebbero partecipato alle lotte per la libertà nazionale in patria e all’estero, rappresentando quindi la lacerante contraddizione tra liberalismo classico, incentrato sulla libertà dell’individuo, e liberalismo nazionale, che assume come bene politico supremo la libertà dallo straniero. Ciò conduce Kloczowski, sulla scorta delle riflessioni di Tocqueville, Edmund Burke, Samuel Huntington, a indagare più a fondo il difficile rapporto tra individuo e comunità politica, società democratica e aristocratica, progresso e tradizione, riproducendo, in sintesi, i termini fondamentali del dibattito tra liberalismo e conservatorismo.

In this essay, Pawel Kloczowski seeks to explain the reason why von Mises’s assertion that Europe has remained virtually untouched by the liberal spirit may be said, at one and the same time, to be both true and false. To do so he examines the history of his native country, Poland, noting elements of a clear liberal inspiration in its old constitutions: from the election of the king and considerable limitations on his power to the right of veto of each member of parliament. Kloczowski recalls, however, how it was the very weakness of the Polish state that contributed to its ruin, the culmination of which was the third division in 1795. Since then Poles have taken part in struggles for national liberty at home and abroad, thus representing the painful contradiction between classical liberalism, centred on the liberty of the individual, and national liberalism, which sees the liberty from foreign rule as the supreme political good. This leads Kloczowski to review the reflections of Tocqueville, Edmund Burke and Samuel Huntington and further explore the difficult relationship between individual and political community, democratic and aristocratic society, progress and tradition, thus summing up the fundamental terms of the debate between liberalism and conservatism.
Abstract

Com’è nato il liberalismo in Europa / L’idea di stato di diritto

How Liberalism Came About in Europe / The Idea of the Rechtstaat

Com’è nato il liberalismo in Europa / L’idea di stato di diritto

In questo articolo viene offerta una lettura del liberalismo attraverso il concetto di stato di diritto. L’autore, dopo aver introdotto il rapporto ambivalente tra stato e diritto – il diritto quale mezzo di sovranità dello stato o lo stato dominato dal diritto – evidenzia come sia possibile parlare di stato di diritto dalla fine del secolo XVIII con l’assolutismo illuminato, che per primo cominciò a garantire la persona e la sua proprietà. Il fatto che oggi si ravvisi nella democrazia l’ordinamento statale più adatto allo stato di diritto è occasione per delimitare meglio il concetto di democrazia e per dimostrarne l’incompatibilità con lo stato di diritto, a meno che non si tratti di una «democrazia addomesticata in senso costituzionale». Segue l’analisi dello sviluppo dell’idea di stato di diritto a partire dalle prime teorizzazioni di Immanuel Kant e Wilhelm von Humboldt. Successivamente, attraverso le parole dei giuristi, l’autore affronta lo sviluppo sul piano pratico di tre concezioni differenti di stato di diritto – da quella iniziale materiale a quella formale del positivismo giuridico a quella rimaterializzata di stato di diritto sociale – e lo sviluppo della giurisdizione costituzionale, ovvero del controllo della conformità delle leggi alla Costituzione. Conclude l’articolo un confronto tra l’idea di stato di diritto e quella di rule of law attraverso l’evidenziazione di alcune analogie e differenze limitatamente al caso inglese.

In this essay the author interprets liberalism through the concept of the Rechstaaat, or the law-based state. After outlining the ambivalent relationship between state and law – law as a means of state sovereignty and the state dominated by law – he stresses how it has been possible to speak of the law-based state since the end of the eighteenth century, when enlightened absolutism began to guarantee the person and his property. The fact that today we see democracy as the system most suitable to the law-based state provides an opportunity to better delimit the concept of democracy and demonstrate its incompatibility with the law-based state, unless it is a ‘democracy domesticated in a constitutional sense’. Setting out from the first theorisations of Immanuel Kant and Wilhelm von Humbold, the author then analyses the development of the idea of the law-based state. He goes on to use the words of legal scholars to address the practical development of three different conceptions of the law-based state – from the initial material one to the formal one of legal positivism to that, again material, of the law-based welfare state – and of constitutional jurisdiction, namely the control of the conformity of laws to Constitution. Nörr concludes the essay with a comparison between the idea of the law-based state and that of the rule of law, highlighting analogies and differences in the specific case of Britain.
Abstract

Com’è nato il liberalismo in Europa / La nascita del liberalismo in Spagna

How Liberalism Came About in Europe / Early Spanish Liberalism

Com’è nato il liberalismo in Europa / La nascita del liberalismo in Spagna

L’articolo passa in rassegna i numerosi e importanti autori spagnoli che hanno contribuito, a partire dal 1500 fino agli inizi del 1800, allo sviluppo del pensiero liberale occidentale. In particolare, Schwartz attribuisce alla Scuola di Salamanca, fin dal XVI secolo, l’introduzione del concetto di sovranità popolare, l’elaborazione di una teoria dei diritti umani in contrapposizione alle pratiche del colonialismo, l’intuizione dei principi di funzionamento del mercato concorrenziale e la prima elaborazione originale della teoria quantitativa della moneta (erroneamente attribuita al francese Bodin). Nonostante l’imponente apparato repressivo della Santa Inquisizione, le idee e gli intellettuali liberali spagnoli resistettero per più di un secolo a continui attacchi reazionari (come nel caso delle traduzioni spagnole della Ricchezza delle nazioni di Smith o delle riforme liberali auspicate e in parte realizzate da Jovellanos), riuscendo infine a concretizzare, nella Costituzione di Cadice del 1812, i propri ideali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sovranità popolare e divisione dei poteri.

The essay reviews the many important Spanish authors who, from the sixteenth to the early nineteenth centuries, contributed to the development of western liberal thought. More specifically, Schwartz credits the School of Salamanca with introducing the concept of popular sovereignty, elaborating a theory of human rights in contrast with the practices of colonialism, grasping the principles of the functioning of the competitive market and elaborating the first quantitative theory of currency (erroneously attributed to the Frenchman Bodin) as of the sixteenth century. Despite the powerful repressive apparatus of the Holy Inquisition, for more than a century the ideas of Spanish liberal intellectuals managed to resist continuous reactionary attacks (as in the case of the Spanish translations of Adam Smith’s The Wealth of Nations and the liberal reforms championed and, in part, achieved by Jovellanos), ultimately making their ideals of the equality of citizens before the law, popular sovereignty and the division of power materialise in the Constitution of Cadiz (1812).
Abstract

Come vive il liberalismo in Italia / Tesi: A.A.A. Liberali cercansi • Interventi / 30 Autori

The State of Liberalism in Italy Today / Thesis: Wanted: Liberals * Views / 30 Authors

Come vive il liberalismo in Italia / Tesi: A.A.A. Liberali cercansi • Interventi / 30 Autori

Il dibattito presentato in queste pagine si propone di «fare il punto» sullo stato attuale e sulle prospettive future del liberalismo in Italia: inteso, quest’ultimo, tanto nell’accezione di tradizione di pensiero, quanto di atteggiamento culturale «diffuso», quanto infine di espressione politica organizzata. All’intervento di apertura di Piero Ostellino seguono una serie di contributi (autori: Luca Anselmi, Dario Antiseri, Aldo Bello, Salvatore Carrubba, Franco Chiarenza, Raimondo Cubeddu, Vincenzo Ferrari, Maurizio Ferrera, Giorgio S. Frankel, Fulvio Gianaria, Giancarlo Lunati, Anthony Marasco, Piero Melograni, Pier Giuseppe Monateri, Mario Montorzi, Antonio Patuelli, Orazio M. Petracca, Angelo M. Petroni, Angelo Pezzana, Giorgio Rebuffa, Sergio Ricossa, Stefano Sacchi, Enrico Salza, Paolo Savona, Galeazzo Scarampi, Carlo Scognamiglio, Massimo Teodori, Giuliano Urbani, Valerio Zanone, Giuliano Zincone); il dibattito verrà chiuso da una replica di Ostellino, che sarà pubblicata nel prossimo numero di «Biblioteca della libertà». La tesi di Ostellino è che il liberalismo nelle sue diverse accezioni abbia avuto storicamente, e continui ad avere, vita difficile in Italia, soprattutto perché la competizione e il conflitto, che nelle società di democrazia liberale matura sono un fisiologico fattore di dinamismo sociale e di progresso sociale ed economico, in Italia invece vengono percepiti come un’anomalia, se non addirittura una patologia da esorcizzare. A confermare tale interpretazione starebbero vicende recenti quali i tentativi di riforma della scuola, del sistema pensionistico, del welfare, del sistema giudiziario, o la persistente pratica della concertazione fra governo e parti sociali. Tracce di tale antiliberalismo congenito si ritroverebbero nella stessa Costituzione repubblicana, ed esso andrebbe in parte anche attribuito all’ostilità della cultura cattolica nei confronti del pensiero liberale. Per venire al presente, Ostellino valuta come sostanzialmente fallito anche il tentativo di «partito liberale di massa» da parte dell’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nonché del tutto marginalizzato il ruolo di alcuni liberali che in tale tentativo si erano identificati. Gli interventi suscitati dall’articolo di Ostellino riprendono le sue argomentazioni da una varietà di punti di vista – economico, storico , politologico, di filosofia politica… – e sotto diversi profili specialistici, dalle questioni della giustizia alla riforma del welfare, alla questione del rapporto fra cultura liberale e cultura cattolica, per citarne qualcuno. A chi condivide la diagnosi pessimistica di Ostellino si accompagna chi invece considera come sostanzialmente positiva l’evoluzione del sistema italiano in anni recenti e anche chi sottolinea, per un verso, i caratteri liberali della Costituzione e, per altro verso, certi caratteri illiberali dell’attuale esperienza di governo.

The debate in the following pages takes stock of the present state and future prospects of liberalism in Italy: as a tradition of thought, as a ‘diffuse’ cultural approach and as an organised political expression. Piero Ostellino’s introduction is followed by brief articles by Luca Anselmi, Dario Antiseri, Aldo Bello, Salvatore Carrubba, Franco Chiarenza, Raimondo Cubeddu, Vincenzo Ferrari, Maurizio Ferrera, Giorgio S. Frankel, Fulvio Gianaria, Giancarlo Lunati, Anthony Marasco, Piero Melograni, Pier Giuseppe Monateri, Mario Montorzi, Antonio Patuelli, Orazio M. Petracca, Angelo M. Petroni, Angelo Pezzana, Giorgio Rebuffa, Sergio Ricossa, Stefano Sacchi, Enrico Salza, Paolo Savona, Galeazzo Scarampi, Carlo Scognamiglio, Massimo Teodori, Giuliano Urbani, Valerio Zanone and Giuliano Zincone. The debate will be concluded by a reply by Ostellino in the next number of Biblioteca della libertà. Ostellino’s thesis is that, in its different interpretations, liberalism has had and continues to have a difficult time in Italy, especially insofar as competition and conflict, which in societies of mature liberal democracy are a ‘physiological’ factor of social dynamism and social and economic progress, are perceived here as an anomaly, indeed as a ‘pathology’ that needs to be exorcised. To demonstrate this interpretation, he cites recent episodes such as the attempts to reform education, the pension system, the welfare state and the judicial system, as well as persistent concertation between the government and the unions. He argues that traces of this congenital anti-liberalism are to be found in the Constitution of the Republic itself, and that it may be partly attributed to the hostility of Catholic culture towards liberal thought. Coming to the present, Ostellino judges the present Italian prime minister Silvio Berlusconi’s attempt to form a ‘mass liberal party’ as a substantial failure, and the role of liberals who identified with the project as totally marginal. The views prompted by Ostellino’s article approach his arguments from a variety of angles – economic, historical, politological, philosophical – and in different specialist ambits: from the questions of justice and the reform of the welfare state to that of the relationship between liberal and Catholic culture, to cite just three of them. Some authors share Ostellino’s pessimistic diagnosis, others consider the evolution of the Italian system in recent years as substantially positive, while others still stress, on the one hand, the liberal features of the Constitution and, on the other, certain illiberal features in the actions of the present government.
Abstract

La libertà e lo stato liberale

Freedom and the Liberal State

La libertà e lo stato liberale

L’autore passa in rassegna i tentativi empirici di misurare la libertà e conclude che, mentre nel caso della libertà economica questi hanno dato buoni frutti, non altrettanto si può dire degli sforzi volti a misurare la libertà politica. In effetti, negli ultimi anni la libertà economica è cresciuta nel mondo, per effetto della globalizzazione; ma, per converso, gli stati sono diventati forse più invadenti in materia di libertà civili (vedi il caso della bioetica), minacciate anche da fenomeni quali la political correctness. Lo stato-nazione è apparso in crisi come conseguenza di due processi di segno opposto, la globalizzazione e la decentralizzazione. A essere in crisi, tuttavia, non è lo stato liberale e democratico in sé, bensì la sua versione socialisteggiante e onnipervasiva. La minaccia terroristica e la guerra hanno dimostrato peraltro tutti i limiti dell’approccio libertario, che trascura la domanda di certezza proveniente dai cittadini. Per sfuggire all’alternativa fra conservatorismo e comunitarismo (che si somigliano assai più di quanto si crederebbe), il pensiero liberale classico deve essere capace di rinnovarsi profondamente, ripensando un modello di stato liberale che, come avvenne durante l’Ottocento, sia in sintonia con le preferenze dei cittadini, ossia capace di garantire insieme domanda di certezza e tutela della libertà.

The author reviews empirical attempts to measure liberty and concludes that, if they have been highly effective in the sphere of economic freedom, the same cannot be said of that of political freedom. The fact is that, over the last few years, economic freedom has increased worldwide thanks to globalisation, whereas states have become arguably more invasive in the field of civil liberties (bioethics is a case in point), which are currently jeopardised by phenomena such as political correctness. The crisis of the nation-state would appear to be the consequence of two contrary processes: globalisation and decentralisation. The crisis, however, is not that of the liberal democratic state per se, but of its all-pervasive, socialistic offshoot. The threat of terrorism and war have also laid bare all the limitations of the libertarian approach, which neglects the demand for certainty of citizens. To escape the alternative between conservatism and communitarianism (which resemble one another much more than might be generally believed), liberal thinking has to show itself capable of profound self-renewal, rethinking a liberal state model in tune, as was the case in the nineteenth century, with the preferences of citizens – capable, that is, of ensuring at once their demand for certainty and the protection of freedom.
Abstract

Presidenziali americane e politica estera: l’agenda Kerry

The American Presidential Elections and Foreign Policy: The Kerry Agenda

Presidenziali americane e politica estera: l’agenda Kerry

La politica estera condotta dall’amministrazione Bush sotto l’etichetta di guerra al terrorismo e i suoi evidenti limiti rendono particolarmente alta l’attenzione della comunità internazionale e delle opinioni pubbliche intorno al programma dello sfidante democratico Kerry. Muovendo da una critica radicale di una politica estera imperniata sull’equazione unipolarismo/unilateralismo, Kerry articola una visione alternativa in linea con la tradizione americana degli ultimi cinquant’anni: diplomazia, alleanze, riconoscimento del ruolo pratico e della funzione di legittimazione delle organizzazioni internazionali. Se il candidato democratico dovesse assumere la presidenza, ci si può dunque attendere un sostanziale ritorno al multilateralismo assertivo clintoniano. Se questo cambiamento di metodo più che di obiettivi possa produrre un riavvicinamento con la Vecchia Europa, dato il venir meno degli incentivi strutturali che in epoca bipolare tenevano unito l’Occidente, è questione dibattuta.

The evident limits of the Bush administration’s foreign policy, conducted as a war against terrorism, have drawn the attention of the world community and public opinion to the agenda of Kerry, the Democrats’ presidential candidate. On the basis of a radical critique of a foreign policy hinged on the unipolarist/unilateralist equation, Kerry has created an alternative vision in line with American tradition over the last fifty years: namely, diplomacy, alliances and recognition of the practical role and legitimating function of international organisations. If Kerry were to become president, it would thus be reasonable to expect a substantial return to Clinton’s assertive multilateralism. In view of the lack of the structural incentives that held the West together in the bipolar period, it is debatable whether this change in method as opposed to objectives can lead to rapprochement with the Old Europe.
Abstract

Neoconservatori, l’illusione di un futuro nel passato

Neo-conservatives: The Illusion of a Future in the Past

Neoconservatori, l’illusione di un futuro nel passato

L’autore parte da un’analisi puntuale di due tra i più rilevanti anacronismi prodotti dal discorso della Guerra al Terrore. L’obiettivo dell’analisi è quello di suffragare la tesi secondo cui questo sforzo bellico non è diretto solo a sconfiggere un’organizzazione terroristica, ma anche e soprattutto a perseguire un progetto architettonico: quello di promuovere la regressione a un «nuovo ordine mondiale» così come lo si sarebbe potuto concepire se gli attentati dell’11 settembre non fossero mai potuti avvenire. Sulla scorta dell’analisi degli anacronismi generati da questo progetto regressivo, l’autore perviene a una revisione critica dei motivi per cui il discorso della Guerra al Terrore non pare essere capace di governare i fenomeni che produce sul terreno; egli propone l’utilità – tutta circostanziale – di usare il termine «stato di network» come alternativa all’anacronistico ritorno dello «stato di natura» hobbesiano introdotto dal pensiero neoconservatore americano. In uno stato di network non si assiste necessariamente alla lotta di tutti contro tutti. Questa lotta senza quartiere si innesca proprio nel momento in cui si ritiene di poter tenere il mondo a distanza pur avendo di fatto annullato ogni distanza nel network delle comunicazioni elettromagnetiche.

The author begins with a careful analysis of two of the most important anachronisms that result from the War against Terror. His main aim is to support the thesis that the war is being waged not only to defeat a terrorist organisation, but also, and above all, to pursue an “architectural project”: the promotion of a regression to a “new world order” as it might have been if September 11 had never happened. Analysis of the anachronisms generated by this regressive project leads the author to make a critical review of the reasons why the War against Terror approach would appear incapable of controlling the phenomena it produces on the ground. He proposes the – entirely circumstantial – utility of the term “state of network” as an alternative to the anachronistic revival of the Hobbesian “state of nature” by American neo-conservative thinkers. In a state of network, we do not necessarily see a struggle of “all against all”. This type of struggle without quarter flares precisely at the moment in which we believe we can keep the world at a distance, even though we have, de facto, cancelled every distance in the network of electromagnetic communications.
Abstract

La sfida cinese: dal socialismo di mercato al liberalismo di mercato

China's Challenge: From Market Socialism to Market Liberalism

La sfida cinese: dal socialismo di mercato al liberalismo di mercato

Questo articolo è dedicato a un’analisi dello stadio attuale e delle prospettive future del processo di liberalizzazione economica in Cina. L’autore esamina l’avvio di tale processo, caratterizzato principalmente dal fatto di essersi realizzato dal basso verso l’alto, mediante sperimentazioni tentate a livello locale e tacitamente autorizzate a livello nazionale. Questo ha consentito alla Cina una grande crescita economica, e l’emergere di un settore privato dell’economia assai vitale, ancorché fortemente penalizzato dal punto di vista legale. Per consolidare e migliorare i risultati raggiunti non basta però più il consenso implicito alle privatizzazioni: occorre ora passare alla creazione consapevole di un ordine giuridico favorevole al mercato, che elimini le restrizioni residue all’attività economica privata, liberalizzi il mercato dei capitali, affermi il principio di legalità e lo Stato di diritto, e tuteli la libertà di impresa a livello costituzionale.

This article analyses the present state and future prospects of the process of economic liberalisation in China. The author examines the start of the process, characterised by a bottom-up approach through experiments at a local level and, tacitly, at national level. The process has given China considerable economic growth, with the emergence of a very lively private sector of the economy, albeit strongly penalised from the legal point of view. However, to consolidate and improve the results achieved, implicit consensus for privatisation is no longer enough. It is now necessary to deliberately create a legal order favourable to the market and capable of eliminating residual restrictions on private economic activity, liberalising the financial market, asserting the principal of legality and the rule of law, and protecting economic freedom at a constitutional level.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Il risparmio e i risparmiatori italiani nel 2003

Centro Einaudi Reports. Italian Saving and Savers in 2003

Le ricerche del Centro Einaudi / Il risparmio e i risparmiatori italiani nel 2003

Questo lavoro utilizza le risposte alle domande che la Doxa, per conto di Centro Einaudi e Banca Nazionale del Lavoro, ha rivolto nel giugno (e ottobre) 2003 a un campione di detentori di depositi bancari. Il periodo storico analizzato è molto particolare, giacché segue la caduta dei mercati azionari di tutto il mondo, che tanta ricchezza familiare ha distrutto. Sono chiaramente evidenziate le delusioni e le paure dei risparmiatori italiani, alla ricerca di una guida affidabile in una fase di ripresa tuttora incerta. Le ferite del risparmio distrutto sono profonde e richiederanno anni per rimarginarsi. Nel frattempo il risparmiatore rischia di perdere fiducia e, per conseguenza, di ridurre la quantità di risparmio, proprio in un momento in cui varie esigenze future, su tutte quella previdenziale, vengono prepotentemente alla ribalta. Molto può essere fatto per rifondare il sistema di formazione e utilizzo del risparmio nazionale. I risparmiatori devono cercare di accrescere le proprie conoscenze in materia. Ma soprattutto gli intermediari finanziari devono evitare di approfittare della scarsa informazione della clientela e proporre prodotti e servizi utili e a costi ragionevoli.

This article uses replies to the questions which Doxa, an Italian opinion poll agency, asked a sample of bank deposit holders on behalf of Centro Einaudi and Banca Nazionale del Lavoro in June (and October) 2003. The historical period analysed is a significant one insofar as it follows the worldwide collapse of share markets that destroyed such a large amount of family wealth. The author clearly highlights the disappointments and fears of Italian depositors in search of reliable guidance during the still uncertain recovery phase. The wounds inflicted by the destruction of savings are deep and will take years to heal. In the meantime, depositors risk losing confidence and are hence likely to reduce the amount of their saving at a moment in time in which a variety of future needs – social security, first and foremost – are coming prominently to the fore. A great deal can be done to refound the system of formation and use of national savings. While depositors must seek to enhance their knowledge of the matter, it is important above all for financial brokers to avoid profiting from their clients’ lack of information and to offer useful products and services at reasonable prices.
Abstract

L’insurrezione dei «produttori» tra Otto e Novecento: la posizione di De Viti de Marco

The Insurrection of

L’insurrezione dei «produttori» tra Otto e Novecento: la posizione di De Viti de Marco

Fin dal suo primo lavoro di scienza delle finanze, Il carattere teorico dell’economia finanziaria, Antonio De Viti de Marco distingueva due modelli statali, quello «assoluto», dove il potere era monopolio esclusivo di una sola classe, e quello «cooperativo», nel quale, grazie alla libera competizione dei gruppi sociali, ogni classe poteva giungere al potere ma, arrivatavi, restava sotto il sindacato continuo della collettività. Nella prima fattispecie la classe detentrice del potere era anche quella consumatrice e il consumo era garantito dalla spoliazione sistematica delle ricchezze ai danni del resto della popolazione, vale a dire la classe contribuente. Nella seconda, invece, tale meccanismo era reso impossibile dalla continua alternanza fra governati e governanti, da cui discendeva pure la coincidenza tra la disutilità del prelievo e l’utilità del servizio ricevuto. Ma anche nell’odierno Stato «cooperativo» si poneva la questione di una equa ripartizione delle prestazioni fiscali e della loro utilizzazione. La mancata soluzione di tale problema aveva provocato, secondo De Viti de Marco, la crisi politica di fine Ottocento. Questa aveva difatti rappresentato il momento dell’insurrezione dei «produttori-consumatori» nei confronti dello Stato monopolista.

Right from his first work on the science of finance, Il carattere teorico dell’economia finanziaria (The Theoretical Character of Financial Economics), Antonio De Viti de Marco distinguished between two state models: the “absolute” model whereby power was the exclusive monopoly of a single class, and the “cooperative” one in which, thanks to the free competition of social groups, each class could achieve power but, having achieved it, remained under the continuous control of the community. In the first case, the ruling class was also the consumer class and consumption was guaranteed by the systematic dispossession of the wealth of the rest of the population: that is to say the tax-paying class. In the second, instead, the same mechanism was made possible by the continuous alternation between ruled and rulers, hence the coincidence of the disutility of collection, on the one hand, and the utility of services received, on the other. But the question of the equitable sharing of fiscal yields and their use also arose in the “cooperative” state. According to De Viti de Marco, the failure to solve the problem provoked the political crisis of the late nineteenth century, when “producer-consumers” rebelled against the monopolist state.
Abstract

Le relazioni transatlantiche dall'11 settembre alla crisi irachena

Transatlatic Relations from 9/11 to Iraq Crisis – What Crisis?

Le relazioni transatlantiche dall'11 settembre alla crisi irachena

L’articolo analizza l’impatto dell’11 settembre sulla relazione transatlantica, confrontando cinque diversi argomenti a favore della tesi ottimista con cinque controargomenti proposti dall’autore a favore della tesi pessimista. Anche se Ikenberry, da una prospettiva liberale, e Carr, da un’angolatura realista, sottolineano l’importanza dell’interdipendenza economica e geopolitica; anche se ci sono motivi fondamentali perché la Nato continui a esistere e perché gli Stati Uniti continuino a chiedere cooperazione economica e politica ai partner europei per governare la globalizzazione e combattere il terrorismo, Cox ipotizza che diversi fattori abbiano reso la relazione transatlantica molto più problematica. In primo luogo, i paesi europei in sostanza non hanno cambiato la propria politica estera nonostante l’11 settembre; in secondo luogo, i pericoli per gli Stati Uniti oggi non sono più all’interno dell’Europa ma al di fuori di essa (cosa che rende la Nato molto meno importante); in terzo luogo, le spese militari complessive europee stanno diminuendo e stanno diventando irrilevanti rispetto agli sforzi americani contro il terrorismo; in quarto luogo, il disimpegno dell’America dal multilateralismo è iniziato prima di Bush e continuerà anche dopo; infine, l’America e l’Europa hanno ormai concezioni dell’ordine internazionale differenti e sempre più divergenti.

In this article, which addresses the impact of 9/11 on transatlantic relationship, the author puts forward five different causes for optimism and five counter-arguments for pessimism. Even if Ikenberry, from a liberal perspective, and Carr, from a realist one, underline the relevance of economic and geopolitical interdependence, and even if there are fundamental reasons for NATO to persist and for the United States to seek economic and political cooperation from its European partners to manage globalisation and fight terrorism, Cox suggests that several factors have made transatlantic relations much more troublesome. First, the Europeans have not substantially changed their foreign policies despite 9/11; secondly, the trouble for the United States now comes from outside Europe (which makes NATO much less important); thirdly, total European expenditure on defence is declining and becoming irrelevant compared to America’s efforts to fight terrorism; fourthly, the American retreat from multilateralism started before Bush and will probably continue afterwards. Finally, America and Europe have fundamentally different and increasingly divergent visions of the international order.

Abstract

Forza e ordine nell'era unipolare americana

Force and Order in the American

Forza e ordine nell'era unipolare americana

A partire dalla profonda ambivalenza mostrata dall’America nei confronti del multilateralismo e del diritto internazionale durante il secolo scorso, l’articolo cerca di prevedere la futura evoluzione dell’egemonia globale americana all’interno dell’ordine internazionale, recentemente sconvolto dalla lotta al terrorismo e dalla guerra contro l’Iraq. Nonostante le nuove tendenze isolazioniste e unilateraliste all’interno dell’amministrazione Bush, ci sono ancora tre motivi fondamentali perché gli Stati Uniti continuino a sostenere il multilateralismo: l’interdipendenza economica globale, l’interesse strategico di lungo periodo alla creazione di un ordine internazionale stabile basato sulla condivisione delle regole, infine l’identità politica dell’America, basata sulla tradizione democratica repubblicana che considera il diritto come l’unica fonte di legittimazione. La conclusione è che gli Stati Uniti per molto tempo continueranno probabilmente a oscillare fra il bisogno di accordi multilaterali e una sorta di "tentazione imperiale" unilateralista.

Setting out from America’s deep ambivalence about multilateralism and the rule of law across the past century, the article tries to foresee the future evolution of American global hegemony within the international order, recently unsettled by the struggle against terrorism and the confrontation with Iraq. Despite new isolationist and unilateralist trends within the Bush administration, there are still three fundamental reasons for the United States to support multilateralism: global economic interdependence, strategic long-term interest in creating a stable and rule-based international order, and, finally, American political identity, based on a republican, democratic tradition that considers the rule of law as the only source of legitimacy. In conclusion, the United States will probably continue for long time to waver between the need for multilateral agreements and a sort of unilateralist ‘imperial temptation’.

pdf scarica il testo in PDF 131.53 Kb

Abstract

La pace e la difesa europea

Peace and European Defence

La pace e la difesa europea

In questo articolo l’autore, sulla base di una ricognizione della storia intellettuale del concetto di pace, discute delle conclusioni possibili dal punto di vista dell’Unione Europea, nella situazione attuale delle relazioni internazionali. Il primo riferimento è al progetto per la pace perpetua di Kant; un’utopia positiva che mantiene tratti di attualità, soprattutto nell’intuizione che la pace è possibile solo fra stati "repubblicani" (oggi si direbbe democratici). Vengono poi esaminati il pacifismo economico (pace in regime di apertura dei mercati), il pacifismo da Norberto Bobbio definito "strumentale" (che si sostanzia nelle politiche di disarmo) e il pacifismo istituzionale (pace fra le democrazie). Rispetto alla guerra vista come radicalità del male, si mostra come anche la Chiesa con la Gaudium et Spes abbia adottato una concezione della pace come costruzione istituzionale. In questo senso, dopo l’11 settembre si confrontano due modelli di pace, uno affidato ai delicati equilibri del multipolarismo e l’altro all’egemonia della superpotenza americana. Perché il primo si affermi, è indispensabile che l’Europa si assuma compiti (e costi) maggiori sullo scacchiere globale.

In this article, the author sets out from a reconnaissance of the intellectual history of the concept of peace to discuss feasible conclusions for the European Union in the present situation of international relations. The first reference is to Kant’s perpetual peace project, a positive utopia that still conserves features of topical interest, especially in so far as it senses that peace is possible only among ‘republican’ – nowadays we would say democratic – states. The author goes on to examine economic pacifism (peace as the opening of markets), the ‘instrumental’ pacifism of Norberto Bobbio (substantiated in disarmament policies) and institutional pacifism (peace among democracies). Speaking of the idea that war is the root of all evil, he demonstrates how, with Gaudium et Spes, the Church too has adopted a conception of peace as an institutional construct. After September 11, he argues, it is possible to view and compare two models of peace: one based on the delicate equilibria of multipolarism and the other on the hegemony of the American superpower. If the first is to assert itself it is indispensable for Europe to assume greater tasks (and costs) on the global chequerboard.
Abstract

Cittadinanza senza democrazia? L'incerto destino della globalizzazione

Citizenship Without Democracy? The Uncertain Destiny of Globalisation

Cittadinanza senza democrazia? L'incerto destino della globalizzazione

In questo articolo l’autore affronta tre questioni: la contrapposizione tra una concezione, per così dire, "spessa" della democrazia e una concezione "sottile" della medesima; la contrapposizione tra un livello globale e un livello locale dello sviluppo della democrazia all’interno delle dinamiche di mondializzazione del diritto; infine la contrapposizione tra lo sviluppo di una cittadinanza globale e il ruolo giocato dalle élites, più che dai processi democratici, in tale sviluppo. Le conclusioni sono che nella realtà attuale il connubio tra cittadinanza e democrazia si è dissolto; e che nella costruzione della cittadinanza risulta cruciale il ruolo delle élites.

In this article, the author explores three contrasts: that between a ‘thick’ and a ‘thin’ conception of democracy; that between a local and a global level in the development of the globalisation of law; and, finally, that between the development of global citizenship and the role played therein by elites as opposed to democratic processes. His conclusions are that, in the present reality, the marriage between citizenship and democracy has dissolved, and that the role of elites is crucial in the building of citizenship.
Abstract

La lotta alla povertà e all'esclusione sociale nel Sud Europa: il caso dell'Italia

The Fight Against Poverty and Social Exclusion in Southern Europe: The Situation in Italy

La lotta alla povertà e all'esclusione sociale nel Sud Europa: il caso dell'Italia

Marginale nel dibattito politico e nell’agenda di policy dell’Italia sino agli anni Novanta, la questione della povertà e dell’esclusione sociale ha acquisito visibilità e salienza nell’ultimo decennio. Il riconoscimento degli squilibri strutturali del welfare state italiano ha creato una finestra di opportunità per la riforma dell’assistenza sociale e per la progettazione di una strategia coerente di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Dopo alcuni progressi compiuti negli anni a cavallo del millennio, tale finestra pare essersi richiusa. L’articolo analizza l’ascesa di una strategia di lotta alla povertà e all’esclusione sociale in Italia, il suo declino e le cause di tale declino, sullo sfondo delle caratteristiche ancestrali dell’assistenza italiana da un lato e del profilo della povertà dall’altro. Dopo aver passato in rassegna le principali misure che – esplicitamente o più spesso implicitamente – contribuiscono in Italia a contrastare la povertà e dopo aver messo in evidenza i vantaggi che si otterrebbero dalla loro sostituzione con misure diverse, l’articolo si conclude con una nota di preoccupazione circa i rischi che – in assenza di un nuovo afflato riformatore – l’evoluzione della situazione attuale comporta.

