Biblioteca della Libertà

Anno XL, n. 181, ottobre-dicembre 2005

Guardando a Oriente / Tra una guerra e l'altra

Looking East / Between One War and Another

Guardando a Oriente / Tra una guerra e l'altra

Sotto il segno della «guerra al terrorismo», scopo degli Stati Uniti era la distruzione politica del Medio Oriente arabo o islamico – dall’Egitto all’Iran e oltre – cominciando dallo smembramento dell’Iraq. Obiettivo da realizzare, sul piano militare, non solo con operazioni dirette condotte dagli Stati Uniti e/o da paesi amici, ma anche provocando disastrose guerre a sfondo religioso e/o etnico tra i paesi della regione e al loro interno. Una seconda ipotesi, non in contrasto con la precedente, è che in questo stesso scacchiere, soprattutto a nord e nord-est del Golfo, gli Stati Uniti si stiano anche posizionando in vista di una futura confrontation con la Cina. E che una «linea del fronte» passi già ora per l’Iran e l’Asia centrale ex sovietica. Nel mondo occidentale è in piena elaborazione un nuovo apparato di concetti politici, etici, giuridici, strategici e altro, che insieme a opportuni strumenti linguistici e propagandistici, e tecniche di controllo politico, forniranno una dottrina politica per la condotta della nuova guerra globale. Oggi però gli americani fanno fatica a sostenere insieme l’impegno in Iraq e un’emergenza naturale interna, cioè una situazione di «mezza guerra e disastro naturale». I neocon dovranno forse rivedere i loro sogni di dominio.

With the ‘War On Terrorism’, the United States’ aim was the political destruction of the Arab or Islamic Middle East – from Egypt to Iran and beyond – starting with the dismemberment of Iraq. This was to be achieved militarily, not only through direct operations conducted by the United States and/or its partners, but also by provoking disastrous religious and/or ethnic wars among and inside the countries of the region. A second hypothesis, not in contrast with the first, is that the United States is taking up position in the same zone, especially north and north-east of the Gulf, with a view to a future confrontation with China, and that a ‘front line’ already passes through Iran and the former-Soviet central Asia. In the western world a new apparatus of political, ethical, legal, strategic and other concepts is being elaborated which, together with suitable linguistic and propagandistic instruments and political control techniques, will provide a political doctrine for the management of the new global war. Today, however, the Americans are struggling to cope with, at once, the commitment in Iraq and a domestic emergency: that is, a situation of ‘half war and half natural disaster’. Maybe the Neocons ought to review their dreams of dominion.
Abstract

La globalizzazione minaccia lo stato? Paradossi africani

Is Globalisation Threatening the State? African Paradoxes

La globalizzazione minaccia lo stato? Paradossi africani

Se esiste un luogo comune sulle società politiche africane, è quello degli «stati falliti». E se c’è un insegnamento che queste stesse società possono trasmetterci, è proprio la vacuità di una tale nozione. In realtà l’incisiva tesi dello «stato fallito» non fa che tradire l’incapacità della nuova teoria delle relazioni internazionali di liberarsi dalla trappola che si è costruita da sola per creare lo spartito accademico del cosiddetto «nuovo ordine mondiale» negli anni Novanta. Nell’arco degli ultimi due secoli si è verificata una generalizzazione, su scala globale, del principio dello stato-nazione, come regime di sovranità territoriale e di autonomizzazione della sfera politica. Lo stato in Africa, sebbene «importato» dalle potenze coloniali, è stato oggetto di complessi processi di «appropriazione» che gli hanno rapidamente conferito fondamenti sociali e culturali propri.

