Biblioteca della Libertà

Anno XXXIX, n. 173, 174, 175 gennaio-giugno 2004

Le chances di vita

Life Chances

Le chances di vita

La riflessione sulla felicità e sui mezzi per assicurarla è una costante del pensiero umano ed è alla radice di molta teoria politica liberale. Tuttavia, per definire gli obiettivi sociali e politici di un liberalismo attivo abbiamo bisogno di una nozione che ancori le possibilità di crescita umana a modelli di strutture sociali: vale a dire di una nozione che ci metta in condizione di dare sostanza tanto alle teorie sociali della trasformazione quanto alla teoria politica della libertà. A questo scopo non sono sufficienti, per motivi diversi, né la nozione di utilità né quella di funzione del benessere, la prima perché trascura i diritti, la seconda perché rappresenta un concetto meramente descrittivo e non consente giudizi valutativi. La nozione di opportunità, di chances di vita, si dimostra invece appropriata allo scopo, in quanto corrisponde a quattro requisiti: a) è sociale, nel senso di non dipendere dalla percezione individuale; b) è strutturale, nel senso di definire il fine desiderato sulla base di modelli di organizzazione sociale; c) è storica, per il fatto di essere sociale e strutturale; d) è teorica, in quanto trascende, in linea di principio, da tutte le società esistenti e dalle loro potenzialità note. Le chances di vita, in questa accezione, sono funzioni di due elementi, opzioni e legature. Le legature danno significato e ancoraggio alle persone e alle loro azioni, mentre le opzioni mettono in rilievo la portata e l’orizzonte dell’azione. Le chances di vita possono essere ampliate non solo con la ricerca di un equilibrio ottimale tra opzioni e legature date, ma anche incrementando entrambe. In realtà il fine ultimo di una ricerca attiva della libertà potrebbe essere proprio quello di promuovere tale crescita del potenziale umano. La libertà è una prescrizione morale e politica, le opportunità di vita sono un concetto sociale. Non tutti devono essere liberali attivi, questo è uno dei principi base della società aperta. Ma se diamo per scontata l’incertezza della condizione umana, e se riteniamo che la nostra vita su questa terra abbia o almeno debba avere un senso, allora la libertà come ricerca di più ampie chances di vita per un maggior numero di uomini non è il peggiore degli obiettivi.

Reflection on happiness and the means of ensuring it is a constant of human thought, at the root of much liberal political theory. Nonetheless, to define the social and political objectives of an active liberalism, we need a notion that anchors the possibilities of human growth to models of social structure: that is to say, a notion that enables us to give substance both to social theories of transformation and to the political theory of liberty. For different reasons, neither the notion of utility nor that of the welfare function suffice to this end: the first because it overlooks rights, the second because it represents a merely descriptive concept and does not allow for value judgments. But the notion of opportunity, of life chances, proves appropriate inasmuch as it corresponds to four prerequisites: a) it is social, in the sense that it does not depend on individual perception; b) it is structural, in the sense that it defines the desired end on the basis of models of social organisation; c) it is historical, insofar as it is social and structural; d) it is theoretical insofar as, in principle, it transcends all existing societies and their known potential. Life chances, in this interpretation, are functions of two elements: options and linkages. Linkages provide meaning and anchorage for people and their actions, while options highlight the scope and horizon of action. Life chances may be broadened not only by pursuing an optimal balance between given options and linkages, but also by increasing both. In reality, the ultimate end of an active search for liberty might be precisely that of promoting this growth of human potential. Liberty is a moral and political prescription, life opportunities are a social concept. Not everyone must be an active liberal; this is one of the basic principles of the open society. But if we take for granted the uncertainty of the human condition, and if we believe that our life on this earth has, or at least must have a meaning, then liberty as the search for broader life chances for a greater number of people is not the worst of objectives.
Abstract