Until the nineties, the question of poverty and social exclusion was marginal in the Italian political debate and policy agenda, only to acquire visibility and salience over the last decade. Recognition of the structural imbalances of the Italian welfare state has created a window of opportunities for the reform of social welfare and the planning of a coherent strategy for the fight against poverty and social exclusion. Following the progress made at the turn of the century, this window would appear to have closed again. This article analyses the advent of the strategy to fight poverty and social exclusion in Italy, its decline and the causes thereof against the background of the ancestral characteristics of Italian welfare on the one hand, and poverty on the other. After reviewing the principal measures that – either explicitly or more or less implicitly – contribute to the fight against poverty in Italy, and after stressing the advantages that might be obtained by replacing them with different ones, the article concludes on a note of preoccupation about the risks entailed by the present situation, given the current lack of reforming vigour. 

pdf scarica il testo in PDF 193.60 Kb
Abstract

Miseria del laicismo

The Poverty of Laicism

Miseria del laicismo

In questo articolo l’autore esamina il contenuto della relazione alla Commissione Stasi-Debray sulla laicità pubblicata in Francia il 12 dicembre 2003 e il discorso del Presidente della Repubblica francese Jacques Chirac tenuto all’Eliseo il 17 dicembre. Le proposte contenute in tali documenti, e destinate a tradursi in un progetto di legge, vengono sottoposte a critica da un punto di vista liberale. L’autore argomenta che il laicismo nell’accezione che il termine ha assunto nella storia politica e costituzionale francese nulla ha a che fare con la separazione fra Stato e Chiesa quale affermata, ad esempio, nella Costituzione americana. Argomenta inoltre che tale laicismo, di stampo rousseauiano, nulla ha a che spartire nemmeno con l’autentica tradizione liberale rappresentata da autori quali Kant, Constant, Croce. Conclude, infine, che le misure repressive della libertà di coscienza proposte in Francia avranno come unico prevedibile effetto quello di radicalizzare lo scontro culturale.

In this article, the author examines the contents of the report of the Stasi-Debray Commission on laicism published in France on December 12 2003 and the speech delivered by the President of the French Republic Jacques Chirac at the Elysees Palace on December 17. He criticises the proposals contained in these documents, destined to be translated into a bill, from a liberal point of view. He argues that laicism, in the meaning the term has assumed in French constitutional and political history, has nothing to do with the separation between State and Church, as affirmed, for example, in the American Constitution. Scarampi also argues that this Rousseau-style laicism has nothing in common with the authentic liberal tradition of the likes of Kant, Constant and Croce either. He concludes that the sole predictable effect of the measures to repress freedom of conscience proposed in France will be a radicalisation of cultural conflict.
Abstract

L'economia dell'effetto serra

The Economics of the Greenhouse Effect

L'economia dell'effetto serra

L’effetto serra e il cambiamento climatico che lo accompagna sono talora visti, per il nuovo secolo, come una sfida almeno pari a quella delle guerre del XX secolo. Fortunatamente non siamo ancora a questo punto. Ciò non toglie che l’argomento sia di importanza cruciale. Ma gli echi mediatici e le opinioni più in vista tendono un po’ troppo a non tener conto delle conoscenze scientifiche, o a dimenticarne le zone grigie. L’autore cerca allora di mettere un po’ di razionalità nel dibattito, di esaminare gli annessi e connessi dell’effetto serra non soltanto dal punto di vista climatico propriamente detto, ma anche sotto l’aspetto economico, visto che si tratta indubbiamente di un problema economico per eccellenza. E di lungo termine, per la cui soluzione occorreranno ancora molte conferenze, molti accordi e trattati, molteplici e diversi emendamenti nel corso del secolo che si è aperto e probabilmente anche nel successivo.

For the new century, the greenhouse effect and the changing climate that accompanies it are often seen as a challenge at least on a par with that of wars for the twentieth century. Luckily, things have not reached this stage, though this does not mean that the subject is not of crucial importance. Alas, echoes in the media and the most in vogue opinions tend to take too little account of scientific knowledge and to forget its grey areas. The author thus seeks to add a touch of rationality to the debate, examining the ins and outs of the greenhouse effect not only from the climatic point of view as such, but also in economic terms – especially since this is undoubtedly an economic problem par excellence. It is also a long-term problem that will take many conferences, agreements and treatises, not to mention a multiplicity of different amendments, to solve – in the course of the new century and, most likely, in the one that follows, too.
Abstract

Del tributo e dei principi per regolarlo

On Taxes and the Principles that Regulate Them

Del tributo e dei principi per regolarlo

Pietro Verri (1728-1797), scrittore ed economista, è stato fra i principali esponenti dell’Illuminismo italiano (fondò e diresse "Il Caffè", l’organo ufficiale della Società dei Pugni). I suoi primi lavori letterari furono satire contro la nobiltà e il clero, in seguito si dedicò agli studi economici. Consigliere del governo austriaco dal 1764, sollecitò alcune riforme fiscali per il Milanese. Fra le sue opere, un Saggio sulla grandezza e decadenza del commercio di Milano (1763), Meditazioni sulla felicità (1763), Osservazioni sulla tortura (1768), Meditazioni sull’economia politica (1771). Il saggio che presentiamo qui è tratto dai Discorsi del conte Pietro Verri (Milano, Giuseppe Marelli, 1781), recentemente riproposti in edizione anastatica dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Pietro Verri (1728-1797), a writer and economist, was one of the chief figures of the Italian Enlightenment (he founded and edited Il Caffè, the official organ of the "Società dei Pugni", a discussion group concentrating on public policy and economics). His first literary works were satires against the nobility and the clergy, and he later dedicated himself to economic studies. In 1764, he became an advisor to the Austrian government, from which he demanded fiscal reforms for the Milan area. His works include Saggio sulla grandezza e decadenza del commercio di Milano (1763), Meditazioni sulla felicità (1763), Osservazioni sulla tortura (1768), and Meditazioni sull’economia politica (1771). The essay we publish here is taken from the anastatic reprint of Discorsi del conte Pietro Verri (Milan, Giuseppe Marelli, 1781) made by the Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Abstract

Labour markets, employment policies / The British Approach to Unemployment

Labour markets, employment policies / The British Approach to Unemployment

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The ongoing problem of unemployment in developed countries is caused by the declining relative earning power of the lowest skilled, brought on, in turn, by worldwide developments in technology and trade. To stand in the way of progress would be to deprive society as a whole of enormous benefits, besides, in all likelihood, falling to help the lowest paid anyway. To cure the symptoms by preventing wages from adjusting to changes in supply and demand would merely exclude the unskilled, more or less permanently, from the labour market. Any long term strategy to tackle the phenomenon has to have three aims: 1) the liberalisation of the labour market; 2) the implementation of a benefit system encouraging people to take available jobs by making benefit conditional on actively job-seeking; 3) reform of the education and training systems.

Abstract

Thomas Jefferson e la repubblica federale dei diritti naturali

Thomas Jefferson and the federal republic of natural rights

Thomas Jefferson e la repubblica federale dei diritti naturali

Il Jefferson degli studiosi è oggi assai diverso da quello che era soltanto alcuni decenni fa. La generale tendenza a descrivere il processo di fondazione degli Stati Uniti d’America come connotato da radicalismo democratico ha fatto sì che l’immagine del virginiano sia oggi lontana dalla realtà storica. Molti lavori recenti su Jefferson affermano che egli non era un liberale lockiano, ma un proto-socialista, pronto ad espropriare i ricchi sulla base della considerazione che i diritti di proprietà sono mere convenzioni e un grazioso dono della società. Al contrario, gli scritti di Jefferson non forniscono alcun appiglio a tale interpretazione. Tali scritti dimostrano che egli fu un teorico del diritto naturale di matrice lockiana. La sua visione politica radicalizza la dottrina di John Locke, ma mai se ne discosta. Egli fu un convinto assertore della naturalità del diritto di proprietà, e del fatto che l’unica legittima funzione del governo sia quella di tutelare gli individui nel godimento dei propri diritti naturali. Le risoluzioni del Kentucky furono centrali nel pensiero jeffersoniano: la dottrina dei diritti degli Stati che egli qui espose per la prima volta fu da ultimo ancora più importante del suo impegno di tutta una vita a favore dei diritti naturali. Il federalismo autentico era l’unico modo per proteggere veramente i diritti naturali dell’uomo.

Today the ‘scholar’s Jefferson’ is very different from what it used to be just a few decades ago. The general tendency to describe the process of foundation of the United States as being radically democratic has fashioned an image of the Virginian that is very distant from historical reality. Many recent works on Jefferson maintain that he was not a Lockean, but rather a proto-socialist ready to expropriate the rich to give to the poor, on the grounds that property rights are purely conventional and a gracious gift of society. Jefferson’s vast writings do not support this now almost conventional wisdom. In contrast, his works show that he was a natural-rights theorist of the Lockean persuasion. In his political outlook, he radicalized Locke’s doctrine somewhat, without ever really deviating from it. He believed that private property is a natural right, and that the only proper function of government is to protect the individual’s enjoyment of natural rights. The Kentucky Resolutions were central to Jeffersonian thought; the States’ rights doctrine he deployed here was even more important to his later thinking than his lifelong dedication to natural rights. Clearly, authentic federalism was the only way to protect the natural rights of mankind.
Abstract

Profilo Europa / Le basi costituzionali di un diritto privato europeo

Europe / The Constitutional Bases of European Private Law

Profilo Europa / Le basi costituzionali di un diritto privato europeo

Come uscirà il diritto privato europeo dal processo costituente in atto in questi ultimi anni? In una prospettiva storica, alla luce di quanto si è verificato nel corso del XX secolo, si possono constatare: 1) lo spostamento del baricentro del diritto privato dalla proprietà verso il contratto, utilizzato come elemento dinamico e flessibile per l’adattamento del sistema giuridico ai mutamenti economici e sociali; 2) la crescente "amministrativizzazione" del diritto privato nel senso che l’interventismo statale nell’economia e nella società ha sempre di più piegato l’autonomia privata alle sue esigenze; 3) la costituzionalizzazione di numerosi aspetti del diritto privato con il risultato di modificare le gerarchie delle situazioni giuridiche private e di creare una nuova fonte, superiore e ordinante. Secondo l’autore, il primo aspetto costituisce un dato acquisito; il secondo ha subito un ulteriore rafforzamento dalla alluvionale disciplina regolamentare comunitaria che ha coperto aree di enorme rilievo; quanto al terzo aspetto, ne propone un’analisi in relazione ai recenti atti comunitari e alle loro conseguenze.

How will European private law emerge from the constitutive process that has been in progress in recent years? In a historical perspective, in the light of what happened in the course of the twentieth century, it is possible to note: 1) the shifting of the barycentre of private law from property to contract – a flexible, dynamic element to adapt the legal system to economic and social change; 2) the growing ‘administrativisation’ of private law in the sense that state interventionism in the economy and society has increasingly bent private autonomy to its needs; 3) the ‘constitutionalisation’ of numerous aspects of private law with the resulting modification of hierarchies of private legal situations and the creation of a new superior, ordering source. According to the author, the first aspect is a fait accompli, while the second has been further strengthened by the ‘alluvial’ Community regulatory discipline covering areas of enormous importance. As to the third aspect, he proposes an analysis of recent Community transactions and their consequences.
Abstract

Profilo Italia / Cultura dei dirigenti e riforme della pubblica amministrazione

Italy / Managerial Culture and Reform of the Public Administration

Profilo Italia / Cultura dei dirigenti e riforme della pubblica amministrazione

In questo lavoro l’analisi si incentra sulla relazione che sussiste tra il sistema delle leggi, elaborate, in un sistema democratico, da organi rappresentativi della volontà popolare, e la gestione di esse, che, nell’ordinamento italiano, risulta affidata sostanzialmente alle dirigenze dei diversi livelli di governo. Senza la creazione di un confronto dialettico tra i risultati del controllo sulla gestione, svolto da un organo esterno (Corte dei conti) costituito da magistrati di cui sia assicurata, in ragione di tale status, l’indipendenza di giudizio, e quelli svolti nell’ambito del sistema dei controlli interni, curati dalle stesse dirigenze, la qualità della regolazione normativa lascerà a desiderare per ancora lungo tempo. Inoltre, occorre ricreare le condizioni perché le dirigenze pubbliche riacquistino un sostanziale grado di indipendenza dal potere politico; a tal riguardo, il sistema delle garanzie a tutela dei dirigenti deve essere ricostruito alla luce del principio posto nell’art. 98 della Costituzione secondo cui i pubblici dipendenti sono al servizio della nazione.

This analysis focuses on the relationship that exists between the system of laws drawn up in a democratic system by bodies representative of the will of the people, and the management thereof, which, in the Italian legal system, is substantially entrusted to the managers of the different levels of government. Without creating a dialectic comparison between the results of management control performed by an external body (the Corte dei conti, or Audit Office), made up of magistrates who, in view of their status, ensure an independent judgment and those of the internal audit system, run by the managers themselves, the quality of normative regulation will be unsatisfactory for some time to come. It is necessary to recreate the conditions for public managers to regain a substantial degree of independence from political power. In this respect, the system of guarantees protecting managers needs to be reconstructed in the light of the principle set out in art. 98 of the Constitution whereby civil servants are at the service of the nation.
Abstract

Profilo Italia / Il

Italy / The 'Immobile Dynamism' of the Political System

Profilo Italia / Il

Vannucci e Cubeddu, già autori di due contributi, pubblicati in questa rivista, sul rapporto tra l’assetto istituzionale italiano e le politiche di liberalizzazione e di semplificazione, in questo lavoro estendono e aggiornano l’analisi con i dati relativi al 2002, prendendo in considerazione il primo anno del governo Berlusconi (fino alla fase precedente l’approvazione della legge finanziaria). Parametro di riferimento per valutare il funzionamento delle istituzioni è la rapidità nel fornire risposte ai problemi sociali senza aumentare il tasso di coercizione e senza distribuirne arbitrariamente le conseguenze. Gli autori considerano l’evoluzione degli indici di libertà economica connessi con l’assetto istituzionale italiano, l’evoluzione dei vincoli legislativi, i nuovi meccanismi di regolazione amministrativa, i riflessi che le riforme hanno prodotto su condotte e credenze di cittadini e imprese. Dall’analisi emerge che l’evoluzione del sistema di regolazione in Italia ha sì prodotto, nel corso degli anni Novanta, una sorta di circolo virtuoso, giacché ogni intervento di riforma è stato la premessa per nuovi provvedimenti di semplificazione e riordino normativo, e la formazione di aspettative favorevoli nei cittadini e nelle imprese ha ulteriormente alimentato questa spirale positiva; alcuni indicatori segnalano tuttavia un’accresciuta vischiosità del cambiamento istituzionale, col rischio che l’impulso derivante dalle politiche di liberalizzazione si esaurisca senza produrre effetti duraturi o conseguenze apprezzabili.

Vannucci and Cubeddu have already written two contributions for this journal on the relationship between the Italian institutional arrangement and liberalisation and simplification policies. Here they extend and update their analysis with the data for 2002, taking into account the first year of the Berlusconi government up to the phase prior to the passing of the financial law. The criterion they adopt to assess the performance of the institutions is the latter’s promptness in meeting new social problems without increasing the rate of coercion and without distributing its favorable and negative consequences randomly. The authors consider the evolution of economic freedom indices connected with the Italian institutional arrangement, the evolution of legislative constraints, new mechanisms of administrative regulation and the effects reforms have produced on the behavior and beliefs of citizens. The analysis shows that, in the course of the Nineties, the evolution of the regulation system in Italy has certainly produced a sort of virtuous circle, since every reform intervention was the premiss for new provisions for normative simplification and rearrangement, and the formation of favorable expectations in citizens and enterprises has further fuelled this positive spiral. Some indicators, however, reveal that institutional change is becoming increasingly ‘sticky’, and the risk is that the impulse from liberalisation policies will run out without producing enduring effects or appreciable consequences.
Abstract

Dalla globalizzazione economica alla guerra di religione

From Economic Globalization to War of Religion

Dalla globalizzazione economica alla guerra di religione

La tesi di Alain Touraine – sociologo francese di autorevolezza internazionale che ha tenuto a Torino, per il Centro Einaudi, la XIX Conferenza Fulvio Guerrini, di cui è questo il testo – è che il tempo della globalizzazione si sia ormai concluso. Dopo l’11 settembre e la guerra all’Iraq, siamo di fronte a un cambiamento storico, a una mutazione politica e ideologica del mondo: siamo già entrati in una situazione internazionale che non è più dominata dall’economia ma dalla politica, nella quale il multilateralismo è stato scacciato dall’unilateralismo americano. La visione "economica" del mondo che pensavamo di vivere è stata rimpiazzata da una visione militare e ideologica e la concorrenza intorno all’uso delle nuove tecnologie ha perso di importanza nei confronti di quello che Huntington ha chiamato lo scontro di civiltà. Tuttavia, ciò che sta realmente accadendo è che società diverse perseguono differenti percorsi e differenti modelli di modernizzazione: se si accetta questa idea e l’approccio comparato che ne deriva, ci si sbarazza di conflitti spietati tra "civiltà" ciascuna delle quali identifica la modernità con le proprie caratteristiche storiche e culturali.

The thesis of Alain Touraine – the French sociologist of international renown who held the 19th ‘Fulvio Guerrini lecture’ in Turin for the Centro Einaudi, of which this is the text – is that globalization has come to an end. After September 11 and the war in Iraq, we are faced with historical change and a political and ideological mutation of the world. We have already entered an international situation that is no longer dominated by economics but by politics, in which multilateralism has been squashed by American unilateralism. The ‘economic’ vision of the world we thought we were living in has been replaced by a military and ideological vision and competition over the use of new technologies has lost importance compared to what Huntington has called the clash of civilisations. Nonetheless, what is really happening is that different societies are pursuing different directions and models of modernization. If we accept this idea and the consequent comparative approach, we get rid of ruthless conflicts between ‘civilisations’, each of which identifies modernity with its own historical and cultural characteristics.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Profilo Europa / Può la religione influenzare un sistema economico? Uno sguardo sui paesi dell'Unione

Europe / Can Religion Influence an Economic System? A Look at the Countries of the Union

Profilo Europa / Può la religione influenzare un sistema economico? Uno sguardo sui paesi dell'Unione

Partendo dall’idea secondo cui la cultura di ogni nazione è, anche se in parte inconsapevolmente, intrisa di etica religiosa, il proposito di questo lavoro è individuare e analizzare brevemente eventuali influssi di quest’ultima sull’economia. Emerge che in alcuni ambiti (mercati finanziari, sistemi pensionistici e previdenziali, struttura della ricerca) tale influenza è presente e produce importanti differenze tra i diversi paesi dell’Unione Europea. L’esistenza di "barriere culturali" induce a sollevare taluni dubbi su una possibile integrazione di questi "settori" in tempi brevi.

Setting out from the idea that the culture of every nation is, in part unconsciously, imbued with religious ethics, this article seeks to identify and analyse briefly any influxes this may have on the economy. It emerges that, in some ambits (financial markets, pension and social security systems, research structure etc.), this influence is present and generates significant differences among the various countries of the European Union. The existence of ‘cultural barriers’ raises doubts about the integration of these ‘sectors’ in the short term.
Abstract

Profilo Europa / I costi di transazione della transizione: l'importanza della cultura

Europe / Understanding the Transaction Costs of Transition: It's the Culture, Stupid

Profilo Europa / I costi di transazione della transizione: l'importanza della cultura

Obiettivo di questo saggio è dimostrare che l’interazione fra le istituzioni formali del capitalismo e la cultura prevalente nei precedenti stati socialisti rappresenta una fra le cause principali dei costi di transazione legati al processo di transizione. A questo scopo, vengono analizzate le implicazioni dell’interazione fra regole formali e informali, le differenze fra l’economia di mercato basata sulla proprietà privata e la cultura prevalente nei paesi dell’Europa centrale e orientale, il processo attraverso cui i costi di transazione legati alla transizione potrebbero essere ridotti, infine i fattori da cui dipende questo processo.

The purpose of this paper is to show that the interaction between the formal institutions of capitalism and the prevailing culture in former socialist states is a major source of the transaction costs specific to the process of transition. To that end, the author analyses the implications of the interaction between formal and informal rules, the differences between the free-market, private-property economy and the prevailing culture in Central and Eastern Europe, the process by which the transaction costs of transition could be reduced, and the factors upon which that process depends.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Il risparmio e i risparmiatori italiani nel 2002

Centro Einaudi Reports / Italian Saving and Savers in 2002

Le ricerche del Centro Einaudi / Il risparmio e i risparmiatori italiani nel 2002

Questo lavoro utilizza le risposte alle domande che la Doxa, per conto di Centro Einaudi e Banca Nazionale del Lavoro, ha rivolto nel giugno 2002 a un campione di detentori di depositi bancari. Nell’interpretare i risultati è bene ricordare che i dodici mesi intercorsi fra il giugno 2001 e il giugno 2002 hanno rappresentato uno dei periodi più critici della storia dei mercati finanziari, forse il più difficile dagli anni Settanta, anch’essi contrassegnati da tassi di interesse nominali inferiori al tasso d’inflazione, mercati azionari in calo, debole livello di attività economica. La differenza fra allora e oggi è costituita dalla presenza di un robusto settore di intermediazione finanziaria. L’evidenza fa pensare, tuttavia, che a volte i professionisti del risparmio non siano in grado di proporre strumenti adatti agli investitori, e che, specie nel recente passato, abbiano forzato loro la mano, collocando prodotti complessi e rischiosi a chi sino a dieci anni fa deteneva esclusivamente depositi bancari e titoli pubblici. Non c’è dubbio però che non appena l’industria finanziaria dimostrerà più attenzione per gli investitori, questi ultimi riacquisteranno la fiducia persa e il settore potrà diventare un importante motore di crescita per l’economia italiana.

This article uses replies to the questions which Doxa, an Italian opinion poll agency, asked a sample of bank deposit holders on behalf of Centro Einaudi and Banca Nazionale del Lavoro in June 2002. When interpreting the results, it is worthwhile recalling that the twelve months from June 2001 to June 2002 were one of the most critical periods in the history of financial markets, arguably the most critical since the seventies, a decade marked by nominal interest rates lower than the inflation rate, declining share markets and a weak level of economic trading. The difference between then and now is the ongoing presence of a robust sector of financial broking. The evidence suggests, however, that investment professionals are incapable of proposing tools suitable for investors and, especially, in the recent past, forced their hands, selling complex, risky products to people who, until ten years ago, had held exclusively bank deposits and public bonds. There can be no doubt, however, that as soon as the financial industry starts caring more for investors, the latter will reacquire lost trust and the sector will become an important growth factor for the Italian economy.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Verso la globalizzazione della professione legale in Italia

Centro Einaudi Reports / Towards the Globalization of the Legal Profession

Le ricerche del Centro Einaudi / Verso la globalizzazione della professione legale in Italia

Quest’articolo è dedicato alla questione centrale dell’organizzazione giuridica professionale, giacché in essa si sta assistendo a fenomeni molto rapidi di trasformazione. Una prima parte del lavoro affronta il modello organizzativo tradizionale italiano; la seconda analizza il modello istituzionale; la terza si rivolge alle tendenze ora in atto. Nella quarta e ultima parte viene mostrato che cosa si può ragionevolmente prevedere, onde concludere che, nella situazione attuale, ancora una volta l’Italia si dimostra un sistema al margine della europeizzazione e globalizzazione del diritto, e che vi è il rischio concreto che l’intero settore avanzato della professione legale italiana divenga appannaggio di controllo internazionale.

This article is dedicated to the central question of the organisation of the legal profession, which is currently undergoing rapid transformation. The first section addresses the traditional Italian organizational model; the second analyses the institutional model; the third addresses the trends currently underway. The fourth and final part shows what can be reasonably expected, and concludes that, in the present situation, Italy’s once more reveals itself to be a system at the margin of the Europeanisation and globalization of law, and that the tangible risk exists that the advanced sector of the Italian legal profession in toto will become the prerogative of international control.
Abstract

Archeologia di una visione moderna del senso comune

Archaeology of a Modern Vision of Common Sense

Archeologia di una visione moderna del senso comune

Le analisi efficaci prodotte dalle scienze sociali partono dall’idea che il buon senso è la cosa meglio distribuita al mondo, ma che le ragioni che ispirano il comportamento e le credenze dipendono da parametri contestuali. Ma l’empirismo (più esattamente, un corollario abusivamente tratto da un teorema di Hume) e il positivismo (più esattamente, due idee dominanti di Comte) hanno indotto delle idee che passano per evidenze circa una frattura tra l’essere e il dover essere; circa ciò che è la scienza e ciò che dovrebbe essere. Per un effetto perverso esemplare, niente ha allontanato di più le scienze umane dal loro obiettivo, diventare delle vere scienze, dell’idea che a questo scopo esse dovessero naturalizzare il loro oggetto. Si misura l’importanza di questo programma naturalista con il fatto che alcuni epistemologi non esitano a dichiarare che esistono due tipi fondamentali di spiegazioni del comportamento: la spiegazione "per norme" e la spiegazione "per ragioni". Questa bizzarra denominazione sembra presupporre che non si possano avere delle ragioni per accettare una norma. Nella sua stravaganza, evidenzia il fatto che le scienze sociali sono oggi effettivamente lacerate tra un programma naturalista e un programma razionalista. Senza dubbio occorre ritornare al secondo, al programma cioè favorito dei teorici classici.

The effective analyses produced by the natural sciences set out from the idea that common sense is the best distributed thing in the world, whereas the reasons that inspire behaviour and beliefs depend on contextual parameters. But empiricism (more precisely, a corollary improperly taken from a theorem of Hume’s) and positivism (more precisely, two dominant ideas of Comte’s) have induced ideas that pass off as evidence of a fracture between being and having to be: about what science is and what it ought to be. Due to its exemplary and perverse effect, nothing has pushed human sciences further away from their objective – that of becoming true sciences – than the idea that they should naturalize their subject-matter to this purpose. The importance of this naturalist program is measured by the fact that some epistemologists have no hesitation in declaring that two fundamental types of explanation exist for behaviour: the explanation ‘by norms’ and the explanation ‘by reasons’. This bizarre denomination seems to presuppose that there can be no reasons to accept a norm. Extravagant though it is, it highlights the fact that social sciences are effectively torn between a naturalist programme and a rationalist one. There can be no doubt that it is necessary to return to the second; that is to say to the programme favoured by classical theorists.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Profilo Europa / Indice della libertà economica dell'Unione Europea. Secondo Rapporto annuale 2002

Europe / EU Economic Freedom Index. Second Annual Report 2002

Profilo Europa / Indice della libertà economica dell'Unione Europea. Secondo Rapporto annuale 2002

Il Rapporto – alla sua seconda edizione – costituisce il primo tentativo di misurazione del grado di libertà economica dei paesi appartenenti all’Unione Europea e di quest’ultima nei confronti di Giappone e Stati Uniti. Quest’anno l’analisi comprende anche la valutazione della libertà economica di cinque degli otto paesi dell’Europa centro-orientale ammessi alle negoziazioni per l’adesione all’Unione Europea nel 2004 (i cosiddetti peco). L’idea di definire e misurare la libertà economica di un paese, nata poco più di undici anni fa, ha portato alla nascita dell’Economic Freedom Network – una rete di più di 50 istituti di ricerca di tutto il mondo di cui il Centro Einaudi è partner per l’Italia dal 1997 – e alla pubblicazione periodica del Report intitolato Economic Freedom of the World. Il Centro Einaudi e il «Corriere della Sera», con la co-sponsorizzazione di Lazard, hanno deciso di applicare lo schema metodologico sviluppato negli anni di collaborazione con l’Economic Freedom Network ai 15 paesi membri dell’Unione Europea (variando opportunamente i parametri originariamente utilizzati nel computo dell’Indice mondiale). I risultati ottenuti sono proposti con una sola raccomandazione: l’Indice in sé analizza soltanto alcuni aspetti del «vivere economico» dei paesi dell’Ue e, dunque, se ne suggerisce un utilizzo accorto, senza eccedere in forzature interpretative e usi strumentali.

The Report – now in its second edition – is the first attempt to measure the degree of economic freedom in the countries of the European Union and in the EU as a whole compared to Japan and the United States. This year the analysis also includes an evaluation of the economic freedom of five of the eight countries of western and central Europe (the so-called pecos) admitted to negotiations for entry into the European Union in 2004. The idea of defining and measuring a country’s economic freedom, which emerged over eleven years ago, has led to the birth of the Economic Freedom Network – a network of more than 50 research institutions all over the world of which Centro Einaudi has been the Italian partner since 1997 – and the periodic publication of a report entitled Economic Freedom of the World. Centro Einaudi and Corriere della Sera, with the support of Lazard, have decided to apply the methodological pattern developed over years of collaboration with the Economic Freedom Network to the 15 European Union member countries (varying the parameters originally used to calculate the world Index case by case). The results obtained come with a warning note: the Index per se analyses only some aspects of the ‘economic life’ of the EU countries; it thus needs to be used carefully without reading overmuch into it or using it instrumentally.
Abstract

Profilo Europa / Come ricalibrare i regimi di protezione sociale

Europe / Recalibrating Welfare Regimes

Profilo Europa / Come ricalibrare i regimi di protezione sociale

Negli ultimi vent’anni i welfare state europei sono stati interessati da un profondo processo di ri-configurazione per rispondere a sfide tanto nazionali quanto esterne. Questo saggio presenta il dibattito sulle riforme del welfare state utilizzando la metafora della ricalibratura, secondo cui tale ri-bilanciamento istituzionale, lungi dall’essere solo un processo di ritirata, è caratterizzato da una certa interdipendenza fra elementi espansivi ed elementi sottrattivi nel «menu» di politica sociale e da uno spostamento dell’enfasi posta sui diversi strumenti e obiettivi di politica sociale. Essendo quello di ricalibratura un concetto articolato, vengono proposte le sue quattro dimensioni – funzionale, distributiva, normativa, politico-istituzionale – nelle quattro «Europe sociali» – scandinava, anglosassone, continentale, meridionale. L’idea alla base del concetto è che, sebbene viviamo in un mondo di soluzioni path-dependent (ossia, condizionate dall’esperienza del passato), le comuni sfide offrono spazio per la circolazione di buone pratiche e di informazione fra i differenti paesi europei. Questo è tanto più vero se si considera il crescente ruolo delle istituzioni europee nel campo della protezione sociale, che dà luogo a interazioni complesse tra livelli di governo nazionale e sovranazionale.

In the last two decades, European welfare states underwent a deep process of reconfiguration to respond to both domestic and external challenges. This article enters the debate about welfare state reforms using the metaphor of recalibration to argue that such institutional re-balancing, far from being only a retrenchment process, displays some interdependence between additions and subtractions in the social policy agenda, and a deliberate shift of emphasis among the various instruments and objectives. As recalibration is a multidimensional concept, a detailed description of the different patterns of functional, distributive, normative and politico-institutional change in Europe’s four social regimes – Nordic, Anglo-Saxon, Continental and Southern – is given. The major underlying idea is that, though policy solutions are mainly path-dependent, common challenges open some room for the circulation of best practices and information among the different European countries. This is especially true considering the increasing role of EU institutions in social protection, which fosters a complex relationship between national and supranational levels of government.

 pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Giustizia come equità / Giustizia distributiva

Justice as Fairness / Distributive Justice

Giustizia come equità / Giustizia distributiva

Nel 1977 «Biblioteca della libertà» scelse di dedicare un numero monografico al pensiero e all’opera principale – A Theory of Justice (1971) – di John Rawls, scomparso il 24 novembre 2002 a Lexington, negli Stati Uniti. Il volume, intitolato Le ragioni della giustizia, introdotto e curato da Maurizio Ferrera e Piero Gastaldo, conteneva due (oggi) famosi saggi di Rawls – Giustizia come equità (1958) e Giustizia distributiva (1967) insieme ai contributi di diversi illustri studiosi. Li ripubblichiamo oggi perché, oltre a rivendicare la «scoperta» in Italia delle teorie di John Rawls, teniamo a ricordare colui che è adesso riconosciuto come uno dei maggiori filosofi liberaldemocratici del Novecento. E perché, come i curatori scrivevano allora, e Piero Gastaldo conferma oggi, «un metodo comune per dibattere intorno alle questioni della società può essere importante quanto una condivisa concezione della giustizia».