If a commonplace exists about African political societies, it’s that of ‘failed states’. And if there’s a lesson to be learnt from these societies, it is precisely the vacuity of such a notion. In reality, the incisive ‘failed state’ thesis merely betrays the incapacity of the new theory of international relations to free itself from the trap it got into when it created the academic artifice of the so-called ‘New World Order’ in the 1990s. Over the last two centuries, we have witnessed a global generalisation of the principle of the nation-state as a regime of territorial sovereignty and ‘autonomisation’ of the political sphere. Albeit imported by the colonial powers, the state in Africa has been the subject of complex processes of ‘appropriation’ that have rapidly added their own social and cultural foundations.
Abstract

Globalizzazione economica: «quando» e «cosa». Per un approccio storico-metodologico dinamico al processo di globalizzazione

Economic Globalisation: 'when' and 'what'. For a dynamic historical-methodological approach to the process of globalisation

Globalizzazione economica: «quando» e «cosa». Per un approccio storico-metodologico dinamico al processo di globalizzazione

If a commonplace exists about African political societies, it’s that of ‘failed states’. And if there’s a lesson to be learnt from these societies, it is precisely the vacuity of such a notion. In reality, the incisive ‘failed state’ thesis merely betrays the incapacity of the new theory of international relations to free itself from the trap it got into when it created the academic artifice of the so-called ‘New World Order’ in the 1990s. Over the last two centuries, we have witnessed a global generalisation of the principle of the nation-state as a regime of territorial sovereignty and ‘autonomisation’ of the political sphere. Albeit imported by the colonial powers, the state in Africa has been the subject of complex processes of ‘appropriation’ that have rapidly added their own social and cultural foundations.

When did globalisation begin and how has it evolved? This essay addresses one of the liveliest debates of our time with a thumbnail analysis of the positions taken on the issue by some of the most authoritative scholars on the international scene. Stressing the procedural nature of this economic and social phenomenon, the author pinpoints the three stages in its development: episodic, relational and integrative. This dynamic analytical perspective, capable of reconciling the transnational asymmetries and domestic dynamics of each society, may prove a useful tool for comparative and interdisciplinary analysis.
Abstract

Tocqueville e la società moderna

Tocqueville and Modern Society

Tocqueville e la società moderna

«La seconda democrazia in America» di Tocqueville – del quale si celebra quest’anno il bicentenario della nascita – risulta attuale e utile anche al lettore contemporaneo. Boudon ripercorre le due tesi principali dell’opera (cioè che il sentimento egualitario caratterizza tutte le società democratiche e che l’evoluzione verso la democrazia è un processo irresistibile), mettendo in evidenza tendenze positive e negative tuttora riscontrabili nelle società moderne ed esaltando il ruolo, spesso sottovalutato, che Tocqueville riveste nella storia del pensiero politico francese.

The second volume of Democracy in America by Tocqueville – the bicentenary of whose birth is celebrated this year – is topical and useful for the modern reader. Boudon summarises the two main theses of the work (that the egalitarian sentiment characterises all democratic societies and that evolution towards democracy is an irresistible process), highlighting the positive and negative trends still to be found in modern societies and exalting the often undervalued role that Tocqueville occupies in the history of French political thought.
Abstract

Guardando a Oriente / L'industria israeliana della difesa. Guida all'approfondimento

Looking East / The Israeli Military Industry. A study guide

Guardando a Oriente / L'industria israeliana della difesa. Guida all'approfondimento

Il complesso militare israeliano è ancora oggi il principale settore industriale del paese. Nato negli anni Venti, nella sua evoluzione è possibile distinguere almeno due fondamentali punti di svolta: la rottura del rapporto con i francesi, nel 1967, che ha portato alla creazione di un sistema israeliano di ricerca e sviluppo (R&S) autonomo, e l’annullamento del progetto Levi, nel 1987, che ha segnato lo spostamento del core business delle industrie israeliane verso nicchie tecnologiche più adatte alle nuove caratteristiche del mercato delle armi nel post-Guerra fredda. Posizionatosi così tra i primi fornitori di armi al mondo dalla fine degli anni Novanta, Israele si trova oggi ad affrontare sia un difficile percorso di ristrutturazione industriale del comparto, sia un riordino dei rapporti con il suo alleato principale, gli Stati Uniti. Queste due incognite potrebbero minacciare l’ulteriore sviluppo del suo settore militare e la seconda, in particolare, pone alcuni dubbi sulla sua effettiva sovranità.