Il liberalismo che precede i liberalismi

The Liberalism that Precedes Liberalisms

Il liberalismo che precede i liberalismi

La tesi dell’autore è che il liberalismo può essere ricondotto a una ben distinta e distintiva connotazione storica, a condizione di essere il «liberalismo puro e semplice» (al singolare), con l’aiuto di appropriate distinzioni. Occorre innanzitutto distinguere il liberalismo dal laissez-faire, dall’economia di mercato: lo Stato liberale infatti non si caratterizza innanzitutto per la sua dimensione, o per la quantità di cose che fa; si caratterizza per la sua struttura, ed è perciò, prima e innanzitutto, uno Stato costituzionale nell’accezione garantista del termine. Solo dopo aver distinto il liberalismo dal liberismo si può discutere in modo appropriato e proficuo il loro rapporto. Il liberalismo non può essere ridotto a premesse o presupposti economici. Il liberalismo pregia e difende l’individuo, e lo difende con quella sicurezza che gli dà la sua proprietà; una proprietà che è garanzia, e che non ha nulla da spartire con una visione economica della vita. Il liberalismo, in secondo luogo, va distinto dalla libertà: esso infatti, nella sua connotazione storica fondamentale, può essere definito come la teoria e la prassi della protezione giuridica, attraverso lo Stato costituzionale, della libertà individuale. Occorre, infine, distinguere tra «liberalismo puro» e liberalismo democratico: il liberalismo è innanzitutto tecnica di controllo e di limitazione del potere dello Stato, mentre la democrazia è l’inserimento del potere popolare nello Stato. Il liberalismo ha mostrato che il potere assoluto, il potere arbitrario, può essere domato; ha spezzato il circolo vizioso del quis custodiet custodes?, di chi controllerà i controllori; ha effettivamente liberato l’uomo dalla paura del Principe. E purtuttavia il liberalismo, oggi, è in declino. Fino a oggi abbiamo ancora una democrazia nel liberalismo, nel contesto del liberalismo. Ma il rischio che si giunga a una democrazia senza liberalismo – al perfetto Leviatano – non può, purtroppo, essere escluso.

The author’s thesis is that liberalism – provided it is ‘pure and simple liberalism’ (in the singular) – can be traced to a distinct and distinctive historical condition, with the help of appropriate distinctions. It is necessary, first of all, to distinguish liberalism from laissez-faire, from the market economy: the liberal state is not in fact characterised principally by its size or by the quantity of the things it does: it is characterised, instead, by its structure and is thus, first and foremost, a constitutional state in the ‘civil rights’ interpretation of the term. Only after distinguishing liberalism from liberisme is it possible to discuss their relationship appropriately and constructively. Liberalism cannot be reduced to economic premises and presuppositions. Liberalism values and defends the individual with the security that his property provides him – a property that is a guarantee and has nothing in common with an economic vision of life. Liberalism, in the second place, should be distinguished from liberty: in its fundamental historical connotation, it may in fact be defined as the theory and praxis of legal protection, through the constitutional state, of individual liberty. It is necessary, finally, to distinguish between ‘pure liberalism’ and democratic liberalism: liberalism is, above all, a technique for controlling and limiting the power of the state, whereas democracy is the insertion of popular power into the state. Liberalism has shown that absolute power, arbitrary power, can be tamed: it has broken the vicious circle of quis custodiet custodes? (who will guard the guards?) and has effectively liberated man from fear of the Prince. Even so, liberalism is on the decline today. So far we have had democracy in liberalism, in the context of liberalism. But the risk of arriving at democracy without liberalism – at the perfect Leviathan – cannot, alas, be excluded.
Abstract

