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Democrazie liberali o società post-totalitarie? Per un ripensamento della nozione di libertà

Democrazie liberali o società post-totalitarie? Per un ripensamento della nozione di libertà

Sulla base dell’individuazione di una ambiguità implicita nel dibattito pubblico sul liberalismo degli ultimi venti anni – ove la teoria liberale, universalmente accettata, sembra aver perduto confini chiari e una precisa delimitazione teorica – l’articolo prende in esame una figura paradossale della pratica del liberalismo. È l’individuo mini- stato, ibrido mostruoso posto tra individualismo e statalismo; soggetto-re che «non ha più bisogno di pensare»; individuo che si dice liberale ma mutua le proprie pratiche di azione dalla tradizione assolutistica e non liberale; ritenendosi dunque privo di limite e di legge, sovrano paradossale di «uno stato composto da un solo individuo» che nega l’esistenza di altro oltre a sé. Narcisismo individualistico del soggetto privo di limite e totalitarismo potrebbero dunque apparire come le due facce di uno stesso problema analizzato su piani diversi: quello della costruzione immaginaria dell’individuo e quello della costruzione simbolica delle istituzioni sociali, caratterizzati oggi entrambi dalla mancanza di limite, vale a dire da una mancanza di terzietà. Viene pertanto messa in luce la sempre possibile deriva del discorso liberale in discorso totalitario, nel tentativo di mostrare la centralità, per la teoria liberale, delle nozioni di limite e di legge, correlando inoltre il dibattito sulla libertà politica e giuridica con il dibattito sul free will, alla luce di una concezione della libertà intesa come libero e spontaneo accordo con la propria unicità, con il proprio irripetibile stile di azione.

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Le conseguenze occupazionali della crisi economica

Le conseguenze occupazionali della crisi economica

La caduta della produzione si è arrestata e per il 2010 si delineano pallide prospettive di crescita. La crisi economica è dunque ormai alle nostre spalle? In termini produttivi probabilmente sì, ma certamente non in termini occupazionali.
Le statistiche relative ai primi due trimestri di quest’anno ci dicono che per ora sono stati soltanto i lavoratori con contratti di durata prefissata a perdere il posto. Ragionevole. La storia del mercato del lavoro italiano ci insegna però che non saranno gli unici: l’onda lunga delle ristrutturazioni aziendali e l’esaurirsi della cassa integrazione porteranno alla
disoccupazione anche parte dei lavoratori «tipici», dipendenti a tempo indeterminato. Il numero dipenderà dai piani industriali delle imprese e dalla disponibilità del governo a concedere nuove deroghe in tema di ammortizzatori sociali, ma il fatto in sé non sarebbe una novità per un paese che – a dispetto dell’opinione di molti – già negli anni Ottanta vantava un’elevata flessibilità. Non dunque chi diventa disoccupato, ma come lo diventa è il quesito da porre. La risposta è chiara: con schemi di mantenimento del reddito del tutto inadeguati alla realtà del mercato del lavoro italiano.

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Privatizzazione dell'università in Italia. Ne siamo certi?

Privatizzazione dell'università in Italia. Ne siamo certi?

Questo articolo propone un punto di vista diametralmente opposto a quelli correnti e a quello offerto da Giuseppe Valditara nel suo Quale riforma dell’università in Italia?, pubblicato nello scorso numero, il 195 online, di questa rivista. Secondo Ciervo, la «riforma» Gelmini (decreto legge n. 112, convertito in legge n. 133 il 6 agosto 2008) è infatti da considerare come l’ennesima manovra di matrice neo-liberista che ha definitivamente incrinato il sistema universitario italiano e i cui effetti stanno portando l’intero sistema nazionale di istruzione al collasso. Il taglio di risorse alla ricerca e all’Università, oltre a rivelarsi pericoloso, appare l’esito di una «riforma» insostenibile: l’obiettivo sembra soltanto quello di adeguare la ricerca pubblica a modelli aziendali, al fine di trasformare le Università in «fabbriche del sapere».

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Attività del Centro Einaudi _gennaio-giugno 2009

Attività del Centro Einaudi _gennaio-giugno 2009

«Biblioteca della libertà pubblica per semestre (gennaio-giugno e luglio-dicembre) il resoconto delle attività del Centro Einaudi, che spaziano dalle ricerche all'organizzazione di seminari, conferenze e convegni, alle pubblicazioni su carta e online, alla cura di siti web.


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L'economia sociale di mercato / 1. Il fascino della terza via: torna di moda un passato mai passato

L'economia sociale di mercato / 1. Il fascino della terza via: torna di moda un passato mai passato

Questo articolo inaugura una serie di contributi volti a raccontare la storia, lunga e travagliata, dell’economia sociale di mercato. Il dibattito politico italiano mostra di non conoscerla appieno, o in alternativa tende a selezionarne i soli episodi funzionali a inventare tradizioni buone a legittimare i modelli politici di volta in volta proposti. L’autore passa in rassegna i più recenti interventi che all’economia sociale di mercato si sono dedicati – in tutte le esperienze europee essa è tornata di moda solo di recente – anche per mettere a fuoco alcuni degli aspetti utili a comprendere il senso dell’odierno successo della formula. La riflessione critica su questi interventi è condotta muovendo dai nessi tra l’economia sociale di mercato, l’ordoliberalismo e la dottrina sociale della Chiesa. Da questi nessi discende la promozione di modelli organicisti di convivenza sociale, come quelli promossi in seno all’Unione Europea e riportati al principio di sussidiarietà. È in tal modo che si affossa la democrazia partecipativa, che si costruisce il cittadino consumatore e si svilisce il cittadino tout court.



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