In 1977 Biblioteca della libertà chose to devote a monographic number to the thinking and the magnum opus – A Theory of Justice (1971) – of John Rawls, who died on November 24 2002 at Lexington in the United States. The number, entitled Le ragioni della giustizia (The Case for Justice), and prefaced and edited by Maurizio Ferrera and Piero Gastaldo, included two now famous essays by Rawls – Justice as Fairness (1958) and Distributive Justice (1967) – together with the contributions of several eminent scholars. Here we are republishing them both to record our role as the ‘discoverers’ of John Rawls’s theories in Italy, and to commemorate a man now acknowledged as one of the major twentieth-century liberal-democrat philosophers. As the editors wrote at the time, and as Piero Gastaldo confirms today, ‘A common method to debate about the issues of society may be as important as a shared conception of justice’.
Abstract

È il metodo che importa - It's the method that matters

Le ragioni della corruzione nelle imprese privatizzate dei paesi ex comunisti

Reasons for corruption in privatised enterprises in the former Communist countries

Le ragioni della corruzione nelle imprese privatizzate dei paesi ex comunisti

In molti paesi occidentali il tasso di povertà infantile è superiore a quello degli anziani; si può inoltre prevedere che l’attuale generazione di giovani e di non ancora nati godrà dei benefici dello stato assistenziale in misura (notevolmente) inferiore rispetto a quella garantita, nel presente e nel futuro, agli anziani di oggi. Tali ineguaglianze tra generazioni sono in buona parte frutto del crescente peso numerico dei votanti anziani nell’ambito dell’elettorato. Si potrebbe quindi ipotizzare l’opportunità di modificare in parte le istituzioni della politica democratica in direzione di uno stato assistenziale meno sbilanciato in termini generazionali, per esempio adottando la proposta, più volte avanzata, di concessione di diritti di voto ai minori, ancorché esercitati per delega dai genitori. Lo studio analizza i pro e i contro di tale proposta da due punti di vista profondamente diversi: 1) le argomentazioni basate sulle conseguenze, ovvero relative agli effetti desiderati/temuti del voto ai bambini; 2) le argomentazioni di natura deontologica, cioè se si debba o meno estendere il diritto di voto al fine di colmare una carenza di democrazia. In conclusione, dall’uno e dall’altro punto di vista non scaturiscono elementi tali da far prevalere le argomentazioni a favore. Si invoca quindi una più intensa attività di studio di soluzioni alternative per mezzo delle quali la politica democratica possa maggiormente tutelare gli interessi dei minori e delle generazioni future.

Il saggio esamina la corruzione sviluppatasi durante il processo di privatizzazione nelle economie di transizione. Quando i diritti di proprietà sono frammentati, i mercati dei capitali sono ancora sottosviluppati, la competizione fra produttori è ostacolata e i manager vogliono comportarsi opportunisticamente, oltre alle forme già esistenti di corruzione ne sorge una nuova. In un ambiente di questo tipo, infatti, i lavoratori sono fortemente incentivati a sindacalizzarsi, per evitare le ristrutturazioni e la perdita di posti di lavoro che ne consegue. I manager, dal canto loro, capiscono che la sindacalizzazione dei lavoratori può proteggere la loro posizione in un eventuale conflitto con i proprietari esterni, e per questo promuovono i leader sindacali a loro favorevoli. Entrambi i soggetti considerano la strategia della cooperazione nettamente dominante rispetto ad altre possibili forme di condotta. Di conseguenza, i manager concedono privilegi speciali ai leader sindacali, i quali chiudono gli occhi di fronte alle malefatte dei manager. Questi vantaggi reciproci vengono finanziati a spese dei proprietari esterni, i veri perdenti in questo gioco. Il processo viene definito corruzione endogena, e crea nuove forme di resistenza agli sforzi di riforma. Dato che le normali strategie contro la corruzione non sono di alcun aiuto nel caso della corruzione endogena, la parte finale del saggio discute le possibilità di ovviare a questo problema.
Abstract

Voto ai minori e parità intergenerazionale

Enfranchising children and intergenerational equity

Voto ai minori e parità intergenerazionale

In molti paesi occidentali il tasso di povertà infantile è superiore a quello degli anziani; si può inoltre prevedere che l’attuale generazione di giovani e di non ancora nati godrà dei benefici dello stato assistenziale in misura (notevolmente) inferiore rispetto a quella garantita, nel presente e nel futuro, agli anziani di oggi. Tali ineguaglianze tra generazioni sono in buona parte frutto del crescente peso numerico dei votanti anziani nell’ambito dell’elettorato. Si potrebbe quindi ipotizzare l’opportunità di modificare in parte le istituzioni della politica democratica in direzione di uno stato assistenziale meno sbilanciato in termini generazionali, per esempio adottando la proposta, più volte avanzata, di concessione di diritti di voto ai minori, ancorché esercitati per delega dai genitori. Lo studio analizza i pro e i contro di tale proposta da due punti di vista profondamente diversi: 1) le argomentazioni basate sulle conseguenze, ovvero relative agli effetti desiderati/temuti del voto ai bambini; 2) le argomentazioni di natura deontologica, cioè se si debba o meno estendere il diritto di voto al fine di colmare una carenza di democrazia. In conclusione, dall’uno e dall’altro punto di vista non scaturiscono elementi tali da far prevalere le argomentazioni a favore. Si invoca quindi una più intensa attività di studio di soluzioni alternative per mezzo delle quali la politica democratica possa maggiormente tutelare gli interessi dei minori e delle generazioni future.

In many western countries, the rate of child poverty is higher than that of elderly people. It is estimated that the present generation of young people and the generation to come will enjoy the benefits of the welfare state (much) less than the elderly of today are enjoying and will enjoy. These inequalities between generations are largely the fruit of the growing numeric proportion of elderly members of the electorate. It might be advisable, therefore, to slightly modify the institutions of democratic politics by making the welfare system state less imbalanced generation-wise. One way to do this might be to adopt the often vented proposal to grant voting rights – albeit exercised by proxy by parents – to minors. This study analyses the pros and cons of this proposal from two entirely different points of view: 1) arguments based on the consequences – that is, the desired/feared effects of children voting; 2) deontological arguments – whether, that is, the right to vote should be extended to make up for a deficit of democracy. In conclusion, neither point of view produces sufficient evidence to win the case. What is needed is a more intense pursuit of alternative solutions that would enable democratic policy to safeguard the interests of minors and the generations of the future more effectively.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Profilo Europa / Pensioni a misura di Unione

Europe / Pensions fit for the Union

Profilo Europa / Pensioni a misura di Unione

La diversità nei sistemi pensionistici dei paesi europei rappresenta più un costo che un vantaggio, pertanto una certa armonizzazione dovrebbe essere perseguita, magari anche soltanto attraverso lo strumento blando del «coordinamento aperto», già adottato per altri importanti capitoli della spesa sociale. La nuova architettura previdenziale, che faticosamente sta affermandosi, è basata anzitutto sulla concezione della previdenza come di un modo per agevolare gli individui nel trasferimento di redditi dalla vita lavorativa alla vita inattiva; uno strumento per assicurare il consumo nell’età anziana, non già come una forma di assistenza delle classi attive nei confronti di quelle inattive. Compete ai singoli paesi dell’Unione completare il processo di riforma dei loro sistemi pensionistici, ma il metodo del coordinamento aperto potrebbe rappresentare un importante strumento per realizzare, in modo indiretto, una qualche forma di convergenza nelle politiche previdenziali. L’auspicio è per pensioni «portabili» e flessibili, premessa per un’Europa più dinamica, in grado di coniugare cittadinanza e solidarietà, da un lato, con responsabilità individuale, assunzione di rischio e flessibilità, dall’altro.

The diversity of pensions systems in European countries is more of a cost than an advantage. Hence the need to pursue a certain degree of harmonisation, even if it does mean resorting to the bland instrument of ‘open coordination’, already applied to other important social spending items. The new architecture of social security, currently struggling to assert itself, is based largely on a conception of social insurance as a way of helping individuals to transfer income from their working lives to their inactive lives – as a tool to guarantee consumption in later life, not as a form of assistance offered by the active classes to the inactive ones. True, it is up to the single countries of the Union to complete the reform of their pension systems, but, nonetheless, the open coordination method could represent an important tool to achieve some form of convergence of social security policies indirectly. Hopefully, ‘portable’, flexible pensions – a prerequisite for a more dynamic Europe – will be introduced to combine citizenship and solidarity on the one hand, and individual responsibility, risk assumption and flexibility on the other.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Profilo Italia / Mobbing: dall'emersione del fenomeno alle prime reazioni

Italy / Mobbing: from the emergence of the phenomenon to initial reactions

Profilo Italia / Mobbing: dall'emersione del fenomeno alle prime reazioni

Il saggio presenta un quadro introduttivo al fenomeno del mobbing, con particolare riguardo per i profili giuridici, comprese le prospettive attuali di un intervento legislativo sul tema. Gli autori si concentrano in primo luogo sulla definizione del mobbing e sul contesto in cui esso si colloca. Poste in luce le caratteristiche del fenomeno, tra cui anche le conseguenze più ricorrenti per vittime e aziende, vengono poi passate in rassegna le varie reazioni che si sono avute avverso il mobbing, soprattutto sul versante della magistratura. Sono quindi illustrati brevemente i progetti di legge italiani in materia (nonché la soluzione già adottata in Francia con la legge sulle molestie morali del gennaio 2002) e i primi esperimenti di norme inserite in alcuni contratti collettivi sulla problematica del mobbing e in generale sulle violenze morali nel luogo di lavoro.

This essay introduces the phenomenon of mobbing with particular reference to legal aspects, such as the prospects for appropriate legislation. The authors set out by defining mobbing and the context in which it takes place. After outlining the main characteristics of the phenomenon – among which the most recurrent consequences for victims and companies – they review the various reactions against mobbing, especially from magistrates. They then provide a brief overview of Italian bills on the subject (they also mention the solution adopted in France recently with the law on moral harassment of January 2002) and the experimental inclusion of norms on the problems of mobbing and, in general, moral violence at the workplace within collective agreements.
Abstract

Il decentramento e la «questione meridionale»

Decentralisation and the 'Southern Question'

Il decentramento e la «questione meridionale»

Giustino Fortunato (1848-1932), scrittore e politico, è stato deputato della destra dal 1880; nel 1909 fu nominato senatore. Si oppose all’avvento del fascismo partecipando alla ricostituzione del Partito liberale (1925). Attento studioso dei problemi del Mezzogiorno, con le sue numerose ricerche e analisi – La questione demaniale nelle provincie meridionali (1882), Questione meridionale e riforma tributaria (1920) – ne denunciò le condizioni di arretratezza, evidenziandone le cause naturali e sociali, e indicò provvedimenti di natura politico-economica per affrontarle. Il testo che presentiamo in questo numero ai nostri lettori è tratto dalla seconda edizione (1926) del suo volume su Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (1880-1910). Si tratta di un suo intervento alla Camera dei deputati che ancor oggi, a oltre un secolo di distanza, si dimostra quanto mai interessante e attuale, nel momento in cui la federalizzazione dello Stato italiano fa riemergere la questione delle differenze economiche tra Nord e Sud, e di come esse possano essere compatibili con l’allentamento, sul piano economico, del "vincolo nazionale" ottocentesco.

Giustino Fortunato (1848-1932), a writer and politician, was a right-wing Italian parliamentary deputy from 1880, and in 1909 was nominated senator. He opposed the advent of fascism and played a part in the reconstitution of the Italian Liberal Party (1925). He was an attentive scholar of the problems of the South, and in his numerous studies and analyses – for example, La questione demaniale nelle provincie meridionali (1882) and Questione meridionale e riforma tributaria (1920) – denounced the area’s conditions of backwardness, stressing their natural and social causes and pointing out economic and political measures to solve them. The text we present in this issue is taken from the second edition (1926) of his volume Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (1880-1910). It is the transcription of a speech to the Chamber of Deputies which now, a century on, is as interesting and topical as it was then, at a moment in time in which the federalisation of the Italian State is again raising the question of the economic differences between North and South and of how they can be compatibile, on an economic plane, with the slackening of nineteenth-century ‘economic constraints’.
Abstract

Ricordo di Franco Romani

Ricordo di Franco Romani

pdf scarica il testo in PDF
Abstract

Scelta collettiva e garanzie costituzionali

Collective Choice and Constitutional Guarantee

Scelta collettiva e garanzie costituzionali

In questo articolo l’autore pone in questione l’opinione largamente diffusa che le costituzioni rappresentino di per sé garanzie della libertà individuale e incarnino di per sé il principio del governo della legge, in quanto opposto al governo esercitato dagli uomini. In realtà, sostiene l’autore, l’ambito della scelta collettiva di cui la costituzione è frutto è per natura propria illimitato e come tale suscettibile di violare i diritti di singoli individui o di minoranze, consentendo che queste siano sfruttate e subiscano abusi da parte del governo, sia esso un sovrano assoluto o una maggioranza che opera nell’ambito di garanzie costituzionali. Ciò è reso anche più probabile dal fatto che, soprattutto (ma non solo) nelle democrazie, il concetto vago e per sua natura indefinibile di "bene comune" viene utilizzato spesso per giustificare l’abuso. L’autore dimostra come la sola garanzia di salvaguardie costituzionali dotate di una qualche solidità risieda nella rigidità e immodificabilità sostanziale della costituzione stessa, costruita attorno a poche semplici regole.

In this article the author questions the widespread opinion that, per se, constitutions represent guarantees of individual freedom and encapsulate the principle of the government of law as opposed to government by men. In reality, argues the author, the ambit of collective choice of which constitution is a product is by its very nature unlimited and, as such, likely to violate the rights of individuals and minorities, allowing them to be exploited and to suffer the abuses of the government, whether an absolute sovereign or a majority that operates in the ambit of constitutional guarantees. This is made even more probable by the fact that, above all (but not only), in democracies, the concept of ‘common good’, vague and by its very nature indefinable, is often used to justify the abuse. The author demonstrates how the sole guarantee of relatively solid constitutional guarantees resides in the rigidity and substantial non-modifiability of the constitution itself, built around a few simple rules.
Abstract

Profilo Italia / Ci sono (nuove) discriminazioni nel trattamento della devianza?

Italy / Are There (New) Discriminations in the Treatment of Deviancy?

Profilo Italia / Ci sono (nuove) discriminazioni nel trattamento della devianza?

In questo articolo gli autori propongono una riflessione che intende essere non alternativa, bensì complementare rispetto ai tradizionali approcci utilizzati nell'affrontare la questione del crimine. In particolare, guardando all'Italia di questi anni e alle modificazioni che la legislazione penale ha progressivamente subito nel corso del tempo, essi si chiedono se l'impianto normativo e più in generale le prassi gestionali del fenomeno criminale diano sistematicamente luogo a discriminazioni. La risposta è positiva, nel senso che l'analisi dell'evoluzione normativa porta a concludere che le esigenze della maggioranza e i privilegi dei detentori del potere finiscono con l'imporre una definizione del confine tra lecito ed illecito e una gestione della repressione della devianza funzionali, di fatto, agli interessi dominanti.

In this article the authors offer a reflection, not as an alternative but as a complement to the traditional approaches adopted to address the question of crime. More specifically, they look at the modifications penal legislation has progressively undergone in Italy in recent years, and ask whether the normative system and, more generally, the practices used to manage the crime phenomenon systematically give rise to discriminations. Their response is that they do in the sense that analysis of normative evolution leads to the conclusion that the needs of the majority and the privileges of the holders of power end up by imposing a definition of the borderline between legal and illegal and a repressive management of deviancy that are, de facto, functional to dominant interests.
Abstract

Crescita e distribuzione a livello globale: il ruolo del mercato e quello della politica

Growth and Distribution at Global Level: The Roles of Market and Politics

Crescita e distribuzione a livello globale: il ruolo del mercato e quello della politica

Il problema distributivo è uno dei temi più controversi e meno assestati degli studi di economia. Esso può avere diverse letture, da quella della distribuzione come smercio dei prodotti a quella, più conflittuale, della ripartizione dei benefici della produzione. Queste letture hanno ricevuto un nuovo e differente impulso nelle nuove condizioni globali politiche (crollo del comunismo) ed economiche (ict, new economy). Scopo di questo articolo è cogliere i principali aspetti di tale novità. La conclusione è che l’onere di ricercare il punto di equilibrio tra istanze sociali ed economiche non può essere delegato al mercato bensì ricade sulla politica. Questa, in un habitat globale, non può se non esprimersi attraverso una forte cooperazione tra Stati.

The distributive problem is one of the most controversial and least settled in economic studies. It can be interpreted in a variety of ways from that of distribution as the sale of products and the more conflictual one of the sharing of the benefits of production. These interpretations have received a new and different impulse in the new global conditions of politics (the collapse of communism) and the economy (ICT, the new economy). The purpose of this article is to grasp the principal aspects of this new development. The conclusion is that the burden of finding the point of equilibrium between social and economic demands cannot be delegated to the market – it is the job of politics. In a global habitat, all this can only come into being through strong interState cooperation.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Le quattro dimensioni della globalizzazione

The Four Dimensions of Globalisation

Le quattro dimensioni della globalizzazione

Per comprendere il nuovo ordine sociale emergente all’inizio del ventunesimo secolo, l’autore suggerisce di considerare la globalizzazione sotto quattro principali dimensioni. Oltre alla ben nota dimensione economica, infatti, a suo giudizio la globalizzazione va analizzata anche come fenomeno culturale (caratterizzato da relazioni crescenti fra popoli e culture), come fenomeno politico (segnato da trasferimenti di potere dal livello nazionale verso entità più ampie – sovranazionali – e più piccole – locali), infine come fenomeno religioso, profetizzato dal Cristo ed espresso dalla metafora della "civiltà dell’amore" di papa Giovanni Paolo II. Nell’ultima parte dell’articolo l’autore propone, quale strumento utile al conseguimento dei fini indicati dalla Chiesa cattolica nell’enciclica Centesimus Annus, l’adozione dello schema di riforma sociale ideato da José Pinera, che prevede la personalizzazione dei fondi di assistenza per la vecchiaia su scala globale. In questo modo, anche nei paesi più poveri del mondo i fondi di investimento individuali potrebbero sollevare i meno abbienti dalla miseria, di generazione in generazione.

The article focuses on four main dimensions of globalisation in an attempt to understand the new emerging social order of the 21st century. It suggests that, apart from the well-known economic dimension of globalisation, it is worthwhile analysing globalisation also as a cultural phenomenon characterised by growing contacts between peoples and cultures, as a political phenomenon marked by a shift of power from the national level towards larger units above the state and smaller units below the state and, finally, as a religious phenomenon foreseen by Jesus Christ and expressed by Pope John Paul II’s ‘civilisation of love’ metaphor. In the last part of his article, the author suggests the adoption of José Piñera’s scheme of personalisation of old-age-assistance accounts on a global scale as a means of achieving the goals set out by the Catholic Church in its Centesimus Annus encyclical. In this way, even in the poorest countries new personal investment funds could relieve the poor from poverty, generation by generation.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Il «supermercato» europeo

Centro Einaudi Reports / The European 'Supermarket'

Le ricerche del Centro Einaudi / Il «supermercato» europeo

Questo lavoro si inserisce all’interno del dibattito concernente l’esistenza di una "specificità" dei paesi che partecipano al processo di integrazione iniziato nei primi anni del secondo dopoguerra con la firma del Trattato di Roma. In particolare si vuole tentare di rispondere a due domande: la prima è se esista una vocazione di tali paesi all’integrazione, se cioè essi presentino sostanziali differenze rispetto agli altri "compagni di viaggio" nel processo di crescita e sviluppo economico; la seconda questione riguarda l’esistenza di effetti positivi del processo in atto. Lo scopo di questo scritto è quello di analizzare i flussi di commercio con l’estero dei principali Stati membri dell’Unione Europea, per cercare di mostrare che anche su questo fronte esistono analogie atte a giustificare la creazione di un’unione economica, monetaria e magari anche politica. La risposta alle precedenti due domande sembra essere senz’altro positiva, pare cioè emergere una iniziale "tipicità" che si va rafforzando nel corso del trentennio analizzato: i paesi europei, alcuni dei quali partiti da lontano, evidenziano una tendenza all’omogeneità, convergono soprattutto per quanto riguarda la struttura delle bilance commerciali relative alle commodities, talvolta in forte contrasto rispetto alle altre economie del campione.

This essay is a contribution to the debate on whether there is something specific about the countries that are taking part in the integration process which began in the immediate postwar years following the signing of the Treaty of Rome. More specifically, it seeks to answer two questions: i) do such countries possess a penchant for integration, and are they substantially different from their ‘travelling companions’ in the process of economic growth and development? ii) is the ongoing process having positive effects? The essay analyses the overseas trade flows of the principal Member States of the European Union, seeking to demonstrate that analogies exist here too to justify the setting up of an economic, monetary and perhaps even political union. The answers to the two questions would appear to be affirmative in that an initial ‘typicality’ has gradually been built upon in the thirty-year period taken into account. European countries display a tendency towards homogeneousness (which, in some cases, goes back a long way), and converge above all in terms of the structure of their commodity trade balances, which sometimes clash sharply with those of the other economies studied in the sample.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Traffico limitato: i vincoli materiali del B2C

Centro Einaudi Reports / Limited Traffic: The Physical Constraints of B2C

Le ricerche del Centro Einaudi / Traffico limitato: i vincoli materiali del B2C

Questo lavoro è tratto dal Terzo Rapporto Centro Einaudi/SISIM sulla distribuzione in Italia (Commercio, la modernizzazione silenziosa, novembre 2001). Oltre a fare il punto sull’evoluzione del sistema della distribuzione in Italia, visto all’interno del quadro europeo e globale, il Rapporto tradizionalmente contiene un osservatorio sullo sviluppo dell’e-commerce. In queste pagine l’autore trae un primo bilancio e disegna una prima spiegazione della crisi della .com economy, che ha spazzato i listini delle matricole di Internet nelle Borse di tutto il mondo. Oltre ad aspetti squisitamente finanziari e borsistici, la passata stagione di passione per i titoli azionari delle società dell’e-commerce ha messo in luce con chiarezza un limite stringente allo sviluppo del B2C: l’insufficienza delle materialissime reti logistiche che devono chiudere, con la consegna della merce, il cerchio aperto dal consumatore cliccando sulla virtualissima pagina web del sito del venditore.

This essay is taken from the Third Centro Einaudi/SISIM Report on the retail trade in Italy (Retail trade, modernisation in silence, November 2001). Besides reporting the evolution of the distribution system in Italy within the European and global context, the Report traditionally offers an overview of the development of e-commerce. In these pages, the author provides an initial summing-up and attempts to explain of the crisis of the .com economy, which has swept away the lists of Internet ‘rookies’ from stock exchanges the world over. Aside from exquisitely financial and stock exchange aspects, past enthusiasm for the stock of e-commerce companies clearly highlighted a significant limit on the development of B2C: the insufficiency of the highly tangible logistic networks that, with the delivery of goods, have to close the circle opened by the consumer when he clicks on the highly virtual web page of the seller’s site.
Abstract

Le ricerche del Centro Einaudi / Investimenti delle famiglie, rischio e ruolo degli intermediari

Centro Einaudi Reports / Family Investment: Risk and the Role of Intermediaries

Le ricerche del Centro Einaudi / Investimenti delle famiglie, rischio e ruolo degli intermediari

A due anni di distanza dai massimi storici toccati dalle Borse mondiali, dopo gli attentati dell’11 settembre, il quadro macroeconomico globale è perturbato. Si tratta forse di una inevitabile fase di trasformazione dopo la crescita impetuosa degli anni passati. I sistemi economici occidentali hanno probabilmente accumulato sufficienti risorse per avere una pausa di riflessione, per ripulire i bilanci pubblici e privati, per rivedere i criteri di scelta degli investimenti, per dare una nuova dimensione alle considerazioni etiche, alla regolamentazione e alla trasparenza. È quindi appropriato porsi domande anche sul funzionamento dei mercati finanziari, per individuare se esistano dei problemi da risolvere, per chiedersi se tutto vada bene o sia invece il caso di ripensare i canali di scelta delle attività finanziarie. Questo lavoro, nato nell’ambito del XIX Rapporto Bnl/Centro Einaudi sul risparmio e sui risparmiatori in Italia, cerca di meditare sugli aspetti sostanziali del rischio dei portafogli detenuti dalle famiglie italiane, per la cui misurazione corretta molta strada rimane ancora da fare. L’autore conclude che ogni miglioramento, pur possibile, non modifica il messaggio di fondo: il calcolo del rischio correntemente effettuato è più che altro una convenzione che non è in grado di dare vere risposte alle attese degli investitori.

Two years ago, the world’s stock exchanges reached record peaks. Today, in the wake of the terrorist attacks of September 11, the global macroeconomic picture is unsettled in what is, arguably, an inevitable phase of transformation after the rapid growth of previous past years. Western economic systems have probably accumulated enough resources to pause for reflection, clean public and private accounts, review investment choice criteria, and add a new dimension to ethical considerations, regulation and transparency. It is thus appropriate to raise questions about the funding of financial markets, to establish whether there are problems to be solved and to ask whether everything is proceeding satisfactorily or whether the channels for the choice of financial activities are in need of a rethink. This study, part of the 19th Bnl/Centro Einaudi Report on savings and investors in Italy, explores the substantial risk factors for the portfolios of Italian families, the proper measurement of which still has to be fully perfected. The author concludes that, albeit possible, improvement would in no way alter the underlying message: namely, that risk calculation as it stands at present is more than anything else a convention incapable of offering real responses to investors’ expectations.
Abstract

Mercati del lavoro e welfare state: che cosa la globalizzazione (non) implica

Labour Markets and Welfare State: What Globalisation Does (Not) Imply

Mercati del lavoro e welfare state: che cosa la globalizzazione (non) implica

È opinione diffusa tra cittadini ed élites dei paesi capitalisti avanzati che la globalizzazione eserciti formidabili pressioni sul funzionamento dei mercati del lavoro e sui sistemi di protezione sociale dei loro paesi. L’aumento degli scambi commerciali e l’internazionalizzazione dei processi produttivi indurrebbero maggiore diseguaglianza salariale oppure creerebbero disoccupazione tra i lavoratori meno qualificati, mentre l’integrazione dei mercati finanziari e l’accresciuta mobilità dei capitali obbligherebbero gli stati nazionali a diminuire la tassazione dei capitali e ne ridurrebbero drasticamente le capacità di guida politico-economica e le possibilità di perseguire politiche redistributive. A fare le spese di tutto questo sarebbero i sistemi di protezione sociale, inesorabilmente destinati a convergere, assumendo quella snella silhouette che molti ritengono condizione necessaria per la sopravvivenza dell’economia di un paese nel mercato globale. Questo saggio cerca di revocare in dubbio molte fra tali conclusioni, mostrando però come vi sia un aspetto della globalizzazione carico di conseguenze per gli stati del benessere contemporanei: la sua dimensione politica e ideologica, connessa alla costruzione del discorso pubblico nelle democrazie avanzate – in altre parole, la sua logica politica.

It is a widely held opinion among both citizens and elites in advanced capitalist countries that globalisation exerts formidable pressure on the working of their labour markets and social protection systems. It is believed that the increase in productive processes either induces greater wage inequality or creates unemployment among the least skilled workers, whereas the integration of financial markets and increased mobility of capitals obliges states to lower taxation on capitals and drastically reduces their capacity to act as political-economic guides and pursue redistribution policies. All this is said to be to the detriment of social protection systems, inexorably bound to converge and trim down to the slim silhouette many believe to be a necessary condition for the survival of any national economy in the global market. This essay questions many of these conclusions, but also reveals that one aspect of globalisation is fraught with consequences for prosperous contemporary states; namely, its political and ideological dimension as a result of the building of the public discourse in advanced democracies – in other words, its political logic.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Profilo Italia / Eppur si muove? Politiche di liberalizzazione e cambiamento

Italy / Yet It Does Move! Policies of Liberalisation and Institutional Change

Profilo Italia / Eppur si muove? Politiche di liberalizzazione e cambiamento

In questo lavoro viene analizzato il rapporto tra l'assetto istituzionale italiano e le politiche di liberalizzazione e di semplificazione, adottando come criterio di riferimento per la valutazione della performance delle istituzioni la tempestività nel produrre risposte ai nuovi problemi sociali senza aumentare il tasso di coercizione e senza distribuirne arbitrariamente le conseguenze favorevoli e quelle negative. In termini generali, i processi di liberalizzazione vengono definiti come quei cambiamenti dei vincoli istituzionali che permettono di ridurre i costi dell'interazione sociale derivanti dalla presenza e dall'azione dello stato, ossia di ridurre il tempo individuale e sociale necessario al mantenimento della struttura pubblica e delle sue funzioni. Dagli indicatori utilizzati nell'analisi emerge un quadro per certi versi contraddittorio: nel sistema politico italiano è stato faticosamente avviato, nel corso degli ultimi anni, un tentativo di liberalizzare alcune aree d'interazione sociale, in particolare nel campo dei rapporti tra cittadini e amministrazione pubblica, ma tale processo stenta a produrre risultati apprezzabili.

In this essay, the authors analyse the relationship between the Italian institutional arrangement and policies of liberalisation and simplification. The criterion they adopt to assess the performance of institutions is the latter’s promptness in producing responses to new social problems without increasing the rate of coercion and without distributing its favourable and negative consequences randomly. In general terms, the authors define the processes of liberalisation as changes in the institutional constraints that permit a reduction of the social interaction costs resulting from the presence and action of the state – that is, a reduction of the individual and social time needed to maintain the public structure and its functions. The picture drawn by the indicators used in this analysis is to some extent contradictory. In the course of the last few years, the Italian political system has sought, not without difficulty, to liberalise some areas of social interaction, in particular in the field of relations between citizens and public administration, but for the moment the process is struggling to produce appreciable results.
Abstract

Profilo Europa / Sussidiarietà, interessi degli Stati e tutela dei cittadini

Europe / Subsidiarity, the Interests of States and Citizen Protection

Profilo Europa / Sussidiarietà, interessi degli Stati e tutela dei cittadini

L’autore esamina una delle questioni cruciali che dovrà affrontare la Convenzione Europea, quella di individuare i criteri che devono presiedere alla ripartizione delle competenze fra Unione e Stati (e regioni, ove costituzionalmente previste). Sul punto, la dichiarazione di Laeken formula specifici interrogativi, che attengono all’applicazione del principio di sussidiarietà e alla tutela degli interessi sia degli Stati, sia dei cittadini europei. Per rispondere a tali interrogativi, l’autore propone un criterio di definizione delle competenze che distingua, anche al fine di una piena legittimazione politica dell’Unione, fra quelle che le sono assegnate nell’interesse proprio degli Stati membri e quelle che invece le sono conferite al fine di tutelare gli interessi dei cittadini. Nel primo caso l’elenco delle competenze dovrebbe essere rigido e rigidamente interpretato, e i singoli Stati potrebbero liberamente decidere di non conferire specifiche funzioni all’Unione, mantenendone l’esercizio; nel secondo invece l’assegnazione all’Unione sarebbe obbligatoria, e l’interpretazione più flessibile. In numerosi casi, poi, occorrerebbe prevedere l’esercizio congiunto di competenze a livello federale e statale. Infine, l’autore specifica come dovrebbero differenziarsi, per i due tipi di competenze, il ruolo del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo e quello dei Parlamenti (europeo e nazionali), le modalità applicative (comunque da snellire e modernizzare) e le forme di controllo giurisdizionale.

The author explores one of the critical points on the European Convention agenda: namely, the identification of criteria for the sharing of competences between Union and states (and regions wherever constitutionally envisaged). The Laeken Declaration formulates specific questions vis-à-vis the application of the subsidiarity principle and the protection of the interests of both European states and citizens. The author proposes a criterion for the definition of competences; partly to grant full political legitimacy to the Union, he distinguishes between competences assigned in the interests of Member States and those assigned to protect citizens’ interests. In the first case, the list of competences ought to be rigid and rigidly interpreted, and single States might freely decide not to grant specific functions to the Union and continue to exercise them themselves. In the second case, instead, the assignment of functions to the Union would be compulsory and the interpretation thereof more flexible. In numerous cases, moreover, it would be necessary to envisage the joint exercise of competences at federal and state level. The author, finally, specifies how the roles of the Council of Heads of State and Government and the Council of Parliaments (European and national) ought to be differentiated according to the two types of competence, application procedures (which need to be streamlined and modernised) and forms of jurisdictional control.
Abstract

Perché agli Stati Uniti non conviene l'armonizzazione fiscale

Why Fiscal Harmonisation isn't a Good Idea in the United States

Perché agli Stati Uniti non conviene l'armonizzazione fiscale

Gli Stati Uniti sono il paese che trae maggiori vantaggi dalla competizione fiscale internazionale. Un carico fiscale modesto, in combinazione con una tassazione vantaggiosa e la tutela della privacy degli stranieri non residenti, ha contribuito ad attrarre più di 9.000 miliardi di dollari di investimenti stranieri nell’economia statunitense. Ciò si traduce in più posti di lavoro e redditi più elevati per i lavoratori americani. Le iniziative di armonizzazione fiscale proposte dall’Europa finirebbero per ostacolare questo vantaggio competitivo. Le burocrazie internazionali, ispirate da nazioni non competitive come la Francia, vogliono dare ai governi ad elevata imposizione fiscale il potere di tassare i redditi guadagnati in nazioni a bassa imposizione fiscale. Ciò rappresenta una minaccia diretta per gli interessi economici dell’America. Proposte di armonizzazione fiscale come lo "scambio di informazioni" renderebbero l’America molto meno attraente per gli investitori del mondo e si tradurrebbero in una perdita significativa di capitali.