Il liberalismo come arte della separazione

Liberalism and the Art of Separation

Il liberalismo come arte della separazione

L’autore propone un’interpretazione del liberalismo fondata sui concetti di pluralismo e integrità istituzionale. Secondo Walzer, la caratteristica principale del liberalismo è l’arte della separazione e definizione dei limiti dei diversi aspetti istituzionali della società (politico, economico, accademico, religioso eccetera) allo scopo di rendere reciprocamente autonome tali differenti sfere di libertà. L’autonomia crea spazi variegati di libertà individuale e favorisce lo sviluppo di forme specifiche di eguaglianza sociale. Nel passato, spezzando le antiche gerarchie sociali e istituzionali, il liberalismo aprì la strada all’emancipazione individuale, ponendo per la prima volta gli individui su un piano di parità, almeno formale, e creando nuove forme istituzionali capaci di mantenere e perpetuare tale libertà. Walzer, tuttavia, sostiene che il liberalismo dovrebbe essere riconsiderato sotto almeno due profili. In primo luogo, egli critica gli assunti filosofici individualisti, sottolineando l’esigenza di tenere in maggior considerazione i legami morali e materiali che vincolano individui e istituzioni, reinterpretando dunque l’idea di libertà politica in termini di integrità istituzionale; ovvero in termini di autonomia e intangibilità dell’attività sociale, in assenza della quale il singolo individuo non potrebbe «esistere». In secondo luogo, Walzer afferma che il liberalismo, col porre un’enfasi eccessiva sulla libertà di mercato, non ha tenuto conto del fatto che grandi concentrazioni di ricchezza possono sconvolgere l’equilibrio della libertà fra le diverse sfere istituzionali e dunque agire esattamente come il potere politico prima che fosse limitato dall’arte liberale della separazione. Walzer, pertanto, propone una revisione del liberalismo che tenga conto dell’esigenza di imporre limiti a questa particolare forma di potere, definendo la sfera di azione del mercato mediante la «socializzazione» della sfera dell’attività economica.

The author puts forward an interpretation of liberalism which focuses on the concepts of pluralism and institutional integrity. According to Walzer, the principal characteristic of liberalism is the art of separation and definition of the limits of the various institutional aspects of society (political, economic, academic, religious etc.) with the aim of making these different spheres of activity mutually autonomous. This autonomy creates various spaces of individual liberty and favours the development of specific forms of social equality. In the past, by breaking the old social and institutional hierarchies, liberalism opened the way to individual emancipation, putting individuals for the first time, at least formally, on an equal footing and creating new institutional forms capable of maintaining and perpetuating that liberty. However, Walzer maintains that liberalism should be reconsidered in at least two respects. First, he criticizes individualistic philosophical assumptions, underlining the need to take into greater consideration the moral and material links which bind individuals and institutions, thus reinterpreting the idea of political liberty in terms of institutional integrity or in terms of the autonomy and intangibility of social activity without which the single individual could not ‘exist’. Secondly, Walzer claims that, by putting too much emphasis on market freedom, liberalism has failed to take into account the fact that great concentrations of wealth can upset the equilibrium of liberty between the various institutional spheres and therefore act exactly as political power used to before it was limited by the liberal art of separation. Walzer therefore proposes a revision of liberalism which takes account of the need to impose limits on this particular form of power, defining the range of action of the market by means of ‘socialization’ of the sphere of economic activity.
Abstract

Liberalismo, socialismo e democrazia

Liberalism, Socialism and Democracy

Liberalismo, socialismo e democrazia

L’autore intende difendere una interpretazione liberal-socialista della democrazia. Per far ciò, il saggio inizia con l’ammettere una priorità sia storica che teorica del liberalismo nei confronti del socialismo, quindi prosegue col mostrare i limiti del liberalismo sostenendo che è necessaria una sua integrazione in senso socialista. Il liberalismo può essere caratterizzato come una particolare dottrina economica, politica ed etica tesa a promuovere, rispettivamente, l’efficienza economica, la tolleranza politica e la neutralità etica. L’efficienza economica deve essere integrata da considerazioni di equità. Infatti, a) non tutte le distribuzioni che risultano Pareto-ottimali risultano eque e b) non tutti i beni, non ad esempio quelli ambientali, hanno un prezzo, anche se posseggono un indubbio valore. Per risolvere questi problemi è necessario ricorrere, a parere dell’autore, a un concetto di giustizia non puramente formale e procedurale (che caratterizza il liberalismo), ma anche di tipo sostanziale (che caratterizza il socialismo). Il concetto di tolleranza deve essere integrato da una visione oggettiva del bene pubblico. Infatti, se vogliamo risolvere i problemi sollevati dal teorema di Arrow, che dimostra l’impossibilità di aggregare in un’unica scelta collettiva tutti i possibili ordinamenti di preferenza individuali, dobbiamo impegnarci in valutazioni sulle varie concezioni del bene, limitando perciò l’applicabilità del criterio di tolleranza. Ciò può essere fatto, infine, rivolgendosi a un’etica pubblica di tipo liberal-socialista. L’avalutatività e la neutralità etica devono essere completate da una teoria dell’integrità, che presupponga un legame forte e necessario tra concezione dell’io e processi collettivi. Senza tale presupposto sarebbe assai difficile immaginare qualsiasi rapporto (sia pure controverso) tra autonomia individuale e felicità collettiva.

