Nei momenti in cui le aspettative degli investitori sui potenziali rendimenti delle diverse classi di attività diventano più appannate, come sembra accadere nella situazione attuale, è istintivo voltarsi indietro per dare un’occhiata a ciò che è accaduto.

Tutti parlano di Islam. Da un punto di vista strettamente economico può essere utile mettere a confronto la cosiddetta finanza “islamica” con quella che può essere chiamata ”occidentale”, ma non quella di oggi, quella dei cosiddetti “senza dio”, bensì quella di ieri, quella dei teologi cattolici.

La notizia di questi giorni è la “non-notizia”: i mercati finanziari non sono caduti in seguito alle vicende di Bruxelles, e quindi nessuno ha potuto titolare “bruciati X mila miliardi di euro”, con a fianco una foto di un trader con le mani nei capelli. Come mai?

Quasi il trenta per cento delle obbligazioni governative globali hanno rendimenti a scadenza negativi. Se a queste si sommano le emissioni con rendimenti a scadenza inferiori all’uno per cento la percentuale sale oltre il sessanta per cento. La possibilità di ottenere un profitto da questa classe di investimento in queste condizioni è ovviamente molto limitata. Viceversa, è più probabile che l’investimento in obbligazioni governative, sebbene per definizione prive di rischio (1), possa generare delle perdite in misura maggiore di quanto sperimentato nel passato.

Come noto, l’ordinamento tributario nazionale prevede che il contribuente, prima di porre in essere un comportamento fiscalmente rilevante, possa rivolgersi all’Amministrazione finanziaria (i.e. l’Agenzia delle Entrate) al fine di ottenere chiarimenti in merito a un caso concreto e personale.