Biblioteca della Libertà

Anno XLI, n. 182, gennaio-marzo 2006

Fare innovazione / Piemonte, regione della conoscenza, a confronto con Europa e America

Innovating / Piedmont, a knowhow-intensive region, compared with Europe and America

Fare innovazione / Piemonte, regione della conoscenza, a confronto con Europa e America

L’autore espone la sintesi dei risultati di una ricerca condotta da un gruppo di studiosi da lui coordinati, svolta dal Centro Einaudi nell’ambito del «Progetto Alfieri» della Fondazione CRT, in materia di politiche dell’innovazione e sistemi territoriali innovativi. Iniziando dalle origini della crescita e del benessere, viene esaminato il ruolo del progresso tecnico, e si guarda dentro i «modelli locali» o regionali di innovazione essenzialmente con l’occhio dei comparatisti, confrontando paesi (o sistemi di paesi) diversi. Emergono, in Europa, il modello nordico, quello franco-tedesco e quello mediterraneo. Un discorso a sé è dedicato al modello nordamericano, tipicamente quello statunitense (si veda il contributo di Peter Karl Kresl in questo numero della rivista). L’attenzione viene quindi largamente rivolta al sistema innovativo regionale (SIR) del Piemonte, sul quale la ricerca fa il punto, fornendo numerosi dati e riflessioni circa le molte iniziative in atto, per concludere con «sette suggerimenti di non piccolo impatto». Se la ricerca è una priorità del Piemonte, è altrettanto vero che la salute del Piemonte è una priorità nazionale; occorrono più imprese sulla frontiera della conoscenza, affinché la produzione sposti la frontiera dell’efficienza e l’economia muova nuovamente in avanti quella del benessere.

The author summarises the results of a research study on innovation policies and innovative territorial systems carried out for the Centro Einaudi by a team of scholars coordinated by him as part of the Fondazione CRT’s ‘Progetto Alfieri’. Setting out from the origins of growth and wellbeing, he examines the role of technical progress and explores ‘local models’ and regional models of innovation with an essentially comparative eye, comparing different countries (or country systems). The models that emerge in Europe are the Nordic, the Franco-German and the Mediterranean. A separate section is dedicated to the North American, more specifically the US model (see the article by Peter Karl Kresl). The author then focuses mainly on the regional innovative system (RIS) of Piedmont, which the research report outlines with abundant data and comments on the many initiatives in progress, and concludes with ‘seven suggestions of non-minor impact’. If research is a priority for Piedmont, it is also true that the health of Piedmont is a national priority. More enterprises at the frontier of knowhow are needed if production is to move further forward the frontier of efficiency and the economy that of wellbeing.
Abstract

Fare innovazione / L'approccio statunitense alla R&S

Innovating / The US Approach to R&D

Fare innovazione / L'approccio statunitense alla R&S

Kresl è l’esperto americano chiamato a far parte del gruppo di studiosi (coordinati da Giuseppe Russo) autori di una ricerca del Centro Einaudi, svolta nell’ambito del «Progetto Alfieri» della Fondazione CRT, in materia di politiche dell’innovazione e sistemi territoriali innovativi. Dopo aver ripercorso gli aspetti dell’innovazione, Kresl illustra la sua visione del sistema statunitense – come funziona, quali sono le principali istituzioni coinvolte, quali sono i suoi punti di forza e di debolezza. A suo giudizio, gli americani hanno finora raggiunto risultati eccellenti nel campo dell’innovazione in quanto maggiori sostenitori e praticanti del modello anglosassone, che è: 1) basato sul mercato; 2) fondato sull’iniziativa e sul processo decisionale del settore privato o degli attori dell’innovazione; 3) capace di fornire l’infrastruttura che contribuisce a creare un milieu innovativo; 4) in grado di determinare un ambiente fiscale favorevole all’assunzione di rischio e agli investimenti in capitale di rischio. Oggi, tuttavia, vi sono cambiamenti alle porte negli Stati Uniti che possono cominciare a ridurre l’efficacia e i risultati dell’innovazione: se il governo federale continuerà a distogliere dalla ricerca scientifica e tecnologica quote importanti di fondi per finanziare invece ulteriori tagli alle tasse e/o progetti in ambito militare, potrebbe alla fine accadere che la comunità di ricerca, visto l’ambiente non più congeniale, semplicemente si sposterà altrove.