The United States is the world’s biggest beneficiary of jurisdictional tax competition. A modest tax burden, combined with advantageous tax and privacy laws for non-resident aliens, has helped attract more than $9 trillion of foreign investment to the U.S. economy. This translates into more jobs and higher incomes for American workers. European-sponsored tax harmonisation initiatives would undermine this competitive advantage. At the behest of uncompetitive nations like France, international bureaucracies want to give high-tax governments the power to tax income earned in low-tax jurisdictions. This is a direct threat to America’s economic interests. Tax harmonisation proposals such as ‘information exchange’ would make America much less attractive to the world’s investors and likely would result in a significant loss of capital.
Abstract

Scegliere la moneta

Choosing the Currency

Scegliere la moneta

L’articolo cerca di dimostrare come l’elevata qualità della moneta e la stabilità monetaria che da essa dipende siano fattori indispensabili per permettere all’economia reale di raggiungere le condizioni di massimo benessere potenziale. Jordan analizza innanzitutto le conseguenze della qualità e stabilità della moneta sull’economia in presenza di un regime di cambio rigido o flessibile, e propone l’introduzione, da un lato, di un sistema monetario competitivo sul piano internazionale e, dall’altro, di una nuova moneta aurea all’interno degli Stati Uniti. L’articolo analizza poi le ragioni storiche e intellettuali della nascita e diffusione delle banche centrali nazionali nel dopoguerra, sottolineando come sia la teoria keynesiana che la teoria monetarista prescrivessero un ruolo attivo per la politica monetaria delle banche centrali. Nell’ultima parte dell’articolo, l’autore contesta questa interpretazione attiva del ruolo delle banche centrali, evidenziando come il vecchio paradigma espresso dalla curva di Phillips sia stato ormai contraddetto dalle condizioni di inflazione e disoccupazione degli anni novanta negli Stati Uniti, e sostiene che l’unico obiettivo attuale della politica monetaria delle banche centrali debba essere il mantenimento di un’elevata qualità e stabilità della moneta.

The article seeks to demonstrate how the high quality of currency and the monetary stability that depends on it are indispensable factors for the real economy to achieve conditions of potential maximum well-being. Jordan begins by analysing the consequences of the quality and stability of the currency on the economy with a rigid or flexible exchange system and proposes the introduction, on the one hand, of a competitive monetary system at international level and, on the other, of a new gold currency in the United States The article analyses the historical and intellectual reasons for the birth and diffusion of national central banks in the postwar years, stressing how both the Keynesian and the monetarist theories prescribed an active role for the monetary policies of central banks. In the final part of the article, the author questions this active interpretation of the role of central banks, pointing out how the old paradigm expressed by the Phillips curve was contradicted by the conditions of inflation and unemployment in the United States in the Nineties. He argues, finally, that the sole current goal of the monetary policies of central banks must be to maintain a high quality stable currency.
Abstract

Profilo Europa / La bioetica dell'Unione

Profilo Europa / La bioetica dell'Unione

L’Europa è tradizionalmente il continente delle diversità. La sua lunghissima storia di civiltà, la varietà di razze e religioni, l’esistenza di precisi confini hanno fatto del Vecchio Continente un mosaico di istituzioni, lingue, morali e leggi differenti. Sotto questo aspetto, la differenza rispetto a paesi come gli Stati Uniti o il Giappone è sempre stata molto netta. La situazione sta cambiando ad una velocità inaspettata. In effetti, l’Europa sta attraversando un processo di omogeneizzazione che molto probabilmente influenzerà in modo radicale le sue caratteristiche spirituali e materiali. Questo processo è in parte dovuto agli effetti della globalizzazione culturale ed economica. Da questo punto di vista non c’è molta differenza fra l’Europa e altre parti del mondo sviluppato. Ma le ragioni principali di questi rapidi cambiamenti sono dovute alla costruzione delle istituzioni dell’Unione Europea, e alla diffusione delle sue politiche pubbliche all’interno dei 15 Stati membri. Questo processo sta influenzando la bioetica e la medicina. La diversità in ambito biomedico in Europa, infatti, è sempre più sottoposta alle pressioni che provengono dall’Unione Europea. È tuttavia proponibile un modello alternativo, in base al quale un grado più elevato di interazione e scambio in Europa sarebbe compatibile con il mantenimento e il rafforzamento delle diversità nazionali e della libertà individuale in materia di bioetica e medicina.

Europe is traditionally the continent of diversity. Its long history of civilisation, its variety of races and religions and its precise national boundaries make the old continent a mosaic of different institutions, languages, morals and laws. In this respect, the difference from other countries such as the United States or Japan has always been very clear-cut. Now, unexpectedly, the situation is changing very fast, and Europe is effectively experiencing a process of homogenisation which, in all likelihood, will influence its spiritual and material characteristics radically. The process is, in part, caused by the effects of cultural and economic globalisation. From this point of view, there is little difference between Europe and other parts of the developed world, but the main reasons for these rapid changes are (a) the building of the institutions of the European Union and (b) the diffusion of its public policies within the 15 Member States. This process is influencing bioethics and medicine, as the diversity of the biomedical ambit in Europe is increasingly subjected to pressure from the European Union. It is, however, possible to propose an alternative model on the basis of which a higher degree of interaction and exchange in Europe would be compatible with the maintenance and reinforcement of national diversities and individual liberty in bioethics and medicine.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Referendum e costituzionalismo liberale

Referenda and Liberal Constitutionalism

Referendum e costituzionalismo liberale

A partire dall’analisi delle due concezioni di democrazia rappresentativa e diretta, l’articolo cerca da un lato di dimostrare come la concezione di democrazia più rispondente ai valori della tradizione liberale sia quella che si ispira alla democrazia diretta, dall’altro di individuare la strategia costituzionale migliore non tanto per sostituire la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, quanto per introdurre un maggior numero di elementi di democrazia diretta nel processo decisionale delle democrazie rappresentative contemporanee. Tale strategia, volta all’introduzione di nuove forme di consultazione diretta dei cittadini come stadio aggiuntivo (e quindi freno potenziale) del processo decisionale, punta ad una convergenza fra liberali e socialisti di tutti i tipi, sulla base del comune interesse per le riforme, e comporta una divergenza fra liberali e conservatori. Questi ultimi infatti, pur essendo spesso alleati dei liberali nelle questioni sostanziali di politica pubblica, si oppongono alle riforme strutturali anche quando, come nel caso dell’introduzione di elementi di democrazia diretta, il risultato può essere la riduzione del settore pubblico e del livello di politicizzazione dell’economia.

The essay sets out from analysis of the two conceptions of representative and direct democracy (a) to demonstrate how the conception of democracy most respondent to the values of the liberal tradition is the one based on direct democracy, and (b) to identify the best constitutional strategy not so much to replace representative with direct democracy as to introduce a higher number of elements typical of direct democracy into the decision-making process of contemporary representative democracies. This strategy, designed to introduce new forms of direct citizen consultation as an additional stage (hence as a potential check) in the decision-making process, aims to create a convergence among liberals and socialists of all types on the basis of their common interest for reforms, and thus entails a divergence between liberals and conservatives. The latter, albeit often the allies of liberals on major public policy issues, are opposed to structural reforms even when – as is the case with the introduction of elements of direct democracy – the result may be the reduction of the public sector and the level of politicisation of the economy.
Abstract

Depenalizzare il consumo di droghe?

Should Drug Consumption Be Depenalised?

Depenalizzare il consumo di droghe?

L’articolo cerca di prevedere le conseguenze della depenalizzazione del consumo di droghe, tenendo conto da un lato delle indicazioni che provengono della teoria economica della tossicodipendenza, dall’altro dei cambiamenti in atto nella struttura della famiglia contemporanea. La prima parte dell’articolo analizza le conseguenze sulla tossicodipendenza giovanile provocate dalle pressioni dei coetanei e dai cambiamenti nella struttura della famiglia contemporanea. Nella seconda parte, l’autore riassume le principali conclusioni della teoria economica della tossicodipendenza – sottolineando in particolare l’elevata elasticità al prezzo del consumo di droghe – e le collega ai cambiamenti attuali nella struttura della famiglia. Infine, Becker elenca le possibili implicazioni di una politica di depenalizzazione del consumo di droghe e suggerisce, alla luce di queste implicazioni, l’introduzione di un limite minimo di età per l’acquisto di droghe e la riforma delle politiche familiari e educative.

The essay seeks to predict the consequences of the depenalisation of drug consumption, bearing in mind, on the one hand, the suggestions of the economic theory of drug addiction and, on the other, the changes in progress in the structure of the contemporary family. The first part analyses the consequences for juvenile drug addiction of pressure from contemporaries and changes in family structure. In the second part, the author sums up the main points of the economic theory of drug addiction, stressing the high price elasticity of drug consumption and linking them to ongoing changes in family structure. Becker concludes by listing the possible implications of a policy to depenalise drug consumption and, in the light of these implications, suggests the introduction of a minimum age limit for the acquisition of drugs, as well as the reform of family and educational policies.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Il Vangelo e la ricchezza

The Gospel and wealth

Il Vangelo e la ricchezza

Si tratta di un dibattito di notevole spessore, pubblicato integralmente per la prima volta, svoltosi nell’ambito di un ciclo di lezioni su "Etica cattolica e società di mercato" organizzato dall’Unione Industriale di Torino. Il dibattito, assai ampio, è stato introdotto e concluso, con interessanti interventi anche del pubblico, da Mario Deaglio; relatore è stato Padre Angelo Tosato, scomparso il 30 aprile 1999, uno degli studiosi che, nell’ambito del cattolicesimo, più hanno saputo tenere posizioni aperte alla libertà di impresa e alla libera concorrenza. La sua tesi è che l’insegnamento evangelico circa la ricchezza, così come comunemente è conosciuto e divulgato, è un insieme di luoghi comuni, una deformazione dell’insegnamento autentico del Vangelo. Dopo aver illustrato i molti motivi per dubitare – anche senza essere esegeti – che questo insegnamento corrente sia attendibile, egli conclude affermando che accostarsi al Vangelo con lo studio, comprendendolo nel suo contesto culturale e storico, significa riappropriarci del nostro patrimonio spirituale. Ritrovare il Vangelo è ritrovare lo spirito del Vangelo. Conoscere il Vangelo, lasciando cadere l’idea di conoscerlo, sembrerebbe, quindi, un’opera estremamente preziosa da sviluppare, per i cristiani soprattutto, ma anche per i non cristiani.

This is a debate of noteworthy importance published for the first time in full and was held in a series of lessons on ‘Catholic ethics and market society’ organised by the Unione Industriale di Torino. The presentation and conclusion to the fairly broad debate were made by Mario Deaglio; there was interesting participation from the public; the speaker was Father Angelo Tosato, who died on 30th April 1999, and was an expert in the Catholic world whose stance was most open to free enterprise and competition. The theory he upheld is that the Gospel teaching about wealth, as is commonly known and spread, is a set of clichés and a deformation of the true word of the Gospel. Having illustrated the many motives for doubt – even without being exegetes – in the credibility of the current teaching, he concludes by confirming that by drawing closer to the Gospel through study, understanding it in its cultural and historical context, means that we can once again take possession of our own spiritual heritage. Rediscovery of the Gospel is rediscovery of the spirit of the Gospel. To know the Gospel, by forgetting we know it, would seem therefore extremely valuable above-all for christians, but also for non-christians.
Abstract

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 3 / Documentazione: le riforme in Francia e Germania, e il caso inglese

A Centro Einaudi report on bankruptcy in Italy • 3 / Documentation: the reforms in France and Germany and the situation in the United Kingdom

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 3 / Documentazione: le riforme in Francia e Germania, e il caso inglese

Questo articolo si propone di dar conto delle riforme in atto e della legge vigente in materia di procedure concorsuali nei principali paesi europei: Francia, Germania e Inghilterra. L’analisi comparativa delle regole del diritto fallimentare offre una prospettiva migliore per vedere quale sia la via percorribile dal legislatore italiano, laddove voglia riprendere il progetto di riforma del governo Amato e proporre un nuovo progetto di riforma del diritto fallimentare. Riforma che viene sempre di più invocata a gran voce dagli operatori, visti i tempi e i costi "fallimentari" del nostro modello. Nella conclusione vengono evidenziati gli elementi comuni alla riforma del diritto fallimentare europeo che poi si ritrovano anche nel progetto di riforma Amato.

This article proposes to relate the reforms underway and the current law as far as bankruptcy procedures are concerned in the main European countries: France, Germany and the United Kingdom. The comparative analysis of bankruptcy law regulation gives a better perspective in understanding the best route to follow for the Italian legislator who wants to return to the reform proposed by the Amato government proposing a new reform project in bankruptcy law. A reform that is increasingly insisted upon by the operators given the time and costs involved in ‘bankruptcy’ according to the Italian model. The conclusion highlights the elements to the European bankruptcy law and the Amato reform project.
Abstract

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 2 / Necessaria una, parziale, depenalizzazione

A Centro Einaudi report on bankruptcy in Italy • 2 / Is a partial depenalization necessary?

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 2 / Necessaria una, parziale, depenalizzazione

Non v’è dubbio che l’ordinamento penale vigente veda nel fallimento dell’impresa un momento di allarme economico-sociale, meritevole in quanto tale di sanzione. Nell’articolo si esamina inizialmente il quadro sanzionatorio attuale, che risulta aggravato dalla circostanza che le norme in tema di bancarotta sono costruite su una duplice presunzione: di sussistenza di rapporto causale e di colpevolezza. L’analisi prosegue con le prospettive di riforma, seppur parziali, contenute nel progetto Mirone. Tra i temi discussi dall’autore, i profili di responsabilità per la fase di gestione della crisi dell’impresa e le cornici edittali. Oggi infatti il reato di bancarotta è punito con la reclusione da tre a dieci anni, cioè con la stessa severità riservata alla rapina o ad altre fattispecie criminose. L’elevato rischio penale induce spesso l’imputato a prediligere riti alternativi (ad esempio il cosiddetto "patteggiamento"): sarebbe invece necessario prevedere forme di graduazione della pena in funzione della condotta concreta e della collaborazione prestata dall’imputato.

There can be no doubt that the penal system in force sees in company bankruptcy a moment of social and economic alarm, and as such warranting sanctions. Initially the article examines the current penal framework aggravated by the fact that bankruptcy norms are based upon a dual presumption: the existence of a causal relationship and guilt. Reform prospects if only partial in the Mirone project are then analysed. Profiles of responsibility during the phase of the business’s crisis management and the frames of edict are amongst the themes discussed by the author. Today the sentence paid for a bankruptcy offence is from three to ten years imprisonment, the same as robbery or similar crimes. The high level of risk involved therefore frequently pushes the defendant into alternative measures (for example the so-called ‘compromise’): however perhaps what is necessary is a grading of sentences according to the defendant’s conduct and collaboration.
Abstract

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 1 / Verso una riforma

A Centro Einaudi report on bankruptcy in Italy • 1 / Towards an ‘American’ reform?

Una ricerca del Centro Einaudi sul fallimento in Italia • 1 / Verso una riforma

L’articolo si propone di evidenziare i principali limiti della legislazione italiana sul fallimento e di ipotizzare gli effetti possibili di una riforma ispirata alla legge fallimentare nordamericana, il Bankruptcy Act del 1978. L’introduzione del modello americano nell’ambito del sistema legale italiano può modificare in maniera radicale il mercato dei tradizionali servizi professionali correlato alle procedure concorsuali. Il sistema italiano è ora fortemente influenzato dall’esperienza americana sulla corporate governance ed il controllo finanziario, tuttavia non esiste ancora un panorama istituzionale capace di proporre nuovi strumenti e procedure in ambito fallimentare. In Italia la dimensione, la mentalità e le competenze professionali di classe dirigente, studi legali e di consulenza, banche d’affari, offrono alle istituzioni internazionali un’opportunità di ingresso nel mercato nazionale dei servizi professionali per la gestione di crisi aziendali e fallimento. La riforma del diritto fallimentare italiano è tuttavia fortemente influenzata dalle divergenti posizioni e istanze di operatori professionali nazionali ed internazionali, rivelando un interessante punto di vista in grado di misurarne la globalizzazione in atto.

The article’s aim is to point out the main failures in Italian bankruptcy law and to forecast the possible effects of a reform inspired by United States legislation: the U.S. Bankruptcy Act of 1978. The introduction within the Italian legal system of American standards may determine a total change in previous professional market services related to bankruptcy procedures. Italian standards are now strongly dependent on American experience in the main structure of corporate governance and financial control, indeed, there is not yet an institutional setting able to spread new tools and methods in the field of bankruptcy. The size, the mindset and the professional skills of Italian management, law firms, consultant firms and merchant banks is offering an opportunity to international institutions to enter the Italian market of professional services for company crises and bankruptcy. The reform of Italian bankruptcy law is however strongly influenced by the opposite positions and requests of national and international professionals, showing an interesting point of view for measuring globalisation in action.
Abstract

L’europeo del Risorgimento

The Risorgimento European

L’europeo del Risorgimento

La singolarità di molte biografie cavouriane è di chiudersi con un interrogativo: che corso avrebbe seguito la storia italiana se la febbre malarica non avesse troncato la vita di Cavour dopo pochi mesi dall’insediamento del primo parlamento nazionale? Il punto sul quale la storiografia si è trovata concorde è la dimensione europea dell’opera compiuta da Cavour nel processo formativo dell’identità nazionale italiana; e nella cornice europea la statura dello statista risulta ingigantita dal paragone con le modeste dimensioni del Regno di Sardegna. La statura europea di Cavour offre una mezza risposta all’interrogativo sull’Italia quale avrebbe potuto essere se egli non fosse morto a cinquant’anni; nel senso che Cavour fu più moderno della nazione che gli riuscì di formare. La libertà di scambio e il pluralismo confessionale sono i due connotati europei del pensiero di Cavour che vengono approfonditi in questo articolo.

Many biographies of Cavour strangely finish in a question: how would Italian history have been different if malaria had not cut short Cavour’s life but a few months after setting up the first national parliament? There is general historical agreement in the European dimension of Cavour’s work in the forming of an Italian national identity, and within a European framework the stature of the statesman grows enormously when compared to the modest dimensions of Kingdom of Sardinia. The European stature of Cavour is half an answer to the question as to what Italy might have become if he had not died at the age of fifty, in that Cavour was more modern than the state that he succeeded in forming. The two European connotations of Cavour’s thinking that this article goes into are the freedom of exchange and confessional pluralism.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Se lo stato-nazione possa ancora essere utile ai suoi cittadini

Whether the nation-state can still be of use to its people

Se lo stato-nazione possa ancora essere utile ai suoi cittadini

In questo saggio si affrontano, dal punto di vista economico, alcuni dei problemi che vengono posti dal crescente divario fra lo spazio politico e lo spazio del mercato, a discapito dell’ambito di intervento della politica. Lo stato-nazione, come lo conosciamo, è sottoposto ad una duplice pressione: da una parte tende a frantumarsi in enti politici minori e dall’altra necessita di mettersi d’accordo con gli altri stati per raggiungere obbiettivi (su problematiche ambientali, sanitarie, eccetera) e ottenere beni pubblici che si riferiscono ad aree ben più ampie di quelle delimitate dai confini nazionali. Per una serie di ragioni politiche e tecnologiche, è successo che il confine del mercato ha cessato di essere collegato al confine dello stato. Quando i benefici dell’allargamento del mercato non dipendono dalla dimensione dello stato è naturale che, negli stati esistenti, chi eventualmente abbia delle aspirazioni secessionistiche verrà rafforzato nelle sue convinzioni e cercherà di tradurle in realtà. Contestualmente, problemi di sovrapposizione di sfere di sovranità e mali pubblici mondiali sono diventati di grande rilevanza pratica, rendendo palese la situazione di impotenza dell’attuale sistema degli stati. Lo studio pone particolare attenzione alla situazione del nostro paese e all’incerto futuro dell’Unione Europea.

This article deals with problems from an economic viewpoint arising from the growing gap between politics and market to the detriment of political intervention. The nation-state as we know it is under dual pressure: on the one hand it is tending to break up into minor political bodies and on the other it has to fall in line with the other states in order to reach objectives (environmental questions, health etc.) and obtain public benefits that spread over areas much wider than just state boundaries. The market boundary for a series of political and technological reasons is no longer connected to state boundaries. When the benefits of market spread do not depend on the size of the state it is natural that whoever in the existing states has secessionist tendencies will have his convictions strengthened and will try to carry them out. The problems of superimposing spheres of sovereignty and the present global ills have now become very relevant from a practical point of view and highlight impotence of the current state system. Particular attention is given to the situation in Italy and the uncertain future of the European Union.
Abstract

Il futuro dell’Europa e la tradizione liberale

The future of Europe and the Liberal tradition

Il futuro dell’Europa e la tradizione liberale

L’articolo individua alcune opportunità storiche e possibilità pratiche di attuare il progetto di un’unione politica estesa a tutto il continente europeo. Gli ostacoli da superare sono la mancanza di un’identità politica, sottolineata dal confronto dell’Unione Europea con gli Stati Uniti, e le differenze culturali fra i popoli che compongono l’Unione Europea. Nel primo caso, la soluzione proposta è la creazione di nuove e concrete opportunità di partecipazione dei cittadini europei al processo decisionale europeo. Nel secondo caso, il problema non è risolvibile attraverso l’adozione di una Carta dei Diritti Fondamentali vincolante per tutti i paesi, ma attraverso la distinzione, più compatibile con la tradizione liberale, fra diritti costituzionali vincolanti per tutti i paesi e la scelta delle priorità politiche, affidata ai singoli paesi. Dal punto di vista organizzativo, di conseguenza, il progetto di un’unione politica europea non dovrebbe ispirarsi ai modelli nazionali di federalismo, ma puntare al rafforzamento di un sistema di scelta di mercato efficiente attraverso un sistema di scelta politica sovranazionale altrettanto efficiente.

The article identifies historical and practical opportunities in setting up a political union spread over the whole of the European continent. Lack of European political identity and cultural differences between the peoples of the Union are hurdles to be got over and are underlined by comparison of the European Union with the United States. In the first case the proposed solution is to create new and concrete opportunities for European citizens to take part in the European decision-making process. In the second one the problem can’t be solved by adopting a Charter of Fundamental Rights that every country is bound by, but instead through the distinction, which is more compatible with the liberal tradition, between the constitutional rights that every country is bound by and the choice of political priorities delegated out to the various individual countries. A European political Union, from an organisational point of view therefore should not follow national models of federalism but instead aim at strengthening the system of efficient market choice through a system of supernational choice that is just as efficient.

Abstract

Anarchia. Ma chi ha detto che Robert Nozick è un estremista?

Anarchy. Who Said Robert Nozick is an Extremist?

Anarchia. Ma chi ha detto che Robert Nozick è un estremista?

L’opera di Robert Nozick Anarchy, State, and Utopia, del 1974, viene ripubblicata in italiano con una nuova traduzione di Giampaolo Ferranti e una presentazione di Sebastiano Maffettone (Anarchia, stato e utopia, Milano, Il Saggiatore, 2000) a vent’anni dalla prima apparizione. Riduttivamente considerata come una risposta a A Theory of Justice, di John Rawls, essa è stata sempre ben presente agli "estremisti della libertà" che si riconoscono nel free market anarchism di Murray Rothbard o di David Friedman. Se la prima edizione di Anarchia, stato e utopia nel nostro paese non ha lasciato una vasta orma, questa seconda appare in un momento più propizio per comprenderne l’ampiezza dei temi affrontati a partire proprio dall’anarchismo. E la diffusione dei testi del libertarismo e dell’anarco-capitalismo lascia sperare in un nuovo e diverso inquadramento del libro di Nozick, al di là del consueto confronto con Rawls. Ciò che è mancato per una corretta ricezione del volume è proprio la conoscenza del contributo critico degli anarco-capitalisti i quali – fin dalla pubblicazione – hanno lanciato i loro strali contro la tiepida difesa dei diritti individuali da parte di Nozick e hanno messo in rilievo l’impossibilità di legittimare la nascita di uno stato – anche "minimo" – dalla condizione di anarchia originaria.

Robert Nozick’s Anarchy, State, and Utopia (1974) has been republished in Italian with a new translation by Giampaolo Ferranti and a presentation by Sebastiano Maffettone (Anarchia, stato e utopia, Milan, Il Saggiatore, 2000). Reductively considered as a reply to A Theory of Justice by John Rawls, the book was thoroughly examined by the ‘extremists of freedom’ who identify with the free market anarchism of Murray Rothbard and David Friedman. Whereas the first Italian edition of Anarchia, stato e utopia passed virtually without trace, the second appears at a moment in time in which it is much easier to grasp the breadth of the topics Nozick deals with – anarchy, first and foremost. Thanks to the current diffusion of libertarian and anarcho-capitalistic texts, it is to be hoped that Nozick’s book will be seen as more than just an answer to Rawls. In the past, it failed to receive the reception it deserved precisely on account of lack of knowledge of the critical contributions of anarcho-capitalists who – right from its publication – attacked Nozick’s lukewarm defence of individual rights and evidenced the impossibility of legitimating the birth of a state – albeit a ‘minimal’ one – from a condition of original anarchy.
Abstract

Come evolvono le norme sociali: la prospettiva della teoria dei giochi

How Social Norms Evolve: The Game Theory Perspective

Come evolvono le norme sociali: la prospettiva della teoria dei giochi

In questo articolo vengono esaminati, per valutarne la portata conoscitiva e la rilevanza metodologica, alcuni dei risultati conseguiti dalla teoria dei giochi nel tentativo di comprendere come siano emerse ed evolute le nostre norme sociali e, in particolare, quelle che incorporano certe diffuse tendenze alla giustizia e alla cooperazione. Nell’ultimo trentennio, questo interrogativo è stato affrontato entro il quadro concettuale della teoria dei giochi, con risultati di grande rilievo, da studiosi di varia provenienza disciplinare. Nella prima sezione vengono illustrate alcune ipotesi elaborate da Brian Skyrms, sulla base di un affascinante sviluppo, noto come teoria evoluzionistica dei giochi. Altri notevoli risultati circa la genesi e l’evoluzione delle norme sociali vengono discussi nella seconda sezione. Nella terza, vengono considerati i problemi metodologici connessi. Nella quarta sezione vengono indicate alcune possibili implicazioni di tali ricerche per la filosofia politica. Nell’ultima, infine, vengono segnalati alcuni significativi punti di contatto fra l’approccio della teoria dei giochi e quello della teoria sociale di Friedrich von Hayek.

This essay assesses the cognitive scope and methodological importance of some of the results of game theory in an attempt to understand how our social norms have emerged and evolved, especially those which incorporate certain widespread trends towards justice and cooperation. In the last thirty years, the question has been addressed within the conceptual framework of game theory by scholars of the most diverse disciplinary provenance with outstanding results. The first section describes some of the hypotheses elaborated by Brian Skyrms on the basis of the exciting new development better known as evolutionist game theory. The second discusses other significant results vis-à-vis the genesis and evolution of social norms, while the third addresses connected methodological problems. The fourth lists some of the possible implications of such research for political philosophy. The fifth and final section reports significant points of contact between the game theory approach and the social theory approach of Friedrich von Hayek.
Abstract

Profilo Europa / Politiche attive del lavoro: la forza delle idee... e quella dei numeri

The Force of Ideas in Reforming Social Protection: the Case of Activation Policies

Profilo Europa / Politiche attive del lavoro: la forza delle idee... e quella dei numeri

Questo lavoro tratta della forza delle nuove idee nell’indurre alla riforma delle politiche sociali, guardando a ciò che è accaduto a seguito dei recenti appelli per una svolta verso forme di protezione sociale più "attive". In particolare, vengono esaminati i significati e le promesse dell’attivazione; si tenta di misurare se e quanto la maggior attenzione verso politiche attive si sia trasformata in scelte concrete nell’Europa occidentale durante gli anni novanta; si formula una valutazione della probabilità che tali politiche abbiano avuto – o possano avere in futuro – un ruolo decisivo nel miglioramento della situazione del mercato del lavoro e nella diminuzione della spesa pubblica. Le conclusioni sono le seguenti: primo, non è affatto certo che la svolta proclamata verso politiche maggiormente attive rappresenti realmente una rottura con i principi acquisiti del welfare state; secondo, solo pochi Stati dell’Europa occidentale hanno realmente compiuto una svolta in senso più attivista delle politiche di protezione sociale; terzo, vi è da chiedersi se il vero mutamento non consista piuttosto nella riduzione delle spese per le diverse forme di sostegno alla disoccupazione.

This essay speaks about the force of new ideas in inducing social policy reform, in the wake of the recent calls for a move towards ‘active’ forms of social protection in western Europe. More specifically, it examines the meanings and promises of activation, attempting to measure if and to what extent increased concern for active policies turned into concrete choices in western Europe in the Nineties. The author formulates an evaluation of the decisiveness of the role such policies have had and can have in improving the labour market and reducing public spending. He reaches the following conclusion: first, it is by no means certain that the much proclaimed move towards more active policies is truly a breakaway from the acquired principles of the welfare state; secondly, only a few states in western Europe have actually developed more activist social protection policies; thirdly, the true change may lie in the cutting of spending for the various forms of support to unemployment.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

La Chiesa ortodossa russa

The Russian Orthodox Church 'Discovers' the Market Economy

La Chiesa ortodossa russa

Questo articolo vuole contribuire ad aprire un dibattito su alcuni aspetti del primo documento di riflessione economica e sociale approvato dal Sinodo della Chiesa ortodossa russa – il cui ruolo nella transizione in Russia è rimasto poco noto. È un dibattito utile sia a ragione del ruolo che la Chiesa ha e può avere nella transizione della società russa dal piano al mercato sia nel riavvicinamento ecumenico delle Chiese di fede e tradizione cristiana. I due autori concludono che il cammino è cominciato ma che si presenta ancora molto lungo e complesso. È un cammino che merita di essere incoraggiato, facilitando i passi che possono favorire un maggiore avvicinamento della Chiesa ortodossa russa al pensiero economico neo-istituzionale, in quanto tale pensiero appare specialmente utile sia per una comprensione delle dinamiche della transizione dal piano al mercato sia per meglio individuare il ruolo che corpi intermedi, quali le Chiese, possono svolgere per agevolarla.

This essay seeks to open a debate on certain aspects of the first economic and social document approved by the Synod of the Russian Orthodox Church, whose role in the transition of Russia has been somewhat neglected. The debate is a constructive one both in view of the role which the Church has to play in shifting Russian society from plan to market and in the ecumenical reuniting of churches of Christian faith and tradition. The two authors conclude that this journey has already been embarked upon, but that it will be a long and complex one. It is a journey that deserves to be encouraged, and one way of doing this is to help bring the Russian Orthodox Church closer to neo-institutional economic thinking, which appears especially helpful both for an understanding of the dynamics of the transition from plan to market and for the identification of the role which intermediate bodies such as churches can play to help it.
Abstract

Razionalità e religione

Rationality and Religion

Razionalità e religione

Uno dei tratti che più colpiscono degli scritti di Weber sulla religione è la frequenza con la quale usa il termine razionalità. Ciò dipende dalla sua adesione alla metateoria che è alla base del metodo della comprensione. Secondo questa teoria, il senso che un individuo attribuisce alle proprie credenze deve essere interpretato come la causa principale delle credenze stesse. La sociologia della religione di Weber deve la sua forza a questo quadro teorico. La sua concezione "razionale" delle credenze religiose non implica che queste siano frutto di un ragionamento. Ma che, se le credenze sono trasmesse dalla socializzazione, per essere accettate devono apparire al soggetto come fondate. Questi principi ispirano le pagine di Weber sulla magia, l’animismo, le grandi religioni, la diffusione del monoteismo, la teodicea o il disincanto del mondo. In queste pagine dimostra che il pensiero religioso si preoccupa della coerenza, è attento alla verificazione e alla falsificazione del dogma da parte del reale. Sviluppa un evoluzionismo complesso, spiega le irreversibilità di cui la storia delle religioni è testimone, ma evita ogni fatalismo. Scarta del tutto il ricorso alla psicologia del profondo e alla psicologia causalista, essendo la psicologia razionale l’unica compatibile con la nozione di "comprensione". Analizza l’evoluzione delle idee religiose ipotizzando che essa risponda agli stessi meccanismi dell’evoluzione delle idee giuridiche, economiche o scientifiche.