The author aims to defend a liberal-socialist interpretation of democracy. He, thus, begins the essay by admitting liberalism’s historical and theoretical priority over socialism: he proceeds to demonstrate the weaknesses of liberalism, pointing out the necessity for its integration into socialism. Liberalism may be defined as a particular economic, political and moral doctrine designed to foster economic efficiency, political tolerance and moral neutrality. Economic efficiency must be integrated by considerations of equity. Indeed, a) not all the distributions emerging as Pareto-optimal are equitable, and b) not all goods – eg, those linked to the environment – have a price even, if they do possess a value. The author feels that to solve these problems, it is necessary to resort to a concept of justice that is not purely formal and procedural (as in the case of liberalism), but that is, to some extent, fundamental (viz. socialism). The concept of tolerance must be integrated by an objective vision of the common good. Indeed, if we wish to solve all the problems posed by Arrow’s theorem (which demonstrates the impossibility of aggregating all the preferred system of individuals into one collective solution), we must strive to assess the various possible conceptions of the common good, hence restricting the applicability of the criterion of tolerance. This is possible by means of liberal-socialist public ethics. Ethical a-valuation and neutrality must then be completed by a theory of integrity presupposing a firm and necessary bond between the conception of the self and collective processes. It would otherwise be extremely difficult to imagine any relationship whatsoever (even a debatable one) between individual autonomy and collective happiness.
Abstract

Sulla distinzione tra desideri e bisogni

On the Distinction between Desires and Needs

Sulla distinzione tra desideri e bisogni

Argomento di questo saggio è il confronto fra modi diversi di trattare le preferenze individuali. Tale confronto viene realizzato nel contesto della teoria politica liberale, il suo fine essendo quello di stabilire se sia possibile definire un criterio per giudicare l’importanza delle preferenze individuali: un criterio che ci abiliterebbe a circoscrivere quelle preferenze meritevoli di speciale considerazione pubblica. In altre parole, l’idea è di distinguere fra preferenze che rappresentano esclusivamente «desideri» e altre che costituiscono anche «bisogni». L’autrice esamina tre soluzioni possibili: un modello del benessere, un modello minimalista, un modello moderatamente anarchico, analizzandone limiti e contraddizioni. La sua soluzione preliminare al dilemma sarebbe l’identificazione di un criterio per trattare le preferenze che tenga conto di ciò che realmente significa sperimentare i vantaggi/svantaggi della soddisfazione/frustrazione di certi desideri. Tale criterio dovrebbe fondarsi sulla nozione di standard di vita, derivati da riferimenti costitutivi quanto agli aspetti materiali e contestuali della libertà e al controllo sul comportamento e sull’azione che la disponibilità di beni garantisce alle persone.

The topic of this paper is the comparison between different ways of dealing with individual preferences. The comparison is made in the context of liberal political theory, its aim being to establish whether it is possible to pinpoint a criterion for judging the importance of individual preferences: a criterion, that is, that would enable us to circumscribe those preferences worthy of special public consideration. In other words, the idea is to distinguish between preferences that represent solely ‘desires’ and other that also constitute ‘needs’. The author examines three possible solutions: a welfare model, a minimalist model and a moderate anarchic model, analysing their limitations and contradictions. Her preliminary solution to the dilemma is the identification of a criterion for dealing with preferences, taking into account what it actually means to experience the advantages/disadvantages of the satisfaction/frustration of certain desires. This criterion should be based on a notion of standards of living deriving from constitutive references to material and contextual aspects of liberty and to the control over behaviour and action which goods guarantee people.
Abstract