Born in the 1920s, the military industry is still the most important in Israel. It is possible to note two main turning points in its history: the break-off of relations with the French in 1967, which led to the creation of an Israeli research and development (R&D) system, and the annulment of the Levi project in 1987, which marked the shift of the core business of Israeli companies towards technological niches more suited to the characteristics of the post-Cold War arms market. Among the world’s leading arms suppliers at the end of the 1990s, Israel now has the difficult task of restructuring the industry and rearranging its relations with its main ally, the United States. These two incognitos could threaten the development of the country’s military sector, with the second in particular raising doubts about its effective sovereignty.
Abstract

Guardando a Oriente / L'Asia Centrale dopo l'Ottantanove. Guida all'approfondimento

Looking East / Central Asia after 1989. A study guide

Guardando a Oriente / L'Asia Centrale dopo l'Ottantanove. Guida all'approfondimento

L’articolo presenta la situazione socio-culturale delle cinque repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, della Georgia e dell’Azerbaigian. Partendo dal momento dell’indipendenza, avvenuto nei primi anni Novanta, si ripercorrono le problematiche legate alla convivenza di diverse nazionalità e religioni, cercando di comprenderne l’impatto su società e stato. Infine, si dà uno sguardo alle «rivoluzioni democratiche» che vanno affermandosi nella regione. Conclude l’articolo l’indicazione di qualche lettura di approfondimento sugli argomenti trattati.

The article presents the sociocultural situation in the five former Soviet republics of Central Asia, Georgia and Azerbaijan. Starting from independence in the early 1990s, it outlines the problems of the coexistence of different nationalities and religions and seeks to understand their impact on society and the state. It then looks at the ‘democratic revolutions’ that are asserting themselves in the region, and concludes with a series of suggestions for further reading.
Abstract

Guardando a Oriente / L'industria militare privata e i nuovi mercenari

Looking East / Private Military Firms and the New Mercenaries

Guardando a Oriente / L'industria militare privata e i nuovi mercenari

L'emergere di un'industria militare privata (PMF, private military firms) che non fornisce più soltanto mezzi – armi, munizioni, navi – ma servizi un tempo svolti dagli eserciti è un fenomeno importantissimo e ancora poco noto. Qualche attenzione è stata riservata dai media a quelle imprese che mettono a disposizione di chi è disposto a sostenerne i costi uomini in armi, che svolgono cioè compiti legati all'attività bellica vera e propria, i nuovi mercenari, ma il ventaglio di funzioni di supporto agli eserciti regolari è quanto mai vasto e articolato. In Iraq i contractors privati sono circa ventimila, la seconda forza, numericamente parlando, dopo il contingente americano. Si deve registrare dunque la privatizzazione di una funzione, quella della difesa, tradizionalmente ritenuta costitutiva dello stato moderno. Inoltre, queste figure, tanto le imprese quanto i loro dipendenti, pongono problemi nuovi sia sotto il profilo operativo – le prime sono a disposizione di chi paga la fattura per la loro prestazione, mentre i loro dipendenti non hanno alcun vincolo di lealtà nei confronti dei soggetti per i quali combattono – sia sotto il profilo giuridico, giacché le normative internazionali in materia sono di fatto inapplicabili.

The emergence of private military firms (PMFs) that supply not only weapons and craft – arms, munitions, ships – but also services that were once performed by armies is a highly significant, albeit little known, phenomenon. A certain amount of media attention has been dedicated to firms that make available ‘new mercenaries’, armed men who perform veritable war-related activities, to anyone prepared to sustain their costs, but the spectrum of support functions they supply to regular armies is vast and complex. In Iraq there are about 20,000 private contractors, numerically speaking the second force after the American contingent. We are thus faced with the privatisation of a function, that of defence, traditionally deemed a constituent part of the modern state. Furthermore, both firms and their employees pose new problems from the operational point of view – the first are at the disposal of those who pay the bills for their services, the second have no obligation of loyalty towards the people they fight for – and from the legal point of view, since relevant international norms are de facto unenforceable.
Abstract