One of the most striking features of Weber’s writings on religion is the frequency with which he uses the word rationality. This derives from the metatheory on which he bases his interpretative method. According to this theory, the meaning an individual attributes to his beliefs should be seen as the main cause thereof. Weber’s sociology of religion owes its strength to this theoretical framework. His ‘rational’ conception of religious beliefs does not imply that these beliefs are the fruit of reasoning, but that, if they are transmitted by socialisation, they have to appear well-founded to the player in question, if he or she is to accept them. These principles inspire Weber’s writings on magical beliefs, animism, the great religions, the diffusion of monotheism and theodicy, or world disenchantment. He shows that religious thinking seeks coherence and tends to verify and falsify religious dogmas by comparing them with observable facts. He develops a complex version of evolutionism and explains the irreversibility of which the history of religions has been a witness, but he also avoids all forms of fatalism. He rejects all recourse to depth and causalist psychology, since rational psychology is the only one compatible with the notion of ‘comprehension’. He analyses the evolution of religious ideas, hypothesising that it responds to the same mechanisms as the evolution of ideas in other domains, such as law, economics or science.
Abstract

Europa / L’anomalia della spesa pubblica

The Anomaly of Public Spending

Europa / L’anomalia della spesa pubblica

Per contribuire a dimostrare che la creazione di un’unione monetaria e politica in Europa è giustificata dal fatto che i paesi europei sono accomunati da alcune tipicità che li differenziano dai paesi extraeuropei, da alcune "anomalie", questo articolo (che è parte di un progetto di ricerca finanziato dalla Compagnia di San Paolo) si occupa della composizione e dell’ammontare della spesa pubblica europea. Essa è sostanzialmente maggiore rispetto a quella di altri paesi, anche a causa della presenza di una popolazione nel complesso più vecchia, e proprio questo costituisce una ulteriore peculiarità dell’Europa. Lo scopo di questo saggio è di documentare non solo come negli ultimi venticinque anni la spesa pubblica dei paesi europei (nel suo complesso e per singole componenti) sia stata più elevata di quella dei paesi non europei, ma anche come col tempo tale differenza non sia andata diminuendo bensì sia cresciuta, tanto che la dispersione dei valori di spesa tra i paesi europei si è attenuata, mentre considerando il mondo nel suo complesso si è ampliata.

To help demonstrate that the creation of a monetary and political union in Europe is justified by the fact that European countries share typical features, or ‘anomalies’, that differentiate them from extra-European countries, this essay (part of a research project funded by the Compagnia di San Paolo bank) deals with the composition and total amount of European public spending. The latter is substantially higher than in other countries, partly because of the relative elderliness of the population, another distinctive trait of Europe. This essay sets out to document not only how, in the last 25 years, the public spending of European countries (overall and one by one) has been higher than that of non-European countries, but also how, far from diminishing, the difference has actually grown, so much so that the dispersion of spending figures among European countries has shrunk whereas, with respect to the rest of the world, it has broadened.
Abstract

Europa / Indice della libertà economica dell’UE • Primo Rapporto annuale 2001

Europe / EU Economic Freedom Index First Annual Report 2001

Europa / Indice della libertà economica dell’UE • Primo Rapporto annuale 2001

Si tratta del primo tentativo di misurazione del grado di libertà economica dei paesi appartenenti all’Unione Europea e di quest’ultima nei confronti di Giappone e Stati Uniti. L’idea di definire e misurare la libertà economica di un paese, nata poco più di dieci anni fa, ha portato alla nascita dell’Economic Freedom Network – una rete di più di 50 istituti di ricerca di tutto il mondo di cui il Centro Einaudi è partner per l’Italia dal 1997 – e alla pubblicazione periodica del Report intitolato Economic Freedom of the World. Il Centro Einaudi e il "Corriere della Sera" hanno deciso di applicare lo schema metodologico sviluppato negli anni di collaborazione con l’Economic Freedom Network ai 15 paesi membri dell’Unione Europea (variando opportunamente i parametri originariamente utilizzati nel computo dell’Indice mondiale). I risultati ottenuti sono proposti con una sola raccomandazione: l’Indice in sé analizza soltanto alcuni aspetti del "vivere economico" dei paesi dell’UE e, dunque, se ne suggerisce un utilizzo accorto senza eccedere in forzature interpretative e usi strumentali, che andrebbero oltre l’obiettivo stesso del Rapporto.

The Report is the first attempt to measure the degree of economic freedom in countries of the European Union and in the latter with respect to Japan and the United States. The idea of defining and measuring a country’s economic freedom, which emerged just over 10 years ago, has led to the birth of the Economic Freedom Network – a network of more than 50 research institutions all over the world of which Centro Einaudi has been the Italian partner since 1997 – and the periodic publication of a report entitled Economic Freedom of the World. Centro Einaudi and Corriere della Sera have decided to apply the methodological pattern developed over years of collaboration with the Economic Freedom Network to the 15 European Union member countries (varying the parameters originally used to calculate the world Index case by case). The results obtained come with a warning note: the Index per se analyses only some aspects of the ‘economic life’ of the EU countries; it thus needs to be used carefully without reading over-much into it or using it instrumentally. That would defeat the objective of the Report.
Abstract

Europa / Indice della libertà economica dell’UE • L’Italia che non cambia

Europe / EU Economic Freedom Index No-change Italy

Europa / Indice della libertà economica dell’UE • L’Italia che non cambia

Secondo l’Indice della libertà economica dell’Unione Europea, elaborato dal Centro Einaudi in collaborazione con il "Corriere della Sera", l’Italia è al quattordicesimo posto fra i paesi dell’UE, seguita solo dalla Grecia. È un dato che fa gridare allo scandalo i liberisti. Ma a ben guardare i risultati di questa ricerca, si scopre che la carenza di libertà economica nel nostro paese è solo la sindrome di una malattia più grave, che riguarda il funzionamento dei due poteri attraverso i quali si sostanzia il processo democratico: l’esecutivo e il legislativo. Secondo l’autore, il centro degli interessi economici, dell’elaborazione sociale e del consenso politico sono diventate le corporazioni, che difendono i propri privilegi con la stessa capacità di pressione con la quale il sindacato difende un proletariato in via di estinzione. Non è, dunque, la cultura collettivistica, come sostengono i liberisti, ma è se mai la frammentazione del quadro economico in piccoli gruppi di interesse che rallenta il processo di modernizzazione del paese. È la sudditanza della Politica al nuovo blocco sociale, come era accaduto in passato nei confronti del grande Capitale e del sindacato, che mortifica il mercato. Ed è perciò che non sembra esserci via di uscita.

According to the EU Economic Freedom Index elaborated by Centro Einaudi in collaboration with Corriere della Sera, Italy stands at fourteenth in the European Union, ahead only of Greece. It is a figure which scandalises liberalists, but studying the results of the survey more closely, it transpires that the lack of economic freedom here in Italy is only the syndrome of a more serious illness which affects the functioning of the two powers through which the economic process is substantiated: the executive and the legislative. According to the author, the centre of economic interests, social elaboration and political consensus has become the corporations, which defend their privileges with the same pressure capacity the trade unions adopt to defend a proletariat in danger of extinction. It is thus not, as liberalists argue, collectivist culture but, if anything, the fragmentation of the economic framework into small interest groups that is slowing down the modernisation of the country. It is the subjection of politics to the new social bloc, as was the case of big business and the unions in the past, that mortifies the market. Apparently, there is no way out.
Abstract

Italia / La politica europea di coesione

Italy / The European Policy of Cohesion

Italia / La politica europea di coesione

L’articolo presenta alcuni risultati di una ricerca in corso sul ruolo dell’Italia in Europa, e più precisamente sugli adattamenti istituzionali e di policy che si sono sviluppati nel corso degli anni novanta in materia di politiche di coesione. In particolare, il ruolo dell’Italia in Europa non viene analizzato esclusivamente nella cosiddetta fase ascendente del processo decisionale comunitario; si considera invece anche la fase discendente del processo decisionale, dando conto sia dei tradizionali deficit implementativi dell’Italia, sia delle significative innovazioni introdotte nella seconda metà degli anni novanta. Più in dettaglio, negli ultimi anni la progressiva europeizzazione delle politiche pubbliche italiane ha comportato una ridefinizione degli strumenti legislativi e organizzativi e, in seguito al terremoto che ha investito il sistema politico italiano nei primi anni novanta, un’accelerazione di fenomeni quali l’accentramento del potere decisionale in seno all’esecutivo, l’incremento del peso dei governi regionali nel processo decisionale e la modernizzazione della burocrazia centrale. L’articolo si conclude con alcune riflessioni più generali sui mutamenti nel governo e nei principi ispiratori delle politiche pubbliche italiane, tenendo conto del nascente sistema politico europeo costituito non più solamente dagli Stati nazionali ma anche da altri attori di governo quali la Commissione europea e le Regioni.

The essay reviews some of the results of an ongoing survey on Italy’s role in Europe and, more precisely, on the institutional and policy adjustments that have developed in the course of the Nineties in the matter of cohesion. More specifically, it analyses Italy’s role not only in the so-called upward phase of the Community decision-making process but also in the downward phase, explaining both Italy’s traditional delays in implementing decisions and the significant innovations of the Nineties. Over the last few years, the progressive ‘Europeanisation’ of Italian public policies has led to a redefinition of legislative and organisational instruments and, in the wake of the earthquake that shook the Italian political system in the Nineties, a speeding up of phenomena such as the centralisation of decision-making power within the executive, the growing clout of regional governments in the decision-making process and the modernisation of the central bureaucracy. The essay concludes with more general reflections on changes in government and the inspiring principles of Italian public policies, bearing in mind the nascent European political system, made up not only of national states but also of other governing players such as the European Commission and the Regional Authorities.
Abstract

Italia / Libertà economica e

Italy / Economic Freedom and the ‘Time’ of Laws

Italia / Libertà economica e

Dopo una rassegna comparata della posizione relativa dell’Italia negli indici della libertà economica elaborati dal Fraser Institute e dalla Heritage Foundation, l’articolo si concentra sui parametri relativi ai livelli di libertà nel sistema dei diritti di proprietà. Nonostante in quest’area il grado di libertà risulti elevato, si può mostrare come, spostando l’attenzione dai diritti formali di proprietà a quelli economici (in una prospettiva teorica neo-istituzionalista), il sistema italiano sembri caratterizzato piuttosto da una combinazione di deboli garanzie e alti costi delle transazioni. Definendo la "liberalizzazione" come il processo che permette di ridurre il tempo individualmente e socialmente necessario al mantenimento delle strutture pubbliche, l’articolo mette in luce come il sistema italiano non abbia conosciuto negli ultimi anni un aumento significativo della libertà economica. Sono considerati, a titolo di esempio, il processo legislativo e il basso livello qualitativo del suo prodotto finale, così come i risultati deludenti dei più recenti tentativi di semplificazione delle procedure pubbliche, che vengono posti in relazione con alcune caratteristiche del sistema politico italiano. Infine, si mostra come questi fattori possono spiegare la correlazione tra livelli più bassi di libertà economica e la diffusione di altri fenomeni – i mercati sommersi, la corruzione e la sfiducia nello Stato – che sembrano caratterizzare il caso italiano.

After making a comparative survey of Italy’s ranking in the Fraser Institute and Heritage Foundation indexes of economic freedom, this article focuses on the parameters for levels of freedom in the system of property rights. Although Italy’s ranking is high in both indexes for the system, the authors show that, when we shift our concern from formal to substantial property rights in a neo-institutionalist perspective, the Italian system would appear to be characterised by a combination of weak protection and high transaction costs. Defining ‘liberalisation’ as the process which permits the reduction of the time individually and socially necessary to maintain public structures, the essay highlights how, in recent years, the Italian system has never experienced significant increases in the level of economic freedom. By way of example, it considers the process of law-making and the low quality of its final output, as well as the poor results of more recent attempts to simplify public procedures, attempting to explain their connections with some of the features of the Italian political system. Finally, it shows how these features can explain the correlation between lower levels of economic freedom and the diffusion of other phenomena, such as black markets, corruption and lack of confidence in the state, which would appear to be typical of the Italian case.
Abstract

La critica alla società dei consumi nelle Encicliche sociali

The Critique of Consumer Society Contained in the Social Encyclicals

La critica alla società dei consumi nelle Encicliche sociali

L’interesse dei Papi per il "consumismo" è un indice della presa d’atto, rinviata il più possibile e manifestata il meno apertamente possibile, che nei paesi industriali si è realizzata per la prima volta nella storia una condizione di prosperità generale. Nel lavoro si distinguono un anti-consumismo moderato o riformista, e uno radicale o estremo. Dall’analisi della Octagesima Adveniens (1971) risulta che Paolo VI propone due distinti argomenti contro il "consumismo", entrambi appartenenti all’anti-consumismo estremo. Il primo sostiene che il consumo di superfluo viene forzato tramite la pubblicità, e si risolve in puro spreco. Il secondo, che il consumo crescente è una delle realizzazioni di un’empia ideologia del progresso. Nella Sollicitudo Rei Socialis (1987) Giovanni Paolo II segue molto da vicino le posizioni del predecessore, ma con la Centesimus Annus (1991) la profonda avversione alla società industriale, e quindi anche ai consumi di massa, cade. Il "consumismo" viene reinterpretato, in modo meno ideologico ma più tradizionale, come caduta in abitudini viziose e dipendenze. Nessuna di queste trae, peraltro, origine dalla società dei consumi di massa. Può darsi che la Chiesa ora sia pronta per partecipare al movimento dei diritti dei consumatori, di cui finora non vi è menzione nelle Encicliche.

The Popes’ interest for ‘consumerism’ is a mirror of their acknowledgement – held off for as long as possible, and manifested as unopenly as possible – that, for the first time ever, the industrial countries have achieved a condition of general prosperity. This essay draws a distinction between moderate or reformist anti-consumerism and radical or extreme anti-consumerism. Analysis of the Octagesima Adveniens (1971) shows that Paul VI puts forward two distinct arguments against ‘consumerism’, and both fit into the extreme category. The first is that consumption of the superfluous is the forced result of advertising and ultimately leads to pure waste. The second is that growing consumption is one of the achievements of a godless ideology of progress. In Sollicitudo Rei Socialis (1987), John Paul II reiterates the positions of his predecessor, but in Centesimus Annus (1991) his profound aversion to industrial society, hence to mass consumption, disappears. He reinterprets ‘consumerism’, less ideologically and more traditionally, as a lapse into vice and addiction, though neither originates from mass consumer society. In short, the Church may now be ready to take part in the consumer rights movement, which so far has received no mention in the Encyclicals.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Gli infortuni automobilistici: analisi economica della responsabilità civile - Car accidents: an economic analysis of civil liability

Gli infortuni automobilistici: analisi economica della responsabilità civile - Car accidents: an economic analysis of civil liability

Attraverso gli strumenti dell’analisi economica del diritto, l’autore esamina le regole di responsabilità extracontrattuale – in particolare quella per circolazione di veicoli – dal punto di vista dell’elemento soggettivo e dello standard minimo di condotta. Scopo dell’analisi è verificare se, ai fini dell'efficienza allocativa, debba essere preferita la regola della responsabilità per colpa – in base alla quale un soggetto è tenuto a risarcire i danni cagionati ad un altro se non prova di aver tenuto un comportamento diligente – oppure la regola della responsabilità oggettiva – in base alla quale un soggetto è comunque considerato responsabile del danno cagionato ad un altro. L’autore guadagna la risposta a questo interrogativo partendo da un esame delle possibili situazioni nelle quali si pone un problema di responsabilità extracontrattuale e di scelta fra responsabilità per colpa e oggettiva. Successivamente, passa ad esaminare la teoria di Pigou focalizzando la sua attenzione sull’imposta pigouviana delle economie e diseconomie esterne. Il passaggio successivo è quello di esaminare il teorema di Coase dal punto di vista della allocazione dei costi derivanti da attività dannose, e quindi di inquadrare i meccanismi della responsabilità civile in un contesto analitico che tenga conto anche del ruolo che giocano le asimmetrie informative e i costi di transazione. Lo strumento della teoria dei giochi consente all’autore di pervenire alla conclusione che il principio di responsabilità soggettiva – ossia per colpa –, promuovendo il rispetto delle regole sia scritte che di prudenza, genera una maggior prevedibilità della condotta e dunque, in un approccio di teoria dei giochi, diffonde il rispetto delle regole e riduce la probabilità di incidente, ed è dunque da preferire al criterio della responsabilità oggettiva.

Using the instruments of the economic analysis of law, the author examines the rules of extracontractual liability – in particular the one on the circulation of vehicles – from the point of view of the subjective factor and the minimum standard of conduct. The purpose of the analysis is to verify, for the purposes of efficiency of allocation, whether it is preferable to adopt the rule of liability by fault – whereby a person is bound to compensate damages caused to another, if they fails to prove that they have behaved diligently – or the rule of objective liability – whereby a person is considered in any case liable for damage caused to another. The author finds the answer to this question by examining possible situations which pose the problem of extracontractual liability and the choice between liability by fault and objective liability. He then goes on to analyse Pigou’s theory, focusing his attention on the assessment of external economies and diseconomies. He then examines Coase’s theorem from the point of view of the allocation of costs resulting from harmful activities, framing the mechanisms of civil liability within an analytical context which takes into account the role played by informational asymmetries and transaction costs. Game theory leads the author to the conclusion that, in so far as it promotes respect for written and cautionary rules, the principle of subjective liability – i.e., by fault – generates more predictable conduct and hence, within the game theory approach, increases respect for the rules and reduces the chance of accidents. As such, it is preferable to the objective liability theorem.
Abstract

Serve,

Serve,

Questo breve saggio, che ne riprende e riassume altri, più estesi, precedenti, si propone di mostrare che "Dio" e i suoi portavoce umani sono rilevanti in etica grosso modo come lo sono, per esempio, in matematica. Un primo paragrafo, più pettegolo, affronta il tema, tipicamente italiano, dei rapporti fra etica "laica" ed etica "religiosa", dove con "religiosa" s’intende, centralmente se non esclusivamente, cattolica. Un secondo paragrafo, più filosofico e stringato, riassume i due argomenti decisivi contro l’opinione, molto diffusa, che si possa ricorrere a "Dio" per dimostrare, argomentare, giustificare tesi etiche. Un terzo paragrafo, documentario, lascia il lettore, quasi da solo, di fronte ad alcune prese di posizione etiche di alcuni "Dio" della tradizione occidentale: lo Yhwh del Pentateuco, il Gesù evangelico, lo Spirito Santo cattolico romano manifestatosi storicamente attraverso le pronunce solenni dei papi.

This brief essay, which reiterates and sums up previous contributions, seeks to show that "God" and his spokespersons on earth are as relevant to ethics as they are, say, to mathematics. The informal first section addresses the typical Italian topic of the relationship between "lay" and "religious" ethics (where, by "religious", we mean largely, though not exclusively, Catholic). The more philosophical and concise second section sums up the two decisive arguments against the widely held opinion that we can call in God to demonstrate, argue and justify ethical theses. A third documentary section leaves the reader almost alone to deal with the ethical stands of some of the "Gods" of the western tradition: the Yhwh of the Pentateuch, the evangelical Jesus and the Roman Catholic holy spirit which has manifested itself historically in the solemn pronouncements of the Popes.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Italia / Idee e politica estera: alcune riflessioni su di una diplomazia

Italia / Idee e politica estera: alcune riflessioni su di una diplomazia

Gli interessi e le idee sono due dimensioni che influenzano entrambe le strategie di politica estera. La scienza politica si è invece concentrata ad enfatizzare soltanto il peso del primo fattore, a causa del predominio del realismo. Le ideologie che influenzano la formulazione della politica estera sono in realtà almeno quattro: real/nazionalismo, liberalismo, costruttivismo, neo comunismo. Una diplomazia liberale si ispira a quei valori wilsoniani che si fondano sul rispetto dell’autodeterminazione nazionale, sulla concezione relativa della pace, sulla subordinazione delle motivazioni economiche della politica estera al rispetto della democrazia e dei diritti umani... Nell’Italia degli anni novanta, si sta materializzando un "matrimonio latente" fra destra conservatrice e sinistra costruttivista sia in politica estera economica che nel settore della sicurezza; la piattaforma liberale è dunque lontana dall’essere applicata. È comunque possibile identificare una strategia coerente di una diplomazia liberale, nei tre livelli della politica estera: bilaterale, mini/laterale (nell’ambito della Nato e dell’Ue) e multilaterale (nell’Onu). Essa si fonda sul ritiro del sostegno (diplomatico, economico ed istituzionale) ai regimi autoritari, sulla partecipazione ai cosiddetti interventi "umanitari" e sulla riforma del Consiglio di sicurezza basata su criteri culturali e che portino alla negazione del diritto di veto agli Stati repressivi.

Foreign policy strategies are influenced by both interests and ideas. In view of the intellectual dominion of realism, political science has emphasised only the explaining power of interests. Four ideologies influence foreign policy. They are: realism/nationalism, liberalism, constructivism and neo-communism. Liberal diplomacy follows Wilsonian values, based on the guarantee of national self-determination, on the relative conception of peace, and on the subordination of the economic motivation of foreign policy to political values such as democracy and respect of human rights. In Italy, during the 1990s, the two prevailing trends were those of the conservative right and the constructivist left, in both security and economic foreign policy, and liberalism was far from being applied. It is now possible, however, to identify a coherent strategy of liberal diplomacy at all the three levels of foreign policy: bilateral, mini/lateral (within NATO and the EU) and multilateral (within UNs). It is based on the withdrawal of diplomatic, economic and institutional support to authoritarian regimes, on participation in so-called humanitarian interventions and on the reform of the Security Council according to cultural criteria to deprive repressive states of the right of veto.
Abstract

Italia / Commercio: se nel 2000 non è elettronico, che gusto c’è? - Italy / Commerce: if in year 2000 it is not electronic what fun is it?

Italia / Commercio: se nel 2000 non è elettronico, che gusto c’è? - Italy / Commerce: if in year 2000 it is not electronic what fun is it?

Da affare del secolo a clamoroso fallimento? È l’impressione che si trae dalla salita astronomica dei corsi azionari degli e-tailers, altrettanto rapidamente crollati dai picchi cui erano improbabilmente e avventurosamente arrivati prima della primavera del 2000. In sostanza, è mutato veramente poco, solo si è realizzato un "bagno di realismo": i piani d’impresa dei primi e-tailers erano troppo ottimistici. E i mercati finanziari troppo fiduciosi nelle loro prime valutazioni. La disillusione del B2C ha innestato forti speranze che il B2B sarebbe presto decollato, ma anche queste, in autunno, hanno iniziato a svanire. Le ragioni? Più concorrenza del previsto. Il che si sarebbe potuto anche prevedere. La finanza chiude la borsa, oggi, verso il B2B come il B2C. Ma non è troppo presto per tirare giù la saracinesca? L’autore dubita di sì. È solo nel 2000 che gli italiani che hanno fatto l’esperienza di Internet hanno superato i 10 milioni. Un numero che incomincia a rappresentare un mercato di potenziali consumatori interessanti. Ma, prima che diventino shoppers su Internet, passeranno almeno sei mesi nel ruolo di semplici surfers, incuriositi navigatori delle onde di Internet, di sito in sito. Poi incominceranno a sfogliare le pagine, interessati, e non solo più incuriositi: saranno i browsers dei cataloghi. Infine, tra qualche anno, uno o due, il mercato potenziale dell’e-commerce si risveglierà. L’esperienza dei browsers e la loro confidenza con i mezzi tecnici li avrà convinti a entrare nei percorsi di acquisto della comunità, che crescerà rapidissimamente, degli shoppers. Il Centro Einaudi ha stimato che dagli attuali 1.300 miliardi di fatturato il B2C italiano possa svilupparne più di 5.000 entro il 2004, senza considerare il volume dell’m-commerce, legato ai telefonini GPRS e UMTS. Troppo presto, prematuro celebrare la fine dell’era dell’e-commerce. Come confondere i trailers con i film veri e propri in Tv.

First the business of the century, then a sensational flop! That’s the impression we receive if we look at the astronomic rise of the share prices of e-tailers and their subsequent slump from the unlikely peaks they reached prior to spring 2000. In actual fact, beneficial lesson in realism apart, very little has changed. The business plans of the first e-tailers were over-optimistic. The disenchantment of B2C triggered strong hopes for an early takeoff for B2B, but by the autumn they too began to wane. Why? Because competition was stronger than envisaged. The stock exchange is already shutting out B2B and B2C. But isn’t it too early to pull down the blinds? The author has his doubts. It was only in 2000 that Italian Internet users topped the 10 million mark, a figure which is beginning to represent a potentially interesting consumer market. But before they become Internet shoppers, they spend at least six months simply surfing from site to site. Then and only then do they start leafing through the pages. No longer just curious, they become catalogue browsers. In short, the potential Internet market is going to wake up within a year or two, and Italian users’ experience as browsers and their familiarity with the new technology will persuade them to enter the rapidly growing community of Internet shoppers. The Centro Einaudi has estimated that Italian B2C could increase its present sales of 1,300 billion lire to over 5,000 billion by the end of 2004 – even without taking into account the volume of m-commerce, tied to GPRS and UMTS mobile phones. It is, in short, too early to celebrate the end of the e-commerce era. It would be like mixing up the trailer with the big picture.
Abstract

Europa / Perché la Carta dei diritti - Europe / Why a Charter of Rights

Europa / Perché la Carta dei diritti - Europe / Why a Charter of Rights

L’autore parte dalla premessa che l’approccio funzionalista all’integrazione europea non basta più. La Carta dei diritti rappresenta una sicura garanzia contro il rischio di interruzione del processo e insieme pone le basi perché si arrivi ad una autentica Costituzione europea. Anche l’esito, per certi aspetti deludente, del vertice di Nizza, conferma che questa strada va percorsa fino in fondo. Introducendo la dimensione dei diritti individuali nel processo costituente, i contenuti della Carta diventeranno un referente d’obbligo per le politiche comunitarie e una pietra di paragone per le politiche nazionali. Dopo aver esaminato il contenuto della Carta elaborata dalla Convenzione Herzog e averne ripercorso la storia, l’autore conclude chiedendosi se lo spazio costituzionale europeo non possa in effetti servire alla causa dei diritti individuali meglio degli spazi nazionali; e se da ciò non possa derivare un patriottismo costituzionale europeo.

The author sets out from the premiss that the functionalist approach to European integration can no longer suffice. The Charter of Rights represents a certain guarantee against any risk of the process being interrupted and, at once, lays the bases for a fully fledged European constitution. Albeit to some extent disappointing, the outcome of the Nice summit confirms that this course has to be followed all the way. By introducing the dimension of individuals rights to the constituent process, the Charter of Rights will become a compulsory point of reference for Community policies and a touchstone for national policies. After analysing the contents of the Charter drawn up by the Herzog Convention and outlining its history, the author concludes by asking whether the European constitutional space may not be more effective than national spaces in serving the cause of individual rights, and whether this may not give rise to European constitutional patriotism.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Europa / Cittadini e potere politico nell’Unione Europea / II - Europe / Citizen Access to Political Power in the European Union / II

Europa / Cittadini e potere politico nell’Unione Europea / II - Europe / Citizen Access to Political Power in the European Union / II

Dopo aver analizzato le possibilità di partecipazione dei cittadini alle istituzioni rappresentative di livello europeo (vedi la prima parte di questo saggio nello scorso numero di "Biblioteca della libertà"), l’autrice passa in rassegna i diversi concetti di cittadinanza proposti dalla letteratura, cui paragona il modello reale di cittadinanza promosso dal processo di integrazione europea. I diritti di cittadinanza politici e sociali garantiti dall’Unione Europea sono alquanto fragili. In effetti le elezioni europee non sono politicamente rilevanti e raccolgono un’affluenza scarsa, l’intermediazione e la pressione degli interessi è dominata dall’industria (e in particolare dalla grande industria), la trasparenza e l’accesso pubblico ai documenti non sono ancora sufficienti, mentre la ricerca ha dimostrato che, anche se la Corte Europea di Giustizia ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della Comunità Europea, è proprio l’industria ad avvalersi, nella grandissima maggioranza dei casi, del processo legale, accrescendo in questo modo il vantaggio politico di cui già gode. D’altro canto, i promotori di cause di interesse pubblico incontrano serie difficoltà quando ricorrono alla Corte. In conclusione, lungi dal raggiungere l’obiettivo di una nuova cittadinanza europea, il processo di integrazione ha provocato invece una costante perdita di potere dei cittadini, proprio perché ha sottratto spazio ai parlamenti nazionali senza concedere nuovi diritti di partecipazione che compensassero questa perdita.

After analysing the possibility of citizen participation in European representative institutions (see the first part of this essay in the previous issue of Biblioteca della libertà), the author analyses the different concepts of citizenship in the literature, comparing them to the real model of citizenship promoted by the European integration process. The political and social rights of citizenship guaranteed by the European Union tend to be fragile. In fact, the European elections fail to be politically significant and attract a low turnout, lobbying and interest pressure are dominated by business (especially big business), transparency and public access to documents continue to be insufficient, and, even if the European Court of Justice has played a central political role in shaping the Community, the evidence shows that, in the vast majority of cases, it is business that exploits the legal process to further augment the political advantage it already possesses. On the other hand, the promoters of causes of public interest encounter serious difficulties whenever they apply to the Court. In conclusion, far from reaching the goal of a new European citizenship, the integration process has brought about a constant disempowerment of citizens, precisely in so far as it has reduced the scope of national parliaments without granting adequate compensation in terms of participatory rights.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Einaudi giornalista e il fascismo - Einaudi’s Journalism and Fascism

Einaudi giornalista e il fascismo - Einaudi’s Journalism and Fascism

Attraverso gli articoli scritti dall’economista piemontese tra il 1908 e il 1925 per "The Economist", come corrispondente dall’Italia, e per il "Corriere della Sera", di cui è stato editorialista fino all’allontanamento dell’allora direttore Luigi Albertini, questo saggio ricostruisce le vicende di quel periodo, registrando le divergenze di opinioni espresse sui due giornali. Per meglio descrivere l’atteggiamento assunto da Luigi Einaudi nei confronti del nascente regime, sono state identificate tre diverse fasi caratterizzate ognuna da un differente giudizio sul fascismo. Durante la prima fase (1919-1923) Einaudi dimostrò di apprezzare le scelte del nuovo partito, soprattutto in materia economica; durante la seconda (1923-1924) maturò il successivo distacco che si realizzò, nella terza fase, tra il 1924 e il 1925, all’indomani dell’assassinio dell’on. Matteotti. Ripercorrendo le vicende di quegli anni attraverso gli scritti di Einaudi, è stato possibile inoltre individuare le motivazioni che indussero lo statista piemontese a ritardare la maturazione del proprio giudizio storico sul fascismo.

Using the articles written by the Piedmontese economist as the Italian correspondent for The Economist and as a columnist for the Corriere della Sera (until the dismissal of the editor Luigi Albertini) from 1908 to 1925, this essay reconstructs the events of that period, recording the divergences of opinion expressed by the two publications. The author breaks Luigi Einaudi’s attitude towards the inchoate regime down into three phases, each marked by a different judgement on Fascism. During the first (1919-1923), Einaudi clearly approved of the choices of the new party, especially in the economic field; during the second (1923-1924), he began to detach himself; and in the third (1924-1925), following the assassination of the Right Honourable Matteotti, he broke away completely. In her reconstruction of the events of those years, based on the writings of Einaudi, the author also manages to identify the motivations which induced the Piedmontese statesman to take time before making a historical judgement on Fascism.
Abstract

Europa / Cittadini e potere politico nell’Unione Europea / I - Europe / Citizen Access to Political Power in the European Union / I

Europa / Cittadini e potere politico nell’Unione Europea / I - Europe / Citizen Access to Political Power in the European Union / I

L’Unione Europea è entrata di recente in profonda crisi di legittimità: di fronte al suo crescente potere economico, le possibilità e attività di partecipazione dei cittadini, da un lato, e la (ir)responsabilità democratica dei governanti europei, dall’altro, non sembrano più sufficienti. Non solo: se si considera la progressiva erosione di potere subita dai parlamenti nazionali nei confronti dei rispettivi governi, il problema del "deficit democratico" sembra diventare sempre più grave. In sostanza, l’Unione nel suo statuto e nei suoi trattati professa valori democratici, ma non è essa stessa democratica. In questa prima parte, Harlow si interroga sulle reali possibilità di partecipazione dei cittadini al processo politico e decisionale di livello europeo, attraverso un’analisi del funzionamento effettivo del Parlamento europeo, del Consiglio dei ministri, della cosiddetta comitologia, del Comitato delle Regioni e dei parlamenti nazionali. La conclusione è che la debolezza delle istituzioni rappresentative europee rappresenta ormai una vera e propria minaccia al futuro dell’avventura europea. Il periodo di tacito accordo è finito: che la loro approvazione sia necessaria o meno, i "popoli d’Europa" hanno già espresso il loro verdetto negativo.