Kresl is the American member of the team of scholars (coordinated by Giuseppe Russo) who wrote the Centro Einaudi research study on innovation policies and innovative territorial systems conducted as part of the Fondazione CRT’s ‘Progetto Alfieri’. After outlining the various aspects of innovation, Kresl describes his vision of the US system: how it works, the main institutions involved, strengths and weaknesses. In his view, the Americans have achieved excellent results to date in the field of innovation; this is because they are supporters and practitioners of the Anglo-Saxon model, which is: 1) market-based; 2) founded on initiative and the decision-making process of the private sector or the ‘actors’ of innovation; 3) capable of supplying infrastructure that helps create an innovative milieu; 4) capable of determining a ‘fiscal environment’ favourable to risk assumption and venture capital investment. Today changes are in store for the United States that could begin to reduce the effectiveness and results of innovation: if the federal government continues to remove substantial funding from scientific and technological research to finance further tax cuts and/or military projects, seeing that the environment is no longer congenial, the research community might simply move elsewhere.
Abstract

Il diritto bellico ai tempi del terrore

Laws of War in a Time of Terror

Il diritto bellico ai tempi del terrore

I professionisti del settore impiegano due etichette per fare riferimento al diritto bellico: quella di diritto internazionale umanitario (preferita da organizzazioni umanitarie e da molti studiosi del diritto internazionale) e quella di diritto dei conflitti armati (preferita dai militari). In generale, un’enfasi sulla concezione del diritto bellico propria dei militari favorirà le loro esigenze rispetto a quelle dei civili, mentre l’approccio umanitario potrebbe attribuire maggior valore alla tutela dei civili rispetto a una performance militare ottimale. L’autore affronta la questione dell’impatto della «guerra al terrorismo» sul diritto bellico, e in particolare: 1) se essa abbia influenzato l’equilibrio tra stati e attori non governativi; 2) se è probabile che rafforzi o indebolisca la protezione dei civili. Evangelista si domanda se, in mancanza di una leadership morale responsabile a livello politico, la cultura dell’onore militare sia sufficiente a impedire uno scivolamente nella barbarie, e conclude che forse si può sperare nel senso di giustizia comune alla maggioranza dei soldati e ufficiali che hanno fatto resistenza ai tentativi dell’amministrazione Bush di fare della «peggior pratica» la base del diritto internazionale futuro.

Professionals in the sector label the laws of war in two ways: in terms of international humanitarian law (the one preferred by humanitarian organisations and many scholars of international law) and the law of armed conflict (the one preferred by the military). In general, an emphasis on the military’s conception of the law of war will favour the needs of the military as opposed to those of civilians, whereas the humanitarian approach might attribute greater value to the protection of civilians as opposed to optimal military performance. The author addresses the question of the impact of the ‘war on terror’ on the laws of war and asks, more specifically: 1) whether it has influenced the balance between states and NGOs; 2) whether it is likely to reinforce or weaken civil protection. Evangelista also queries whether, in the absence of responsible moral leadership at political level, the culture of military honour will suffice in itself to prevent an escalation of barbarism, and concludes that perhaps we can lay hope in the sense of justice common to the majority of soldiers and officials who have resisted the Bush administration’s attempts to make ‘worst practice’ the basis of international law in the future.
Abstract