Liberalismo pragmatico

Pragmatic Liberalism

Liberalismo pragmatico

Avendo come obiettivo una rivisitazione del filone americano del liberalismo pragmatico, l’autore parte da una critica della teoria liberale classica, in cui ravvisa un eccesso di astrazione formale e procedurale. Il problema vero che si pone a chi deve compiere scelte di rilevanza pubblica è quello del rapporto fra teoria e pratica: ossia di analizzare, valutare, eventualmente correggere modelli organizzati di azione umana, tipi di pratiche, alla luce di valori liberali. È proprio a questa esigenza che il liberalismo pragmatico vuole rispondere, proponendo l’applicazione di principi liberali alle varie forme di azione sociale organizzata, ai modi collettivi di «fare le cose» che emergono e si affermano all’interno della società liberale. Questo implica un ruolo dello stato più attivo e differenziato di quello immaginato dai liberali classici, nonché l’applicazione del fondamentale principio liberale della rule of law non solo allo stato ma anche alle organizzazioni private. Per il liberalismo pragmatico, la legittimità del regime pluralista dipende da un’interpretazione evolutiva della teoria liberale classica in sé. La nuda teoria del liberalismo classico parla soltanto dei diritti degli individui contro lo stato e della formazione di un ordine spontaneo attraverso il contratto e il mercato. Non dice dunque abbastanza della natura economica e politica dell’azione collettiva disciplinata, dei diritti degli individui contro gli abusi del potere privato, del ruolo dello stato nell’assicurare l’autonomia dell’associazione pluralista e nel garantire che le funzioni pubbliche vitali di tali associazioni vengano assolte efficacemente, coscienziosamente e riflessivamente. Questo non significa certo che i liberali pragmatici amino più di altri tipi di liberali l’idea di uno stato intrusivo e invadente: semplicemente, sostengono che la politica liberale è un processo di indagine continua rivolta ai caratteri sostanziali delle specifiche tecnologie, attività e processi che si affermano all’interno della struttura delle norme liberali. Questo amplia l’ambito delle politiche pubbliche e consente che esse siano differenziate, rinunciando all’astratta pretesa di ridurre ogni forma di attività alle stesse «leggi del mercato», e riconoscendo le diverse origini, storiche e istituzionali, tanto delle varie attività economiche quanto delle diverse organizzazioni e associazioni.

The author’s aim is to review the American school of pragmatic liberalism. He starts with a critique of the theory of classic liberalism, detecting excessive formal and procedural abstractions therein. The real problem facing anyone taking decisions of public importance is the relationship between theory and practice: he has to analyse, evaluate and, if necessary, correct organised patterns of human action and practices in the light of liberal values. This is the target of pragmatic liberalism, which suggests that liberal principles be applied to the various forms of organised social action and the collective ways of ‘doing things’ that emerge and assert themselves within liberal society. This implies that the state must have a more active role, differentiated from that imagined by liberals of the classic school. What is more, the fundamental liberal principle of the rule of law must be applied not only to the state but also to private organisations. For pragmatic liberalism, the legitimacy of the pluralist regime depends on an evolving interpretation of liberal political theory itself. The bare theory of classic liberalism tells us only of the rights of individuals against the state and of the formation of spontaneous order through contract and the market. It does not tell us, then, enough about the political and economic nature of disciplined collective action, of the rights of individuals against abuses of private power, of the role of the state in securing the autonomy of the pluralist association and in guaranteeing that the vital public functions of these associations are efficiently, conscientiously and reflectively performed. This, of course, does not mean that pragmatic liberals like the idea of an active, intrusive state more than other types of liberals. They merely argue that liberal policy is an ongoing process of inquiry into the essential features of the specific technologies, activities and processes which assert themselves within the framework of liberal norms. The scope of public policies is thus extended. By abandoning the abstract claim that every form of activity is limited by the same ‘market laws’ and acknowledging the different historical and institutional origins of the various economic activities and different organisations and associations, public policies themselves may also be differentiated.
Abstract

È possibile il governo limitato?

Is Limited Government Possible?

È possibile il governo limitato?