The legitimacy of the European Union has recently begun to wobble. Possibilities for active citizen participation on the one hand, and the responsibility/irresponsibility of European rulers on the other would no longer appear to suffice to counter its growing economic power. Plus, if we consider the progressive erosion of the power of national parliaments over their respective governments, the problem of the "democracy deficit" is growing increasingly serious. In its statute and treaties, the Union professes democratic values, but is not, per se, democratic. In this, the first part of her study, Harlow questions the real level of citizen participation in the European political and decision-making process, analysing the effective working of the European Parliament, the Council of Ministers, "committee mania", the Committee of the Regions and national parliaments. Her conclusion is that the weakness of European representative institutions now constitutes a real threat to the future of the European "adventure". The period of tacit agreement is now over; whether their approval is necessary or not, the "people of Europe" have already passed a negative verdict.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Morte o trasfigurazione? Come cambia il governo della sanità - Death or Transfiguration? The Changing Government of the Health Care State

Morte o trasfigurazione? Come cambia il governo della sanità - Death or Transfiguration? The Changing Government of the Health Care State

L’articolo analizza le politiche sanitarie in prospettiva comparata, proponendo un tentativo di classificazione simile alle più note tipologie sviluppate dalla letteratura più generale sul welfare state. La definizione di "stato della sanità" si basa sulla distinzione delle tre aree di governo tipiche del settore sanitario nei paesi occidentali: il consumo, l’offerta e le tecnologie dei servizi sanitari. Lo stato risponde alle sfide che attraversano tutt’e tre le aree, ma in maniera diversa a seconda delle eredità storiche della "famiglia" di welfare state di appartenenza. In particolare, lo stato del "comando e controllo" (rappresentato da paesi scandinavi e Regno Unito) ha risposto con il razionamento dei servizi attraverso i medici pubblici. Lo "stato dell’offerta" americano non è riuscito ad arginare il fallimento delle riforme Clinton sotto i colpi dell’inflazione da costi e le crescenti falle nella copertura della popolazione. Lo stato della sanità "corporativo" (rappresentato dai welfare state "bismarckiani") ha spezzato il dominio delle parti sociali, introducendo una maggiore regolazione e soprattutto una maggiore competizione fra i fondi assicurativi. Infine, l’autore propone che gli stati sud-europei e l’Irlanda siano classificati in una quarta famiglia a parte, lo stato della sanità "clientelare", appunto.

This article makes a comparative analysis of health care policies and attempts to draw a classification in line with the literature’s welfare state typologies. The notion of a "health care state" is based on the distinction between the three areas of health care governance typical of the sector in the west: consumption, provision and technology. Today welfare states are addressing the challenges of all three areas according to the historical legacy of the "family" they belong to. More specifically, the "command and control" state (Scandinavia and the United Kingdom) has reacted by rationing out health care services through public doctors. The American "supply state" has failed to check the failure of the Clinton reforms due to cost inflation and shrinking coverage of the population. The "corporatist" health care state (represented by "Bismarckian" states such as Germany) has crushed the dominance of social partners through a tighter regulation of and stronger competition between health insurance funds. The author, finally, classifies the Mediterranean countries and Eire into a fourth family of their own: the "patronage" health care state.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

La tecnologia della libertà - The Technology of Freedom

La tecnologia della libertà - The Technology of Freedom

L’incontro tra la tecnologia informatica e quella delle telecomunicazioni avrà importanti conseguenze sulla società e questa trasformazione sta già ora significativamente interessando molti diversi aspetti della nostra vita. In effetti, Internet e il World Wide Web stanno ridimensionando il ruolo del sovrano: la rete disperde il potere dal centro alla periferia, mentre un numero sempre maggiore di persone ha accesso all’informazione e la usa per indirizzare i mercati. Le nuove tecnologie permettono già ora a milioni di persone di possedere azioni, e questo gruppo sociale sta diventando una potente forza politica, nettamente schierata a difesa del libero mercato.

The marriage of computers and telecommunications will have important consequences on society, and this change is already having a significant impact on many different aspects of our lives. Indeed, the Internet and the World Wide Web are reducing the role, with the network dispersing power from the centre to the periphery, where more and more people have access to information and use it to direct markets. Today new technologies allow millions of people to own stock, and this new social group is now growing into a powerful political force, strongly on the side of the free market.
Abstract

Al di là della giustizia e dell’equità: ripensare i sistemi sanitari / Beyond Justice and Fairness: Rethinking Health Care Allocations

Al di là della giustizia e dell’equità: ripensare i sistemi sanitari / Beyond Justice and Fairness: Rethinking Health Care Allocations

In questo articolo Engelhardt invita a considerare criticamente le politiche sanitarie. La sua tesi è che, in considerazione delle nostre differenti morali, non possa più essere giustificata l’idea di un’impostazione moralmente uniforme della sanità. Nelle società pluraliste contemporanee, segnate dalla limitata autorità morale di limitate democrazie, siamo costretti a permettere alla diversità di affermarsi e a tollerare differenti concezioni del bene, quali possono esprimersi all’interno di sistemi sanitari assicurativi in competizione tra loro. A giudizio dell’autore, la nostra diversità morale può rappresentare una straordinaria opportunità per le diverse comunità, culture e religioni: entro sistemi in concorrenza, esse hanno infatti la possibilità di accostare i problemi della sanità salvaguardando integralmente le proprie convinzioni morali.

In this article Engelhardt calls for a critical review of health care policy. His thesis is that, in view of our moral diversities, the idea of a morally uniform approach to health care policy can no longer be justified. In contemporary pluralist societies, marked by the bounded moral authority of bounded democracies, we are forced to allow diversity to assert itself and tolerate different conceptions of human goods within competing health care insurance systems. For the author, our moral diversities constitute an outstanding opportunity for different communities, cultures and religions: within competing systems, he argues, they have the possibility to address health care problems while standing by their own moral convictions.
Abstract

Italia / La demografia nelle regioni del Nord: veri e falsi problemi - Italy / Demography in the Regions of the North: True Problems and False

Italia / La demografia nelle regioni del Nord: veri e falsi problemi - Italy / Demography in the Regions of the North: True Problems and False

La popolazione del Nord Italia sarà interessata nei prossimi anni da un intenso mutamento strutturale. L’articolo prende in considerazione il fenomeno e la sua causa principale, ossia i livelli estremamente ridotti della natalità, mettendone in luce alcune conseguenze prevedibili: la progressiva rarefazione delle giovani leve provocherà un rallentamento nella velocità di ricambio del capitale umano sui mercati del lavoro; lo spostamento del baricentro della popolazione verso le età mature genererà un probabile irrigidimento del sistema, limitando i margini di manovra delle finanze pubbliche, rendendo più complessa e onerosa la gestione delle risorse umane nelle imprese e disincentivando la propensione alla mobilità degli individui; infine, nelle città risorse più ingenti saranno destinate alla manutenzione e valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente. In assenza di correttivi, l’insieme delle conseguenze non pare propizio alla crescita. L’articolo si chiude con l’individuazione di alcuni ambiti di intervento che potrebbero contrastare efficacemente le conseguenze di un’evoluzione demografica in buona misura già definita.

The population of the North of Italy will undergo intense structural change over the next few years. The essay considers the phenomenon and its principal cause – namely, the extremely low birth rate – highlighting some of the most predictable consequences: the progressive rarefaction of the younger generations will cause a slowdown in the turnover of human capital on labour markets; the shift in the barycentre of the population towards the elderly will probably make the system more rigid, limiting the room for manoeuvre of the public finances, making the management of human resources in firms more complex and burdensome and deterring the mobility propensity of individuals; finally, in towns and cities, the heftiest resources will be allocated to maintaining and improving existing real estate. Unless corrective measures are taken, these consequences would not appear to be conducive to growth. The essay ends by identifying some areas of intervention in which it might be effectively possible to fight the consequences of a demographic evolution that is, to a large extent, already certain.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Italia / Un welfare poco amico delle donne? L’impatto di genere della riforma dello Stato sociale - Italy / Is the Welfare State Unfriendly to Women? The Gender Effects of Reform,

Italia / Un welfare poco amico delle donne? L’impatto di genere della riforma dello Stato sociale - Italy / Is the Welfare State Unfriendly to Women? The Gender Effects of Reform,

Le recenti riforme dei programmi di trasferimento monetari dello Stato sociale italiano rimangono ispirate al modello "marito capofamiglia percettore di reddito/moglie casalinga da lui dipendente". Tale modello comporta bassi tassi di partecipazione e di occupazione delle donne, una divisione del lavoro domestico particolarmente asimmetrica, tassi di fertilità tra i più bassi. L’articolo illustra i cambiamenti intervenuti a partire dal 1992 quanto alle indennità assegnate alle famiglie – esenzioni fiscali, sussidi di disoccupazione, pensioni di età avanzata e ai superstiti, trasferimenti monetari sottoposti a "test dei mezzi" per le famiglie a basso reddito – e quanto alle altre norme in materia di cura familiare. Viene discusso l’impatto di genere delle nuove forme di test dei mezzi e le sue implicazioni per l’offerta e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, nonché per il lavoro di cura all’interno della famiglia. L’autrice conclude che lo Stato sociale italiano non ha ancora risolto, fra i suoi problemi peculiari, quello della sostanziale incoerenza fra la vecchia concezione delle relazioni fra i sessi e la nuova realtà che vede le donne impegnate fuori e dentro la famiglia.

Recent reforms in the field of Italian welfare cash transfers uphold the "male-breadwinner/female-housewife model". This model fosters low participation rates for women, a sharply symmetrical division of domestic labour and very low fertility rates. The essay describes changes in family allowances, tax exemptions, unemployment benefits, retirement, old age and survivors’ pensions, means-tested cash transfers for low-income families and other legislation on parental leave since 1992. It also discusses the gender effects of new forms of means testing and their implications for labour supply, participation and care work within the family. It argues that the misalignment between the old model of gender relations and women’s effective activities inside and outside the household is still the source of problems peculiar to the Italian welfare state.
Abstract

Transizione economica e Stato di diritto - Economic Transition and the Lack of the Rule of Law

Transizione economica e Stato di diritto - Economic Transition and the Lack of the Rule of Law

Nei paesi che stanno vivendo il processo di transizione dal comunismo all’economia di mercato, il singolo fattore che ha pesato in maniera più diretta sugli insuccessi è stato l’incapacità di creare uno Stato di diritto funzionante. La "tassa occulta" imposta dalla corruzione produce livelli di investimenti domestici e stranieri notevolmente inferiori rispetto ai paesi meno corrotti. L’errore degli occidentali è stato di non comprendere, o sottovalutare, il problema della creazione dello Stato di diritto. Oggi tuttavia bisognerebbe fare tesoro della lezione del passato, e condizionare rigidamente la concessione di aiuti economici all’adozione di politiche sane. I governi occidentali e le parti private, pur non riuscendo a eliminare la corruzione nei paesi in transizione, possono infatti renderla molto costosa per il corrotto e ricompensare invece generosamente i comportamenti corretti.

In countries which are experiencing the process of transition from Communism to market economy, the single factor most directly responsible for failures has been the inability to create a working rule of law. The "occult tax" imposed by corruption produces much lower levels of domestic and foreign investment than in less corrupt countries. The error of westerners has been to fail to grasp or to underestimate the problem of the creation of the rule of law. Today it is necessary to learn from the lesson of the past and rigidly link any granting of economic aid to the adoption of "healthy" policies. Albeit failing to eliminate corruption in the countries undergoing transition, western governments and private players can make it less costly and reward proper conduct handsomely.
Abstract

Le condizioni per il successo delle privatizzazioni: il caso polacco - Three Crucial Issues in Post-Communist Privatisation. A Polish Case in Comparative Perspective

Le condizioni per il successo delle privatizzazioni: il caso polacco - Three Crucial Issues in Post-Communist Privatisation. A Polish Case in Comparative Perspective

I tre principali problemi riguardanti la privatizzazione in Polonia – la creazione di una cornice generale di libertà politica, l’istituzione di un regime fondato su legge e ordine e la diffusione della fiducia – risultano essere generalizzazioni valide per tutti i paesi post-comunisti. Ciò che conta è che si lasci il maggior spazio possibile alla libertà di impresa nello schema istituzionale della transizione. Il settore privato dominante, prerequistito empiricamente dimostrato di un’economia di mercato di efficiente, emerge da due sviluppi paralleli che si influenzano l’un l’altro, quello della creazione di nuove imprese (privatizzazione "dal basso") e quello della privatizzazione di imprese statali (privatizzazione "dall’alto"). Il settore privato in generale, per il suo grande dinamismo, è cruciale per il successo della transizione, sia nel breve periodo (rapido recupero della produttività) sia nel lungo (economia più flessibile).

The three principal problems of privatisation in Poland – the creation of a general framework of political freedom, the setting up of a regime founded on law and order and the diffusion of trust – are generally valid for all the other former Communist countries. What is important is to leave as much room as possible within the framework of institutional transition to free enterprise. A dominant private sector, an empirically proven prerequisite for an efficient market economy, emerges from two parallel, mutually influential developments: the creation of new enterprises ("bottom-up" privatisation) and the privatisation of state enterprises ("top-down" privatisation). Thanks to its great dynamism, the private sector in general is of crucial importance for the success of the transition, both in the short term (a rapid recovery of productivity) and in the long term (a more flexible economy).
Abstract

Vox populi, vox Dei? Lo «spettatore imparziale» e la teoria delle opinioni

Vox populi, vox Dei? Lo «spettatore imparziale» e la teoria delle opinioni

Adam Smith è autore – oltre che della metafora della "mano invisibile" – anche di quella, meno nota ma altrettanto importante, dello "spettatore imparziale": una "mano invisibile" capace di trasformare l’opinione viziata da pregiudizi in opinione conforme all’interesse generale. Obiettivo di questo saggio è trarre da Smith uno schema arricchito dai risultati della ricerca nelle scienze sociali moderne e illustrarne l’importanza non solo nella spiegazione dei grandi fenomeni evolutivi in materia sociale e politica ma anche nell’analisi dei risultati dei sondaggi di opinione. La tesi principale qui sostenuta, almeno dal punto di vista della teoria politica, è che, a seconda della natura delle domande poste in consultazioni reali o simulate, le risposte degli intervistati possono tendenzialmente essere in prevalenza quelle di "attori parziali", o in prevalenza quelle di "spettatori imparziali". Nel secondo caso, vox populi, vox diaboli; nel primo, vox populi, vox Dei.

Adam Smith invented not only the metaphor of the "invisible hand" but also the metaphor, less well-known but no less important, of the "unbiased spectator", an "invisible hand" capable of turning prejudiced opinion into opinion consistent with the general interest. The aim of this essay is to draw from Smith a pattern enhanced by the results of research in the modern social sciences and to demonstrate its importance not only in explaining major evolutionary phenomena in the social and political fields, but also in analysis of the results of opinion polls. From the point of view of political theory at least, the main thesis of the essay is that, according to the nature of the questions asked in real or simulated polls, the answers of the interviewees tend to be prevalently those of "biased actors" or prevalently those of "unbiased spectators": in the second case, vox populi, vox diaboli; in the first, vox populi, vox Dei.

Abstract

Italia / Sindacato conservatore - Italy / Conservative Trade Unions

Italia / Sindacato conservatore - Italy / Conservative Trade Unions

In questo saggio viene analizzata l’evoluzione più recente del sindacato in Italia, dopo averne ricordato le origini storiche e politiche. Di fatto, oggi in Italia il sindacato svolge la funzione di coalizzare un determinato blocco di ceti e classi, difendendone gli interessi. Effetto della situazione attuale sono i due disegni di legge, esaminati dall’autore, sulla nuova organizzazione delle rappresentanze sindacali nelle aziende e sul diritto di sciopero, che ripropongono una legislazione dirigistica e vincolante. Ne consegue che la flessibilità di cui il sistema produttivo ha bisogno si scarica pressoché interamente sugli outsiders, in larga misura sulle giovani generazioni. Gli addetti al mercato del lavoro ufficiale diminuiscono di numero e vedono ridursi progressivamente il reddito disponibile al netto del prelievo fiscale, mentre gli appartenenti all’altro mercato rimangono esclusi dal primo proprio in ragione dei suoi vincoli.

flageng

This essay analyses the most recent evolution of the trade unions, after first outlining their historical and political origins. In Italy today the trade unions de facto perform the function of uniting a given bloc of ranks and classes and defending their interests. The present situation has prompted two draft laws, which the author examines, on the new organisation of union representations in companies and the right to strike; the legislation which they propose is once more dirigiste and binding. As a result, the flexibility the production system needs is almost totally unburdened onto outsider, especially the young generations. Workers on the official labour market are decreasing in number and are progressively seeing their available income net of tax drop, while members of the "other" market are excluded from the first on account of its constraints.
Abstract

Europa /

Europa /

L’articolo analizza l’istituto della responsabilità civile del legislatore, introdotto nel diritto comunitario dalla Corte di Giustizia e implementato nei singoli ordinamenti degli Stati membri dalle Corti nazionali. L’analisi viene condotta su due livelli ed è introdotta da un tentativo di collocare l’istituto nel più ampio contesto dell’integrazione costituzionale europea. Nel primo livello – comunitario – si ricostruiscono le origini e le caratteristiche iniziali dell’istituto nonché la sua evoluzione successiva attraverso la giurisprudenza della Corte di Giustizia. Nel secondo livello – degli ordinamenti nazionali – si tratteggiano le reazioni, le difficoltà e gli adattamenti tentati dai sistemi giuridici di Francia, Germania, Inghilterra, Italia). Nell’analisi relativa al sistema italiano, viene affrontata anche la correlata questione della responsabilità del legislatore per violazione della Costituzione nazionale.

The article analyses the institution of the legislator’s civil liability, introduced into EU law by the Court of Justice and implemented in the single systems of Member States by their national courts. The analysis is carried out on two levels and is introduced by an attempt to fit the institution into the broader context of European constitutional integration. On the first level – that of the EU – the author reconstructs the initial origins and characteristics of the institution and its subsequent evolution through the jurisprudence of the Court of Justice. On the second level – that of national systems – he outlines the reactions, difficulties and adjustments attempted by the legal systems of France, Germany, Britain and Italy. In his analysis of the Italian system, he also addresses the correlated question of the legislator’s liability for violation of the national Constitution.
Abstract

Europa / New economy e rappresentanza politica - Europe / New Economy and Political Representation

Europa / New economy e rappresentanza politica - Europe / New Economy and Political Representation

L’attuale situazione europea – e, per motivi specifici, quella italiana in particolare – è caratterizzata dal rifiuto della politica e dal risveglio di interesse per i fenomeni economici, a cominciare dalla corsa verso la Borsa. Si è inoltre fortemente divaricata la prontezza di risposta o, se si preferisce, la differenza della velocità di decisione, fra sistema politico e sistema economico. Parlamenti nazionali e istituzioni europee non hanno saputo finora tradurre in insegnamenti positivi gli stimoli che vengono dall’esterno. Per effetto di tutto questo, la tradizionale tripartizione dei poteri formulata da Montesquieu oggi non ha più rispondenza nella realtà. Occorre pertanto operare una sorta di regolamento di confini di quanto potrebbe costituire una visione aggiornata di democrazia, allargando la libertà dei singoli, limitando l’invasività dello Stato e circoscrivendo la sfera di azione e di potere delle tecnocrazie.

The present European situation – and, for specific reasons, the Italian situation in particular – is marked by a rejection of politics and a reawakening of interest for economic phenomena, the stock exchange first and foremost. The gap between the political and economic systems in terms of their promptness of response or, in other words, the speed of their decision-making, has also widened a great deal. National parliaments and European institutions have so far failed to translate the stimuli that come from abroad into positive precepts. As a result, the traditional tripartition of powers formulated by Montesquieu no longer has any correspondence in reality. It is thus necessary to adjust borderlines to update our vision of democracy, broadening the liberty of individuals, limiting state interference and defining the sphere of action and power of technocracies.
Abstract

Commento a Van Parijs - Comment on Van Parijs

Commento a Van Parijs - Comment on Van Parijs

L’aspetto più interessante del saggio di Van Parijs è la riflessione che esso suscita in ordine agli effetti che la decentralizzazione politica produce sulle politiche assistenziali e redistributive. Pur prendendo in esame un caso specifico – il finanziamento del sistema sanitario nazionale belga –, le sue osservazioni, infatti, si prestano a valutazioni di carattere generale. È difficile dire se la soluzione proposta da Van Parijs – e che conserva notevoli caratteri redistributivi – sarà in grado di porre rimedio ai problemi generati dalla riforma "federalista" attuata in Belgio. In ogni caso, dalla sua analisi risulta chiaro che i fenomeni di decentralizzazione politica mettono a dura prova i tradizionali congegni dello Stato sociale, proprio in quanto hanno effetti liberali e antiredistributivi. E pertanto, in una prospettiva libertaria, vanno visti con favore e sostenuti.

The most interesting aspect of Van Parijs’s essay is the reflection it prompts on the effects which political decentralisation produces on welfare and redistributive policies. Though he only considers one specific case – the financing of the Belgian national health system – his observations prompt more general evaluations. It is hard to say whether the solution Van Parijs proposes – which has a number of redistributive features – will be able to solve the problems generated by the "federalist" reform implemented in Belgium. In any case, his analysis clearly reveals that phenomena of political decentralisation jeopardise the traditional mechanisms of the welfare state, precisely because their effects are liberal and anti-redistributive. In a libertarian perspective, they thus deserve to be viewed with favour and supported.
Abstract

La sanità giusta e le due solidarietà - Just Health Care and the Two Solidarities

La sanità giusta e le due solidarietà - Just Health Care and the Two Solidarities

La questione della giustizia in ambito sanitario è un tema importante per molte ragioni. Alcune sono ovvie, altre meno. L’autore illustra qui una delle meno scontate, mettendo in evidenza come nel campo della sanità l’adozione di una particolare concezione della giustizia possa interessare in modo cruciale la conquista di una città o la sopravvivenza di un paese. La tesi viene argomentata sulla base di quanto è accaduto negli ultimi anni in Belgio, per effetto del metodo di finanziamento del sistema sanitario nazionale. La soluzione proposta viene fatta derivare da un’impostazione "rawlsiana" – non solo egualitaria in senso liberal, ma anche attenta alle esigenze della comunità – che da un lato non introduca una netta dicotomia tra solidarietà all’interno di una popolazione e solidarietà tra popolazioni distinte, ma dall’altro non incoraggi lo smantellamento dei sistemi vigenti di trasferimento interregionale.

The question of justice in the health sector is an important one for many reasons, some obvious, others less so. Here the author illustrates one of the least obvious, highlighting how, in the health field, the addition of a particular conception of justice may have crucial effects on the conquest of a city or the survival of a country. He argues the thesis on the basis of events in Belgium over the last few years, the result of the method of financing the national health system. The solution he proposes stems from a "Rawlsian" formulation – not only egalitarian in a liberal sense, but also attentive to community needs – which, on the one hand, fails to introduce a clear dichotomy between solidarity within a population and solidarity between different populations, but, on the other, does not encourage the dismantling of existing systems of interregional transfer.
Abstract

Commento a Savona - Comment on Savona

Commento a Savona - Comment on Savona

L’autore concorda con Savona sulla necessità, anche l’urgenza, di approfondire la conoscenza dei mercati dei prodotti derivati e del loro impatto sul meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Si dimostra più cauto invece nel recepire la tesi di Savona secondo cui il grado di sostituibilità tra attività monetarie e non si sarebbe ormai spinto, grazie allo sviluppo dei derivati, fino al punto di rendere indispensabile, a fini di controllo, l’inclusione dei derivati stessi negli aggregati monetari. È quindi anche in disaccordo con la tesi, corollario della precedente, che l’instabilità finanziaria di questi anni sarebbe da ascriversi alle carenze del controllo monetario nei paesi avanzati. Crede piuttosto che la moneta abbia mantenuto la sua specificità, e che la perdurante efficacia del controllo monetario attuato via tassi d’interesse, e gli stessi successi conseguiti in questi anni nella lotta all’inflazione, ne siano una testimonianza.

The author agrees with Savona about the need, which he regards as urgent, to develop knowledge of derivative markets and their impact on the transmission mechanism of monetary policy. He is more cautious when it comes to accepting Savona’s thesis that, thanks to the development of derivatives, the substitutability of monetary and other activities has reached such a level that, for control purposes, derivatives themselves have to be included among monetary aggregates. He thus also disagrees with the thesis, the corollary of the first, that the financial instability of recent years is due to the lack of monetary control in the advanced countries. He believes instead that currency has maintained its specificness and that the ongoing effectiveness of monetary control through interest rates and the success achieved in recent years in the fight against inflation testify to the fact.
Abstract

Sviluppi finanziari, politica monetaria e stabilità sistemica - Financial Developments, Monetary Policy and System Stability

Sviluppi finanziari, politica monetaria e stabilità sistemica - Financial Developments, Monetary Policy and System Stability

Il lavoro si articola in cinque parti. Dopo un breve excursus storico delle "rivoluzioni" susseguitesi in poco più di un secolo nel governo della moneta, vengono descritti i modi di funzionamento dei mercati monetari e finanziari interni e internazionali a seguito dell’ingente sviluppo dei contratti derivati. Nella terza parte vengono tratte talune conseguenze per il governo della moneta e viene suggerito lo schema di riferimento teorico adatto allo scopo. Nella quarta parte, il problema della valutazione del merito di credito, che le autorità hanno posto al centro della nuova architettura del sistema monetario internazionale, viene collocato nella giusta dimensione analitica e pratica. Il lavoro si chiude con un richiamo ai riflessi sull’economia globale delle nuove condizioni monetarie e finanziarie internazionali nell’ipotesi in cui il governo monetario continui a procedere nei modi tradizionali o subisca le necessarie correzioni.

The study breaks down into five parts. After a brief historical outline of the revolutions that have taken place in the governance of currency in the brief space of just over a century, the author describes how domestic and international currency and money markets are working in the wake of the huge development of derivatives. In the third part, he lists some of the consequences for currency governance and suggests an appropriate theoretical reference framework. In the fourth part, he sets the problem of credit rating, on which the authorities have centred the new architecture of the international monetary system, into its proper analytical and practical dimension. He concludes by speaking of reflections on the global economy of the new international monetary and financial conditions, if the government continues to use traditional methods or undergoes the necessary corrections.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Eguaglianza economica e libertà politica - Economic Equality and Political Liberty

Eguaglianza economica e libertà politica - Economic Equality and Political Liberty

In queste pagine, l’autore analizza e critica la tesi secondo cui una situazione caratterizzata da una forte diseguaglianza economica – qual è oggi la situazione degli Stati Uniti – ha un effetto destabilizzante sul piano politico. La posizione dell’autore, fondata su argomenti sia teorici sia empirici, è che ad essere direttamente in rapporto con la stabilità politica sia non la distribuzione del reddito fra i vari gruppi bensì il livello di reddito (cioè il reddito medio), che una correlazione negativa esista invece fra livello del reddito e eguaglianza nella sua distribuzione, e che quindi un sistema basato sul libero mercato – tendente alla massimizzazione della ricchezza più che alla massimizzazione dell’utilità in un’ottica che incorpori pesi distributivi (adottando per esempio l’ipotesi di utilità marginale decrescente del reddito) – tenderà a sua volta a promuovere la stabilità politica.

The author analyses and criticises the thesis whereby a situation marked by sharp economic inequality – that of the United States today, for example – has a destabilising effect on politics. The author’s position, founded on both theoretical and empirical arguments, is that political stability relates directly not to the distribution of income among the various groups, but to income level (that is, average income), that a negative correlation exists between income level and the equality of its distribution, and hence that a system based on the free market – tending more towards the maximisation of wealth than to the maximisation of utility within a viewpoint incorporating distributive weights (adopting the hypothesis of the decreasing marginal utility of income, for example) – will tend in turn to promote political stability.
Abstract

Hong Kong, the Future of a Free Economy

Hong Kong, the Future of a Free Economy

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The author of this article (with an introduction by Galeazzo Scarampi, ceo of Investor Asia) is the Financial Secretary – a super economics and finance minister – of Hong Kong. Sir Donald Tsang first undertook this important position during the colonial administration, when he was, perhaps, the first non-Scotsman to be entrusted with the keys to the Hong Kong "safe". The views of a man who administered the main regional finance centre during the Asian crisis are of great empirical interest, even for readers who do not agree with some of his theoretical positions.
Abstract

Italy / 1999 the Year of the Euro - The Transformation of Business Finance - The Principal Financial Innovations

Italy / 1999 the Year of the Euro - The Transformation of Business Finance - The Principal Financial Innovations

Testo disponibile solo in lingua inglese.
From the financial point of view, 1999 will be remembered as the year of the euro. Although the European currency has depreciated against the dollar, its launch was a success – albeit an invisible one for many. The single currency yielded its first fruits by modernising and restructuring the European capital market and stimulating the definition both of ways of financing enterprises and of the role of the banking system. Hence Biblioteca della libertà’s decision to publish these two contributions. The first describes the invisible, but radical, deep-reaching progress of the European capital market for enterprises and large-scale operators. The second painstakingly reviews changes on financial markets and innovations in financial products, which cover different levels of brokerage and even impinge upon family retail investment choices. Together, the two articles draw a picture of a financial world which for no one, whether family or enterprise, is the same today as it was just two or three years ago.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Europe / Welfare Reform in Southern Countries

Europe / Welfare Reform in Southern Countries

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This article discusses some of the traits peculiar to the southern European type of welfare state, identifying the institutional challenges which it now has to address. In Spain, Portugal, Greece and, to a lesser extent, Italy, the welfare state developed later than in the rest of continental and northern Europe, and had to adjust to less favourable socio-economic environments, including the severe backwardness of the southernmost regions. In the 1990s, social protection thus entered the age of "permanent austerity" in a state of financial and institutional underdevelopment, which was aggravated by sectorial and local imbalances. The four countries have thus been forced to tread the politically perilous road of internal restructuring; meaning less generous benefits for "insiders" and traditional risks, and new programmes for "outsiders", albeit only to the extent that budgetary constraints allow. The Italian reforms of the 1990s are reconstructed in some depth by the author, who concludes by speculating about the future perspectives of southern European welfare within the new European context.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Europe / Single Currency and Labour Markets

Europe / Single Currency and Labour Markets

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This paper addresses aspects of the interaction between labour market institutions and the process of Economic and Monetary Union in Europe. With special attention to the geographic dimensions of labour market rigidity, it reviews the nature and possible motivation of institutions which limit both wage and employment flexibility in Europe. As a fully integrated economic area, the European Union is, in many ways, comparable to the United States, though institutionally compressed regional wage differentials and limited labour mobility within each European country contrast sharply with U.S. labour market patterns. In the aftermath of EMU, European labour markets will need to be different from their own past selves, but may also find it politically difficult to come close to their American counterparts.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Europe / The ‘New’ Third Way

Europe / The ‘New’ Third Way

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Analysis of the pragmatism of the British prime minister Tony Blair and his New Labour and of the German chancellor Schroeder and his Social Democrat Party prompts the author to conclude that social democrat parties are, despite their emancipatory rhetoric, still very bound to a paternalistic approach to government. The social democratic "third way" is thus neither a liberal programme under a false name, nor the beginning of a new chapter in social democratic thought and ideology. The point of departure of supporters of the "third way" is not individual freedom, but the collectivist ideas which still dwell in the recesses of socialist thought. The social democratic "third way" is nothing if not a middle passage in which left-wing ideas continue to dominate.
Abstract

The Twentieth Century According to an Individualist

The Twentieth Century According to an Individualist

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Maffeo Pantaleoni (1857-1924) was defined the ‘prince of Italian economists’. Albeit high-flown, the definition faithfully reflects the value of his work. Together with Pareto and, in some respects, Croce, Pantaleoni was one of those who believed neither that socialism would be a more efficient mode of production than capitalism, nor that it would be the inevitable destiny of the new century. Faithful to methodological, positivistic principles, Pantaleoni drew his conclusions not from the logic of liberal sentiments, but from the more rigorous logic of economic analysis. Here we offer our readers the text of a lecture which Pantaleoni held in Venice on April 6 1900. It reveals all his extraordinary capacity for analysis and prediction, and how his principles can be of great interest today for our understanding of the set of phenomena which we call ‘globalisation’, and which clash so sharply with reality and the ideology of closed societies founded on corporative principles.
Abstract

Nature of Liberalism and History of the West: An Exhibition in Milan / Natura del liberalismo e storia dell'Occidente: una mostra a Milano

Nature of Liberalism and History of the West: An Exhibition in Milan / Natura del liberalismo e storia dell'Occidente: una mostra a Milano

The history of liberalism is a long one, marked by controversies about what the true nature of this school of thought really is. The curators of an exhibition on liberal thinking and the history of the West organised in Milan from October 15 to November 21 outline the criteria which guided them in the difficult task of presenting the history of an idea to the public. The thesis at the centre of this essay is that the heart of liberalism is to be found in the resistance of individuals, civil society and the market in the face of the growth of governmental power. The different forms of government produced in the course of the last five centuries have a crucial characteristic in common: namely, the tendency to reduce the autonomy of individuals and society.