La politica estera del Governo Berlusconi: un bilancio in chiaroscuro

The Berlusconi Government's Foreign Policy: Ups and Downs

La politica estera del Governo Berlusconi: un bilancio in chiaroscuro

Qual è, a legislatura ormai praticamente conclusa, il bilancio del Governo Berlusconi in materia di politica estera? Per rispondere a questa domanda il saggio – dopo aver indagato le ragioni della crescente personalizzazione della politica estera italiana e aver analizzato motivi ispiratori, caratteristiche e limiti della gestione berlusconiana degli affari esteri – prende in esame gli aspetti principali dell’azione internazionale dispiegata dal Governo italiano, dal 2001 fino a oggi, nelle tre aree geopolitiche (atlantica, europea e mediterranea) che costituiscono da sempre l’ambito di proiezione privilegiato della politica estera dell’Italia. Da questo esame si evince che la politica di affermazione nazionale perseguita, tra mille contraddizioni, dal Governo Berlusconi ha significativamente alterato l’equilibrio preesistente tra i due storici pilastri della politica estera italiana, la fedeltà atlantica e il sostegno all’Europa, in direzione di un progressivo rafforzamento dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti e di un sensibile affievolimento di quello spirito europeista, integrazionista e multilateralista che ha ispirato le pagine migliori della storia dell’Italia repubblicana. Il rischio che ne deriva è quello di una marginalizzazione crescente dell’Italia in Europa, non compensata da un aumento di credibilità agli occhi del Governo di Washington. Per questa e altre ragioni, il bilancio complessivo dell’attività svolta dal Governo Berlusconi in campo internazionale – anche se nella politica estera non mancano aspetti meritevoli di un qualche apprezzamento – può ritenersi sostanzialmente deficitario.

Now that it has virtually come to an end, how can we judge the Berlusconi government on matters of foreign policy? To answer the question, the essay first investigates the reasons for the growing personalisation of Italian foreign policy and analyses the guidelines, characteristics and limits of Berlusconi’s management of foreign affairs, then reviews the main aspects of the government’s international action since 2001 in the three geopolitical areas (the Atlantic, Europe, the Mediterranean) in which Italian foreign policy has traditionally sought to project itself. Such a review reveals that the policy of national assertion pursued, amid a thousand contradictions, by the Berlusconi government has significantly shifted the pre-existing balance between the two historical pillars of Italian foreign policy – Atlantic loyalty and support of Europe – towards a progressive reinforcement of bilateral relations with the United States and a considerable weakening of the Europeanist, extremist, multilateralist spirit that inspired the finest pages in the history of republican Italy. The ensuing risk would be an increased marginalisation of Italy within Europe, which would not be set off by a growth in credibility in the eyes of the administration in Washington. For this and other reasons, and despite the fact that there are aspects deserving of merit, the overall verdict on the Berlusconi government’s international activity has to be substantially negative.
Abstract

Ordine costituzionale rinnovato, e fine del bipolarismo?

Renewed constitutional order, and the end of the bipolar system?

Ordine costituzionale rinnovato, e fine del bipolarismo?

L’avvento del bipolarismo in Italia, quale rafforzamento del partito di maggioranza, è stato salutato come una speranza di rafforzamento dello Stato nella sua capacità decisionale; e l’etichetta popolare di Seconda Repubblica indica con chiarezza come alla diversa strutturazione dei partiti segua una diversa organizzazione concreta della sovranità politica dello Stato, tant’è che se tale strutturazione bipolare venisse meno, non potrebbe che concludersi che la Seconda Repubblica è abortita. Il bipolarismo, emerso quale risposta alla crisi politica, finanziaria e sociale del 1993-’94, non poteva infine che minare alla base l’assetto costituzionale precedente. Nella contrapposizione tra forze eredi (la sinistra, DS su tutti) e forze antagoniste del complesso costituzionale del CLN (la destra, Forza Italia su tutti), sono state queste ultime a giungere a un più compiuto, e in questi termini più eversivo, progetto di riforma della Costituzione e di attacco ai suoi organi di tutela. Ne discende come ciascuna parte non possa, nella situazione attuale, riconoscere la compiuta legittimità dell'altra; e in queste condizioni non può nascere veramente uno Stato, se non uno Stato della perenne revisione costituzionale a ogni alternanza di governo. La «questione del centro» va pensata, quindi, proprio come problema dell’organizzazione costituzionale concreta delle forze politiche: la Margherita nel centro-sinistra e l’UDC nel centro-destra, nell’attuale rinnovamento incompleto del vecchio assetto, costituiscono ancora il centro, il perno che fa rotare le altre forze politiche, e potrebbero non più esserlo se si producesse un riassetto costituzionale. Giacché la legittimazione avviene tramite il linguaggio, il «problema del centro» è innanzitutto un problema di riscrittura delle regole politiche di base.