La Christian Right e Israele

The Christian Right and Israel

La Christian Right e Israele

Il ruolo del fattore religioso è spesso dimenticato o minimizzato da chi tratta le relazioni fra Stati Uniti e Israele. Tuttavia, sia le posizioni anti-israeliane che quelle pro-israeliane nella destra repubblicana americana hanno un fondamento religioso. Quelle pro-israeliane, che sono il principale soggetto di questo articolo, sono basate sulla dottrina protestante denominata dispensazionalismo, che sostiene che la ricostituzione del Regno di Israele biblico sia il prerequisito essenziale per il secondo avvento di Cristo. Questa scuola di pensiero, strettamente interconnessa con la destra religiosa americana a partire dalla fine del XIX secolo, è diventata particolarmente influente nella politica americana dopo la nascita della (New) Christian Right, negli anni Settanta. Tale movimento, apertamente filo-israeliano, è infatti diventato una delle fazioni dominanti all’interno del Partito repubblicano, e sta cercando di spingere gli Stati Uniti verso un più deciso intervento in favore delle politiche territoriali della destra israeliana. I sostenitori di Israele all’interno della Christian Right (solitamente denominati «cristiani sionisti») sono divenuti negli ultimi decenni (con Ronald Reagan e, poi, con George W. Bush) sempre più influenti anche sulla Casa Bianca, con un indubbio successo nell’ostacolare eccessive pressioni americane su Israele per la cessione dei territori occupati – ma anche, più in generale, nel creare nel paese una pubblica opinione orientata in senso pro-israeliano per ragioni religiose.

The role of the religious factor is often neglected or downplayed when we speak about relations between the United States and Israel. However, both anti-Israel and pro-Israel stances in the American republican right have a religious grounding. The pro-Israel position, the main subject of this article, is based on the protestant religious doctrine called Dispensationalism, which argues that the reconstitution of the biblical Kingdom of Israel is an essential prerequisite for the Second Coming of Jesus Christ. This school of thought closely intertwined with the American religious right since the end of the nineteenth century, became particularly influential in US politics after the birth of the (New) Christian Right in the 1970s. This movement, overtly pro-Israel, has in fact become one of the leading factions within the Republican Party, and is trying to push the United States towards a more decisive intervention in support of the territorial policies of the Israeli right. Over the last few decades – with Ronald Reagan and, later, George W. Bush – the Christian Right’s protestant supporters (usually referred to as ‘Christian Zionists’) have exerted an increasing influence over the White House, and have been undoubtedly successful in opposing excessive US pressure on Israel to surrender the occupied territories, and also, more generally, in determining religiously-oriented pro-Israel public opinion in the country.
Abstract

L'Asia in cattive acque

Asia Hard-up

L'Asia in cattive acque

Insieme al petrolio e al gas, l’acqua è una delle risorse attorno a cui si giocano i destini e lo sviluppo dell’Asia. Le risorse idriche del continente, che a livello di disponibilità pro capite sono tra le più basse del pianeta, vengono messe a dura prova dalla pressione demografica, dall’inquinamento e dalle esigenze dell’impetuoso sviluppo economico. Le risposte finora date a questa sfida puntano soprattutto ad accrescere l’offerta idrica, attraverso progetti faraonici portati avanti in maniera unilaterale dai singoli governi, opere spesso discutibili dal punto di vista della tutela sia degli ecosistemi che della stabilità interna e internazionale. Per gestire le tensioni che interessano tutti i grandi fiumi asiatici dal Giordano al Mekong, e utilizzare sia ecologicamente sia economicamente in modo razionale le loro acque, occorrerebbero piuttosto la creazione e il rafforzamento di meccanismi e istituzioni a livello di bacino internazionale, operazione che purtroppo non compare ai primi posti dell’agenda politica continentale.

Together with oil and gas, water is one of the resources round which the destiny and development of Asia is being determined. The continent’s water resources, in terms of availability per capita among the lowest on the planet, are being taxed by demographic pressure, pollution and the need for impetuous economic development. To date, responses to this challenge have sought mainly to increase the water supply with the colossal unilateral projects of single governments, often debatable from the point of view of the protection both of ecosystems and of internal and international stability. To manage the tensions that affect all the major Asian rivers from the Jordan to the Mekong, and to use their waters in an economically and ecologically rational way, it would be better to create and strengthen international mechanisms and institutions, but this is an operation that, alas, fails to appear among the main points on the continental political agenda.
Abstract

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