Quella del liberalismo è una storia lunga, segnata da annose controversie su quale sia la sua vera natura. In occasione della mostra sul pensiero liberale e sulla storia dell'Occidente organizzata a Milano dal 15 ottobre al 21 novembre, i curatori di tale iniziativa espongono i criteri che li hanno guidati nel difficile lavoro di presentare ad un vasto pubblico la storia di un'idea. La tesi al centro di questo scritto è che il cuore del liberalismo sia da riconoscere nella resistenza espressa dagli individui, dalla società civile e dal mercato di fronte alla crescita dei poteri statuali. Le diverse forme di Stato, prodotte nel corso della storia degli ultimi cinque secoli, condividono infatti una cruciale caratteristica: la tendenza a restringere l'autonomia degli individui e della società.

Abstract

Europe / Liberals, the Tradition that Comes from the North

Europe / Liberals, the Tradition that Comes from the North

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The results of the recent European parliamentary elections (June 13 1999) in the 15 states of the Union show the different weight of national liberal parties. They are strong virtually only in the north of Europe, very weak in the Germanic area and virtually absent in Latin and Mediterranean Europe. Against this background a debate is raging on the European constitutional space; it hinges round the adoption of a Charter of Fundamental Rights in the definition of which, according to the liberal group at the European Parliament (eldr), the Parliament itself ought to have a crucial role. Liberal Europeanism sums up the history of the minority ideas in the century which has experienced the worst totalitarianisms; continuing that history, the Bill of Rights should consecrate the superiority of the individual over collective fetishes, establishing the association between the civil and political rights of the liberal tradition and social rights for inclusive citizenship.
Abstract

Italy / Arguments for Federalism

Italy / Arguments for Federalism

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In the last 20 years, in Italy federalism has turned from an entirely minority vision, relegated among possible and unaccomplished hypotheses to the historiography of the formation of the national state, into the possible term of reference for the reform of the structure of the state adopted by the most disparate political ideologies and traditions. The aim of this essay is to outline the fundamental theoretical cleavages of contemporary federalist theory, and to verify to what extent federalist or neo-federalist concepts may serve to understand the key questions that the country has to address. Although there are good reasons to believe that the implementation of federalism would not have solely positive consequences, arguments for it have a solid base in the consequences of public spending for economic growth and in the transfer of most national state functions to the European Union.
Abstract

The Internet and E-commerce

The Internet and E-commerce

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In the last few years, the Internet and the information technology sector have been the central players in a rapid, deep-reaching change in the economy; a change which is likely to have reverberations on our way of living and working and being citizens. This essay takes into consideration the distinctive economic features of the phenomenon, such as problems connected with uncertainty about the quality of goods, renewed possibilities for price discrimination, network externalities and positive feedback. It goes on to briefly discuss the possible effects which this will have on the structure of the market and relations between consumers and firms, plus the fact that the capacity to attract one of the few factors that will become scarce – human attention – will be decisive for firms. Lastly, it examines the effects of e-commerce on consumers and firms.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

An Aging Population. Consequences for the Individual, the Family and Society

An Aging Population. Consequences for the Individual, the Family and Society

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In Italy, as in most other developed economies, the population is growing older; with the passing of time, the average age has risen and the percentage of the population above the pensionable age has risen. This change is bound to have significant consequences for society, for the family and for individuals. The aim of this essay, which is the text of the 15th Fulvio Guerrini Conference (Turin, October 12 1998), is to provide statistical data on demographic trends in developed economies, to examine some of their consequences and to outline solutions to the problems posed by the phenomenon. These problems – from pensionable age to the mechanisms required to induce employers to take on elderly workers, to medical and residential profiles – can only be solved by long-term planning.
pdf scarica il testo in PDF (37.51 Kb)
Abstract

A Manager in Court. The Costs and Times of Civil Justice: Economic Analysis, Reforms and Alternative Tools

A Manager in Court. The Costs and Times of Civil Justice: Economic Analysis, Reforms and Alternative Tools

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Civil justice is a key service for the cohesion of society and the functioning of markets. The aim of the survey on the results of which this article is based is to promote a wide-reaching examination of judicial organisation, the length of some procedures, the cost sustained by firms to protect their rights and credits and the availability of alternative models to settle controversies. The working method is that of comparative and economic analysis. Judges, lawyers and any other people concerned have to review their position in the modern world in the light of the efficiency and reactivity of the system of justice to pressure from the global business system, markets and consumers as a whole. The rhetoric of just justice, respect for civil rights in trial procedures and the fairest of sentences often conceals laziness and lack of responsibility as opposed to a profound sense of ethics. The pursuit of a functional system will depend on dialogue among all those concerned, common training and explicit discussion on concrete issues. Over the last millennium, judges, lawyers and scholars have contributed to the formation of modern democracies more than any constituent assembly. Their work in defining procedures and solving concrete cases has taken place in a climate of collaboration and exchange of functions, of parity and, above all, of great competence and culture. This essay aims to be a first attempt to revive that climate.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Italy / The Lessons of Kosovo and Bologna

Italy / The Lessons of Kosovo and Bologna

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The “Italian transition” would appear to be never-ending. It is impossible to predict the direction it is going in and the time it will take to settle. This is due to the fact that it consists of a great collective crisis of identity, which invests not only the political, but also the social and cultural sphere. Faced with a crisis of this nature, no system of rules can stand up. The old tools of political mediation are unusable, but no new ones are available. To find a solution to the problem, it is necessary to look to the political and institutional history of Italy which, we discover, has always been negatively marked by a rift between majority and government. This is where we have to intervene, if we are to emerge from the transition. In different ways, the crisis in the Kosovo, the results of the European elections and those of the municipal elections in Bologna show that it is precisely this type of innovation that citizens are asking for: in short, the possibility to choose clearly and simply between elites and counterpoised political and cultural proposals. For this to be possible and irrespective of the electoral law adopted, it is important only for the rules of the system to envisage that the leader of the winning coalition is automatically also head of the executive.
Abstract

For a Market Ecology

For a Market Ecology

Testo disponibile solo in lingua inglese.
For contemporary culture, ecological questions invariably demand only solutions of a political nature and a pervasive regulation of human activities. Even those who understand the legitimacy and effectiveness of the free market appear to change their opinion in the face of environmental problems, as if the latter were somehow special problems demanding of constant public intervention. The set of studies which goes under the name of “market ecology” has developed a number of analyses which force us to discredit these commonplaces. On the other hand, if we are often forced to address serious natural emergencies (pollution, for example), it is because we have progressively abandoned the privatistic juridical principles which, for centuries, have limited our possibility of damaging our neighbour and the environment in which he lives. If we wish to safeguard nature, therefore, we have first of all to depollute law and, more specifically, ensure more rigorous protection of private property.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Multiculturalism and Value Relativism

Multiculturalism and Value Relativism

Abstract disponibile solo in lingua inglese

The word “multiculturalism” describes a diffuse doctrine grounded in a few interrelated principles. National, ethnic and other social groups commonly have and are entitled to a distinctive culture of their own. Such cultures include systems of values which cannot be ranked because values cannot be grounded objectively. Hence, the theory concludes, to endorse multiculturalism is, implicitly, to endorse value relativism. Whether we should accept this mutual implication of recognising the rights of groups, notably cultural minorities, and relativism is the question addressed in this essay. Partly as a consequence of the influence of multicultural ideas, relativistic theories of value are widespread among intellectuals, but they would appear to clash with empirical observations of the actual axiological feelings of social subjects. Recently proposed naturalistic theories may be considered as a reaction against relativistic theories. They cannot be seen, however, to be opening a very promising path, as far as the explanation of axiological feelings is concerned. On the whole, rationalist theories of axiological feelings appear, scientifically, to be much more valid and promising than culturalist or naturalist theories. Finally, recognising the cultural needs and rights of groups does not imply that a relativistic view of axiological feelings and values ought to be endorsed. After all, multiculturalism does not imply value relativism.

Abstract

«Unbiased» Journalists and «Greedy» Capitalists

«Unbiased» Journalists and «Greedy» Capitalists

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In this essay, the author analyses the relationship between the media and capitalism, partly on the basis of his own experience as editor of the great American daily, The Wall Street Journal. More specifically, he seeks to explain why, despite the fact that it is an eminently capitalist institution, the press is often perceived as being hostile to capitalism. News is influenced by three decisive factors: the need to explain events through stereotypes, the impact of different literary formats and the fact that journalists form a self-selected, often co-opted elite, to some extent “alienated” from common passions such as politics and profit. Their critical approach to capitalism (and, especially, towards certain capitalists) is the fruit of these three factors, innate in the very function of the press, and not of prejudices or preconceived adversities vis-à-vis the market system. In the United States, however, as a result of the emergence of “new” media and reflection inside the traditional ones, journalists have seriously begun to ask themselves whether they may not be, perhaps, over-isolated from the rest of society.
Abstract

The Crisis and Working Hours

The Crisis and Working Hours

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In 1932 Giovanni Agnelli, chairman of FIAT, released an interview to United Press about the reduction in working hours and how it could help solve the economic crisis. The interview triggered discussion internationally, and also sparked a friendly exchange of ideas between Agnelli and Luigi Einaudi, editor of La Riforma Sociale. The two also briefly exchanged correspondence which Einaudi’s review decided to publish. Agnelli confirmed his belief that it was necessary to counter technical unemployment by reducing working hours. Einaudi denied that the technical cause of the economic crisis was the most important. Albeit agreeing that the reduction in working hours was the ultimate target, he suggested it would be unstable if applied on a generalised and compulsory basis. Here Biblioteca della Libertà offers its readers the chance to follow an old debate on a question that is still open.
Abstract

Italy / Integration through Labour

Italy / Integration through Labour

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In Piedmont, as nearly everywhere else in Italy, the number of non-EC immigrants integrated in the local social fabric and economy is growing fast. An empirical survey on a sample of 262 Piedmontese industrial firms reveals how one firm in three employs non-EC immigrants, whereas six out of ten believe it is possible to open more space for the employment of non-EC immigrants. Besides the outright increase, a growing turnover is also being recorded. As a result, the level of academic qualifications and the vocational content of the jobs non-EC employees perform have clearly improved. It is increasingly evident that cultural integration is taking place through labour. Immigrant workers increasingly resemble local workers (in terms of trade union membership, for example), whereas intercultural clashes are practically non-existent. Last but not least, firms are increasingly demanding greater investment in the technical and vocational training of foreign labour.
Abstract

Italy / The Uncertain Future of Savings in the Northern Regions

Italy / The Uncertain Future of Savings in the Northern Regions

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This article is one of the contributions to the research project entitled The economic prospects of northern Italy in the year 2000 promoted by the Centro Einaudi and CESDI with the contribution of the Compagnia di San Paolo. It is devoted specifically to the accumulation and use of savings. It analyses business and family saving trends, as well as savings from fiscal residues. The author concludes that as long as we speak of the present magnitude of the financial resources endogenous to the northern regions, the picture is an extremely comforting one. Outlining future scenarios is a much more problematic business, partly as a consequence of the birth of the euro. Foreign investment by firms will continue to be the natural outcome of internationalisation strategies and family savings – albeit falling – may be used throughout the euro area. Financial resources will be deployed increasingly across the market. Central to the maintenance or growth of the portion of such resources used in northern regions will be the effective capacity to compete of regional economic agents, as well as political decision markers’ commitment to support their competitiveness.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Economic Analysis of Public and Criminal Law: A Survey

Economic Analysis of Public and Criminal Law: A Survey

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay is the last in a series of three in which Richard Posner and Francesco Parisi trace the forty-year history of the economic analysis of law. The first, published in issue no. 147, reconstructed the origins of the economic analysis of law. The second (no. 148) was dedicated to the economic analysis of the various aspects of private and commercial law. In this study, the authors mention and discuss the most significant contributions to the analysis of public and criminal law (the question of optimal criminal sanctions, deterrence and criminal law enforcement), constitutional and public law (free speech and the market for ideas, labour law, union law).
Abstract

The Government versus the Market in Protecting against Economic Misfortune

The Government versus the Market in Protecting against Economic Misfortune

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Arguably the most important reason which prompts many to reject the market in favour of the government as the most fundamental institution of social order is the convinction that the marketplace alone can never deal adequately with the inevitable consequences of misfortune. Few deny in fact that government has an important role in implementing the philanthropic elements of social policy: it is seen as an insurer. This essay seeks to take this insurance conception seriously and attempts to highlight the merits of the market and the government in the provision of insurance against economic misfortune. The first part explains how the private insurance market works. The second part compares public and private insurance both theoretically and through a review of government provided or regulated insurance programmes in a variety of contexts. Finally, the third part describes the normative significance of the differences highlighted.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Has Economics Lost Its Way?

Has Economics Lost Its Way?

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In this article, the author seeks to pinpoint the reasons why modern economics has lost its way and the remedies that can be applied. The first section outlines the rudiments of the explanatory vision that has informed economics since the time of Adam Smith. The second section identifies the sources of the "wrong turnings" of neoclassical economics itself. The third section briefly outlines the side-tracking of economics during the Keynesian era. The fourth section examines both the causes and consequences of the "scientification" of economics over the last half century. Section five, finally, offers suggestions on how economics might be restored – at least partly – to the position it attained in the era of classical political economy two centuries ago. The author concludes by outlining the tremendous productivity of economics in forestalling the destruction of potential value in the "black holes" of politicised constraints on voluntary exchange.
Abstract

Electricity, from Monopoly to Competition

Electricity, from Monopoly to Competition

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The national electricity markets of the Member States of the European Union are currently being privatised in compliance with a specific Commission directive. The process is encountering much resistance and has reached different stages of development in the various countries concerned. It is, however, virtually unstoppable and will, predictably, lead to a progressive broadening of scope for competition and the market, much as in the United States in recent years. In his essay (The mechanisms of the market today), Henri Lepage describes the mechanisms and institutions through which it is currently possible to create a competitive market in the electricity sector, safeguarding the principle of economic efficiency and ensuring that the energy consumed has been produced at the lowest cost possible. To do this it is crucial to define and publicise a spot price for electricity in the various time bands by introducing auctions mechanisms among producers. The essay also shows how such competitive procedures may lead to a decline in the price of electricity. In the next essay (The mechanisms of the market: what they will be like in 2015), the same author describes the probable future evolution of the European market on the basis of what is already happening in the United States. The deregulated market will be characterised by an extreme segmentation of prices and tariffs and by the emergence of intermediaries specialised in selling the good. Finally, it is highly likely that electricity will be "commoditised", that is to say transformed into a basic raw material, negotiable on markets in cash or on credit or in derivatives, just like any other. In his essay (Uncertain Italian liberalisation), Ugo Bertone, finally, examines the decree for the deregulation of the electricity market passed last February by the Italian government. Many reservations can be advanced about the provision, especially the fact that ENEL, former public monopoly, still enjoys a dominant role in the production and distribution of electricity. The process the decree has triggered will nonetheless lead to an effective liberalisation of the market over the next few years. In this respect, the moment of truth will come when ENEL is quoted on the stock market.

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Italy / Opting Out: A Choice of Freedom for Future Pensioners

Italy / Opting Out: A Choice of Freedom for Future Pensioners

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In the debate on the reform of the social security system, it is possible to identify three areas of widespread consensus: 1) the long-term financial untenableness of the present public pay-as-you-go system; 2) the need to eliminate the distortions and disincentives which it induces; 3) the superiority of a system based on three pillars (public pay-as-you-go, category pension funds, individual accounts). There is, however, a great deal of disagreement over the corrections that need to be made. The author discusses the various proposals that have been put forward and assesses them critically. She suggests that an immediate and total privatisation of social security in Italy would be impracticable and argues that a quota of public social security benefits ought to be used with a redistributive function. The solution she proposes is the gradual introduction of "opting out" mechanisms, which would ensure more freedom for individuals and greater efficiency for the system.

 pdf scarica il testo in PDF

Abstract

A Juridical Dissection of Hell

A Juridical Dissection of Hell

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The hell referred to in this essay is largely a Catholic one, the only hell – final reconciliation (apocatastasis) apart – formally defined as eternal. It clashes with the universally accepted principles of justice and law and is a failure from the pedagogic, ethical, communicative-interpersonal and eudemonistic points of view. This implies that the thesis of the authoritativeness of papal utterances on the faith is unacceptable and drastically re-evaluates Jesus’s teachings as reported in the Gospels. The solutions triggered by the hermeneutic virtuosity of theologists are devoid of intellectual probity. The author also criticises the existentialist theory which explains the eternity of hell as an irrevocable decision taken by the soul in God’s presence. The essay presents a conception of hell which is less scandalous than the Catholic one, but which fails to solve all the problems relating to divine justice. It ends by asking the reader to recover a feeling of reality "whereby a forest is realer than a baptism, and immaterial people and their activities are unlikely objects of thought".

pdf scarica il testo in PDF

Abstract

Globalisation, Law à la Carte and ‘Cold’ Political Orders

Globalisation, Law à la Carte and ‘Cold’ Political Orders

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This article analyses the main effects that globalisation produces in the institutional area. It focuses on two types of change: a) the change in the relationship between politics and economics, a crucial step in the road towards globalisation; b) changes in progress in the institutional scenario which, in turn, affect the government sphere and the legal system. Especially if we refer to the traditional characteristics of European states and the idea of law that went with them, we can see revolutionary changes taking place: law is served à la carte, while states are becoming increasingly "cold" and rational and speak the language of economics.
Abstract

Economic Analysis of Private and Commercial Law: A Survey

Economic Analysis of Private and Commercial Law: A Survey

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay is the second in a series of three in which Richard Posner and Francesco Parisi trace the forty-year history of the economic analysis of law. The first (published in n. 147) reconstructed the origins of the economic analysis of law. The third (in n. 149) will be dedicated to the economic analysis of public and criminal law. This second study examines all the various aspects of the literature on the economic analysis of private and commercial law, starting from Ronald Coase’s seminal studies on the theory of property rights which underpins the discipline. In the course of time, the economic analysis of law has been applied to a series of different research fields: contractual law, civil responsibility, family law, commercial and corporate law. The authors mention and discuss the most significant contributions in each of these fields.
Abstract

Economic Freedom Network. Economic Freedom in the World and Italy’s Position

Economic Freedom Network. Economic Freedom in the World and Italy’s Position

Testo disponibile solo in lingua inglese.
With Economic Freedom of the World. Interim Report 1998/1999, the Fraser Institute of Vancouver and the Economic Freedom Network, made up of research institutions in 53 countries (for Italy, the Centro Einaudi in collaboration with the Young Entrepreneurs Group of the Turin Employers’ Association) carry on their commitment to the development of a tool for the objective measurement of economic freedom. The 1998/1999 edition comes in a totally new format, with more complete and statistically more accurate synthetic indicators. With total rating of 7.9 out of 10, Italy is 24th in the table of 119 countries analysed – the same position as it held in 1990 – behind all the major developed countries apart from Spain. The index confirms that the limits of economic freedom in Italy are bound to structural aspects such as the weight of the public sector in the economy and the poor efficiency of markets.
Abstract

Freedom and Feminism

Freedom and Feminism

This essay seeks to explain the strength of nineteenth-century arguments in favour of legal reform of the status of women and why the same arguments are against the demand for reform forwarded by the feminist movement today. At the beginning, Women’s Lib and the abolitionist movement sought to knock down the formal and legal barriers which prevented groups discriminated against from participating fully in the economic and political arena. Not that equal opportunity ensures equal results. The present feminist position, instead, deduces that discrimination exists from the fact that men and women achieve different results at work, and invokes public intervention to change this state of affairs. In reality, once formal barriers have been removed, market results are the effect of the free play of individual preferences and choices and should be respected as such.
Abstract

Bodyright© Biotechnological Body and Law

Bodyright© Biotechnological Body and Law

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Bodyright© is a neologism which alludes to the way in which technoscience has changed the legal view of the human body. From a legal point of view, the body is at the centre of a number of dilemmas; it may be perceived as a legal subject and/or a legal object, the parts of the body may be considered equal or different one from another and the creation of human bioproducts poses the problem of the artificialisation and patentability of the body. The only feature which the different parts of the body appear to share is that they are res extra commercium, but recent legislation on the patentability of biological inventions would appear to legitimise any form of commercialisation, once the body has been transformed technologically. Apart from these inconsistencies, however, a coherent legal framework emerges vis-à-vis the possibility of conceiving of the human body (and the human being) as an informational material. The dual concept of privacy and copyright composes the legal pattern which translates the informational body. However, the sharp division between autonomous subject and patentable human materials renders the human body all the more devoid of legal protection.
Abstract

Schools and Tendencies in the Economic Analysis of Law

Schools and Tendencies in the Economic Analysis of Law

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay is the first of a series of three in which Richard Posner and Francesco Parisi trace the forty-year history of the economic analysis of law, a knotty problem for liberal juridical legal thought in the second half of the century. The explanations and suggestions provided by this school of thought are founded essentially on individual rights and choices. The two subsequent essays will be dedicated, respectively, to the economic analysis of private and commercial law and the economic analysis of public and criminal law. This first study reconstructs the origins of the economic analysis of law, the methodology adopted (making the distinction between the positive, normative and functional economic analysis of law), the basic premiss (known as the efficiency hypothesis of common law) and, finally, the approach to the question of sources of law and the relationship between law and State.
Abstract

Italy / From Town Halls to the Market: Local Privatisations

Italy / From Town Halls to the Market: Local Privatisations

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay breaks down into three parts. The first analyses the changing relationship between citizens and the public sector, framing privatisations in a historical context and revealing similarities and differences between what happened in the past and what is happening now in the different European countries. The second addresses the Italian context. The term "public services" tends to confuse "products" (the service provided) with "producers" (the service provider). This analysis of the process of privatisation seeks to emphasise differences by focusing attention on provider agencies as opposed to services provided. It also seeks to distinguish between the principal sectors within the general category of local public agencies and to define their future scenario. The last part of the essay draws conclusions on the future prospects of local privatisations in Italy.
Abstract

Freedom of Commerce

Freedom of Commerce

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Camillo Benso di Cavour was elected a Turin city councillor in 1848 and, on May 23 1850 was appointed a member of a commission set up to respond to two questions: whether it was necessary to conserve or abolish the bread tax, and whether "it was legally possible or not to grant permission to open shops to simply sell bread and, if so, to what conditions the exercising of this commerce should be subject". Applied to a specific problem, in Cavour’s report we find all the principles that were to inspire his activity in government; namely, the idea that the close connection between political and economic freedom implied free trade, first and foremost; secondly, the abolition of excise duties and, more generally, moderate taxation; thirdly, the advantage for the economy of infrastructure such as railways; and, finally, the idea that economic activities have to be subjected to only limited regulation.
Abstract

Europe / The Euro and Budget Policy

Europe / The Euro and Budget Policy

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The EMU’s work in Europe is a case apart in economic history. This article analyses the future role of budget policies in countries in the euro area and seeks to draw cues from the past experience. The traditional anti-cyclical function of budget policies is questioned and will be questioned and modified by membership to the single monetary space. It will thus be necessary to coordinate such policies among the various Member States and with ECB policy to prevent effects from being irrelevant or even negative for the countries in question, for other Member States and for the euro area as a whole. From this point of view, the long-term objective is to create a federal budget for the Union. It would also be useful to harmonise some aspects of fiscal policies to avoid economic costs and distortions in the allocation of resources, while still maintaning fiscal competition among the Member States.
Abstract

Italy / Politics and Culture: Think Thanks

Italy / Politics and Culture: Think Thanks

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Italy’s political transition is usually analysed in terms of changes in the political parties and the relations between them. But not only parties but also public policies and, even more so, the paradigms of economic and constitutional policy have changed. Thi is why it is worth analysing the world of the players, such as think tanks, which produce knowledge for public policies. This essay provides data about Italian research establishment and frames their role in the political transition as components of broader advocacy coalitions. The main conclusion is that research establishment have played a role as policy forums in public finance, helping to generate a shared paradigm of financial rigour and acceptance of European constraints.
Abstract

World markets, national models / Intellectuals, the Reason for Their Malaise

World markets, national models / Intellectuals, the Reason for Their Malaise

Testo disponibile solo in lingua inglese.
A multiplicity of reasons dating from way back in time exist for the diffuse hostility of intellectuals towards capitalism. In ancient Greece Plato thought that the world should be governed by philosophers, and in the Middle Ages the Church was critical of those who were more concerned with wealth in this world than salvation in the afterlife. Nonetheless, only in the nineteenth century with the diffusion of mass industrial capitalism did the opposition of intellectuals to the socio-economic regime become, as it were, a postulate. Today, as globalisation continues to break down the barriers to freedom of exchange, the anti-capitalist arguments of intellectuals, albeit often based on mistaken economic assumptions, sometimes hit the mark. The economic ideal of global efficiency and the economic optimum is, quite simply, incompatible with the social optimum or even with no more than moderate stability.
Abstract

World markets, national models / Globalising Law: Stray[ing] in high-power cars on a by-pass way

World markets, national models / Globalising Law: Stray[ing] in high-power cars on a by-pass way

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This article discusses the globalisation of law as the globalisation of world legal culture and its interrelations with given market mechanisms. The first section deals with "commonplace" arguments about globalisation, then goes on to explore how legal culture has substantially failed account for developments in progress. The author then examines the legal "packages" proposed as models for the management of globalised markets and how, as a result of all this, the legal profession plays a leading role. From this point of view, he demonstrates how the interrelationship between legal rules and market processes takes place at a very low level and how Italy’s in particular is a very marginal legal system, tendentially incapable of coping with what is happening.
Abstract

World markets, national models / The Role of the Monetary Monopoly

World markets, national models / The Role of the Monetary Monopoly

Testo disponibile solo in lingua inglese.
There are rules and rules. The problem is not to force states to respect the new rules decreed by politics (taxis) to preserve an impossible economic equilibrium which no one is capable of defining in concrete terms anyway. It is simply to make sure that the people entrusted with the management of states discover and respect the implicit rules of functioning (nomos) of the present financial system. In a world in which goods and capitals circulate freely, only the de-politicisation of the issue of currencies (that is to say, competition between private currencies) can prevent recurrent financial crisis. The present crisis is a step forward in this direction.
Abstract

World markets, national models / Why the Asian Crisis

World markets, national models / Why the Asian Crisis

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This article analyses the financial crisis that exploded in the Far East in June 1997 and highlights its fallouts on the real economy and domestic policy of the countries hit, as well as on international relations in the region. The phenomenon is viewed as a particular manifestation of the broader crisis of "global" capitalism as a result of the blending of two different models of capitalism – the American and the Japanese – and the lack of international bodies capable of governing the turbulence provoked in recent years by huge flows of speculative capital. After pointing out the principal causes of the ongoing crisis, the author concludes by offering his recipe to solve it: it is, he argues, necessary to introduce a series of economic and institutional reforms in the countries involved and to avoid, at all costs, embarking on the path of the regionalisation of the global economy, which would lead to a perilous confrontation between Asia and the West.
Abstract

Europe / Privatisation and Corporate Governance in the East

Europe / Privatisation and Corporate Governance in the East

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The introduction to the essay is inspired by the method of economic analysis. The subsequent sections go on to analyse the present state of relations between the European Union and the countries of central and eastern Europe as part of the progressive harmonisation of legal systems for the integration of the internal market. The central section of the study is dedicated to the question of corporate governance in central Europe against the background of the rebirth of commercial law and the entry onto the economic scene of new legal agents, investment funds and banks. The question of privatisations is analysed as central to the development of financial markets in the context of the transition towards a market economy. The concluding section compares the models of corporate governance which are emerging in the post-socialist area and formulates prescriptive recommendations that are consistent with the leitmotiv of the analysis: namely, that it is not so much the body of laws supplied by the European Union as the method proposed which seems unsuitable for legal harmonisation and political and economic integration.
Abstract

Europe / Political Models and the Process of Integration

Europe / Political Models and the Process of Integration

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Setting out from the debate on European integration, with special reference to the German-language area, the author breaks the positions analysed down into two distinct groups: on the one hand, supporters of a holistic model of politics, whose prime concern is to protect the cohesion of the socio-political community; on the other, those who place the onus on the individual’s right to self-realisation. The insufficiency and the internal dialectics of both attitudes opens the way for a third hypothesis which, in so far as it is more conceptual, allows us to identify a specific plan for European politics which transcends national cultures without lapsing into purely technocratic management of the community.
 