It was hoped that the advent of the bipolar system in Italy as a way of reinforcing the majority party would reinforce the decision-making capacity of the state. The popular label assigned to it – ‘Second Republic’ – clearly indicates how the different party structure was followed by a different organisation of the state’s political sovereignty: so much so that if this bipolar structure were to cease, the conclusion would be that the Second Republic had failed. The bipolar system, which emerged as a response to the political, financial and social crisis of 1993-’94, ultimately and inevitably undermined the previous constitutional arrangement at the base. In the conflict between the new parties that have inherited this constitutional arrangement established by the CLN, or National Liberation Committee (those on the left, the DS, or Left Democrats, in particular) and those that are against (those on the right, Forza Italia in particular), it is the latter that have come up with the most complete, hence ‘subversive’ project to reform the Constitution and attack the bodies whose job it is to protect it. The result is that, at present, either party is unable to fully recognise the legitimacy of the other and that, in these conditions, that the only kind of state that can come about is one in which the constitution is revised every time the government changes. The ‘question of the centre’ thus ought to be addressed in terms of the actual concrete constitutional organisation of the political parties. Today, with the renewal of the old arrangement still incomplete, the Margherita (The Daisy) on the centre-left and the Union of Christian Democrats (UDC) on the centre-right, still combine to form the centre, the pivot which makes the other political parties rotate, but this might change in the event of a constitutional rearrangement. Since legitimisation takes place through language, the ‘question of the centre’ involves, above all, the rewriting of the basic political rules.
Abstract

Il «diritto incompleto»

«Incomplete Law»

Il «diritto incompleto»

Pistor sviluppa una teoria per l’analisi delle istituzioni giuridiche. La sua tesi si fonda sull’osservazione che il diritto sia, per sua natura, incompleto, e che questa incompletezza incida profondamente sulla previsione di istituzioni per la produzione e attuazione del diritto. Se il diritto è incompleto, infatti, lo Stato dovrà attribuire poteri residuali di produzione e attuazione del diritto ad attori diversi. Di qui la questione dell’allocazione ottimale dei poteri di produzione del diritto tra il parlamento, le autorità di regolamentazione e le corti; e l’allocazione dei poteri di attuazione del diritto tra le corti e le autorità di regolamentazione. Pistor ritiene che la scelta ottimale di allocazione dei poteri residuali di produzione e attuazione del diritto sia determinata dal grado e dalla natura dell’incompletezza del diritto, dalla possibilità di standardizzare le azioni che potrebbero causare un danno, e dalla gravità del danno stesso, cioè delle esternalità negative che ne derivano. Quando il diritto è incompleto, e le azioni possono essere standardizzate, le autorità di regolamentazione sono da preferire alle corti che, se lasciate procedere, possono produrre esternalità sostanziali. Nel caso opposto, le corti sono da preferire come detentori dei poteri di produzione e attuazione del diritto. Infine, la teoria del diritto incompleto è applicata al caso dello sviluppo della regolamentazione dei mercati finanziari in Inghilterra nel XIX secolo, comparata agli Stati Uniti e alla Germania.

Pistor develops a conceptual framework for the analysis of legal institutions. She argues that law is inherently incomplete and that the incompleteness of the law has a profound impact on the design of lawmaking and law enforcement institutions. When law is incomplete, residual lawmaking powers must be allocated; and enforcement agents have to be vested with law enforcement powers. The optimal allocation of lawmaking and law enforcement powers under incomplete law is analysed with a focus on the legislature, regulators and courts as possible lawmakers, and courts as well as regulators as possible law enforcers. Pistor argues that the optimal allocation of residual lawmaking and law enforcement powers is determined by the degree and nature of incompleteness of law, the ability to standardise actions that may result in harm, and the magnitude of harm and externalities expected from such actions. Under highly incomplete law, regulators are superior to courts when actions can be standardised and, if allowed to proceed, may create substantial externalities. Otherwise, courts are optimal holders of lawmaking and law enforcement powers. Pistor applies this analytical framework to the development of financial market regulation in England since the mid 19th century, with comparative reference to the developments in the United States and Germany.
Abstract

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