Tema di questo articolo è un’analisi e una critica delle posizioni neo-contrattualistiche di Rawls e Buchanan e di alcune tesi di Hayek. Nucleo centrale della critica è l’affermazione che i beni, le norme che presiedono alla loro distribuzione e le meta-norme per scegliere queste ultime formano un’unica gerarchia la cui costruzione dipende esclusivamente dalle nostre preferenze e interessi nei beni finali in gioco. In un paradigma di pura massimizzazione dell’utilità, null’altro può spiegare le scelte costituzionali. Della tesi si offre una dimostrazione di tipo logico e formale, per arrivare alla conclusione che in regime di sovranità popolare (democrazia) tenderà in ogni caso ad affermarsi una costituzione che massimizza l’ambito delle scelte riservate alla sfera pubblica (governo illimitato) e minimizza la coalizione decisiva che può legittimamente assumere tali scelte (regola della maggioranza semplice). Tale dimostrazione logica è peraltro ampiamente confermata dalla reale evoluzione storica di tutti i regimi democratici. A impedire tale esito, dunque, non valgono gli accorgimenti e gli espedienti costituzionali. Può evitarlo soltanto l’accettazione non ragionata, da parte di settori significativi della società, di determinate proposizioni metafisiche. Solo la libera accettazione, da parte degli individui, di limiti posti all’ambito della pura ragione, del mero calcolo costi-benefici, può far sì che essi non optino in favore di politiche pubbliche possibili, che pure promuoverebbero i loro interessi, se tali politiche violassero il diritto naturale.

This paper is an analysis and critique of the neo-contractarian positions of Rawls and Buchanan and some of the theses of Hayek. The central point is that goods, the rules for distributing them and the meta-rules for choosing these rules, form a single hierarchy whose ordering depends solely on our preferences and interests in the final goods at stake. In a pure utility-maximising paradigm, nothing else can possibly explain constitutional choice. Logical and formal analysis of the thesis reaches the conclusion that what will inevitably tend to arise from popular sovereignty (ie, democracy) is a constitution maximising the area of choice controlled by the public sphere (unlimited government), and minimising the decisive coalition that will take on such choices (the rule of the bare majority). This logical demonstration is also backed up by the real historical evolution of democratic systems. Constitutional contrivances and expedients fail to prevent this outcome. All that can stop it is unreasoning acceptance, by significant sectors of society, of certain metaphysical propositions. Individuals must freely accept limits to the scope of pure reason and to the mere calculation of costs-and-benefits, if they are not to opt for public policies which, though promoting their interests, would be liable to violate natural law.
Abstract

Ridefinire il liberalismo

Redefining Liberalism

Ridefinire il liberalismo

Questo articolo rappresenta un tentativo di trovare una definizione corretta del concetto stesso di liberalismo. Dopo aver esaminato le critiche al liberalismo avanzate da studiosi quali Horkheimer, Marcuse e Carl Schmitt, l’autore considera le analogie e le differenze fra diversi pensatori appartenenti alla tradizione liberale. Infine, viene affrontato il problema di una fondazione epistemologica del liberalismo. L’autore ritiene che il «razionalismo critico» di Karl Popper e Hans Albert non possa rappresentare una base solida per il pensiero liberale. Fra la «comunità scientifica» e la «comunità politica» non vi è coincidenza alcuna. Il «mondo dei valori», che costituisce l’oggetto principale della politica, non può trovare fondamento alcuno nella scienza. Come assai più promettente approccio filosofico al liberalismo, l’autore individua la cosiddetta «filosofia pratica», una tradizione di pensiero che risale ad Aristotele, e che è stata riscoperta solo di recente da filosofi quali Hannah Arendt e George Gadamer.

This article is an attempt to find a proper definition of the very concept of liberalism. After examining the critical theses on liberalism produced by such thinkers as Horkheimer, Marcuse and Carl Schmitt, the author considers the analogies and the differences between various thinkers of the liberal tradition and ends by considering the problem of an epistemological foundation of liberalism. The author believes that Karl Popper and Hans Albert’s ‘critical rationalism’ cannot represent a viable basis for liberal thought. There is no coincidence at all between the ‘scientific community’ and the ‘political community’. The ‘world of values’, which is the main object of politics, cannot have any foundation in science. As a more viable philosophical view for liberalism, the author considers the so-called ‘practical philosophy’, a tradition which originated with Aristotle, and which was only recently rediscovered by philosophers such as Hannah Arendt and George Gadamer.
Abstract

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