Abstract

Immigration / A Case Study: The City of Turin

Immigration / A Case Study: The City of Turin

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay presents the results of a research project carried out in 1998 on immigration in the city of Turin and public policies implemented at local level. The most recent data on the composition of immigrants are supplied by provenance, occupation, level of training, educaton, age, sex and so on. The authors make a survey of the main problems which immigration poses and how it turns from a question of initial reception into a stable phenomenon with which the city has to live. More specifically, the study examines the problems of accommodation, labour and employment, education and training, the latter being viewed as a preferential area for integration. It then goes on to examine the interventions made in the city since the Eighties and offers recommendations for public policies to solve these problems.
Abstract

Immigration / International Commerce and Labour Flows

Immigration / International Commerce and Labour Flows

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In this comment to Hans-Hermann Hoppe’s essay, the authoress summarises the results achieved by the theories of international commerce and the mobility of production factors, referring in particular to the Heckscher-Ohlin model. She also sums up the outcomes of studies which have subjected this model to empirical checks. She concludes that for countries subject to immigration the zero-immigrant option is in actual fact highly unfeasible. The open doors option, on the other hand, receives low consensus. The only possible and feasible option is thus a combination of selective immigration policies and tight controls backed by aid policies, commercial openings and, last but not least, a decentralisation of production.
Abstract

Immigration / Liberty to Receive, Right to Exclude

Immigration / Liberty to Receive, Right to Exclude

Testo disponibile solo in lingua inglese.
It is often argued that free trade is to free immigration what protectionism is to restricted immigration. Despite appearances, Hoppe posits that this thesis and its implicit claim are fundamentally mistaken and that free trade and the regulation of immigration are not only perfectly coherent policies but also capable of reinforcing one another.
Abstract

Liberal Internationalism in the Age of Globalisation

Liberal Internationalism in the Age of Globalisation

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay focuses on the perspective of international liberal reform in the international order which has emerged since the Cold War. After exploring Stanley Hoffmann’s pessimism about the possibility/capability of liberal states to promote liberal values in the international arena, the author states the reasons why the present globalising trend represents a new challenge, but also offers new chances for liberal internationalism. The new knowledge which truly liberal analysis, totally independent from the realist research tradition of international politics, offers on how the international arena works is an essential part of the liberal agenda for change. Such change, says the author, should be achieved largely through the spread of democracy within states and the democratisation of the rules governing international relations themselves.
Abstract

Debate / Liberals against the Communitarians: A New Watershed

Debate / Liberals against the Communitarians: A New Watershed

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The opinions published here sum up the ongoing debate (which began in the United States in the early Eighties and which has since shifted to Europe) between liberals and communitarians on points of conflict and points of convergence (which are few and far between, but do nevertheless exist) between their respective positions. Alain de Benoist (Communitarians and Liberals) makes a detailed reconstruction of the political theses of communitarians and their criticism of liberalism, both theoretically – the pre-eminence of society against the pre-eminence of the individual – and practically – phenomena of anomia, conflict, exasperated individualism and inflation of rights, which afflict the great contemporary democracies. André Berten (Communitarians against Modernity) speaks in terms of a "communitarian nebula" and a common refutation of modernity, but also stresses how, in reality, the communitarian critique has led many liberal authors – John Rawls, first and foremost – to make a partial review of their position. Alain Laurent (Rethinking Individualism) outlines a possible answer to the communitarian criticism of certain degenerative phenomena in contemporary societies. It is, he says, necessary to reassert a form of individualism capable of freeing itself from irrationalist and subjectivist drifts, on the one hand, and from the "sweet temptations of totalitarianism", on the other. Laurent argues that Ayn Rand’s objectivism provides the base for doing thus. Angelo M. Petroni (Communitarianism, so what?) sees communitarianism as a reaction against reason in the sense Hume and Hayek attributed to the concept. For him, the forerunners of communitarianism were reactionary thinkers such as Joseph de Maistre, and he argues that the distinctive feature of communitarian theses is their failure to contribute useful new elements for reflection in the modern world. Bernard Cherlonneix, finally (On the Proper Use of Communitarian Ideas among Liberals), argues the need for liberals and, above all, libertarians to review their answers to communitarian criticism on three levels: the re-legitimisation of the State’s role, the re-integration of collective phenomena into their analysis and the elaboration of a fairer conception of relations between individuals and society and between particular and general interests.
Abstract

The Identity of Clones

The Identity of Clones

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The belief that cloning produces identical individuals is based on a fundamental misunderstanding of the type of identity relationship cloning actually involves. The concept of "identity" is ambiguous and the statement that clones are "identical" individuals is meaningless unless we clarify the very notion of identity. This paper distinguishes between numerical and qualitative, relational and intrinsic, logical and empiric identities and discusses the empiric individuation of clones in terms of genetics, physiology, perception, cognition and personality. It argues that the only identity relationship involved in cloning is qualitative, intrinsic and empiric; in other words, genetic indiscernibility, which does not comprise the other aspects of identity mentioned. A popular argument against cloning claims our right to a unique identity. This objection either implies (absurdly) the right not to be an identical twin, or assumes (incorrectly) that cloning involves identities other than genetic identity. Either way the argument is untenable.
Abstract

Basic Research and the Future of Europe

Basic Research and the Future of Europe

Testo disponibile solo in lingua inglese.
If we ponder the future of Europe, the first question we have to ask ourselves is: what does "Europe" actually mean? The answer is that Europe is, above all, an intellectual tradition which, geographically, by no means coincides with the boundaries of the Union itself. At the heart of this tradition lie rationalism and scientific method, patently the best way of ensuring the growth and wellbeing of human beings. Today, as a result of the demographic explosion and truly global economic competition, science has to address its toughest challenge ever. The problem is that the Europe of the fifteen spends no more than 1.8 per cent of its GDP on basic research, a figure which is obviously far too low. It is thus vital to improve the quality of education systems in European countries, to offer incentives to scientific and technological research and innovation in private industry and, finally, to boost basic research carried out for the love of science itself.
Abstract

The Storm, the Ship and the Helmsman: Italy’s Condition in the Global Economy

The Storm, the Ship and the Helmsman: Italy’s Condition in the Global Economy

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay draws an overview of the storm (changes in the global economy), the ship (Italy) and the helmsman (the Italian government and its lines of action) on the basis of the Terzo rapporto sull'economia globale e l'Italia (Third Report on the Global Economy and Italy), published by the Centro Einaudi and Vitale Borghesi & C. The storm is the crisis in Asia. The importance of this crisis was underestimated at first, but it has now – in the Far East at least – cast serious doubts on the very idea of the global economy’s capacity for self-regulation, while, in the meantime, the West continues to score successes. Moving on to the ship, the author reconstructs the difficulties experienced by Italy over the last seven years: he concludes that changes in the production structure objectively weaken the country, but also offer grounds for hope in the future. He then goes on to analyse Italy’s attempts to put its financial house in order. The culmination of this action was the country’s joining the Euro process, though many doubts have been raised about the way in which it went about the task. Lastly, the author lists the conditions – basically, a growth rate of around 3 per cent of the GDP – needed to set the ship sailing again.
Abstract

Against Protectionism

Against Protectionism

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Born in 1864 in Torre Pellice in Piedmont, Edoardo Giretti was an industrialist, a free-lance journalist and a member of parliament, where he was an opponent of Giolitti. The pages we present here are taken from his most famous work, Per la libertà del pane (For the Freedom of the Bread), published in 1901. Giretti’s arguments seek to confute the thesis that duties and protections in a sector which was then so essential could create situation preferable to that of free trade. The reader will thus appreciate how the anti-liberiste positions of that time were the same as those invoked today to support direct or indirect protectionist policies. More specifically, Giretti adamantly refuses the idea that free trade is a true principle in some circumstances and not in others, and that, basically, everything boils down to choosing the right moment for each. This position is perfectly in tune with Luigi Einaudi’s and the exact opposite of that of the protectionists, dirigistes and followers of corporatism who, alas, have always had the upper hand in the history of Italy.
Abstract

Latin America / ... Cannot Do Without Political and Civil Liberty

Latin America / ... Cannot Do Without Political and Civil Liberty

While allowing that the ground covered by liberty in Latin America in recent years has been remarkable, the author suggests that in stressing the need to enlarge the role of the market in the continent’s economies, liberalism has overlooked the importance of the institutional framework, an indispensable ingredient of the liberal philosophy itself. This bias has confused the necessary union of all liberties, prompting some liberals to express appreciation for otherwise very illiberal political regimes simply because they followed market-oriented economic policies. Today the situation has changed for the better from the political point of view, but democratic level of many Latin American countries is still unsatisfactory. Consequently, the message these over-enthusiastic liberals is conveying – namely, that governments should not be subject to too many "checks and balances", especially if they are performing well economically – is still highly illiberal.
Abstract

Latin America / The Happy Rediscovery of Economic Freedom...

Latin America / The Happy Rediscovery of Economic Freedom...

The author first argues that Latin American liberalism is part of the Euro-Iberian tradition. He then reconstructs the history of liberal thought and political activity in the continent, comparing it to that of conservatism and populism. This particularity of Latin American history combined with scarce inclination for theoretical investigation led to a form of tendentially pragmatic liberalism, which nevertheless struggled to be accepted until very recently, when other developmentist strategies revealed glaring limits. To this day, even if liberal ideas have been accepted by most political parties, liberalism is still harshly criticised and has a hard time struggling to organise a coherent political proposal. Austerity, though, is unavoidable and the consequent task of liberals is to educate Latin Americans to accept new liberal ways of addressing old problems.
Abstract

Privatising networked services / The Model fo Electricity Sector in the United Kingdom

Privatising networked services / The Model fo Electricity Sector in the United Kingdom

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay describes the way in which networked services have been privatised in the United Kingdom, focusing on two aspects in particular: first, the original decision to introduce price caps for British Telecom services when the company was privatised in 1984; second, the experience of the British electricity industry after privatisation. These two cases illustrate the development and effects of the shift to private ownership, of the introduction of a system of competition and of the new style of regulation. Although price control based on the RPI-X formula has entailed a certain amount of regulation, comparison with the previous situation suggests that it is reasonable to define the provisions adopted as deregulation. In general, a system of competition has developed capable of challenging the dominant positions of the previous monopoly-holders, efficiency has increased, prices have dropped and service quality has improved.
Abstract

Privatising networked services / Breaking the Monopoly

Privatising networked services / Breaking the Monopoly

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay explains the differences between the introduction of competition to protected but non-monopoly sectors – liberalisation – from the same operation in monopoly sectors – deregulation. The author shows that, although the objective is the same in both cases – i.e., to introduce as much competition as possible – the policies that need to be implemented are different; or, to be more precise, the order in which they have to be applied varies. He goes on to highlight the different ways in which competition is introduced in the two types of sectors: in protected ones, it is necessary first to liberalise the sector and then introduce antitrust measures; in monopolies, on the other hand, it is necessary first to restructure – that is, create a plurality of enterprises to ensure the consumer freedom of choice – and then liberalise.
Abstract

Property Rights for the Protection of the Environment

Property Rights for the Protection of the Environment

Testo disponibile solo in lingua inglese.
To illustrate the management challenges faced by those who wish to avoid the tragedy of the commons (as defined by Garrett Hardin in his famous 1968 article), the authors extend Hardin’s village example by considering the two different forms of social arrangement he suggested as possible solutions to the problem: political management and private property. The pros and cons of each arrangement are evaluated for a series of management issues, including enforcement, risk management, information costs, cost-benefit calculus, site-specific management, flexibility, incentives, innovation, time frames, priorities and transaction costs. The conclusion is that private management through clearly defined property rights is superior to political management on every count. We can improve resources management greatly by relying more on property rights and market forces and less on political management.
Abstract

Human Dignity, Personal Freedom

Human Dignity, Personal Freedom

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The New Economics emphasises the role of human capital and comprises concepts that are crucial for the history of mankind, such as freedom, dignity, conscience and person. This essay seeks to reconstruct their origin. The issue of human dignity is analysed largely through the impact of Christianity on economics. The theological category of imago Dei attributes to human beings the duty to be creative in order to build the kingdom of God. The freedom to choose how we wish to spend our lives is the reason for life itself and the essence of the human drama. But if each human being is made in God’s image, this implies that everyone possesses the same dignity. Consequently, (interior) freedom and dignity are two closely connected aspects which, together with the concepts of conscience and person, owe their entry into western culture to the reflection on the Bible.
Abstract

For Human Governance. A Memory of Isaiah Berlin

For Human Governance. A Memory of Isaiah Berlin

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay recapitulates the salient features of the thinking and intellectual activity of the great liberal political philosopher Isaiah Berlin, who died recently. Berlin’s conception of liberty – hence his conception of politics – derived from the history of ideas and his own personal interpretation of the western intellectual tradition. His conclusion was that the values men believe in and on the basis of which they act may clash and come into conflict. Not that the position Berlin derives from his awareness is a relativist one. On the contrary, his refutation of consolatory perspectives – i.e., the idea that the history of men follows a defined course, maybe not in terms of its specific stages but certainly of its final point of arrival – and of Utopias – which broaden the horizons of the imagination but, when they assume a guiding role in political action, tend to have fatal outcomes – leads him to rely on the limited, but reassuring hopes of human governance of things and facts and a civilising of the form of politics which is most satisfactory for mankind in the long run.
Abstract

University Diplomas and the Job Market

University Diplomas and the Job Market

This essay presents the conclusions of a survey on university diplomas in Piedmont. University diplomas – recently introduced in Italy – represent a tangible opportunity for permanently combining the world of training with that of production. Comparing the opinions of people (from universities and enterprises and new diploma holders) who have followed such courses, it emerges, however, that today many university diplomas receive little recognition on the labour market, partly because their qualifications often have an over-theoretical base. Despite that, two thirds of new diploma holders hold down jobs. Firms continue to show a great deal of interest for university diplomas, especially those envisaging vocational training courses combining theory and practice, hence capable of producing technicians and middle managers.
Abstract

Nicola Matteucci, a Liberal Today

Nicola Matteucci, a Liberal Today

This paper is a critical interpretation of the works of Nicola Matteucci, a political philosopher whose work has always centred on an interest in and interpretation of history. Hence his pluralistic conception of political life and the State. The author reconstructs Matteucci’s intellectual biography: from his juvenile studies on Antonio Gramsci and the Geneva Enlightenment school to his work on constitutionalism and the liberal State, his monographs on Machiavelli and Tocqueville and his essay on Hayek. The ultimate message of his lengthy research is that history affords a margin of possibility such as to render "human projects" worthwhile. The State, he seems to claim, should be conceived in the light of a moral which is centred not on the universal but the individual, while we should see the State-builder as resembling a good architect, without attributing artificial significance to politics. On the contrary, we ought to conceive of it as a iurisdictio.
Abstract

Contributions. The Liberal Age

Contributions. The Liberal Age

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This section presents ten critiques on Valerio Zanone’s L’Età liberale, published last autumn, and a riposte in which the author specifies and defines his thesis. Zanone’s book addresses the problem of the future of freedom, hence of liberalism, in a world whose ineluctable horizons are capitalism and democracy. Luigi Marco Bassani suggests that a liberalism that has made peace with the democracy is also a liberalism which enters into conflict with market freedom precisely because democracy is often used against capitalism. Girolamo Cotroneo, instead, argues that it is only in liberal democracy that the traditional antithesis between freedom and justice is satisfactorily – and, arguably, in the only way possible – solved. According to Emilio Papa, if we want to avoid ending up on the "losing side", we must be on our guard not only against the danger of seeing a repeat of past experiences of "State arrogance" and the liberty-destroying planning of collectivist systems, but also of the indifferentism of new forms of capitalism. Carlo Scognamiglio argues that, after democracy and the market, science is the third distinctive component of western societies, vital in so far as it offers us the hope of a better future. Pier Giuseppe Monateri, on the other hand, is of the opinion that we have to take stock of the fact that liberalism is "contaminated"; all we can do at this point, he says, is to "disseminate" its last surviving parts. Three of the contributions deal specifically with the problem of the relationship between justice and the law. Vincenzo Ferrari recalls that, even in this era of continuous globalisation, the problem of rules is still topical; liberal policy has to programme not only the methods but also, by any measure, the contents of such rules without confiding over much in pacific self-regulation. Fulvio Gianaria argues that impatience with normative constraints is counterpoised by an unfulfilled demand for justice on the part of citizens seemingly prepared to repudiate democratic methods to obtain moral responses from a judge (Providence) destined to be the arbiter of all particularisms. Mario Montorzi, finally, asserts the need to for an active system of liberal guarantees designed to benefit the individual vis-à-vis not only the State, but also the numerous intermediate corporative formations which are increasingly invading, occupying and qualifying post-industrial societies. Two contributions view Zanone’s book through the lens of the political history of liberalism in Italy. Giancarlo Lunati highlights the difficulties which the lack of an overall design causes when it comes to translating liberal ideas into organised movements. Aldo Bello concludes that the Italy of today and of the future desperately needs a genuinely liberal culture capable of influencing the rootedness and identity of those collective ideals which, left to their own devices, would risk triggering forms of illiberal democracy.
Abstract

Huxley and Orwell Were Wrong: Telecommunications, Autonomy and Freedom

Huxley and Orwell Were Wrong: Telecommunications, Autonomy and Freedom

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The new telecommunications and information technologies are overwhelmingly favourable to the extension of individual autonomy and political freedom. With the reduction of information interchange and processing costs brought about by technological innovation, the individual faces a new era of all-encompassing opportunity. History may be kinder to humanity than Huxley and Orwell feared. Instead of changing us all into couch potatoes, the new technologies have already empowered a sizeable minority of us to know more about our own selves and the world, and to create work that others can value. Instead of playing into the hands of authority, they have reduced State sovereignty, increased democratic control and, above all, expanded the spontaneous order of the Open Society.
Abstract

Individual Freedom in the Age of Globalisation

Individual Freedom in the Age of Globalisation

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The process of globalisation brings to an end the merging of political space (i.e., within which democratic sovereignty is exercised) and economic space (i.e., politically controlled and guided national markets). The prime victim of this process is the modern national State. It is thus vital to reformulate the relationship between individual freedom and non-violent political institutions. If the conception of the State as a "necessary evil" now appears unsustainable, still less so is democratic liberalism’s view of it as a tool for expanding individual and social freedom. If we wish to maintain the right to choose the model of life best suited to the maintaining of individual freedom, we have to relinquish the State as we have known it to date. But we also have to acknowledge the fact that we do not know – neither in practice nor, arguably, in theory – how to replace it.
Abstract

Labour markets, employment policies / Europe’s Difficulties and How to Get Out of Them

Labour markets, employment policies / Europe’s Difficulties and How to Get Out of Them

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In the years following the fall of the Berlin Wall, the "European model" ousted the "American model" but, alas, betrayed a series of limits due to excessive State interference in the economy. This led, inter alia, to the hypertrophy of welfare systems and the virtual abolition of a labour market in the strict sense of the term – with all the unemployment that this entailed. There are three ways out of the conundrum, each very different from the other: 1) so-called European social harmonisation, which is pure Utopia; 2) the across-the-board adoption of the British model, with a return to flexibility and weakening of the unions; 3) the eastward expansion of the Union, hence a transcontinental labour market. Looking to the future, however, the globalisation of the labour market and the ensuing disappearance of paid work as we have known it to date appear inevitable.
Abstract

Labour markets, employment policies / Why the Government Can’t Create Employment

Labour markets, employment policies / Why the Government Can’t Create Employment

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The widely held idea that the government ought to create jobs is without economic foundation. What the government can and must do is to foster the creation of wealth. What are commonly defined as employment policies are, more often than not, policies designed to preserve existing jobs, ultimately locking resources in non-efficient or non-optimal uses. The State’s job is to ensure and protect property rights and economic freedoms, an essential condition for entrepreneurial energies to be unfurled to the full. It is also necessary for the central bank to concentrate exclusively on curbing inflation. This is the only way to prevent the destruction of wealth provoked by currency devaluation and thus ensure certain prospects for enterprises.
Abstract

Focus on Italy. The Constitutional Reform

Focus on Italy. The Constitutional Reform

Testo disponibile solo in lingua inglese.
After ten years of aborted attempts, in the last few months the Italian Parliament has, for the first time since the war, buckled down to the task of discussing a bill for the reform of the second section of the country’s Constitution, the part devoted to its political system (the same Parliament having voted to exclude the first part on citizens’ rights and duties from its review). The parliamentary debate centres round the bill drawn up by a special Bicameral Commission, which began work on the task a year ago. Once passed by the Chamber of Deputies and the Senate, the final document will go to a national referendum. The essays we publish analyse the Bicameral Commission’s document and suggest some of the amendments Parliament might make to it. The contributions by Giorgio Brosio (Meagre Decentralisation, No Federalism), Giuseppe de Vergottini (Federalism and Political Culture) and Michele Salvati (How Many Reforms?) are chiefly concerned with the question of form of government. They criticise the lack of courage of the choices made to date and point out how regional authorities are not ensured effective financial and spending autonomy. Their recommendation is that the Senate be transformed into a "Chamber of autonomies". Giuseppe Vegas (The Unmentionable Market) discusses the different outlines of the economic Constitution with reference to the contents of the Community treaties signed by Italy. Giuliano Urbani (The Political System) and Valerio Zanone (The Second Constitutional Covenant) analyse the Bicameral Commission’s choices from the point of view of the Italian political system. Urbani shows how the present party system is loathe to become effectively bipolar, while Zanone stresses that the reform process now in progress responds, first and foremost, to the need for mutual legitimisation of the former Fascist and Communist parties. Giorgio Rebuffa (Weak Reform and Referendum Risk) warns that the hesitation and ambiguity of the proposed reform – vis-à-vis form of government and guarantee institutions, in particular – might cause it to be rejected in the scheduled referendum, especially in the northern Italian regions. Franco Pizzetti (The Question of Method), finally, outlines the approach which the Commission has followed to date, showing how it has prevented opinion and specialists alike from entering into contact with the Commission; which is why citizens perceive the entire reform process as being remote and incomprehensible.
Abstract

Measuring economic freedom / The Other Fiscal Freedom

Measuring economic freedom / The Other Fiscal Freedom

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This study presents the conclusions of a survey – to be repeated every year on a specific aspect of economic freedom in Italy – promoted by the Centro Einaudi and the Young Entrepreneurs Group of Turin, to coincide with the publication of the Economic Freedom of the World 1997 report. Fiscal freedom can be measured not only in terms of average tax levels, calculated as percentage tax pressure on GDP, currently more than 44%. Over and above the amount of taxes paid, the other dimension of fiscal freedom concerns when and how they are collected. Setting out from an analysis of the international income tax panorama, the author seeks to quantify the effective weight of the Italian tax system on firms, including in his calculations all the implicit extra burdens induced by the complexity of fiscal mechanisms. Finally, he uses a simulation to try to quantify the tangible effects of a reduction in the costs of meeting administrative obligations.
Abstract

Measuring economic freedom / Italy’s Position

Measuring economic freedom / Italy’s Position

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay presents the main conclusions of the Economic Freedom of the World 1997 report which, as of this year, Centro Einaudi will help to compile as official Italian collaborator of the Economic Freedom Network in conjunction with the Young Entrepreneurs Group of the Turin Employers’ Association. Every year the report is accompanied by a study on a specific aspect of economic freedom in Italy (for 1997, The Other Fiscal Freedom, published here). In presenting the Economic Freedom Index to Italian readers, the author attaches special attention to the composition of the index itself and the positions of EU countries, Italy in particular. He specifically analyses the areas in which the degree of economic freedom in Italy is relatively high and those in which it is unsatisfactory, as well as the way in which it has evolved since 1975.
Abstract

Free Market Economies, Rule of Law and Public Intervention

Free Market Economies, Rule of Law and Public Intervention

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This paper analyses the main features of a free-market system in which uncertainty may be reduced but not eliminated, and government intervention is legitimate only when it derives from a clear principal-agent link between policy-makers and a vast majority of the population. More specifically, the system requires a tight constitutional framework so that incumbent policy-makers can be removed whenever they engage in rent-seeking activities and violate the principal-agent contract. The paper explains why government agents usually manage to acquire power as well as authority. As a consequence, free-market principles are violated and individual property rights are transferred to an extent which goes beyond the level some individuals are prepared to accept. Although governments still draw their legitimacy from the people, the principal-agent link is weakened and a free-market model is replaced by a mixed economy. Constitutional engineering may help to slow down the involuntary transfer of power from individuals to governments but cannot stop it.
Abstract

Eastern Europe: The Legacy of Communism and the Weight of History

Eastern Europe: The Legacy of Communism and the Weight of History

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In order to assess the success or failure of the shift towards economic freedom in eastern Europe, while maintaining a sense of proportion, the author focuses on the basic differences which generate resistance to change. The fact that the liberalisation of the economy proceeds faster than the rebuilding of institutions raises the transaction costs. Yet this does not prevent change – it only makes it more expensive. If, however, we consider the combined effect of the formal and informal constraints which constitute the moral order, the prospects become cloudier. During communism, moral rules were subject to very strong pressure, the effects of which are perceivable across society. In politics, this translates into the success of the former communist parties, which promise a return to the "good old days", while conserving capitalism in the shops. Nonetheless, certain factors – the markets role in transition, first and foremost – induce cautious optimism about the outcome of the transition process in the majority of eastern and, above all, central European countries.
Abstract

Human capital and redistribution / The Question of Consensus

Human capital and redistribution / The Question of Consensus

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The idea that social harmony must be predicated in consensus is both dangerous and misleading. The essential problem of our time is, rather, to create political and social institutions that enable people to live together peacefully and productively, notwithstanding uneliminable disagreements over theoretical and practical issues. The social model of the team whose members work together towards a common purpose is unrealistic. A more adequate one is that of a classical capitalism, in which both competition and rivalry ultimately benefit the community. Of course the "scientific community" is also an excellent example, although we again have to avoid painting too idealised a picture. Setting out from these premisses, it is possible to conclude that even in the field of distributive justice, aprioristic rationalism ought to be abandoned. What really matters is a shift of attention from the distribution to the production of goods. In fact, the economic context in which goods are distributed makes a crucial difference, and any theory of distributive justice which does not take this into account will prove impotent in practice.
Abstract

Human capital and redistribution / Why Not to Worry about the Ageing of the Population

Human capital and redistribution / Why Not to Worry about the Ageing of the Population

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The ageing of the population in the advanced countries is a cause for growing concern, especially when it comes to sustaining social security, health and welfare costs. In actual fact, there are reasons for believing that the alarm is largely a false one. All the most common arguments on the issue – i.e., the exponential growth of spending for the elderly, the battle between the generations over the funding of welfare, the undue electoral clout of the elderly – are confutable. Many real problems may be solved – at least in part – by introducing adequate legislation. Nevertheless, the elderly will continue to require assistance and that assistance will imply costs. Moreover, changes to public social security systems could alter the identity of the people who sustain costs, but by no means eliminate the costs themselves. It is necessary, at all events, to maintain a sense of proportion. Overall, the progress in medicine which has raised life expectancy, prolonged middle age and retarded old age is enormously useful. Against that, the burden of assistance to the aged is, in all likelihood, nothing more than a slight hitch.
Abstract

Human capital and redistribution / Human Capital, the Family and the State

Human capital and redistribution / Human Capital, the Family and the State

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The twentieth century may be defined as the era of human capital in the sense that the primary factor of any country’s standard of living is its capacity to develop and use the competences, knowledge, health and customs of its inhabitants. Education and training not only foster growth and efficiency, but also reduce inequality and the negative consequences of deprived backgrounds. To understand what human capital is and how it is formed, we have to return to the family: that is, to those who tend to children and use all the resources at their disposal to provide them with education and training. In the advanced countries of the West, families have changed and are now growing smaller and less stable. This is due, in part, to basic tendencies in the modern economy, and, in part, to artificial incentives created by the modern welfare state. These incentives can be modified without damage – on the contrary, with huge benefits – for modern social and economic life. By way of an example, the author cites possible adjustments in terms of assistance to unmarried mothers, social welfare, services for children and education.
Abstract

The Fiscal Question, the Federal Question

The Fiscal Question, the Federal Question

The ‘classic pages’ we have chosen for this issue are three of Einaudi’s parliamentary speeches. The first was made in 1922 on the occasion of Mussolini’s request for full powers in tributary and administrative reform, the second and third in 1946 to the Constituent Assembly. The problem of taxation is the central issue in the first speech, but also plays an important role in the other two. As a true liberal, Einaudi felt that a tax system subjected solely to the will of the majority could not be regarded as just. His speeches to the Constituent Assembly offer much food for thought in these times of hotchpotch institutional reform. Einaudi is clearly inspired by an evolutionary vision of institutions, their birth and their reform. He was strongly in favour of a federal-style system but realised the need to take into account, on the one hand, the history of Italy, which had not come into being as a federal nation, and, on the other, the possibility that the regions would not work. Hence he believed that powers should be attributed progressively, bearing in mind how those already granted has been utilised.
Abstract

The Italian Reasons for ‘Neo-Third Worldism’

The Italian Reasons for ‘Neo-Third Worldism’

Testo disponibile solo in lingua inglese.
‘Neo-Third Worldism’ is an offshoot of 1989. This internationalist political culture has, by and large, the same values as before – namely, Manicheism, moralism, conspiracy hunting and snobbery – but differences have arisen in the system of beliefs. In economics, capitalism was considered to be the source of all evil; today neo-liberalism is believed to be responsible for poverty in the Third World. In politics, ‘Neo-Third Worldists’ do not fight formal democracy any more, but object to decision-making centralism in the so-called delegative democracies. In the cultural sphere, no significant changes are detectable with national self-determination being defended only when third countries (Palestine, Bosnia) are attacked. Western-style countries (Israel, Croatia) are ignored. Military intervention is legitimised only when it consists of aggressions against Third World Countries (Iraq versus Kuwait), but if the West intends to intervene, pacifism is the only exit.

Abstract

Economic Doctrine of Islamism: An Alternative Vision

Economic Doctrine of Islamism: An Alternative Vision

Testo disponibile solo in lingua inglese.
This essay goes beyond Islamic thinking itself to explore the spread of Islamist economic interpretations and practices. Its ultimate objective is to offer a set of responses to the challenges of Islamism. After analysing the economic effects, actual and potential, of Islamism, the author proposes three policy prescriptions. First, he suggests we identify and disseminate the flaws in the Islamist agenda; secondly, he shows that Islamist leaders tend to overestimate their popular support; thirdly, he warns us to pay close attention to Islamist views on social problems. Many Islamist complaints, some socio-economic, about modernity stem from genuine policy failures. Recent developments in many parts of the Islamic world are nonetheless encouraging, and the situation now seems to be growing ripe for a broad attempt to protect liberties, economic freedom included.
Abstract

Health, risk and politics / The Costs of Regulation and the Cost of the Market

Health, risk and politics / The Costs of Regulation and the Cost of the Market

Testo disponibile solo in lingua inglese.
In recent years people have become acutely aware of the damage being done to health by synthetic industrial chemicals – as if they were a source of cancer for human beings. It was environmentalists who triggered this fear by having questionable scientific findings propagated by the media. On the basis of the argument that we have the right to live in a risk-free world, they put forward the precautionary principle, which citizens support by activating a demand for government regulation. This produces over-government and, what is even worse, effects – namely, increased risk – that are the exact opposite of its goal. To escape this vicious circle, we have to abandon the idea that a bad regulation should be replaced by a better one, to limit government intervention by placing our trust in the morality of markets and property rights and, lastly, to achieve a sort of flexible federalism based on competitive local governments.
Abstract

Health, risk and politics / The Myth of Zero Risk

Health, risk and politics / The Myth of Zero Risk

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The EPA’s regulatory efforts to reduce already minor human exposure to synthetic chemicals, such as pesticide residues, erroneously regarded as an important cause of cancer, are proving hugely expensive – some 2,000 dollars per American family per year – in so far as they attempt to eliminate only minuscule concentrations. The author argues that such efforts have their own health costs since are a diversion from the more important major task of improving health by increasing knowledge and public understanding of how lifestyle (proper diet especially) affects health. As the world cannot be risk-free and resources are limited, society must set its own priorities, identifying the most dangerous risks in order to save lives. Such policy choices should therefore be based on hard scientific knowledge as opposed to mere ‘folklore’, as sometimes appears to be the case.
Abstract

Italy / An avoidable decline

Italy / An avoidable decline

Testo disponibile solo in lingua inglese.
Comparative analysis of the recent evolution of its economic, institutional and demographic structure leads to the conclusion that Italy has slumped almost to the bottom of the list of advanced countries, and can now be defined as a country in decline. The various aspects of this decline can be grouped together under five broad categories: the weakness of the conjunctural results of the economy in the course of the Nineties, the economic-political credibility gap (especially at an international level), the weakness of economic institutions in taking and implementing decisions, the culture lag (confirmed by a number of indicators) and the demographic crisis with birth and fertility rates among the lowest in the world. These weaknesses are set off by a great many promising signs of vitality, especially evident in the economic fabric, but these are not enough in themselves. Any strategy to make Italy survive in a global market economic system has to eliminate the structural weaknesses mentioned above. And action has to be taken immediately.
Abstract

Saving, a Virtue that’s Becoming Harder and Harder

Saving, a Virtue that’s Becoming Harder and Harder

Testo disponibile solo in lingua inglese.
For the last 14 years, the Centro Einaudi in conjunction with the Banca Nazionale del Lavoro has been systematically exploring the savings of Italian families on the basis of a sample opinion poll by Doxa. The overall results of the study are statistically representative of those Italian breadwinners in possession of a bank account or some form of post office saving. In the following pages, we present a selection of the most significant results in terms of the structural characteristics, preferences, choices and expectations of Italian savers and how they have changed over the years.
Abstract

From Soviet State to Russian Mafia

From Soviet State to Russian Mafia

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The commonly held theses which see the post-Soviet mafia as a product of the market economy and the "absence of state" are false. The root causes of the phenomenon originate with the planned economy, the nomenclature system, the state centralisation and systematic organisation of political parasitism which were so rife in the Soviet period. Using the analytical tool of the logical contraposition of "economic means" and "political means" of acquiring wealth, it is possible to grasp the origins of the phenomenon, which is bound up in the recent processes of "nomenclature privatisation" and the emergence of organic links between the political sphere and criminal interest. The hypertrophy of the state has been the real source of mafia-type structures, as is demonstrated by the regularity with which they form and are consolidated wherever the market economy is paralysed and political relations prevail.
Abstract

Universalism and Democracy

Universalism and Democracy

Testo disponibile solo in lingua inglese.
After highlighting how, from a universalist point of view, the diffusion of democracy is to be regarded as a good (and underscoring the backwardness of political studies on the subject in the process), the author asks whether it is actually easy to spread democracy worldwide. It would only appear to be possible if states were prepared to recognise that their traditionally inviolable sovereignty is now much reduced and eroded. This would cease to be a danger in world in which democratic principles were shared universalistically, and would ultimately turn into a factor of safety and peace.
Abstract

The Reasons of Money and the Reasons of Politics

The Reasons of Money and the Reasons of Politics

Testo disponibile solo in lingua inglese.
One might ask whether the European Union and its predecessors of the forties and fifties have really served their purpose, furthering economic co-operation, which is seen, in turn, as a device to protect peace among European nations. Or are there reasons why, contrary to the declared purpose of the EU, it could become a source of conflict and disintegration? The central thesis of this essay is that the European Union, as it stands now, could increase economic and political conflict instead of furthering peace and prosperity. The author demonstrates that it is not the slowing down of the integration process provoked by the so-called Euroskeptics, but the policy of the EU itself which, for a variety of reasons, triggers undesired results incompatible with the liberal European community idea.
Abstract

Art, Money and Liberty

Art, Money and Liberty

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The first part of this paper is devoted to the analysis of the relationship between art and money (the market). Section I deals with the proposition that "money destroys art", section II with the conception that "good artists are not interested in money", and section III with the conviction that "investment in art is financially highly profitable". The second part deals with art policy, and in particular with the proposition that "government must support the arts" (section IV); the introduction of a system of art vouchers is proposed. The paper ends by drawing some conclusions.
Abstract

Welfare Reform, a Positive Sum Game

Welfare Reform, a Positive Sum Game

Testo disponibile solo in lingua inglese.
The debate on welfare reform in Italy has to abandon the logic of service cuts – perceived as a negative sum game on account of reciprocal vetoes – in favour of forms of a collective reflection on how to refound social citizenship. Four courses have to be explored: social security – finding ways of restoring the balance of compulsory social insurance schemes and redesigning the security system for the most needy; health – reviewing old rights restrictively and defining new ones; employment – identifying forms of support for unemployed young people, today devoid of protection, and redesigning the training system; family – returning the problems of (young) couples with children to a central role in the distributive and regulatory structure, rethinking family allowances, fiscal incentives and services. The strength of this kind of argument is that it would relate the sacrifices of today to the opportunities of tomorrow, encouraging political parties and trade unions alike to adopt co-operative, constructive strategies.
Abstract

Corruption & politics / Breaking Collusion